Brunella Gasperini, una grande donna


Da qualche giorno ho spesso mal di testa. Lo so che non è una notizia interessante, questa, ma era per dire che faccio fatica a mettere insieme  idee e parole (il che mi fa sentire un po’ come il Trota) e che, quindi, per questa sera vi dovrete accontentare di un post riciclato. Che però è molto vecchio, vecchio di cinque anni, quindi, alla fine, è come se fosse nuovo. Poi gli cambio anche il titolo e forse anche qualcosa d’altro. Come  si  ”rinverdisce” un vecchio abito, cambiandogli i bottoni, togliendogli un pizzettino lì, e mettendogli una spillettina là, quando non si hanno i soldi per comprarne un altro. E io non ho soldi… cioè, non ho idee, volevo dire. Non ho neanche soldi, veramente, ma mi sembra una mancanza meno grave.
Ed ecco il post… geghegeghe geghege…

Attraverso lei,  attraverso le sue pagine, ho conosciuto Pablo Neruda. Leggendo i suoi libri  ho riso e mi sono commossa. Con lei, pur non avendola mai conosciuta, ho condiviso battaglie: quelle sull’aborto e sul divorzio, ad esempio.
Quando se ne è andata ( quando “ha cambiato di stato”, direbbe, se ben ricordo, il mio più assiduo commentatore) mi sono sentita come se avessi perduto un’amica. Da anni avevo pensato di scriverle, ma non lo avevo mai fatto.
La prima cosa sua che ho letto  è stato “Rosso di sera”, pubblicato a puntate sul settimanale Annabella. Avevo diciassette anni e del ragazzo protagonista, di quell’adolescente che recitava versi del poeta cileno a me allora sconosciuto, e che suonava jazz col basso tuba,  e che era scontroso e irrequieto ( come  forse ero io, allora) e che aveva pure un nonno anarchico, come il mio, un po’ mi innamorai. Aspettavo con impazienza l’uscita del giornale, settimana dopo settimana. Sapeva costruirli bene, i suoi personaggi, quella scrittrice, sapeva renderli vivi. 
C’era poi, da anni, la sua rubrica di posta, la cosiddetta posta del cuore. Niente a che fare con le altre che venivano pubblicate in quegli anni, e tanto meno con quelle di oggi, niente a che fare con le Susanna Agnelli, e assolutamente lontana anni luce dalla mariadefilippi (scusate, ma questa qui la scrivo sempre così, tutto un blocco e minuscolo, perchè non è una persona, ma un genere). Candida, questo era lo pseudonimo che aveva scelto  per la rubrica, aveva una grande capacità comunicativa e di comprensione verso le adolescenti e le donne che le scrivevano per chiederle consigli. Rispondeva sempre con onestà, non scriveva mai cose ovvie o ipocrite.  Non a caso, poi, Lella Costa – altra grande donna, a mio avviso- si è ispirata a lei per la sua rubrica di posta sul mensile di Smemoranda , Dire Fare Baciare.

Parlo di Brunella Gasperini, naturalmente. Che forse molti, soprattutto i più giovani, non conoscono, e che certamente tantissimi hanno dimenticato.  per cui quel naturalmente non ci sta affatto. 
Non la sento mai citare, Brunella Gasperini, nelle rubriche che si occupano di libri. Non credo ci siano strade a lei intitolate.  Non credo che si facciano file per acquistare le sue opere. Ecco perché questa sera la ricordo qui. E riporto  le parole di una sua grande amica, Camilla Cederna:
Parlare con le donne, come ha fatto per tanti anni nelle sue rubriche, ha confinato per sempre Brunella nella categoria B. E questo è stato il grave errore della critica ufficiale, la costante amarezza della sua vita; quella critica sussiegosa che, salvo pochissime eccezioni, ha accantonato il suo libro “Una donna e altri animali”: un bestseller neppure apparso nelle classifiche dei giornali, un ritratto di donna di fronte alle intemperie della vita, un misto di ricordi, dolori, amore per il prossimo e per gli animali (ci sono pagine sugli amati cani, sui suoi compagni gatti, degne di Colette), fiorito di un felicissimo lessico familiare, sorretto da quella vena che non l’ha mai abbandonata, cioè l’ironia condita da altrettanta autoironia.”

Ho quasi tutti i suoi libri.  L’ultimo l’ho acquistato lo scorso anno a Pavia, in una bancarella di libri usati 
(fermatevi sempre, quando ne incontrate una: ci si trovano piccoli gioielli!). È “Così la penso io” pubblicato nel ’79, lo stesso anno della sua morte. Beh, basta aprire una pagina a caso, e sembra  davvero scritto oggi. 
Ne riporto qui un brano, e credo che non possiate che darmi ragione. Sono riflessioni su fatti di cronaca, su avvenimenti dell’epoca.
In questo affronta il problema del terrorismo, della criminalità e il titolo è “Salvarsi dall’indifferenza”  Sentite cosa dice, a un certo punto:

…Questo, io penso, è il grosso pericolo, il vero suicidio collettivo: l’indifferenza, il qualunquismo…Mai come adesso, io penso, ci sarebbe bisogno di una vera compattezza dei cittadini per la difesa e la salvezza dello stato democratico” 
Ma subito dopo aggiunge:
Già: ma quale stato democratico? Quello delle parole risonanti e vuote, delle promesse ripetute e mai mantenute, dei tira e molla, dei ripensamenti, degli slittamenti, degli scandali e degli insabbiamenti, dei processi che non finiscono, dei generali smemorati, dei ministri bugiardi, degli elenchi di evasori d’oro che scompaiono nei meandri delle banche, dell’omertà che copre chi comanda?…Non si può chiedere ai cittadini di mobilitarsi e collaborare per la difesa dello stato se non si è capaci di dargli in cambio almeno la decenza…Non sono una politica, sono solo una cittadina qualsiasi, spaventata, amareggiata e non indifferente. Tocca a voi, signori del Palazzo, salvarci dal pantano, dal pericolo mortale dell’indifferenza.”
Certo che, mentre digitavo queste righe di Brunella Gasperini, mi è venuto da riflettere: l’attualità del testo non è tanto merito di una sorta di pensiero lungimirante dell’Autrice. È che nulla, ma proprio nulla, è cambiato sotto il sole, dopo 28 anni. Ma questo è un altro, doloroso, discorso.

Tornando, e poi mi fermo, ad altri libri di Brunella, vorrei ricordare anche
 “Una donna e altri animali”, già citato nel brano della Cederna: una cronaca famigliare autobiografica, un lessico famigliare portato su carta con  leggera, intelligente ironia, ma anche  con molta tenerezza non sdolcinata. C’è anche il lessico dei suoi amati animali, come quella gracula che aveva imparato a cantare “Addio Lugano bella”, solo che invece di “scacciati senza colpa” continuava a ripetere “scacciati senza polpa…”
Ecco, quando è morta uno dei primi pensieri è stato: e i suoi animali? Chissà se i famigliari se ne prenderanno cura con lo stesso amore un po’ scanzonato ma totale che lei gli aveva dato,  ho pensato.
Sono contenta di averla ricordata,  Brunella. Glielo dovevo. Per le risate e per le lacrime. E per Neruda. E se potete, cercate i suoi libri. Valgono, davvero.

