Didascalie

P1030924Una premessa per  questo mio racconto che ho scritto un po’ di tempo fa, e che è del tutto inedito.
"Didascalie":fa riferimento al racconto "Fotografie" della bravissima Simona
Vinci e che è dedicato anche se da lontano, come lei scrive, al pianista jazz Michel Petrucciani.
Petrucciani, come molti sapranno, era affetto da osteogenesi imperfetta (detta anche sindrome delle ossa di
 cristallo) grave malattia che porta a una deformazione progressiva del corpo.

Nel racconto della Vinci il narratore in prima persona è una figura maschile che scopre che la moglie è stata presa negli anni da una vera e propria ossessione che  l’ha portata a scattargli in continuazione delle fotografie.

Il mio personaggio, invece, è proprio la moglie.
Ne è nato, perciò, un racconto completamente nuovo, con punti di vista, situazioni, motivazioni dissimili.
Prendetelo comunque come un esercizio di scrittura, che altro non ha la pretesa di essere.

Chi volesse leggere il racconto originale di Simona può trovarlo qui:
http://www.studioprogetto.net/incubatoio16/2/simona.htm

Forse quella che troverete a questo indirizzo è una prima versione di “Fotografie” (allora ancora inedita), prima che venisse pubblicato nella raccolta di racconti brevi  “In tutti i sensi come l’amore” (Einaudi Tascabili, 1999- Stile libero). Dovrei cercare il libro nella mia libreria per controllare se ci sono state delle modifiche, ma mi pare di sì.
Già che ci sono vorrei segnalare che Simona Vinci, oltre che essere a mio parere, una ottima autrice, ha anche un bel blog, che potrete visitare entrando qui: simonavinci.splinder.com
E vorrei invitarvi pure a leggere tutti i suoi libri.

E passo ora a:

Didascalie


    Quando me lo hai chiesto era già tardi.
Da anni, quell’attività dall’apparente innocenza, era diventata per me come una droga. Non, quindi, da quando mi hai detto per favore, non farlo più, non a me; e neppure dal giorno così straordinario in cui ti ho incontrato. No, da molto molto tempo prima. Dal giorno in cui mi sono ritrovata fra le mani la Canon nera e pesante. Da un pomeriggio d’autunno in cui ho imprigionato nella lente del teleobbiettivo una foglia ingiallita ai piedi della panchina del parco. Dodici anni, una ragazzina terrorizzata dal cambiamento che il suo corpo stava subendo.  E il senso della trasformazione delle cose, e il conseguente pensiero della morte che ne era derivato, avevano cominciato ad appartenermi, ossessionandomi.
E così scattavo, e scattavo, e poi scrivevo diligentemente necrologi sotto le foto con cui riempivo i miei album: didascalie come Foglia morta, e Rosa in sfacelo, e Addio all’Infanzia, comparivano sotto le immagini della foglia arida, e del fiore che perdeva giorno per giorno i suoi petali, e dei girini nello stagno, che poi sarebbero diventati rane, per poi morire, come ogni cosa. Perché è solo questo, pensavo, che il tempo produce: morte.
E ancora.
Fotografavo macerie di palazzi demoliti, e cimiteri di auto scassate, e fogli di giornali ingialliti. Prima, dopo.
E a mano a mano che gli anni scorrevano, andavo alla ricerca di immagini imperfette:  una cicatrice impressa su un volto, un arto atrofizzato, un corpo estremamente obeso. Di nascosto, furtiva, fingendo di fotografare altro, inquadravo e scattavo.
Intossicata da una verità assoluta, ne cercavo  con ossessione le prove, come un poliziotto che non ha dubbi su come il delitto si è svolto, ma che deve analizzare le macchie di sangue, interrogare strenuamente i testimoni, appostarsi per osservare i movimenti degli indiziati.
Prima e dopo. Una pubblicità rovesciata di una clinica estetica.
E  clack clack clack. Ogni scatto era una prova della caducità, della dissoluzione, della fragilità in  cui galleggiamo.
Fissando la fine di ogni  cosa su un rettangolo di carta, esorcizzavo la paura  del cambiamento, dell’abbandono, mi allenavo a sopportare altre lacerazioni, simili alla mia infanzia perduta, che la vita mi avrebbe fatto subire.
E ancora.
Prendevo un foglio, un pennarello e scrivevo la parola fine, a lettere maiuscole, con un largo spazio bianco a intervallarle, per dare più risalto all’immagine. Fine, in tutto le lingue che conoscevo, o che riuscivo in qualche modo a rintracciare: FIN; END; FINE; ricopiavo con precisione ideogrammi giapponesi, caratteri arabi, cinesi, scrivevo in russo, disegnavo sulla carta la parola fine in greco, finlandese, turco. E poi prendevo la macchina, mettevo a fuoco. E clack clack clack.  Archiviavo tutto negli album, in un grottesco ossimoro che faceva assurgere la disgregazione a eternità.
Di me, qualcuno diceva che ero eccentrica, altri dicevano che ero pazza. I miei coetaneii quasi mi evitavano. E io mi ficcavo dentro il nido della solitudine, e ci stavo bene, sai. Possedevo una verità che gli altri ignoravano: i ragazzi e le ragazze che conoscevo correvano incoscienti lungo vicoli ciechi, senza consapevolezza del muro contro cui, alla fine, sarebbero andati a schiantarsi.
Per questo, tu, sei stato per me l’unica scelta possibile.
 
