Racconto triste

VanGogh02Madri

Ricordo il sole. Che sembrava prosciugare i colori pastello delle case adagiate sulla collina. Che faceva rilucere il lago come una finestra dai vetri tersi. Non un filo di brezza. Di quel mattino ricordo il sole e il vestito azzurro di Ester, la gonna ampia che accarezzava le sue gambe abbronzate. E ricordo il suo sorriso. Il sorriso che le aveva trasformato il volto quando aveva visto Timmy.  E poi altre cose ricordo. Di quel mattino ricordo ogni minuto. Come se quel mattino fosse questo mattino.

 Ester aveva preso a correre verso il bambino, girandosi un attimo verso di me come a dire: vedi?, poi, a pochi passi da lui, si era fermata, un piede avanti, l’altro tutto appoggiato sulla punta, incerto se raggiungere e superare il compagno. Timmy continuava a disegnare cerchi sulla ghiaia minuta della riva, come se non l’avesse vista.  Mi avvicinai a loro, feci un breve cenno di saluto all’accompagnatore. Era uno nuovo, non lo avevo mai incontrato. L’ultimo era durato tre mesi: un record, avevo pensato allora.
“Timmy!”  Il bambino alzò il viso, e solo per un attimo potei vedere i suoi occhi, come quelli di Ester, gli stessi, seri, troppo seri per sette anni di vita. Subito riprese a giocare, tracciando cerchi sempre più ampi con le piccole mani nervose. Ester emise un suono, una specie di miagolio, il richiamo di una mamma gatta che chiama a sé i suoi cuccioli. Quel suono…

Quel suono aveva angosciosamente riempito la stanza della clinica, sette anni prima. Continuava a uscire monotono dalle aride labbra di mia figlia, mentre se ne stava con le mani serrate sul seno fasciato, e la camiciola si chiazzava di gocce di latte  Quando a Ester avevano, no, quando le avevamo portato via il suo cucciolo.

Lei mi prese una mano e la strinse spasmodicamente. Ogni volta a ogni incontro, in quegli appuntamenti mensili stabiliti da un contratto, forse Ester si illudeva che le cose andassero diversamente. Si illudeva, forse, che il bambino cercasse rifugio fra le sue braccia. O forse no. Chissà se nella testa di mia figlia, dove un corto circuito aveva bruciato fili già prima della sua nascita, chissà se rimaneva memoria degli incontri precedenti…

Mia figlia era nata in un mattino così, con un sole spietato che sembrava azzerare le ombre. Il medico era stato gentile. Mi aveva detto: Marta, a parte questo Ester è una bambina sana. E bellissima. A parte questo. Il mio prodotto difettoso, il mio corpo-macchina che non aveva funzionato. Marta l’efficiente che aveva fallito in un’impresa dove anche il più stupido degli animali riesce. A parte questo.

Un branco di pesci affiorò sull’acqua e Timmy si alzò in piedi e li indicò all’accompagnatore. Lui si avvicinò alla riva con un che di annoiato sul volto e Ester si strinse più a me, un ansito nel respiro, una sorta di ringhio. Il mio corpo. Freddo, distante, nonostante le nostre carni si toccassero. Il mio corpo e la mia testa e la mia vita intera votati al dovere, all’espiazione dell’errore. Un’espiazione essere lì, in quel momento. Un’imposizione, un “fare perché devo”, null’altro.

Ora sì, che lo vedo chiaramente. A lei, a Ester, non ho mai dato amore. E oggi, che è tardi, oggi che nulla si può più cambiare, c’è la morsa della consapevolezza che mi attanaglia.  Al di là degli eventi. Ma continuo a vivere. E anche questo è espiare.