Addio Lugano bella
(che a me, poi questa canzone qui, insieme all’Internazionale, insomma sono canzoni che mi viene da piangere, quando le sento)

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L’impossibilità di sapere (e resta soltanto quel segno di gesso per terra)

Carlo Maria Maggi: non colpevole!
Delfo Zorzi: non colpevole!
Maurizio Tramonte: non colpevole!
Francesco Delfino: non colpevole!
Pino Rauti: non colpevole! (Per lui è stata dichiarata l’inammissibilità dell’appello proposto dalle parti civili e le spese processuali sono state poste a carico delle parti civili che hanno presentato il ricorso!!!)
Questo il risultato della sentenza definitiva pronunciata due giorni fa dalla Corte d’Assise di Brescia, a conclusione del sesto (sesto!) processo sulla strage di Brescia.
La bomba, fatta esplodere il 28 maggio 1974 (fatta esplodere forse da un extra terrestre? da un fantasma? da Paperino?)  in Piazza della Loggia, mentre si stava svolgendo una manifestazione anti-fascista, uccise 8  persone e causò il ferimento di altre 108.
Ma colpevoli, dice la sentenza, non ce ne sono. O, meglio, ci saranno anche, ma non sono gli imputati, afferma, irreversibilmente, la sentenza. Aggiungendo così, all’elenco dei nomi e cognomi dei morti, altri due nomi: Giustizia e Verità. Ma è anche vero che la signora Giustizia, la signora Libertà,  compaiono sempre fra le vittime di tutte le stragi che hanno sconvolto l’Italia.
Il titolo del mio post riprende quello dell’articolo che Piero Ignazi ha pubblicato sull’edizione on line della rivista Il Mulino, uscita oggi. Forse, ora che ci penso, più che “L’impossibilità di sapere”, io direi “Il divieto di sapere”. È una storia che si ripete ogni volta. La verità ci è negata, è negata a noi,  come cittadini (Piero Ignazi a conclusione del suo articolo scrive: Tuttavia il liberi tutti decretato a Brescia ci fa sentire un po’ più sudditi che cittadini: a noi gli arcana imperii sono ancora preclusi. E questo immiserisce non poco la qualità della nostra democrazia). La verità è negata soprattutto ai parenti delle vittime.  È negata ai feriti che ancora si portano addosso la sofferenza che… ignoti hanno procurato loro quel mattino di maggio.
Come Enzo Romani, che da 38 anni vive con una scheggia di ferro che gli si è piantata a pochi millimetri dal cuore,  che ha il viso ustionato, che ha perso una parte della sua potenza uditiva. Tutto questo gli ha rubato una parte della vita, gli ha modificato il carattere,  dice in un’intervista, e si chiede: Che scelte avrei fatto se non fossi stato lì, quella mattina?
Mi spiace non aver trovato  testimonianze di altri feriti, in rete, perché le avrei riportate volentieri:  di loro, a parte nei  giorni immediatamente successivi  alle tragedie, ben raramente si parla: non ci chiediamo mai come è la loro vita di sopravvissuti.

Stragi,  inchieste depistate, bugie, sostituzione di documenti (vedi questa notizia), sentenze assurde: un percorso buio della nostra storia, che non può essere assolutamente dimenticato. Eppure molti giovani non ne sanno nulla. Fra poco neppure dei fatti di Genova (una strage, a mio parere, anche quella:  ha causato una vittima, e ha segnato non solo i corpi, ma, indelebilmente, anche l’animo dei tanti ragazzi che hanno subito le torture) le nuove generazioni avranno conoscenza.
Io vorrei  che di tutto questo si parlasse nelle scuole. Vorrei che queste vicende  fossero inserite nei programmi scolastici, ma non racchiuse in  due paginette alla fine dei libri di storia. Se  è  vero che è necessario conoscere il nostro passato lontano, se  conoscere i primordi della nostra storia e della storia del mondo può aiutare a far capire chi siamo oggi,  credo tuttavia che a questa conoscenza, la scuola, dedichi un tempo eccessivo.
In pratica, a partire dalle elementari in avanti, fino alle superiori, non si fa altro che studiare, con diverso approfondimento, le stesse cose: dalla preistoria,  e, se va bene, al primo dopoguerra della seconda guerra mondiale, e si lascia  ben poco spazio a quello che è avvenuto in seguito. E ho scritto “se va bene”, perché mi risulta che molti studenti non sappiano neppure cosa sia la Soha…  Secondo me, l’ultimo anno di ogni scuola (di ogni ordine e grado, come si usa dire), dovrebbe invece essere dedicato alla storia dei nostri ultimi 50, 60 anni. Non so cosa ne pensiate voi…

Dalla giustizia ingiusta della sentenza sulla strage di Piazza della Loggia sono arrivata a parlare di scuola. Forse perché sono convinta che è nella scuola che si formano le persone. Nella scuola si formano i futuri giudici, i futuri politici, i futuri economisti, i futuri poliziotti, i futuri giornalisti. E i futuri cittadini.  Se la scuola è una buona, onesta, lungimirante palestra, chi ne uscirà avrà più probabilità di essere un amante della giustizia, della verità, della vera democrazia. Di essere cittadino e non suddito, di essere amministratore del bene comune e non dei propri interessi.

Dell’iniqua sentenza ne ha parlato questa mattina Tutta la città ne parla (qui potete ascoltare la puntata), la bella trasmissione  condotta da Giorgio Zanchini su RadioTre. L’apporto musicale di oggi è stata una canzone di Francesco De Gregori: Tempo reale. Qui sotto il testo. Come potete vedere  è  amaramente attuale.

Paese di terra terra di cani
Paese di terra e di polvere
Paese di pecore e pescecani
E fuoco sotto la cenere
Dentro le stanze del Potere l’Autorità
va a tavola con l’anarchia
Mentre il ritratto della Verità si sta squagliando
e la vernice va via
E il Pubblico spera che tutto ritorni com’era
che sia solo un fatto di tecnologia
E sotto gli occhi della Fraternità
la Libertà con un chiodo tortura la Democrazia
Paese di terra terra di fumo
paese di figli di donne di strada
E dove se rubi non muore nessuno
E dove il crimine paga
C’è un segno di gesso per terra
e la gente che sta a guardare
Qualcuno che accusa qualcuno
Però lo ha visto solamente passare
E nessuno ricorda la faccia del boia
è un ricordo spiacevole
E resta soltanto quel segno di gesso per terra
Però non c’è nessun colpevole
Paese di zucchero, terra di miele
Paese di terra di acqua e di grano
Paese di crescita in tempo reale
E piani urbanistici sotto al vulcano
Paese di ricchi e di esuberi
e tasse pagate dai poveri
E pane che cresce sugli alberi
e macchine in fila nel sole
Paese di banche, di treni di aerei di navi
che esplodono
Ancora in cerca d’autore
Paese di uomini tutti d’un pezzo
Che tutti hanno un prezzo
e niente c’ha valore
Paese di terra terra di sale
e valle senza più lacrime
Giardino d’Europa, stella e stivale
Papaveri e vipere e papere
dov’è finita la tua dolcezza famosa tanto tempo fa
E’ chiusa a chiave dentro la tristezza
dei buchi neri delle tue città
Chissà se davvero esisteva una volta o se era una favola
o se tornerà
E però se potessi rinascere ancora
Preferirei non rinascere qua

E qui il video della canzone.

Immagine iniziale:Altre notizie

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Scrivere al buio

Sono sei anni che abito in questo condominio. Eppure, di condomini, ne conosco pochi: abitando al primo piano, non prendo mai l’ascensore, ed evito così quegli incontri tête-à-tête che potrebbero favorire la conoscenza e i rapporti di buon vicinato (ma anche di cattivo vicinato, forse). Sono poi fortemente allergica alle riunioni condominiali (mi è bastata una volta, e ho detto:mai più). Per cui le mie conoscenze si contano sulle dita di una mano, o quasi: il giornalista, mio vicino di pianerottolo, simpatico e gentile; un ragazzo altrettanto simpatico e gentile la cui nazionalità ancora non ho identificato, ma va bene così, che siam tutti fratelli; una coppia molto cordiale, con cui ogni tanto scambio qualche frase del tipo “signori miei non ci sono più le stagioni di una volta”; una signora che incontro spesso, anche per la strada, e io la saluto sempre, perché è così che mi hanno insegnato da piccola, di salutare quando incontro qualcuno che conosco, e lei mi risponde anche, ma in un modo come se mi sputasse addosso, chissà perché. Comunque continuerò a salutarla.
E poi c’è Jesse.
Jesse è una bella signora ultraottantenne, dal viso liscio come quello di una ragazza, dalla bella figura alta e diritta.
Jesse è l’unica con cui parlo a lungo, ci scambiamo informazioni su libri e sugli spettacoli che fanno in città, ed è capitato anche di vederne assieme un paio. Ha un’intelligenza brillante, Jesse, l’età non ha certo causato danni alla sua mente.
Jesse, da molti anni, è non vedente. Jesse è una donna coraggiosa che non ha paura del buio.
Con appositi dispositivi tecnologici riesce a usare il computer, con quella benemerita istituzione che è il Libro parlato ,può continuare ad ascoltare le parole degli scrittori che ama. E poi lei stessa scrive. E ogni tanto, via mail, mi fa un regalo.
Il regalo che mi ha fatto l’altro giorno, è questo:

SCRIVERE AL BUIO
Sono qui davanti alla tastiera del computer e sto pensando al titolo di questo concorso di cui ho letto il bando sullo scanner.
É   strano: forse  per  la  prima  volta da  quando  ho perso  la vista,   trovo  difficoltà    a  scrivere, o, forse,  è  questo  titolo, ”Scrivere al buio”, che mi blocca inesorabilmente.
Non so esattamente perché, ma quando c’è la parola buio mi fermo e non riesco ad andare avanti. Indipendentemente da quello che  provo io, credo che questa parola andrebbe bandita dal  lessico dei ciechi perché portatrice di un messaggio così negativo da creare imbarazzo, come parlare di corda in casa  dell’impiccato; poi voglio dire che il non vedere non comporta necessariamente essere completamente al buio perché molte malattie sono progressive ed esiste sempre una grande capacità di adattamento.
Come si  può parlare infatti di buio, quando chi è diventato cieco ha immagini vivissime già registrate nel suo cervello prima dell’evento, e chi è nato cieco si è formato delle immagini mentali di rappresentazione del mondo circostante?   Io, per esempio,  posso rappresentarmi con minore difficoltà la realtà, ora che non ho più la visione delle cose,  perché  quei piccoli segnali nebulosi e laterali che giungono alla mia mente non causano tanto disagio come quando ci si vede ancora un poco.
Ricordo di essermi trovata nella curiosa e imbarazzante situazione di cercare inutilmente l’accesso a un portico,   uscendo da una piazza, perché fino al giorno prima l’avevo visto, anche se confusamente. A nulla era valso che avessi  una  buona memoria di quel particolare punto del mio tragitto: in realtà quella immagine non era ancora una componente   importante della mappa stradale che da allora in avanti mi sarebbe servita.Tutto quello che ti manca ti  disorienta e  ti confonde;  quando hai toccato il fondo, invece, non  ti resta altro che organizzare diversamente il patrimonio che è il corredo  mentale sopito e accumulato, come l’artigiano che ha uno strumento solo e non desidera altro attrezzo, perché lo conosce bene e su quello ha forgiato  la sua capacità di artista.
La verità è questa: il cieco, nel suo sforzo di adattamento, rielabora e trasforma a modo suo il materiale registrato nel proprio cervello,  riposizionando le pedine sulla scacchiera e giocando così una nuova partita.
E questa è veramente un’arte, la meravigliosa capacità della nostra mente di ricostruire la realtà così come, da segni infinitesimi e apparentemente confusi,  si ottiene per reazione chimica il disegno intero versandovi sopra un liquido simpatico. Quello che non vedo con la  esattezza della vista, la mia mente lo riconosce per  grandi  linee e mi  può dare  la  possibilità di  crearmi una  sufficiente immagine della realtà che mi permette di  muovermi in questa e di viverla.  Credo, anzi, che la persona cieca, tutt’altro che inadatta al suo ambiente, lo viva con la naturalezza di chi ha appreso i  confini di una realtà, e metta in atto una strategia adeguata. Se così non fosse, non ci sarebbe  stata evoluzione nel mondo vivente, come pure, più semplicemente, non potremmo osservare la felice indipendenza nei giochi del bambino nato cieco che,  solo a contatto con  strumenti e sussidi non adatti a lui, sente improvvisamente i suoi limiti. Ma non vorrei divagare troppo. In effetti devo scrivere al buio e dovrei inventarmi una storia, ma, per quanto pensi, non ci riesco proprio con questa strana voce, che  la sintesi vocale, che accompagna le mie  sedute al computer, voce così invadente e pedante che sembra di essere a scuola. Eppure ho sentito un grande desiderio di scrivere quando mi sono  trovata davanti a   tutti i fogli diventati bianchi, per me che non potevo più legger un libro ma neppure rileggere ciò che potevo scrivere. Allora mi sono rivolta alla scrittura braille. Questa scrittura  è stata il mio strumento da artigiana e l’ho usato come fa colui che piega e lavora la materia anche con un solo attrezzo e mi sono abbandonata a questo  sistema preciso e semplificato.
Volete mettere a confronto le lettere dell’alfabeto così difficili da apprendere, quando si  è bambini, e la semplice linearità del braille?
La bellezza della “a” per esempio è unica e la sua semplicità la  rende preziosa. Un punto solo pulito e netto al posto della “a”  nell’usuale alfabeto con le sue gambine ridicole e che solo in seguito sapremo usare per unirla alle altre lettere. Una “a” che nello stampatello   presenta una  buffa protuberanza a sinistra e ha come copricapo una strana pettinatura con un  ricciolo sulla fronte ed uno sulla  nuca. E quanta differenza  nei diversi   caratteri a stampa che non assomigliano neppure lontanamente al corsivo!  Per non parlare ancora della lettera maiuscola stampata diversa dalla maiuscola in corsivo.
Le  altre lettere in braille non sono da meno, secondo le immagini che troneggiano nella mia mente, ora che ci  penso. Saltando la “b”, che è praticamente scontata, ci si imbatte nella dolcezza della “c”,  nella regolarità della “f” e  della  “d”, che si contrappongono come sorelle gemelle, così come si   fronteggiano nella loro elegante inclinazione la “e” e la ” i ” . Senza rimpianto lascio le lettere in  nero per  abbandonarmi    a questo sottile piacere di  scrivere cose che altri non possono leggere. Come se usassi un cifrario segreto e fossi ritornata adolescente, quando si tiene un diario e lo si mette sotto chiave perché non lo legga nessuno, soprattutto la mamma.
Questo singolare gioco a mosca cieca mi coinvolge e mi diverte e sento solo il regolare scandire dei tasti della dattilo mentre sono seduta al tavolo di granito  nel giardino al mare,  sotto l’ombrello protettivo dei pini.
Il sole va e viene, ne sento il calore alternato sulle braccia, l’aria è profumata di resina e di salmastro e il vento alto sulle cime degli alberi mi porta un vociare lontano di bimbi alla spiaggia. La dattilo batte e le mie dita si alternano veloci senza incertezze: davanti alla semplicità della solita “a” c’è la relativa complessità delle lettere con più punti,  ma sono ormai allenata e vado veloce  e sicura.
Dalla terrazza soprastante sento il mio vicino,  un vecchio come me, che sfoglia lentamente un giornale e sicuramente  sbircia per vedere cosa scrivo, e io provo un nascosto  piacere a immaginare la sua sorpresa nel vedere che il foglio viene fuori dalla macchina senza segni apprezzabili ad occhio nudo. Sicuramente sa che sono cieca, ma non osa dire nulla, né salutare come farebbe se ci vedessi
Ora tutto è silenzioso e immobile intorno a me e posso conpiena concentrazioneandarmene avanti e indietro dalla casa al giardino per fare le cose che una qualsiasi nonna fa al mare e cioè stendere i panni sullo stendino o ritirarli, apparecchiare la tavola per il pranzo, accendere il fuoco sotto la pentola della pasta. Ripongo velocemente la dattilo e i fogli e mia figlia, che rientra stanca e accaldata, mi chiede preoccupata: quanti fogli, ma cosa c’è scritto?
Il mio piccolo nipote entra scontroso in casa, va a fare la doccia borbottando e poi sale sul letto a castello e tira la tenda per isolarsi, arrabbiato per qualche diniego ricevuto dalla madre. Ha l’età delle ribellioni e si prepara per la conquista della sua faticosa individualità.
Io che sono ormai alla fine della mia vita, l’ho conservata malgrado tutto e questa misteriosa possibilità di essere sempre come dietro una tenda mi protegge e dietro  quello schermo scrivo con una segretezza assoluta e con tutte le lettere che si dipanano fuori dal mio cervello e si ricompongono visivamente  rievocando immagini vicine e lontane come se veramente le vedessi con gli occhi.
Così l’oscurità non esiste per me e credo che anche quando un velo ancora più fitto dovesse calare sui miei occhi coprendo questa luce bianca e nebbiosa, l’oscurità non ci sarebbe ugualmente perché potrei sempre vedere con le mie preziose immagini il mare al mattino, quando dalla massa luminosa e scintillante si staccano con un leggero sciabordio le piccole gelide onde trasparenti come vetro a lambirmi i piedi che affondano nella sabbia; oppure alla sera, quando la massa in movimento prende un colore verde scuro e, increspandosi in mille piccole onde spumeggianti che si rincorrono come cavallini bizzosi mi guida nella mia passeggiata con la sua sonora risacca, mentre  il sole si prepara a tramontare dietro le dune di sabbia.
La realtà è ancora intatta davanti a me e io, scrivendo la tolgo dalla immobilità del ricordo e la dipingo con la mia scrittura come un ispirato pittore. Potrebbe mai esserci immagine senza la parola pensata e scritta? E non è forse irrimediabilmente cieca la persona  che rimane senza scrivere perché rifiuta il braille, ritenendolo un segno di invalidità, anziché lo strumento della sua felice indipendenza mentale?

