Storie vere

ll bambino cammina a piccoli passi trascinando il carrello con la sacca della flebo sul linoleum azzurro del corridoio. Con l’altra mano regge un sacchetto da cui debordano profili  colorati di giocattoli di plastica.
L’infermiere gli sorride, e si accuccia davanti a lui. 
“Così finalmente è arrivata la tua mamma e ti ha portato anche  dei giocattoli… Sei contento?”
Il piccolo lo guarda serio, gli occhi scuri, grandi, ancora più grandi sotto l’arco inesistente delle sopracciglia, fissi nei suoi. Poi il suo braccino scatta: il sacchetto dei giocattoli sbatte sulla testa dell’uomo, macchinine e palline colorate cadono a terra. Veloce la mano della madre si abbatte sul viso del figlio.
L’infermiere si tira in piedi, prende la donna per un braccio, quasi la trascina fuori da una porta che si affaccia su un piccolo padiglione all’aperto. Lei prende fuori da una tasca dei jeans un pacchetto cincischiato di MS,  accende la sigaretta storta con le mani che tremano. Poi finalmente lo guarda. Lui è più calmo, si passa una mano sul viso: lei è completamente pazza, le dice.
La donna alza la testa. Pazza, sì, dice con voce piatta. E’ lui che mi fa pazza…Lui non è come l’altro, quello che è rimasto a casa. L’altro, il maggiore, è bravo, mai un dispiacere, l’altro mi vuole bene…ma questo, questo è cattivo, cattivo figlio, non piange neanche, anche quando gli do uno sberla, niente, mi guarda e basta. Lo hai visto anche tu come guarda.
Butta a terra la sigaretta, pesta il mozzicone con rabbia. 
Prima non era così, continua, prima era buono, non buono come l’altro, però prima non mi tradiva… Se ‘sta disgrazia fosse successa all’altro, il cancro, dico, ‘sta maledizione del cazzo, ‘sta malattia di merda, l’altro sarebbe stato buono, ma questo, questo è proprio cattivo…
Lui sente di nuovo rimontare la rabbia. Si trova a dirle parole che non dovrebbe. Dice che non è la malattia, è lei che è una madre del cazzo, è lei che è una madre di merda. Poi la lascia lì, mentre lei tira fuori un’altra sigaretta. La lascia lì, con quel suo corpo tremante, con le unghie smangiate fino a mostrare il sangue, con quella sua giovinezza rosicchiata dalla miseria di un quotidiano senza speranza.
E’ stanco, l’infermiere, da mesi pensa che non ce la fa più, no, oncologia pediatrica non fa per lui.
Solo più tardi, a casa, comincia a riflettere su quello che è avvenuto, su quello che lui ha detto. Non ha capito nulla, ora se ne rende conto. Risente quella frase di lei: ”Prima non mi tradiva”, ha detto. Ecco la chiave di tutto: una madre che si sente tradita dal figlio che si è ammalato. Da quel corpo che lei ha tenuto nel suo per nove mesi, che poi ha nutrito e dissetato con il suo seno, che ha lavato e asciugato, fatto crescere,  e che improvvisamente le si è rivoltato contro, nella impietosa logica della malattia.
La rivede, i capelli spioventi sul viso, la felpa larga a nascondere ogni segno di femminilità, con quella scritta per lei  senz’altro senza senso “ I’m Happy”. Sente il rossore della vergogna colorargli le guance. La rivede, quella madre del Sud. Gli passano nella mente cose che sa e cose che può solo immaginare. Quella giovane donna giunta fino lì quando ha potuto: quando ha trovato i soldi per il viaggio, e sistemato l’altro figlio, e sistemato  anche il marito (spesa fatta abiti lavati e stirati mutande piegate nel cassetto l’ultima scopata fatta ad occhi stretti con il buio dentro). Arrivata in ospedale solo  quando ha avuto la conferma di trovare alloggio presso le suore vicino all’oncologico ( lei che forse non ha mai lasciato il paese). E partita soprattutto quando è riuscita a racimolare il coraggio per venire a sostituire la volontaria che ha assistito il figlio (quel piccolo traditore imperfetto), durante la prima settimana di ricovero.
Accoglie dentro di sé  la scura disperazione di quella donna. E capisce che quel lavoro gli è diventato intollerabile. Che è ora di cambiare. Per non sbagliare, ancora.

