ShalamShalom

Shalam Shalom!

Ecco: vi saluto così, oggi. Con queste due parole tanto simili, che hanno, credo, la stessa radice pur appartenendo a due popoli diversi, e, purtroppo, ancora oggi nemici (o forse no, non sono i popoli, ad essere nemici).
Voglio iniziare con queste due parole di saluto augurale, quelle che più frequentemente ho ascoltato nel mio soggiorno in Israele. Con queste due parole che significano PACE.
Non mi soffermerò a raccontare dei luoghi specifici, dei villaggi con le loro case sparse sulle colline come greggi, delle chiese, delle sinagoghe, delle moschee… Senza dubbio vale anche per tutto questo visitare Israele.
Non cercherò neppure di fare un’analisi politica della situazione che incombe in quella nazione: non ne sono davvero in grado. Tutto sommato non ne so di più di quando sono partita dall’Italia.
Vorrei parlare di alberi, e di pietre. E di cemento.

Gli alberi della Foresta dei Giusti, sparsi intorno al Yad Vashem, il Memoriale della Sohah in Gerusalemme: ogni albero piantato per ricordare i non ebrei che hanno rischiato la loro vita per salvare fratelli ebrei durante l’aberrante periodo dell’olocausto. Tanti alberi, tanti nomi. Ma l’orrore per la ingiusta fine dei sei milioni di ebrei che nessuno è riuscito a salvare, non riesce a essere mitigato del tutto da questa area che pur sembra serena.
Altri alberi. Gli alberi della Foresta di Gerusalemme, che svettano  su una collina dove sorgeva un villaggio palestinese di agricoltori: di quel villaggio, ora, rimangono solo i segni delle coltivazioni a terrazza. Gli abitanti o sono stati massacrati, o sono stati costretti a fuggire dagli israeliani. Alberi, quindi, che sorgono su un terreno che gronda sangue.

Le pietre, labirinti di lapidi con incisi nomi e nomi e nomi, e ancora nomi: quelli degli ebrei morti nei campi di concentramento. Ci si aggira in Yad Vashem e ci si sente soffocare, sprofondare, ci si sente morire, sì, proprio morire, a scorrerli, a leggerne le date di nascita, a immaginarne i volti, le voci, la loro vita. La loro morte.
Altre pietre: quelle delle case di famiglie palestinesi, pietre che forse ancora sono impregnate dallo speziato profumo del cibo arabo: molte, troppe di queste pietre, ora, circondano la vita di famiglie ebree, dopo che i legittimi proprietari sono stati costretti ad andarsene.

E poi.
Il  cemento: quello del “muro”, quello del muro di separazione, che è altissimo, orribile, che sembra davvero cancellare ogni speranza non solo di riconciliazione, ma ogni speranza di vita. Da una parte e dall’altra. Perché credo che sia per i Palestinesi, che non possono uscire dai villaggi segregati –i permessi vengono negati in maniera vergognosamente frequente- sia per gli Ebrei, questo sia il vero muro della vergogna. Perché penso, e in parte ho constatato, che anche tantissimi Israeliani ne siano sdegnati. Quello che ho provato trovandomici davanti non riesco neppure a raccontarlo.

Ah, anche di libri, vorrei parlare: quelli del periodo nazista, esposti al Yad Vashem. Libri per l’infanzia, libri scolastici dove l’ebreo era raffigurato in atteggiamenti ridicoli, lascivi, attraverso immagini caricaturali, in cui venivano portate all’eccesso e deformate le caratteristiche dei volti giudei. Ebbene, la stessa cosa si può notare ora nei testi adottati nelle scuole d’Israele: naturalmente è la caricatura dell’arabo, che vi compare.

E ora vorrei parlare di voci, e ancora di case. Le voci di amiche e amici israeliani e palestinesi che le mie due compagne di viaggio e io abbiamo incontrato. Certo, persone di cultura, insegnanti universitari, registri cinematografici, medici, traduttori. Ma non solo. Ci siamo imbattuti in taxisti, camerieri, mercanti dei souk,  e in  gente comune incontrata per la strada. Abbiamo parlato anche con loro, e non abbiamo mai trovato voci contrapposte, ma un’unica voce, un’unica domanda: perché ci deve essere una differenza che porta all’odio? si chiedono tutti. Che importanza ha se tu credi in un Dio, in un Profeta, e io in un altro? E in tutti, una perentoria affermazione: anche se del conflitto non si vede la fine, se sembra regnare solo la desolazione, non bisogna mai, in maniera assoluta, rinunciare alla speranza. Rinunciare a sperare vorrebbe dire morire.
E le case, poi: case di Palestinesi dove amici Ebrei sono invitati a cena, o per un the. E viceversa. I legami fra alcuni di loro sono nati in seguito a un lutto: famiglie ebree che hanno perduto una figlia (ricordare Nurit Peled di cui ho parlato in altri post?) in seguito a un attentato di un kamikaze, e palestinesi che hanno avuto un figlio ucciso dall’esercito israeliano, o un parente ucciso da un colono. Esiste a questo proposito una bellissima associazione: Parent´s Circle, (chi fosse interessato può ricercare attraverso Google notizie dettagliate), che accomuna appunto persone che hanno subito perdite a causa di una o dell’altra parte. E non mi sembra, questa, una cosa da sottovalutare.
Ho scoperto che ci sono molte altre associazioni, in Israele, che si battono per la tolleranza reciproca. Ho scoperto che non sono pochi i costruttori di Pace, anche se, spesso, devono pagare prezzi alti per questo loro atteggiamento.