Jesse Rossi  (marzo 2001)

Mi piace anche un’altra cosa, di Jesse; come avrete notato scrive, più volte, la parola “cieco”.  E anche “vecchio”, scrive.  Non è… politicamente corretto, il linguaggio di Jesse. Sì, mi piace proprio.

Bjork – I’ve Seen It All

Immagine iniziale:
Il mestiere di scrivere 

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Di eventi, di nascite, e di nervosi (ma per altre cose)

Settimana ricca di cose belle, questa che si apre con il lunedì dell’Angelo.
E, naturalmente, se la settimana è ricca… la Milvia ci si ficca.
Cominciamo da giovedì 12,  quando, alle ore 21,30, alla Modo Infoshop di Via Mascarella, Paolo Nori presenterà: “Dove finisce Roma”, il libro di esordio di Paola Soriga (di cui ho già scritto qui). Cosa potrei chiedere di più che incontrare, nella mia libreria preferita, due autori che amo e apprezzo sia per la loro scrittura, sia come persone? L’unica altra cosa la posso chiedere ai miei concittadini,  ed è di venire ad ascoltarli: sarebbe un piacere per loro (per i miei concittadini, intendo); e per me, poi, sarebbe un piacere aggiunto se fra il pubblico vedessi anche qualche mio amico. Condividere le cose che amo con gli amici mi procura sempre gioia.

E poi.

Fine settimana esplosivo a Cervia!  Da venerdì 13 a domenica 15 aprile torna, per la sesta volta, RadioTre in festival. Come sanno bene i miei visitatori abituali, sono RadioTre dipendente, e non posso assolutamente mancare alla sua festa. Il programma del festival lo potete trovare qui (e io ho già… l’acquolina in bocca…).

Di nascite, recita anche  il titolo di questo post, ed  una nascita , questa, che mi riguarda personalmente.
Con emozione di madre, annuncio infatti che sta per vedere la luce la mia seconda creatura letteraria. Nascerà il 1′ maggio, giorno e mese che amo, e spero che il periodo sia quindi di buon auspicio. Per ora metto solo la sua fotografia.
Che non mi sembra male, devo dire. Poi, più avanti, vi racconterò come fare per conoscerla, dove la potrete incontrare, e come sarà la sua crescita (sperando che cresca bene…)

Per quanto riguarda i… nervosi  si tratta solo di piccoli appunti, una mappa incompleta di alcune fra le cose che mi fanno venire su  nervoso, ma un nervoso di quelli che faccio fatica a descriverlo.

Mi viene un gran nervoso quando sento le dichiarazioni dei politici, di tutti, direi.
Mi viene un gran nervoso quando mi rendo conto di quanti, ancora, credono che questo governo ci farà risalire dal baratro.
Mi è venuto un gran nervoso, ieri, vedendo il film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage: i motivi del mio nervosismo sono ben espressi da questa recensione.
Mi viene un gran nervoso  quando sento frasi del tipo: “Dovrebbero stare a casa loro”, “Quelli che vengono qui sono tutti delinquenti”, e simili, il cui soggetto, è ovvio, sono gli immigrati.
Mi viene un gran nervoso quando vedo che perfino a Pasqua i negozi sono aperti.
Mi viene un gran nervoso quando vedo la gente, per strada, che butta a terra cartacce, bottiglie, cicche di sigarette.

Tante altre ancora sono le occasioni per farmi venire su un gran nervoso e, se ci penso, sento che anche adesso mi sto innervosendo parecchio.
Allora è meglio che torni a pensare alle cose che ho scritto all’inizio del post. Che son cose belle e consolatorie.
E così vi saluto, in questo pomeriggio di Pasquetta, illuminato da un anemico sole che poco riscalda. Vi saluto con  una bella versione di
My Favorite Things
Ciao.

Immagini:
Paola Soriga da L’Unità
Paolo Nori scattata da me
Colazione con i Modena City Ramblers dalla mia pagina Facebook
Logo Radiotre in festival: RadioMusicSmile
Marge Simpson da qui 

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6 aprile: anniversari

(Un campo di calcio trasformato in cimitero in cui sono sepolte persone morte durante l’assedio, Sarajevo, 26 dicembre 1994. AP Photo/Rikard Larma)

L’assedio di Sarajevo: 6 aprile 1992

Nadira Sehovic:
Bosnia: 20 anni fa l’assedio, Sarajevo non dimentica
In 43 mesi sotto le bombe serbe 11.541 morti e 50 mila feriti. SARAJEVO – Non si poteva uscire né entrare, non c’era cibo, acqua, luce e gas, solo bombe: in quarantatré lunghi mesi di assedio, Sarajevo ha contato 20 anni fa i propri morti, 11.541, oltre a 50.000 feriti e mutilati, dilaniati dalle granate serbe cadute sulla città con una media di 330 al giorno, un macabro ‘reality show’ al quale tutto il mondo assisteva in diretta televisiva. Le Nazioni Unite attuarono un ponte aereo per gli aiuti umanitari, durato più di quello di Berlino, dispiegando 24 mila caschi blu in tutta la Bosnia, ma la gente nella capitale e nel resto del Paese continuò a morire per tre anni e mezzo. Le prime vittime furono due giovani donne, Suada Dilberovic e Olga Sucic, uccise dai cecchini serbi sul ponte che oggi porta il loro nome, mentre manifestavano per la pace il 5 aprile 1992.
Il giorno dopo la Comunità europea e gli Usa riconobbero l’indipendenza della Bosnia dalla Jugoslavia, e quel sei aprile divenne formalmente l’inizio dell’assedio di Sarajevo e della guerra in Bosnia. Quel giorno arrivò il primo bombardamento ad opera dell’artiglieria pesante dell’esercito federale, a grande maggioranza serba, che già da due mesi era dispiegata sulle colline tutt’intorno alla città: 1.600 bocche di fuoco, 100 carri armati, 180 blindati e 12.000 soldati stringevano la capitale in un cerchio di 62 chilometri. Un mese più tardi cambieranno solo le insegne per diventare l’esercito della ‘Repubblica serba di Bosnia’. Gli abitanti di Sarajevo riusciranno solo nell’estate del 1993 a fare una “breccia” nel muro di sangue e di terrore, scavando un tunnel sotto la pista dell’aeroporto.
Nel più lungo assedio della storia moderna le tecniche usate sembravano prese dalle cronache medievali: cibo, acqua, luce, gas, erano diventati strumenti di guerra. Gli assedianti controllavano anche i convogli di aiuti umanitari scortati dai Caschi blu, cercando di prendere Sarajevo, oltre che per fame e freddo, seminando terrore: bombardavano ospedali, scuole e biblioteche, i cecchini sparavano anche sui bimbi di pochi anni e le granate colpivano i civili mentre prendevano un caffé, attraversavano una strada, raccoglievano legna o prendevano l’acqua, e anche mentre seppellivano i propri morti. Ogni assembramento rischiava di diventare una strage, come quella del 27 maggio 1992, quando un colpo di mortaio uccise 23 persone in fila per comprare il pane, fino al massacro del mercato il 5 febbraio 1994 con 68 morti, e a quello del 28 agosto 1995, con 41 morti, che provocò la reazione della Nato e gli attacchi aerei contro le postazioni di artiglieria serbe.
La città ha resistito cercando in tutti i modi di mantenere in vita quello ‘spirito di Sarajevo’ dalle molte culture e molte religioni, e la memoria di una Bosnia in cui la tolleranza e la vita comune erano una tradizione secolare. “Se noi sarajevesi fossimo stati dichiarati un esperimento, le nostre conoscenze ora proverebbero scientificamente all’umanità che è possibile sopravvivere a una catastrofe e al terrore e rimanere nello stesso tempo esseri umani”, dice Suada Kapic, autrice del progetto di un futuro Museo dell’assedio la cui porta virtuale verrà aperta al pubblico di Internet il 5 aprile. “E’ la storia della natura umana – osserva Kapic – sia di quelli che uccidono che di coloro che sanno di poter essere uccisi in ogni momento e ogni luogo e proprio per questo fanno teatro, organizzano mostre, scrivono libri, scavano tunnel, costruiscono stufe a legna, coltivano orti, realizzano festival del cinema, spettacoli per bambini.” Molti protagonisti di quella resistenza oggi si sentono accerchiati come vent’anni fa, stretti come in una camicia di forza dall’accordo di pace di Dayton che ha suggellato la divisione etnica impedendo alla Bosnia di avere un futuro di normalità. Il 6 aprile Sarajevo commemorerà i morti dell’ultima guerra con un concerto davanti a 11.541 sedie vuote, ricordando come ogni anno anche un altro sei aprile, quello del 1945 quando i partigiani di Tito liberarono la città dall’occupazione nazista.
(Nadira Sehovic)

