Da qualche giorno ho spesso mal di testa. Lo so che non è una notizia interessante, questa, ma era per dire che faccio fatica a mettere insieme idee e parole (il che mi fa sentire un po’ come il Trota) e che, quindi, per questa sera vi dovrete accontentare di un post riciclato. Che però è molto vecchio, vecchio di cinque anni, quindi, alla fine, è come se fosse nuovo. Poi gli cambio anche il titolo e forse anche qualcosa d’altro. Come si ”rinverdisce” un vecchio abito, cambiandogli i bottoni, togliendogli un pizzettino lì, e mettendogli una spillettina là, quando non si hanno i soldi per comprarne un altro. E io non ho soldi… cioè, non ho idee, volevo dire. Non ho neanche soldi, veramente, ma mi sembra una mancanza meno grave.
Ed ecco il post… geghegeghe geghege…
Attraverso lei, attraverso le sue pagine, ho conosciuto Pablo Neruda. Leggendo i suoi libri ho riso e mi sono commossa. Con lei, pur non avendola mai conosciuta, ho condiviso battaglie: quelle sull’aborto e sul divorzio, ad esempio.
Quando se ne è andata ( quando “ha cambiato di stato”, direbbe, se ben ricordo, il mio più assiduo commentatore) mi sono sentita come se avessi perduto un’amica. Da anni avevo pensato di scriverle, ma non lo avevo mai fatto.
La prima cosa sua che ho letto è stato “Rosso di sera”, pubblicato a puntate sul settimanale Annabella. Avevo diciassette anni e del ragazzo protagonista, di quell’adolescente che recitava versi del poeta cileno a me allora sconosciuto, e che suonava jazz col basso tuba, e che era scontroso e irrequieto ( come forse ero io, allora) e che aveva pure un nonno anarchico, come il mio, un po’ mi innamorai. Aspettavo con impazienza l’uscita del giornale, settimana dopo settimana. Sapeva costruirli bene, i suoi personaggi, quella scrittrice, sapeva renderli vivi.
C’era poi, da anni, la sua rubrica di posta, la cosiddetta posta del cuore. Niente a che fare con le altre che venivano pubblicate in quegli anni, e tanto meno con quelle di oggi, niente a che fare con le Susanna Agnelli, e assolutamente lontana anni luce dalla mariadefilippi (scusate, ma questa qui la scrivo sempre così, tutto un blocco e minuscolo, perchè non è una persona, ma un genere). Candida, questo era lo pseudonimo che aveva scelto per la rubrica, aveva una grande capacità comunicativa e di comprensione verso le adolescenti e le donne che le scrivevano per chiederle consigli. Rispondeva sempre con onestà, non scriveva mai cose ovvie o ipocrite. Non a caso, poi, Lella Costa – altra grande donna, a mio avviso- si è ispirata a lei per la sua rubrica di posta sul mensile di Smemoranda , Dire Fare Baciare.
Parlo di Brunella Gasperini, naturalmente. Che forse molti, soprattutto i più giovani, non conoscono, e che certamente tantissimi hanno dimenticato. per cui quel naturalmente non ci sta affatto.
Non la sento mai citare, Brunella Gasperini, nelle rubriche che si occupano di libri. Non credo ci siano strade a lei intitolate. Non credo che si facciano file per acquistare le sue opere. Ecco perché questa sera la ricordo qui. E riporto le parole di una sua grande amica, Camilla Cederna:
“Parlare con le donne, come ha fatto per tanti anni nelle sue rubriche, ha confinato per sempre Brunella nella categoria B. E questo è stato il grave errore della critica ufficiale, la costante amarezza della sua vita; quella critica sussiegosa che, salvo pochissime eccezioni, ha accantonato il suo libro “Una donna e altri animali”: un bestseller neppure apparso nelle classifiche dei giornali, un ritratto di donna di fronte alle intemperie della vita, un misto di ricordi, dolori, amore per il prossimo e per gli animali (ci sono pagine sugli amati cani, sui suoi compagni gatti, degne di Colette), fiorito di un felicissimo lessico familiare, sorretto da quella vena che non l’ha mai abbandonata, cioè l’ironia condita da altrettanta autoironia.”