Besame mucho, il brano che mi ha rapito una sera. Una festa, e io che mi sentivo stanca di me, troppi clack clack clack nelle orecchie, troppi schermi riempiti da titoli di coda, troppi piegamenti dell’indice su uno scatto.
Era una versione sensualissima di quella vecchia canzone, oro liquido che mi ha riempito il ventre. Ho chiesto chi è che suona. Mi hanno portato la copertina di un cd. E’ stata la prima volta che ti ho visto. Di te non conoscevo nulla. E ora quella foto, i tuoi occhi, seminascosti dagli occhiali dalla montatura grande, occhi vivaci, che sapevano. E le tue mani, belle, forti, modellate per suonare, per pigiare su tasti  e sensi.
E il resto. Quella assoluta imperfezione del tuo corpo, per me così perfetta.
Ho comprato i tuoi dischi, tutti. Li ascoltavo e ti immaginavo dentro di me: la trasformazione costante che mi riempiva. Della tua malattia conoscevo ogni dettaglio: ricerche nelle lunghe notti dove il leggero ticchettio dei tasti del mio pc si congiungeva alla forza dei tasti del tuo pianoforte. Sentivo, in quelle notti, che la mia insonnia scorreva insieme alla tua continua, irreversibile trasformazione. Mi appartenevi, e ti appartenevo, come mai mi era accaduto.
Poi quel concerto. Montreux, io ubriaca della tua musica e della tua immagine, e la finestra sul lago, e quella camera, e quel letto, e le tue mani, finalmente. E le mie.
E’ stato facile conoscerti. Mi sono fatta strada fra la gente che ti circondava, sono arrivata così vicino a te da respirare il tuo respiro. Ti ho detto…non ricordo, non ricordo quello che ho detto. So però come mi hai guardata, con una luce di riconoscimento, come se una lunga attesa si fosse finalmente conclusa. Ti ho amato da subito, mi hai raccontato poi.
Quella camera, i mobili di un secolo passato, e fuori la luce dell’alba che trasformava il morbido nero del lago in uno specchio rosa, e il soffitto stuccato, e le lenzuola umide dei nostri umori. Ti accarezzavo, seguivo con l’indice teso il contorno del tuo corpo, avvertivo la dolente pienezza della mia carne, del mio sesso, di tutti quei punti che tu avevi toccato, da cui avevi tratto una musica dolce e violenta. Vita miscelata alla morte, questo vedevo. Era stata la mia morbosità che mi aveva fatto gridare mentre eri dentro di me, che mi aveva fatto ridere di un riso felice, poi, mentre mi riempivo lo sguardo con il tuo corpo deforme? Ti amavo, perché eri l’unico possibile, per me.
Le mie foto, da quel momento, sono diventate monotematiche: tu, sempre tu. Non i bambini, non compleanni, o alberi di Natale, e neanche foglie morte o rose appassite. Solo tu. E spiavo, e annotavo sulla carta le differenze che si evidenziavano con il trascorrere dei mesi.
Poi mi hai detto: “Per favore, non farlo più.  Sto male, quando lo fai. “
E allora ho cominciato a farlo di nascosto. Mentre dormivi scoprivo il tuo corpo e clack clack clak. Quando eri ai concerti, mettevo a fuoco le tue gambe, o il petto, o la testa che sembrava sempre più grande e clack clack clack.
Ma dopo mesi, mentre continuavo a scippare quelle immagini, un pensiero ha iniziato a penetrarmi dentro, a disgregare le mie antiche certezze: forse, ho cominciato a pensare, la parola fine non gli appartiene affatto. Ho cominciato a pensare che tu, forse, eri l’unico essere vivente e immortale, lì intorno. Tu, con la forza della tua musica, con la tua ironia intelligente. Con la consapevolezza della fine, tu, al contrario di me, ti eri liberato dal suo giogo.  Io ho percorso la mia vita vedendo solo muri che si sgretolavano al mio passaggio, raccontandomi bugie, dicendomi che solo così mi sarei salvaguardata dalla sofferenza.  E così, anche con te,  avevo misurato le tue trasformazioni, per prepararmi.
Tu, invece, la tua vita l’hai abbracciata: ne assapori ogni nota, ogni sfumatura di colore, ne catturi ogni emozione.
Questi pensieri hanno cominciato ad accompagnarmi ogni volta che ti guardavo, che ti sentivo ridere circondato dagli amici. Che ti ascoltavo suonare. Che facevamo all’amore.  Pensieri sempre  più completi, sempre più fermi.
E allora.
Tac tac tac: le forbici tagliano veloci, smembrano.
Mi soffermo sui tuoi occhi, prima di farli a pezzetti.
E sulle tue mani.
Ma riprendo a tagliare.
Perché tu dentro di me sei intero.
 Tu sei l’uomo per sempre.
E mai più, amore mio, fisserò il tuo corpo su una carta destinata a sbiadirsi.