(Questo pomeriggio, dalle 15 alle 18, Marino Sinibaldi condurrà, su Radio3, Fahrenheit, che sarà completamente dedicata all’assedio di Sarajevo)

Terremoto de L’Aquila: 6 aprile 2003, ore 3,32
Giustino Parisse (Caporedattore de Il Centro-L’Aquila)
Un anno fa ho perso la mia famiglia, il mio paese, Onna, e 40 dei suoi abitanti. E ho perso L’Aquila. Dopo un anno il dolore è, se possibile, ancora più forte. Questa è una lettera ai miei figli. Non so se la leggeranno. Ma sentivo di doverla scrivere.
Caro Domenico, cara Maria Paola,
stamattina, come ogni mattina da un anno ormai, ho creduto, nel mio dormiveglia, di sentire i rumori di una famiglia felice: porte che si aprono, l’odore del caffè che arriva dalla cucina, il libro che non si trova, l’ultimo ripasso prima dell’interrogazione, e poi l’uscio che si chiude, le portiere della macchina che sbattono, l’inizio di un nuovo giorno pieno di affanni, ma anche di gioie e fiducia nel futuro.
Da un anno non sento più rumori, se non quello del tuffo al cuore quando, come se non volessi arrendermi all’evidenza, scopro che le vostre camerette non ci sono più, che là, sotto quelle macerie avete lasciato i sogni, le vostre cose, il cellulare per inviare i messaggi agli amici, il computer per studiare e per chattare, il diario con l’annotazione di un pensiero, di un appuntamento, di una festa alla quale non poter rinunciare.
Quella notte di un anno fa, eravamo tutti in quella casa che credevamo la più bella e sicura del mondo.
Ero io che ve lo avevo fatto credere e voi di papà avevate fiducia. Io ho tradito la vostra fiducia. Quando tu, Maria Paola, all’una di quella notte maledetta mi hai detto: papà, qui moriamo tutti, io ti ho rassicurato e ho segnato il tuo triste destino.
Quel grido che alle 3,32 è arrivato dalla cameretta di Domenico non era «Aiuto, aiuto». Era «Papà, papà». Quella notte non sono stato capace di salvarvi, mi sono arreso di fronte a una montagna di macerie, alla polvere che bloccava il respiro, all’incubo del quale non riuscivo a vedere i contorni. Mentre voi ci lasciavate, papà e mamma erano lì, in pigiama a cercare l’impossibile, a fare nulla, perché nulla c’era da fare, nemmeno piangere e gridare. Noi eravamo vivi, io che vi avevo costruito una bara di sassi ero vivo e non so ancora spiegarmi perché. In questi mesi tanto si è parlato dei crolli e delle responsabilità. Io ho avuto la grande colpa di fidarmi di chi ci rassicurava, come voi vi siete fidati di me. Ma della vostra morte sono il primo colpevole: non cerco alibi o giustificazioni anche se mi aspetto anch’io che la giustizia degli uomini faccia chiarezza fino in fondo e stabilisca se prima del sisma ci siano state leggerezze, superficialità, incompetenze. Per quanto mi riguarda chi ha scelto di farmi restare vivo mi ha condannato senza appello: non sono morto quella notte, me ne andrò pian piano fra i dubbi, i rimorsi, i sensi di colpa. Voi non meritavate di morire così. Io forse non meritavo di restare in questo mondo.
Oggi, un anno dopo, il dolore è più forte che mai.Ogni volta che vi penso, e lo faccio ogni ora, ogni minuto, ogni secondo, per prima cosa vi chiedo perdono. Due giorni fa, da solo come sempre, sono venuto a farvi visita al cimitero. Ho trovato tanti fiori e piccoli oggetti che vi hanno regalato i cugini e gli amici. È stato l’unico momento in cui ho sorriso: non vi hanno dimenticato e questa per me è la più grande consolazione.
In questo anno sono andato in tante scuole a parlare con ragazzi che hanno più o meno la vostra età. In ognuno di loro ho visto i vostri volti.
Davanti alla tua foto, cara Maria Paola, spesso non reggo all’emozione. Quel tuo sguardo quando eri ancora fra noi, per me era il tuo modo per approvare o disapprovare una cosa che avevo detto o fatto. Per me contava solo quel tuo giudizio ed ero certo che mi avresti accompagnato negli anni del tramonto regalandomi tanti momenti sereni senza mai essere invadente, senza mai chiedere nulla, sapendo che su tuo padre ci potevi contare e io potevo contare su di te. Ricordo il giorno quando fra me e te è come se fosse scoppiata una scintilla. Tu sai che io non sono mai stato un padre da bacetto della buona notte. E di questo, credimi, non me ne trovo pentito. Non ho mai sentito il bisogno di dirti ogni secondo che ti volevo bene, tu sapevi che te ne volevo e questo bastava a entrambi. Nel maggio del 2007 io e mamma ci siamo presi una bella paura. Ti era spuntata una piccola ciste sul collo. Per più di tre mesi abbiamo cercato di capire se fosse o meno una cosa grave. Alla fine i medici ci hanno rassicurato ma hanno anche consigliato di toglierla. Era in una posizione molto delicata, l’intervento chirurgico è durato più di tre ore. Siamo stati con il fiato sospeso. Quando ti hanno riportato in camera è iniziato il risveglio dall’anestesia. Tu tremavi di freddo e pronunciavi frasi sconnesse. Io ero lì vicino a te e non riuscivo a bloccare l’ansia. Allora ho fatto un gesto fra i più normali del mondo, ho preso la tua mano sinistra e l’ho stretta forte. Ho visto che ti sei tranquillizzata, mi hai fatto un sorriso. Ti ho chiesto: come stai? Bene, mi hai risposto. Non era vero ma credo che tu l’avessi detto perchè ti sei sentita sicura e protetta. Come ti sentivi sicura e protetta quella notte, e io ho tradito la tua fiducia. Pochi giorni prima del terremoto mi avevi chiesto: perché un giorno non ci facciamo una passeggiata? Nella tua voce c’era una sottile ironia. Sapevi che anche per fare poche centinaia di metri prendevo la macchina. Eppure quella passeggiata che non ho fatto con te è uno dei tormenti delle mie notti. Quando tutto fila liscio sembra che non ci sia mai tempo per fare le cose importanti. Poi, quando le cose importanti ti vengono a mancare ti accorgi di quanto era vuota la tua vita mentre inseguivi il nulla correndo di qua e di là come una trottola.