Ho quasi tutti i suoi libri. L’ultimo l’ho acquistato lo scorso anno a Pavia, in una bancarella di libri usati
(fermatevi sempre, quando ne incontrate una: ci si trovano piccoli gioielli!). È “Così la penso io” pubblicato nel ’79, lo stesso anno della sua morte. Beh, basta aprire una pagina a caso, e sembra davvero scritto oggi.
Ne riporto qui un brano, e credo che non possiate che darmi ragione. Sono riflessioni su fatti di cronaca, su avvenimenti dell’epoca.
In questo affronta il problema del terrorismo, della criminalità e il titolo è “Salvarsi dall’indifferenza” Sentite cosa dice, a un certo punto:
“…Questo, io penso, è il grosso pericolo, il vero suicidio collettivo: l’indifferenza, il qualunquismo…Mai come adesso, io penso, ci sarebbe bisogno di una vera compattezza dei cittadini per la difesa e la salvezza dello stato democratico”
Ma subito dopo aggiunge:
“Già: ma quale stato democratico? Quello delle parole risonanti e vuote, delle promesse ripetute e mai mantenute, dei tira e molla, dei ripensamenti, degli slittamenti, degli scandali e degli insabbiamenti, dei processi che non finiscono, dei generali smemorati, dei ministri bugiardi, degli elenchi di evasori d’oro che scompaiono nei meandri delle banche, dell’omertà che copre chi comanda?…Non si può chiedere ai cittadini di mobilitarsi e collaborare per la difesa dello stato se non si è capaci di dargli in cambio almeno la decenza…Non sono una politica, sono solo una cittadina qualsiasi, spaventata, amareggiata e non indifferente. Tocca a voi, signori del Palazzo, salvarci dal pantano, dal pericolo mortale dell’indifferenza.”
Certo che, mentre digitavo queste righe di Brunella Gasperini, mi è venuto da riflettere: l’attualità del testo non è tanto merito di una sorta di pensiero lungimirante dell’Autrice. È che nulla, ma proprio nulla, è cambiato sotto il sole, dopo 28 anni. Ma questo è un altro, doloroso, discorso.
Tornando, e poi mi fermo, ad altri libri di Brunella, vorrei ricordare anche
“Una donna e altri animali”, già citato nel brano della Cederna: una cronaca famigliare autobiografica, un lessico famigliare portato su carta con leggera, intelligente ironia, ma anche con molta tenerezza non sdolcinata. C’è anche il lessico dei suoi amati animali, come quella gracula che aveva imparato a cantare “Addio Lugano bella”, solo che invece di “scacciati senza colpa” continuava a ripetere “scacciati senza polpa…”
Ecco, quando è morta uno dei primi pensieri è stato: e i suoi animali? Chissà se i famigliari se ne prenderanno cura con lo stesso amore un po’ scanzonato ma totale che lei gli aveva dato, ho pensato.
Sono contenta di averla ricordata, Brunella. Glielo dovevo. Per le risate e per le lacrime. E per Neruda. E se potete, cercate i suoi libri. Valgono, davvero.
Addio Lugano bella
(che a me, poi questa canzone qui, insieme all’Internazionale, insomma sono canzoni che mi viene da piangere, quando le sento)
















Le regole di scrittura secondo Mark Twain
Mi è capitato recentemente di acquistare due libricini di una casa editrice che non conoscevo: Mattioli 1885. Li ho acquistati non solo per il nome degli autori che appariva sulla copertina, ma anche perché mi sono piaciuti come oggetti, o, meglio, come oggettini: hanno una dimensione inferiore di un normale pocketbook, sono sottili, hanno una copertina sobria, pulita, proprio come piace a me.