Dato che il racconto è indubbiamente un racconto d’amore, voglio mettere, questa sera, una canzone che mi ricorda un mio grande amore di secoli fa. Un amore  anche un po’ disperato, perché più è disperato, più è grande, l’amore. 

http://www.youtube.com/watch?v=n2HOiMeDOrs

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17 risposte a Didascalie

  1. patrizius ha detto:

    Un bellissimo racconto d’ amore autobiografico Didascalie è un titolo perfetto. Mille e mille fotogrammi che scorrono piacevolmente che focolazzino e scrutano soprattutto l’ anima della protagonista ( in questo caso la scrittrice M.C. stessa ).
    La frase indimenticabile: ed io mi ficcavo dentro il nido della solitudine, e ci stavo bene…
    Complimenti ed auguri
    Patrizius

  2. lauraetlory ha detto:

    Il racconto torno a leggermelo dopo, con calma, intanto ne approfitto per farti gli auguri…
    BUON COMPLEANNO!!!!!!!!
    Lory

  3. biancabalena ha detto:

    Buon compleanno, cara Milvia!
    Anch’io salvo e leggo il racconto con calma…

    un abbraccio

    sabrina

  4. cristinabove ha detto:

    Prima di tutto AUGURI!! Buon compleanno.
    Ho letto i due racconti, bellissimi e commoventi e sono stata intensamente colpita dall’ abilità di introspezione ed analisi di entrambe.
    Con il tuo, Milvia, è come se vi fosse stato un riscatto al femminile, ne sono stata coinvolta, anche se per motivi diversi, e profondamente partecipe.
    grazie.
    cri

  5. winyan ha detto:

    (ops! ho sbagliato a postare gli auguri, scusa se mi ripeto ma li metto al giorno giusto…ciao.)

    Anche sul tuo blog, che è un pò una dependance virtuale della tua casa e della tua vita, ti faccio mille auguri per questo personale nuovo anno che inizi oggi, buon compleanno Milvia,
    un abbraccio,
    maria.

  6. rael_is_real ha detto:

    auguri milviè!

  7. anonimo ha detto:

    Un bel racconto d’amore, scritto altrettanto bene.

    Renzo

  8. lauraetlory ha detto:

    Leggerò Milvia, ma per il momento solo un enorme BUON COMPLEANNO!
    Laura

  9. Soriana ha detto:

    Prima di tutto un caldo benvenuto ai nuovi amici che sono venuti a trovarmi per la prima volta: spero che torneranno tutti presto.
    E a tutti un grazie dal più profondo del cuore per gli auguri di buon compleanno e per i benevoli giudizi sul mio racconto o per la promessa di leggerlo. I compleanni, quando si è una vecchietta come io sono, possono essere anche scogli…Mi avete aiutato a superarli con serenità e coraggio.
    Grazie davvero e un…largo abbraccio.
    Milvia

  10. anonimo ha detto:

    Anche se in ritardo, ma ignoravo il giorno, i miei sinceri e calorosi auguri.

    Fra Castoro da Girgenti

  11. lauraetlory ha detto:

    Bello un racconto attraverso l’obiettivo che cattura le immagini lasciando fuori la vita. Finché la vita, come sempre, si riappropria di noi, delle nostre insicurezza, delle nostre paure, dei nostri dubbi. Ed è bello questo amore vissuto a dispetto di un corpo non perfetto… o forse, proprio grazie a quel corpo che riesce a trascendere e a svelare l’anima.
    Laura

  12. anonimo ha detto:

    ciao milvia,
    auguri anche da parte mia.
    il raccomto lo leggerò con calma.
    rosy

  13. lucidimarzo ha detto:

    Arrivo per ultima, Milvia, come il solito, ma sono appena tornata dalla montagna e ho saputo solo adesso che ieri è stato un giorno importante!!!Un abbraccio forte e tanti
    tanti auguri anche da Ulisse che, malgrado tutto, resiste…
    A presto
    luci

  14. Soriana ha detto:

    Grazie Laura e Rosi e Luci (bentornate dalle vacanze, Rosi e Luci). Un triplice abbraccio.
    Milvia

  15. Soriana ha detto:

    Mi ero dimenticata di lei, misterioso (?) Fra Castoro. Grazie anche a lei.

  16. ReAnto ha detto:

    Scusa il ritardo ,so già che comprenderai .BUON COMPLEANNO !!
    Sorridi alla vita e lei ti sorriderà.Non è retorica ….è così e basta.
    Una squisita canzone http://it.youtube.com/watch?v=vnRqYMTpXHc
    per una squisita persona di nome Milvia. Ancora auguri ,Antonio

  17. Soriana ha detto:

    Graditissimi i tuoi auguri, Antonio. E quella canzone, poi… Il mondo, a volte, puo davvero essere meraviglioso… Grazie!

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