Un anniversario che mi riguarda: 6 aprile 1972
Mi verrebbe da dire una pietra miliare della mia vita. Che, se le cose fossero andate in un’altra maniera, oggi festeggerei. Nessun rimpianto, però. La vita toglie, la vita dà. E i piatti della mia bilancia, alla fine, non sono poi troppo… sbilanciati.


Venerdì di Pasqua: 6 aprile 2012
Lascio qui, oggi,  l’augurio per una Pasqua che sia, per voi tutti,  la più serena possibile. Mi viene in mente  questa, come frase augurale: Restiamo umani. È la sollecitazione che Vittorio Arrigoni  ha lanciato al mondo. Credo che racchiuda tanta positività.

Restiamo umani, quindi.

99 Posse: Resto umano

Le immagini:
Assedio di Saraievo: Il post
Terremoto Aquila: Giovanni Manno
Mio Anniversario: Comune Olgiate
Auguri Pasqua:
qui 



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Volo di ricognizione


Ecco la mia mappa nautica di oggi: buona navigazione!

Adriano Maini: Fumetti d’altri tempi
Adriano Maini: American blues
Alberto Masala: Storia di Tiziano, ragazzo sardo
Andrea Velluto: La recensione del suo romanzo
Cinematografo: Tutto, ma proprio tutto sul cinema
Cinzia Pierangeini: Una narratrice musicista
Annalisa: It, di Stephen King
Renzo Montagnoli: Ma Monti la conosce la lingua italiana?
Cristina Bove: A che servono i prati
Elizabeth: Cronache dal Giappone
Enrico Sabatino: Un Monti di cazzate
Fernando Bezzi: Fornero e Camusso
Franz: Milano da occupare
Sabine Eck :I germi… amici o nemici?
Gavino Puggioni: Il nuovo blog
Gemisto: Eros
Georgiamada: Saviano lo aveva già detto
Decrescita: Il portale della decrescita felice
Inchiostro e patatine: Ogni cosa è illuminata, di J.Safran Foer
La Giraffa: Pane al pane, sfigato allo sfigato, rozzo al rozzo
Silvana: I cancelli del paradiso

Sono tanti i porticcioli, ma vi invito a visitarli tutti: in ognuno c’è qualcosa di speciale.
E ora… musica!
Bruce Springsteen: We Take Care of Our Own

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Le regole di scrittura secondo Mark Twain


Mi è capitato recentemente di acquistare due libricini di una casa editrice che non conoscevo: Mattioli 1885. Li ho acquistati non solo per il nome degli autori che appariva sulla copertina, ma anche perché mi sono piaciuti come oggetti, o, meglio, come oggettini: hanno una dimensione  inferiore di un normale  pocketbook, sono sottili, hanno una copertina sobria, pulita, proprio come piace a me.
Fra gli autori pubblicati grandi nomi: da  London a Dickens, da Maupassant a Stevenson e ancora Poe, e Henri James e Melville e J.K. Jerome. E la cosa interessante è che, nell’elenco dei titoli pubblicati, non si trovano i  capolavori di questi scrittori,  diventati da tempo classici della letteratura mondiale, ma piccole opere, che io non conoscevo per nulla.
Proprio come i due che ho acquistato: Vivere con 36.000 dollari all’anno, di Francis S. Fitzgerald (tradotto da Cecilia Mutti), che ho trovato, in certi punti, di sorprendente attualità, oltre che di godiblissima lettura  e del quale qui potete leggere la recensione; e Come raccontare una storia e l’arte di mentire, di Mark Twain  (tradotto da Sebastiano Pezzani), …un vero e proprio manuale di scrittura per aspiranti umoristi come si legge nell’ultima pagina del libretto, (ma io direi di scrittura per aspiranti scrittori in genere), accompagnato da fulminanti aneddoti e riflessioni semiserie, per imparare tutto sul mestiere di raccontare storie.
E da questo manualetto prelevo alcune regole, quelle che a me sembrano le più importanti,  delle 18 (11 principali e 7 minori) che, secondo Twain, governano la letteratura nell’ambito della narrativa. Regole, afferma l’autore statunitense, che il collega Fenimore Cooper, nel suo Il cacciatore di cervi, ha del tutto disatteso. Come  Twain dimostrerà, con grande precisione, nelle pagine successive all’elenco.
Credo che conoscere queste regole, possa essere  importante per chi voglia intraprendere il viaggio della scrittura. Poi, una volta partiti, quando si diventa più sicuri, magari, su queste regole si potranno apporre modifiche personalizzate.
Pur avendone omessa qualcuna, ho lasciato la stessa numerazione data da Mark Twain alle sue regole.
In base alle quali è necessario:
1) che una storia segua un disegno preciso e che approdi da qualche parte
2) che gli episodi narrati nella storia facciano necessariamente parte della storia e servano a svilupparla.
3) che i personaggi di una storia siano vivi, esclusi i cadaveri, e che il lettore riesca sempre a distinguere i cadaveri dagli altri.
4) che i personaggi di una storia, vivi o morti, manifestino  un motivo sufficiente a giustificare la propria presenza nella storia del romanzo.
5) che, quando i personaggi di una storia affrontano una conversazione, il dialogo sembri effettivamente un dialogo tra esseri umani: devono emergere comportamenti plausibili per le circostanze, un significato e e un fine individuale, e una certa attinenza con l’argomento affrontato in quella sede. Inoltre, il dialogo deve risultare interessante per il lettore e servire allo sviluppo della storia e interrompersi quando ai protagonisti non viene più niente da dire.
7) che quando, all’inizio di una storia, un personaggio parla come se si trovasse in una bellissima fiaba illustrata […], non può poi concludere lo stesso volume parlando come l’improbabile imitazione di un servitore negro.
9) che i personaggi di una storia si limitino a fare cose materialmente possibili, lasciando perdere i miracoli; oppure che, se si avventurano nel campo dei miracoli, l’autore faccia in modo di renderli convincenti agli occhi del lettore.
10) che l’autore susciti nel lettore un profondo interesse per i personaggi e per il loro destino

L’autore, inoltre:
12) dirà ciò che intende chiaramente, senza confondere le acque.
13) utilizzerà la parola giusta e non una sua cugina di secondo grado.
14) rinuncerà a ciò che non serve
15) non ometterà dettagli essenziali
18) impiegherà uno stile semplice e diretto.

La scelta della colonna sonora a questo post ha due motivazioni: la prima è che questa musica mi piaceva quando ero molto piccola, e mi piace tutt’ora,  e l’altra è legata al calendario. A proposito, buon aprile a tutti!
Avril in Portugal 

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La traversata

Forse qualcuno lo ha già letto, questo mio vecchio racconto. Comunque lo ripropongo, perché, quando non ho tempo per pubblicare qualcosa di nuovo, mi do al ripescaggio. D’altra parte anche le reti televisive utilizzano questo metodo, quando ritrasmettono sempre gli stessi film…
Le voila, alors!