L’accompagnatore mi disse qualcosa, che io non afferrai. Stavo pensando, stavo tornando indietro negli anni. Rivedevo il momento in cui mio marito se ne era andato: non gliela faccio, Marta, mi aveva detto. Io non ci riesco. Non era questo che volevo, quando sognavo una figlia. Tu sei forte, sei migliore di me. Tu ce la farai, con Ester. E aveva riempito le valige, e aveva chiuso la porta. Gli assegni erano arrivati sempre puntualmente, ogni mese. Io non li avevo mai incassati.
“Mi scusi, diceva?”
“Mi devo allontanare un attimo, signora. Devo andare a fare una telefonata, su, allo Chalet. Lascio qui il bambino. Torno subito.”
Sentii il corpo di Ester che si rilassava. Mi lasciò la mano. Farfugliò : il quaderno, dammelo. Le matite.
Si avvicinò lentamente a Timmy, e si sedette accanto a lui. Il figlio la guardò di sottecchi, poi prese una manciata di sassolini e la buttò nel lago. Ester aprì l’album da disegno, e iniziò a disegnare, con mano sicura, veloce. Ecco cosa era mia figlia: una ventiquattrenne con la mente di un bimbo di pochi anni, ma con uno smisurato senso artistico che la faceva rimanere estasiata per ore davanti a un bel quadro, di fronte a un affresco, che le riempiva gli occhi di una luce speciale quando si imbatteva in qualcosa, o in qualcuno, di particolare bellezza. E che la induceva a riprodurre quello che aveva visto con amore puntiglioso. Me ne ero resa conto per la prima volta quando aveva sei anni.

A sei anni Ester  aveva visto sulla copertina di un’agenda la riproduzione degli Iris di Van Gogh. Da quella agenda non si era voluta separare per mesi, se la portava anche a dormire. Poi, un giorno, la trovai  distesa sul tappeto del mio studio, il volto dall’espressione concentrata, la punta della lingua stretta fra i denti. Intorno, i fogli di un articolo su cui stavo lavorando. Sul retro dei fogli, disegni. Riproduzioni incerte, ma piuttosto efficaci degl’Iris di Van Gogh. Da quel momento disegnare era diventata una parte integrante della sua vita, una sorta di balsamo, un’ancora cui aggrapparsi, per non perdersi del tutto in una vita che le richiedeva cose che lei  non riusciva a comprendere.
E poi. E poi Fabrizio. E i disegni erano diventati dei perfetti  ritratti monotematici del volto di quell’adolescente. La stessa età di mia figlia, la stessa bellezza che mozzava il fiato. Come in una rappresentazione teatrale, ecco i personaggi di quella tragica estate: lui, la sua incoscienza di adolescente, il suo gioco scorretto, privo di regole. Gioco animale. Lei, con la sua cieca, ottusa dedizione. Da animale. Io, madre-forzata, egoisticamente sollevata che qualcuno si occupasse di mia figlia, che se la portasse in giro, in quell’estate dei suoi sedici anni. Felice che qualcuno prendesse il mio posto, in quei lunghi pomeriggi di sole, incoscientemente lieta di allontanare, anche se per poche ore, la consapevolezza che il tempo passava, ma non per lei, per mia figlia, per la sua mente che non mutava, non si evolveva. I genitori di Fabrizio: troppo occupati a servire il potente di turno, ad alterare la giustizia, a manipolare la verità in suo favore. Uno dei più famosi studi legali del Paese, il Savona-Marini. Per loro, il figlio, solo un prodotto da batteria, un aristocratico pollo d’allevamento che avrebbe dovuto ripercorrere un cammino già segnato. Affidato a baby sitter, e poi a guardie del corpo mal pagate e trattate con sufficienza. E il ragazzo, quell’estate, aveva trovata una guardia  compiacente. Che  aveva coperto Fabrizio nel suo malefico agire, che lo aveva forse anche incoraggiato. Chissà, forse quel gorilla se ne era stato anche a guardare i due corpi avvinghiati, il ragazzo che spingeva il suo sesso nel corpo inadeguato di mia figlia, quel corpo così sbagliato, in rapporto alla sua mente.
Tutto fu poi deciso in fretta. Non si parlò d’aborto. Si fecero tutti gli esami per accertarsi che il prodotto non fosse fallato. Presi mia figlia e ce ne andammo in un paese sulle colline umbre. L’avvocato Marini finse una gravidanza difficile, allontanandosi da tutti quelli che la conoscevano. Fabrizio partì per gli Stati Uniti, dove proseguì gli studi. L’unica cosa che decise Ester fu il nome: Timoteo, come il gatto di una favola che l’insegnante di sostegno le aveva raccontato tante volte. Fu Timmy, fin dall’inizio, quando non era che un piccolo segno pulsante nello schermo  dell’ecografo. Fu Timmy, ancora senza voce né sguardo, che riempì quasi tre stagioni della vita di Ester. Le sue migliori. Così serena non era mai stata. Inconsapevole che tutto era stato deciso. Ignara che il gallo avrebbe cantato tre volte.