E allora: nonostante i tanti soldati che si aggirano nelle città, nelle stazioni degli autobus, ovunque,  soldati che sembrano quasi adolescenti,  con le ragazze che portano fucili che paiono più grandi di loro; nonostante i controlli da parte della polizia ( a Haifa il primo giorno di Pesah, all’entrata di un parco per bambini controllavano tutti, dai neonati ai loro nonni);  nonostante le indubbie sopraffazioni dello stato di Israele nei confronti dei Palestinesi, nonostante i tanti accadimenti che non sembrano lasciare speranza, io sono felice di essere stata in Israele: forse ho capito che la stragrande parte della  popolazione, Ebrei e Palestinesi, non vogliono distruggersi a vicenda. Questo, ho capito. Forse mi sbaglio. Spero di no.

Corollari:

Un frate francescano originario di Treviso, ma  che vive a Gerusalemme, incontrato al Santo Sepolcro la domenica delle Palme, ha detto che Israele ha troppo memoria: non può continuare a crescere continuando a ricordare perennemente la Sohah. Questa sorta di celebrazione continua dell’olocausto impedisce una buona crescita, mantiene la paura, non permette una visione non offuscata dall’odio della Storia attuale. Non so se abbia ragione. Dimenticare quell’atrocità mi parrebbe blasfemo. Forse, però, trarre lezione da ciò che gli Ebrei hanno subito, per cercare di non essere a loro volta soprafattori e aguzzini, questo, sì, forse sarebbe giusto.

Altri hanno affermato che Israele è uno stato malato, uno Stato con un virus.

All’aeroporto di Tel Aviv, mi hanno bloccato a un controllo: avevano individuato dei libri che avevo in valigia: hanno voluto sapere che libri erano e dove li avevo acquistati. Francamente sono rimasta allibita: mi è sembrato un atteggiamento, quello delle guardie, più simile a quello di integralisti mussulmani.

Conversazione fra un signore italiano (Italia del nord) e una signora straniera (forse dell’Europa dell’Est) in fila in attesa dell’imbarco sul volo Vienna Bologna:
Lei: Ho visto molte cose, in Italia, ma più di tutte mi è piaciuta la Sicilia. La Sicilia è bellissima.
Lui (con espressione un po’ schifata): sì, sì, sarà anche bella. Ma a me- (espressione schifata in aumento)- non interessa.

Ecco: avevo appena lasciato uno dei paesi più intolleranti del mondo, avendo ancora nel cuore e nelle orecchie parole di pace e tolleranza….Ma stavo tornando in Italia…

Ringrazio tutti coloro che mi hanno augurato buon viaggio. A chi ha parlato di coraggio da parte mia, posso solo dire che non ci vuole nessun coraggio, per andare là come turista. Il coraggio ci vuole per vivere in quella terra e continuare a sperare.

Questa foto l’ho fatta davanti a a un pezzo di quel malefico muro. Per fortuna non è solo grigio, quello scempio. Ci sono tanti graffiti, lasciati da Palestinesi, e, spero, anche da Ebrei. L’immagine che ho scelto mi piace molto.  Sono contenta anche che rappresenti una donna, e spero che una donna l’abbia immortalata su quel cemento.Se riesco ne farò un poster.

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19 risposte a ShalamShalom

  1. Annalisa55 ha detto:

    Guarda, mi viene soltanto da sospirare, dopo aver letto. Spero che raccontarai ancora cose, appena ti verrà in mente altro. Sembra di esserci stati.
    (ma il sospiro rimane)

  2. anonimo ha detto:

    Eccellente resoconto, diverso da tanti servizi giornalisti che non sono altro che chiacchiere. Ed è opportuna la conclusione, con il colloquio dei due in attesa dell’imbarco sul volo Vienna-Bologna.
    L’incomprensione regna ovunque, anche se a livelli differenti. E mi torna in mente ancora una volta il saggio pensiero di Tiziano Terzani: nell’altro cerca sempre i punti di contatto, e non quelli di distacco.
    Sì, le nostre diversità ci accomunano più di quanto non si creda, solo che ci torna comodo chiudere gli occhi.
    Pace forse è un vocabolo che un giorno sparirà, perchè superfluo, ma intanto sta a noi essere i guerrieri della pace, fare una continua autocritica per ricordarci che nessuno è perfetto.
    Renzo

  3. anonimo ha detto:

    Ci sono stato una decina di anni fa e vedo che non è cambiato nulla.
    Là il tempo si è fermato in un’istantanea di guerra, senza una prospettiva almeno apparente di futuro.
    Non ci sono popoli in lotta, giustamente, ma interessi di pochi che soffocano i legittimi desideri di pace dei più.
    Peccato che non si veda la fotografia.