La traversata

Nella tanica rimane forse un mezzo bicchiere d’acqua.
L’ho nascosta nel gavone che sta sotto la cuccetta di Alexandra.
Devo resistere, devo arrivare a sentire la lingua come sabbia,
devo conservarla, quell’acqua, per quando la sete mi farà  impazzire.
Quanto mi resta?
Forse un giorno…
Il vento, dove è finito il vento…

Sono saliti sull’Alexandra che già albeggiava silenziosi come belve in caccia. Erano in cinque o forse più. Hanno spaccato con mazze da baseball prima la barra del  timone e il motore poi tutti gli strumenti di navigazione. Hanno spalancato gli stipetti e riempito le sacche con il cibo. Hanno aperto le taniche e sparso l’acqua nel pozzetto. Solo una semivuota ne hanno lasciato.
Hanno agito in silenzio. Demoni senza voce agili corpi che salivano e scendevano dalla scaletta a mano a mano che svuotavano i gavoni dalle felpe dalle cerate dai costumi da bagno dalla busta con i soldi. Lui  semisvenuto i polsi dietro la schiena legati con una cimetta alla gamba del tavolo da carteggio una sottile riga rossa che da sotto i capelli prosegue lungo una guancia. Lui che non riesce neppure a gridare muto muto come se gli avessero tagliato le corde vocali avrebbe voluto dirle Alexandra amore mio resisti amore mio ma niente non esce niente dalle sue labbra e lei è lì  stesa a terra le gambe allargate il collo in una posizione innaturale gli occhi sbarrati. E una delle belve che si tira su i pantaloni e poi si china e le strappa gli orecchini che vengono via con rumore come di stoffa lacerata portandosi dietro lembi di carne. Gli orecchini che sembrano di diamanti ma sono da venti euro comprati a Porta Portese pochi giorni prima di partire per quella traversata dell’Atlantico che avrebbe dovuto portarli verso isole di paradiso. Pochi giorni prima di partire per quel viaggio studiato sognato nelle sere romane piene di fumo e blues per ore chini su carte e libri e lei che si alza e gli dice ti voglio e si toglie i vestiti e fanno l’amore lì sul parquet del soggiorno.
Prima di andarsene lo hanno slegato. Il coltello gli ha lasciato un piccolo taglio sul polso lui se lo è portato alla bocca e ha sentito il sapore selvatico del sangue. È rimasto seduto le gambe allungate i piedi nudi che sfioravano i capelli neri di Alexandra sparsi intorno al viso immobile lei così vivace e ora solo carne violata.

Devo essermi addormentato, ma non so per quanto tempo ho dormito. Non percepisco più lo scorrere del tempo. Dal pozzetto filtra la luce dell’alba. Non mi ricordo se ho spento la candela, prima di addormentarmi; il mozzicone è rotolato in fondo al tavolo e lo stoppino ha sbavato di nero la pagina aperta di questo diario di bordo su cui sto scrivendo. Le belve si sono portati via  le torce, si sono portati via ogni sorgente di luce, anche il sole è sparito dopo quell’alba, lasciando un cielo spento, dal colore plumbeo. Ma il caldo è ugualmente soffocante.
Impossibile tenere Alexandra con me.

Ti ho tolto la maglietta che indossavi quando andavi a dormire, ho bagnato la spugna con l’acqua di mare che avevo raccolto in un secchio, ho lavato il tuo corpo, passando la spugna più volte  sul  pube, per togliere ogni traccia di quel seme estraneo, per cancellare l’odore del terrore. Ti ho sfiorato i capezzoli, ti ho chiuso gli occhi e ho baciato le tue palpebre.
Ti ho presa in braccio, come si tiene un bambino, il tuo cuore silenzioso contro il mio, la tua bocca contro la mia guancia. Sono salito con te sul ponte. Fuori, l’oceano era una lastra di piombo, non dissimile dal cielo. Neanche un gabbiano, a rompere quel grigio.
So che non avresti voluto una preghiera. E mi è venuta in mente questa poesia.

 

Dal lamentoso vento e dal più freddo
mare grigio lo avvolgo al caldo,
ne tocco la spalla dall’osso sottile
e il suo braccio infantile.
Attorno a noi paura, calante
tenebra di paura
e nel mio cuore quale profonda
fitta d’amore senza fine! (*)

Venuta su da chissà quale ricordo, imparata a memoria chissà per quale motivo. Forse proprio perché, un giorno, potessi farne il mio addio a te, amore mio.
L’ho detta a voce alta, forse l’ho gridata.
L’impatto con l’acqua: un suono pesante, definitivo. Ha dato vita, per un attimo, a quell’ immobile, grigia distesa.
Poi sono ridisceso, ho aperto il diario di bordo e qualcosa ne è scivolato fuori. Il tuo viso,  le tue labbra, i tuoi occhi, il tuo corpo abbronzato e minuto: una fotografia dello scorso anno, in Croazia. Alexandra, amore mio. Una foto. Tutto quello che di te mi resta.

Un’altra alba.  La tanica è vuota. La testa mi pulsa. Vorrei la mano fresca di Alexandra a massaggiarmi la fronte.
Ma lei non c’è più.
I pesci, se la saranno già mangiata i pesci.
Sono davvero stanco, ora. Troppo, troppo stanco per proseguire a scrivere.  Voglio solo dormire.
Inutile che io aspetti il vento.

Senza Alexandra, il vento,  non si alzerà mai più.

La barca a vela di Roberto Nori fu avvistata da un mercantile olandese. I tre marinai che salirono sull’Alexandra trovarono un giovane uomo seduto al tavolo di carteggio, la testa appoggiata sul diario di bordo. Nella mano sinistra stringeva una fotografia. Gli uomini non riuscirono a schiudergli le dita per togliergliela.

Il ragazzo respirava ancora, quasi impercettibilmente, ma ancora respirava.

 (*) James Joyce: Sulla spiaggia a fontana

Una canzone d’amore, dolorosa e struggente:
Ahi mio amor 

L’immagine iniziale prelevata da questo sito

 

 

 

 

 

 

 

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Dove finisce Roma: il bell’esordio di Paola Soriga


Paola Soriga e Milena Agus  nella libreria dell’Auditorium di Roma, dopo la presentazione dei loro due romanzi (“Dove finisce Roma” e “Sottosopra”), l’8 marzo 2012 a Libri come.

Avrei potuto intitolare questo post : È nata una stella. Ma, anche: Buon sangue non mente.
La nuova stella che si  è aggiunta al firmamento letterario ha il bel viso di una giovane ragazza sarda (la Sardegna non finirà mai di stupirmi per la eccellente qualità di autori nati nella sua terra), che da qualche anno ha scelto Roma come città in cui vivere.  La stessa ragazza è sorella di un autore di poco meno giovane, di cui mi sono occupata spesso in queste pagine. Tutti e due, di cognome, fanno Soriga.  Lei Paola, lui Flavio. Tutti e due sono dotati, in misura uguale, direi, della magica capacità di raccontare storie.
“Dove finisce Roma” (Einaudi Stile libero Big- 2012) è un libro che sorprende. Non solo perché è abbastanza raro che il romanzo di un esordiente raggiunga livelli così alti di scrittura, ma anche per il tema affrontato da una ragazza nata nel 1979.  Paola Soriga, infatti, non racconta  storie di suoi coetanei, più o meno tormentati, a cui, l’epoca che stiamo vivendo sembra non regalare un futuro.  No, Paola parla della Roma della Resistenza, ci racconta di quei giorni lontani attraverso la voce di Ida Maria, giovanissima staffetta partigiana. Delle sue paure, ci racconta, della solitudine, della nostalgia per la sua isola, del suo coraggio che forse è solo incoscienza.  E di amore e di morte, topos, d’altra parte, della letteratura di tutti i tempi.
Ed è una storia anche di emigrazione. Ida, a dodici anni, lascia il paese della Sardegna dove è nata e vissuta fino a quel momento e si trasferisce a Roma, presso la sorella e il cognato. Paola Soriga ha reso molto bene lo stato d’animo di questa giovane migrante, e mi è venuto spontaneo fare un parallelismo con i giovani migranti di oggi, che vivono, io credo, le stesse sensazioni ambivalenti: da un lato la curiosità, lo stupore di trovarsi in un mondo del tutto nuovo, dall’altro il sentimento della nostalgia per  tutto quello che hanno abbandonato e a cui non sanno se potranno mai ritornare.
Il tutto è narrato con un linguaggio che sembra sotteso da una musica, da un ritmo affascinante che avvolge il lettore, con delicatezza e gentilezza. Dopo aver finito di leggere “Dove finisce Roma”, mi sono accorta che quella sorta di melodia continuava ad accompagnare i miei pensieri, non so, pensavo una cosa, e sentivo che aveva la cadenza del linguaggio di Paola.  Significa, questo, che, la delicatezza che ho riscontrato, ha, in realtà, una grande potenza di suggestione.
Non mi rimane che consigliare vivamente la lettura del romanzo di esordio di Paola Soriga, e  di pregarvi di annotare il nome di questa giovane autrice fra le stelle letterarie (che non sono poi tante) nate nel terzo millennio.

Qui sotto, recensioni molto più belle e esplicative di questa mia impressione di lettura. E anche un commento, breve, ma molto indicativo, mi sembra, prelevato da Twitter.