Fra gli autori pubblicati grandi nomi: da London a Dickens, da Maupassant a Stevenson e ancora Poe, e Henri James e Melville e J.K. Jerome. E la cosa interessante è che, nell’elenco dei titoli pubblicati, non si trovano i capolavori di questi scrittori, diventati da tempo classici della letteratura mondiale, ma piccole opere, che io non conoscevo per nulla.
Proprio come i due che ho acquistato: Vivere con 36.000 dollari all’anno, di Francis S. Fitzgerald (tradotto da Cecilia Mutti), che ho trovato, in certi punti, di sorprendente attualità, oltre che di godiblissima lettura e del quale qui potete leggere la recensione; e Come raccontare una storia e l’arte di mentire, di Mark Twain (tradotto da Sebastiano Pezzani), …un vero e proprio manuale di scrittura per aspiranti umoristi come si legge nell’ultima pagina del libretto, (ma io direi di scrittura per aspiranti scrittori in genere), accompagnato da fulminanti aneddoti e riflessioni semiserie, per imparare tutto sul mestiere di raccontare storie.
E da questo manualetto prelevo alcune regole, quelle che a me sembrano le più importanti, delle 18 (11 principali e 7 minori) che, secondo Twain, governano la letteratura nell’ambito della narrativa. Regole, afferma l’autore statunitense, che il collega Fenimore Cooper, nel suo Il cacciatore di cervi, ha del tutto disatteso. Come Twain dimostrerà, con grande precisione, nelle pagine successive all’elenco.
Credo che conoscere queste regole, possa essere importante per chi voglia intraprendere il viaggio della scrittura. Poi, una volta partiti, quando si diventa più sicuri, magari, su queste regole si potranno apporre modifiche personalizzate.
Pur avendone omessa qualcuna, ho lasciato la stessa numerazione data da Mark Twain alle sue regole.
In base alle quali è necessario:
1) che una storia segua un disegno preciso e che approdi da qualche parte
2) che gli episodi narrati nella storia facciano necessariamente parte della storia e servano a svilupparla.
3) che i personaggi di una storia siano vivi, esclusi i cadaveri, e che il lettore riesca sempre a distinguere i cadaveri dagli altri.
4) che i personaggi di una storia, vivi o morti, manifestino un motivo sufficiente a giustificare la propria presenza nella storia del romanzo.
5) che, quando i personaggi di una storia affrontano una conversazione, il dialogo sembri effettivamente un dialogo tra esseri umani: devono emergere comportamenti plausibili per le circostanze, un significato e e un fine individuale, e una certa attinenza con l’argomento affrontato in quella sede. Inoltre, il dialogo deve risultare interessante per il lettore e servire allo sviluppo della storia e interrompersi quando ai protagonisti non viene più niente da dire.
7) che quando, all’inizio di una storia, un personaggio parla come se si trovasse in una bellissima fiaba illustrata […], non può poi concludere lo stesso volume parlando come l’improbabile imitazione di un servitore negro.
9) che i personaggi di una storia si limitino a fare cose materialmente possibili, lasciando perdere i miracoli; oppure che, se si avventurano nel campo dei miracoli, l’autore faccia in modo di renderli convincenti agli occhi del lettore.
10) che l’autore susciti nel lettore un profondo interesse per i personaggi e per il loro destino
L’autore, inoltre:
12) dirà ciò che intende chiaramente, senza confondere le acque.
13) utilizzerà la parola giusta e non una sua cugina di secondo grado.
14) rinuncerà a ciò che non serve
15) non ometterà dettagli essenziali
18) impiegherà uno stile semplice e diretto.
La scelta della colonna sonora a questo post ha due motivazioni: la prima è che questa musica mi piaceva quando ero molto piccola, e mi piace tutt’ora, e l’altra è legata al calendario. A proposito, buon aprile a tutti!
Avril in Portugal