I fogli intorno alla corolla azzurra della gonna. Disegnava, strappava, accartocciava. Le posai in testa il suo cappello di paglia, quello che la faceva assomigliare a certe dame ritratte dai pittori francesi di fine ottocento. Diedi un occhiata al foglio sul quale stava disegnando. L’espressione assorta di Timmy spiccava sul bianco, la bocca senza sorriso del bambino stava prendendo forma.
Timmy aveva smesso di giocare con i sassi e guardava le dita veloci della madre che stavano dando vita al suo volto. Le si fece più accosto, poi le prese la matita dalle mani. Si chinò sul foglio, e cominciò a disegnare, mentre Ester rimaneva immobile. Pochi tratti: e subito apparve il grande cappello, il nastro che scendeva sottile sul retro. E sotto la tesa due occhi, e una bocca sorridente. Poi andò a correggere la sua bocca, e la fece aprire in un sorriso ampio. E disegnò una linea, ad unire i due volti.  Ester guardava, gli occhi con una luce di stupore. Si portò una mano alla testa, per toccarsi il cappello.
Si alzò in piedi e fece alzare Timmy prendendolo per mano. Mi guardò con uno strano sguardo, fra il malizioso e il serio e si portò l’indice sulle labbra, in segno di silenzio.
Cominciarono a camminare così, lungo la riva del lago, tenendosi per mano. Madre e figlio a passeggiare insieme. Lei chinava la testa di lato, e gli parlava. Li osservavo, osservavo quella scena così comune, per altri. Ma fu la prima volta che permisi a me stessa di sperare che qualcosa potesse cambiare, che potessimo avere anche noi quello che altri avevano: una vita banale. Mi sedetti sotto il salice, socchiudendo gli occhi, abbandonandomi al calore del sole. In pace.

Quando aprii gli occhi loro erano lontani. Ester aveva preso in braccio Timmy e stava ferma sulla riva.
 
Cominciai a correre. A correre più forte che potevo. A correre come non avevo mai corso in vita mia. Scalciai via le scarpe, non avvertendo il dolore per le piccole ferite che la ghiaia mi stava procurando. Caddi, mi rialzi, e corsi e corsi e corsi, con il respiro che si faceva ringhio, con il sangue che mi pulsava dietro gli occhi.  Corsi, illudendomi di essere Dio, e di poter fermare il tempo.
 
Il cappello giaceva abbandonato sulla riva vicino a un sandaletto rosso. Il lago, immobile, continuava a rilucere sotto il sole. Come una finestra dai vetri ben serrati.

E’ questo il racconto che è arrivato al secondo posto del Premio letterario Container 2007. Insomma, è questo che mi ha fatto vincere i 400…eurini.

E questa  qui sotto è la musica di questa notte (infatti è un notturno…)

http://www.youtube.com/watch?v=EvxS_bJ0yOU

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4 risposte a Racconto triste

  1. RenzoMontagnoli ha detto:

    Bel racconto, Milvia, e complimenti ancora.

  2. anonimo ha detto:

    Brava Milvia.
    Ogni parola è curata, commisurata, forte. Ogni parola è sentita, sentimentale, partecipata.
    Una bella scrittura, e, sotto, una sensibilità acutissima e forte.
    Complimenti!
    Roberta

  3. Annalisa55 ha detto:

    Non riesco sempre a commentare, ma leggo, eh, leggo…

    (senti, ti ricordi che avevamo parlato di pagine che avrei dovuto prendere da te a Torino, e poi non ci sono venuta? me le mandi?)

  4. Soriana ha detto:

    @Renzo: grazie grazie…
    @Roberta: Esulto per la tua visita, davvero, e ti ringrazio. Non perdere l’abitudine, per favore…Grazie di cuore: hai lasciato un commento così bello che mi ha commosso.
    @Annalisa: Ciao! Mi hai letto nel pensiero? Spedito tutto venerdì scorso…

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