Paolo Nori

Chiara Valerio

Concita De Gregorio

Maurizio Bono

WuMing

Stefano Massaron

Notte di nebbia in pianura

Parole senza rimedi

Opinionista

Da Twitter: Sto leggendo a mia nonna la storia di Ida, sua coetanea. Pausa. Le asciugo le lacrime, raccolgo i ricordi, vado via.

Paola Soriga è nata nel 1979 a Uta, in provincia di Cagliari. Ha studiato letteratura a Pavia, Barcellona e Roma, dove oggi vive e lavora. Dove finisce Roma  è uscito martedì 6 marzo 2012 nella collana Stile Libero Big di Einaudi, con una copertina illustrata da Emiliano Ponzi.

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L’Aquila non è più solo ferita: L’Aquila agonizza

L’Aquila ferita è il titolo di un mio vecchio post. Oggi penso che non sia più attuale.

Era mia intenzione, questa sera, scrivere di un libro che mi è piaciuto tanto, avevo già preparato anche qualche appunto, in effetti.
Poi, nella pagina Facebook dell’amica Daniela, ho trovato un link su un argomento che da tre anni mi sta molto a cuore e che ogni tanto riprendo.  E sempre l’ho ripreso con amarezza,  la stessa che mi sommerge ora, perché da quella notte del 6 aprile  2009, a L’Aquila, non è cambiato niente. E non  ne parliamo quasi più, sopraffatti come siamo da corruzioni, crisi, crimini, guerre più o meno vicine, Grandi e Medie opere inutili, riforme del lavoro ecc.ecc.ecc.
Ho pensato, allora, che la pubblicazione della mia impressione di lettura può aspettare qualche giorno.  E,  sperando di non infrangere una qualche regola di copyright, ecco la versione integrale dell’articolo di Tomaso Montanari pubblicato tre giorni fa su Saturno, l’inserto de Il fatto quotidiano.

Ornaghi, perché L’Aquila non viene ricostruita?
Uno spettro non si aggira per l’Aquila. È l’ombra-ministro per i Beni culturali, il professor Lorenzo Ornaghi.
Chissà se questo prudente assenteismo si deve al fatto che uno degli uomini più discussi della ‘ricostruzione’, il vicecommissario Antonio Cicchetti (il gentiluomo di Sua Santità che – come ha raccontato da ultimo Gian Antonio Stella – si è costruito, tra le macerie, un super-resort di lusso) è stato a lungo il direttore amministrativo di quell’Università Cattolica di cui Ornaghi è ancora il rettore, anche se temporaneamente in sonno.
Fosse andato all’Aquila, il ministro avrebbe capito in una frazione di secondo che tutte le ciance sui Leonardi perduti, sulle costituenti della cultura-che-fattura, sul ‘brand Italia’ e sulle sponsorizzazioni del Colosseo sono solo diversivi indecorosi, e che l’unico atto simbolico che in questo momento avrebbe un senso sarebbe trasferire la sede del Ministero all’Aquila, e mettersi a combattere in prima linea per la città martire del patrimonio storico e artistico della nazione italiana.
La situazione dell’Aquila supera, infatti, anche la più catastrofica immaginazione. Il centro storico è una città spettrale, dove nessun cantiere è in funzione, nessuna pietra è stata ricollocata (e anzi molte sono state rubate), e dove le meravigliose e immense chiese monumentali (a cominciare dal Duomo) sono spesso ancora a cielo aperto, o sono protette da ridicoli teli, e dunque in preda alla pioggia e alla neve.

Piero Calamandrei ha scritto che «una parte della nostra Costituzione è una polemica contro il presente»: ecco, camminare per l’Aquila permette di capire che l’articolo più polemico è, oggi, l’articolo 9. All’Aquila, infatti, la Repubblica ha sistematicamente tradito se stessa, rinunciando radicalmente a «tutelare il patrimonio storico e artistico della nazione italiana».
Ma com’è possibile che quasi nessuno denunci più che a pochi chilometri da Roma si entra in un mondo parallelo, dove la Costituzione, la legge e la civiltà semplicemente non esistono? Il vicecommissario con delega ai Beni culturali, Luciano Marchetti, risponde che i conflitti di competenze, la litigiosità degli aquilani (sic) e la mancanza di fondi bloccano la ricostruzione. Ma lo dice con tono svagato, in un ineffabile misto di rassegnazione e cinismo burocratico: e si capisce subito che, di questo passo, tra trent’anni il centro dell’Aquila sarà ancora in queste condizioni. Ha dunque ragione da vendere Italia Nostra, che chiede le dimissioni del commissario (che ci sta a fare, se da tre anni non riesce a far nulla?), il ritorno alle competenze ordinarie delle soprintendenze (a cui Ornaghi dovrebbe fare massicce trasfusioni di personale e mezzi, se solo tutti i suoi predecessori non avessero ridotto il Mibac al lumicino), e l’avvio immediato dei lavori di ricostruzione. Mancano i soldi? Ornaghi dovrebbe battere allora il pugno sul tavolo del Consiglio dei Ministri: uno dei venti capoluoghi di regione italiani è in fin di vita, e non c’è più molto tempo se vogliamo salvarlo.
Ornaghi non è l’unico che dovrebbe andare all’Aquila. Dovrebbero farlo innanzitutto gli storici dell’arte delle università e delle soprintendenze italiane. Perché magari si renderebbero conto che continuare a gettare denaro ed energia nella spensierata industria delle mostre e dei Grandi Eventi è ora doppiamente criminale: proprio come organizzare una festa da ballo mentre il cadavere di un fratello giace nella stanza accanto.
Ma è a tutti gli italiani che farebbe bene vedere l’Aquila. È terribilmente illuminante visitare nelle stesse ore un’intera città monumentale distrutta e abbandonata, e le ‘new town’ imposte da Berlusconi e Bertolaso, cioè gli insediamenti, sorti intorno alla città, che accolgono quindicimila dei quasi trentamila aquilani che vivevano in quel centro. Sono non-luoghi di cemento che sembrano immaginati da Orwell: anonimi, senza servizi, senza negozi, senza piazze. Con i mobili uguali in ogni appartamento, in comodato come tutto il resto. E con giganteschi televisori-alienatori che fanno da piazze e monumenti virtuali per un popolo che si vuole senza memoria, senza identità e senza futuro: e, dunque, senza la rabbia per ribellarsi.

Ma l’Aquila non è solo la metafora dell’Italia, rischia di rappresentarne anche il futuro: quello di un Paese che affianca all’inarrestabile stupro cementizio del territorio la distruzione, l’alienazione, la banalizzazione del patrimonio storico monumentale, condannando così all’abbrutimento morale e civile le prossime generazioni.
Nell’Epopea aquilana del popolo delle carriole (Angelus Novus Edizioni 2011), Antonio Gasbarrini racconta che la notte del 6 aprile 2009 (più o meno all’ora in cui qualcuno, a Roma, sghignazzava pensando alla pioggia di cemento e denaro), sua figlia arrivò sconvolta, dal centro della città, e gli disse solo: «L’Aquila non c’è più». A tre anni esatti, è ancora così.
L’Aquila non c’è più: ma se possiamo continuare a dormire sapendo tutto questo, allora è l’Italia a non esserci più.

Tomaso Montanari
Saturno, 16 marzo 2012

 Giorni fa Monti è andato a L’Aquila, non lo sapevo neppure. Ha detto, leggo in Internet: “Non me l’aspettavo così.” Beh, bastava che desse un’occhiata in Rete, qualcosina avrebbe capito, io credo.  Ha detto, il bancario che sta guidando il destino del nostro paese, “C’è voglia di ricostruzione”. Già… E allora? Cosa farà, professor Monti? Rinuncia al Tav, e fa risorgere L’Aquila? Ecco, se lo facesse  guadagnerebbe molti, ma molti punti ai miei occhi, nonostante tutto. Ma so già che non sarà così. E arriverà anche il 6 aprile del 2013, e 2014  e 2015 e avanti avanti… e nulla sarà cambiato.

Simone Scimia: Terremoto, 6 aprile 2009.

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