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9 risposte a Storie vere

  1. cochina63 ha detto:

    aiuto Milvia… che tristezza.

  2. anonimo ha detto:

    Tengo in mano il lacrimatoio.

  3. anonimo ha detto:

    Milvia, sei grande… è semplicemente stupendo!
    Mirella

  4. anonimo ha detto:

    Anonimo, chi sei Nerone e Tigellino ti ha appena porto il lacrimatoio?
    Vicenda, questa, peraltro solo cinematografica, perchè nella realtà Nerone fu tutt’altra persona del mostro demente che ci hanno sempre propinato.
    Questo racconto se risponde a verità è una cronaca, dolorosa se vogliamo, ma di certo non induce alle lacrime, ma più propriamente a un atteggiamento di sdegno.
    Renzo

  5. Soriana ha detto:

    La storia è parzialmente vera. Ho incontrato anni fa, all’Istituto dei Tumori di Milano, quella donna e quel bambino, così come li ho descritti. L’infermiere no, quello è solo un personaggio. Io, la rabbia per l’atteggiamento di quella madre me la tenni dentro, senza esprimere parole. Poi, pure io, come l’infermiere, capii.

  6. anonimo ha detto:

    Bello Milvia,
    asciutto, teso, efficace e…molto vero.
    Chiunque abbia avuto modo di frequentare un po’ gli ospedali si è sicuramente trovato di fronte a sacche di dolore incompreso e maltrattato…ma se il dolore è quello dei bambini sembra quasi impossibile da contenere e il rifiuto si può manifestare anche in una ribellione cieca e assurda come quella che tu hai descritto.

  7. anonimo ha detto:

    Scusa Milvia, ho dimenticato di firmarmi…
    Sono luci, bisognerà che mi decida a registrarmi…

  8. anonimo ha detto:

    Era una che leggeva sempre.
    Una volta la portarono a Venezia dove continuò a leggere tutto il tempo. Mentre il vaporetto percorreva il Canal Grande, tutti la invitavano a guardarsi intorno:
    – Hai visto le gondole? Guarda la Ca’ d’Oro!
    Lei neanche sollevava la testa né rispondeva.
    Lei leggeva.
    Dopo, non si ricordava nemmeno di esserci stata a Venezia.

    Anche adesso, quando sparisce per settimane e il cellulare è muto, vado da Feltrinelli. Eccola: ritta tra gli scaffali è caduta col naso tra le pagine del libro che tiene in mano.
    La scuoto. La scuoto ancora.
    Finalmente emerge:
    – Oh…ciao, mamma!
    L’AMORE AL TEMPO DI INTERNET
    Si scambiavano mail. Lei gli narrava i propri sogni, spesso inventandoli. Lui le raccontava le piccole gioie di ogni giorno: un buon caffè bevuto di prima mattina al bar, le strade del centro ancora semideserte. Le inviò una triste poesia di Caproni e la ricetta di un dessert alle pere. Quando nevicò, le descrisse l’ondulata linea nera disegnata sulla strada bianca dai passeggeri in attesa dell’autobus.
    Le chiese di incontrarla.
    Si diedero appuntamento in libreria, certi che si sarebbero riconosciuti.
    Sabato pomeriggio, libreria molto affollata: si passarono accanto senza vedersi.
    Delusi, smisero anche di scriversi.

    Carissima Milvia, due storie brevi di sole cento parole (non una di più né una di meno, contale!)
    Baci
    Mirella

  9. Soriana ha detto:

    @ Luci: è così, è talmente ingiusta, tutta quella sofferenza, che viene voglia di urlare.
    @Mirella: 200 parole belle e leggere: ci volevano, grazie.

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