    Fra Castoro da Girgenti

  4. Soriana ha detto:

    Annalisa, Renzo, Fra’ Castoro: vi ho sentiti vicini, nei vostri commenti. Grazie!
    Renzo, mi hai commosso, anche perchè quando qualcuno nomina Tiziano Terzani, mi capita sempre, di commuovermi…
    Scusate, tutti, l’errore nel titolo del post: ho invertito le due lettere.

  5. anonimo ha detto:

    Bello il tuo commento al viaggio Milvia, ed anche la foto che lo introduce, che dire.. hai raccontato quello che mi aspettavo tu potessi trovare, al di là, appunto, dei semplici luoghi che hai visitato, ora forse quando per l’ennesima volta vedrai in tv quello che lì succede, avrai delle sensazioni più vivide, immagino.
    Buon lunedì di festa,
    maria.

  6. anonimo ha detto:

    Ottimo lavoro di informazione, come sempre pieno di particolari. La foto poi è una sintesi preziosa. Ciao Rita

  7. Soriana ha detto:

    E’ vero, Maria: sarò più consapevole.Guarderò anche con lo sguardo del cuore.
    Grazie a te e a Rita per l’apprezzamento

  8. cochina63 ha detto:

    molto bello questo triste piccolo diario di viaggio… vado a segnalarlo subito. ah… sai come si chiama mio marito? Salem-i… eh già, le origini…

  9. anonimo ha detto:

    Salemi? Il violoncellista, per caso?

    Fra Castoro da Girgenti

  10. biancabalena ha detto:

    Trovo difficilissimo parlare di Israele, Palestina e olocausto senza cadere nella retorica.
    Milva, ci sei riuscita.
    Le tue parole toccano il cuore e anche la razionalità.
    Sono davvero contenta di averti letta.

  11. anonimo ha detto:

    sì il violoncellista Salemi, giusto.

  12. Soriana ha detto:

    Grazie, Cinzia! Salam! Salem…i. Chissà se potrò mai avere la fortuna di sentirvi suonare, te e tuo marito. Se come musicista sei brava anche solo la metà di quanto sei brava come scrittrice, credo ne valga proprio la pena…
    Grazie anche a te, Sabrina: ho letto nel tuo blog che sarai a Torino; magari ci conosceremo…
    Ma lei, Fra Castoro, conosce proprio tutto…Va be’ che ha buone aderenze, lassù…ma sa che mi stupisce proprio?

  13. anonimo ha detto:

    Signora Milvia, le dirò che suono uno strumento anch’io e non male. Ho inciso anche due CD.
    Quale strumento? Non mi faccia questa domanda, perchè è ovvio che è l’organo, ma mi diletto anche con il pianoforte, che ho studiato al conservatorio.
    Mi piace tutta la musica classica, soprattutto quella religiosa, e conosco diversi esecutori, non tutti personalmente, come ad esempio il marito della Sig.ra Cinzia, che ho avuto tuttavia la possibilità di ascoltare tempo fa direttamente, dal vivo, in Sicilia, la mia terra.

    Fra Castoro da Girgenti.

  14. lucidimarzo ha detto:

    Grazie Milvia per le sensazioni malinconiche e intense che hai voluto condividere con noi.Ci ho colto però un segnale di speranza, una volontà di convivenza pacifica portata avanti da molti che subiscono le logiche di potere e di scontro ad ogni costo di pochi. Forse è lecito, malgrado tutto, continuare a sperare…

  15. Soriana ha detto:

    @Fra Castoro: una sorpresa dietro l’altra…E la mia curiosità verso la Sua persona sale a 1000! Anche i cd???? Sono contenta che condividiamo anche l’amore per la musica classica: il condividere cose (belle, naturalmente) è la vera forza del mondo. Ma si svelerà mai a noi, Padre?
    @Luci: proprio così. Attraverso le parole della gente comune ho visto una piccola fiammella di speranza.

  16. anonimo ha detto:

    Cara Milvia hai saputo esprimere molto bene quello che anch’io ho riportato dal viaggio: un’esperienza indimenticabile con un carico di sofferenze percepite che è ancora molto vivo in me.
    Renata

  17. Soriana ha detto:

    Cara Renata, sono contenta che quello che qui ho espresso siano state anche le tue percezioni. E…benvenuta, anche! Quando puoi, se vuoi, torna a trovarmi. Sarà per me un grande piacere.

  18. anonimo ha detto:

    Cara Milvia, sei sempre straordinaria.Veramente, grazie.belle immagini e belle metafore quelle che ci hai regalato sul tuo viaggio. Sono Natalia e spero che tu legga il mio commento, perchè non so fare coi blog. Ciao

  19. Soriana ha detto:

    Un caloroso benvenuto, Natalia! Vedi che ti ho letto? Vedi che non è vero che non ci sai fare, con il blog?…
    Grazie e un abbraccio.

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