Dover vivere fino alla morte, che fatica…

vecchi_alloggio
(Foto da:www.santegidio.org/)

Molti anni fa Domenico Modugno scrisse una canzoncina, in realtà abbastanza brutta come musica, che molti ricorderanno: "il vecchietto dove lo metto?" Seppur bruttina aveva il pregio di affrontare un tema importante ma scomodo.

A distanza di tanto tempo la domanda che si poneva Modugno è ancora purtroppo molto attuale. E l’argomento resta scomodo.
Già, dove li si mettono, i vecchi?
Come se fossero oggetti ormai in disuso, inutilizzati e inutilizzabili.  Oggetti ingombranti e non produttivi, come un frigo dal motore rotto, o un obsoleto computer con la scheda madre partita definitivamente. Che facciamo? Chiamiamo gli uffici della nettezza urbana per l’eliminazione degli oggetti ingombranti?
Naturalmente no.
Perché le alternative ci sono.

Esistono posti bellissimi, ville o casali immersi nel verde, con fontane che zampillano allegre, con stanze singole luminose e pareti colorate dove appendere le foto dei propri cari, con atelier di pittura e musica e per piccoli lavori artigianali, e una biblioteca immensa dove si trova di tutto, dalla Delly a Dante; e poi, proprio dietro la villa, ecco gli orticelli, dove i felici ospiti possono coltivare erbe aromatiche; e ancora, all’interno, una deliziosa sala da the, dove riunirsi e chiacchierare e portare alla luce i ricordi.
E poi ci sono loro: gli angeli. Il personale assunto dopo una rigorosa selezione che prevede, fra i requisiti, oltre l’efficienza, anche la dolcezza, la capacità di sorridere, l’empatia con le persone con le quali si verrà in contatto. Soprattutto, quello che i dirigenti non si stancano di ripetere è: siate gentili! dite, rivolgendovi a loro, signora Maria, signor Luigi, e sorridete sempre, e ogni tanto buttate lì un : ma come è bella, oggi, signora Marta, ma come le sta bene quel golf, signor Fernando…
E la cosa più sorprendente è che la retta per soggiornare in questi paradisi è davvero irrisoria: come stare a casa propria, più o meno. Perché tutti gli enti che li gestiscono hanno deciso di rinunciare a certi loro privilegi: basta auto blu, trasferte gonfiate, cene di rappresentanza e tutto quelle cose inutili per cui veniva gettato denaro a piene mani. Quei soldi, ora, servono per il mantenimento di quelle ville, di quei casali.

Ma dov’è tutto questo? vi starete chiedendo. Solo nella mia testa, naturalmente.
Perché la realtà è esattamente opposta a quello che ho descritto. 
Perché per i vecchi non ci sono colori, e musica, e pareti dove appendere foto, e non ci sono laboratori, e orticelli, e luce, e non ci sono spazi individuali dove ognuno possa raccogliersi e ritrovare se stesso. Non c’è un’allegra convivialità. E neppure una malinconica condivisione, che pure questa fa bene E molto spesso non c’è gentilezza, dolcezza, non ci sono sorrisi. e il signor Luigi è quello della stanza 7, e la signora Maria è quella che non si vuol lavare
Ci sono topi, e sporcizia e colori grigi. C’è la cappa di piombo della solitudine. C’è la spersonalizzazione completa. Per i vecchi che vivono negli ospizi (che eufemismo chiamarle Case di Riposo) è questa la realtà. Una realtà che ha un suo prezzo, naturalmente. Una modica cifra che può andare da 2.200 Euro ai 4.500. E’ questa, per esempio, la retta richiesta agli ospiti dal Pio Albergo Trivulzio, tornato tristemente sulle pagine dei giornali nei giorni scorsi.

Ci saranno forse posti diversi, non amo generalizzare. Ma quando mi è capitato di entrare in uno di questi ospizi è un po’ questo che ho trovato. I topi no, non li ho mai visti, ma una volta tanto credo a quello che viene pubblicato dai media. 
Quello che ho visto è stato lo squallore, quello che ho sentito è stato il silenzio, rotto ogni tanto dalle voci supponenti, impazienti, paternalistiche del personale, quello che non ho visto sono stati i sorrisi, quello che il mio naso ha percepito è stato un odore di stantio, l’odore triste che la vecchiaia, se abbandonata, rilascia. Che è un odore, più che del corpo, dell’anima.

All’estero non so se le cose stiano così. Mi è capitato però di andare a trovare i nonni di una nostra amica, in Francia. Era il ’75, un sacco di tempo fa. I due coniugi vivevano insieme in una piccola casa, con la loro piccola cucina, la loro piccola camera da letto e il giardinetto. Attorno tante altre casette così. Era bello. C’era vita, in quel posto. E il tutto organizzato da un ente pubblico.

Concludo qui. Non ho scritto tutto quello che mi preme dentro, ci sarebbero altre cose da dire. Parlare delle famiglie, come erano una volta, come sono ora, parlare di figli, e di vecchi con cui vivere può essere molto difficile. Non amo i luoghi comuni. Non è detto che vecchio significhi saggio. Non è detto che a un vecchio si debba perdonare tutto. Se un uomo, o donna, sono stati carogne da giovani lo saranno anche da vecchi. Ma è davanti alla fragilità, alla irreversibilità della vita che si dovrebbe provare se non rispetto, pietas. 
Ho usato più volte la parola vecchio, e qualcuno magari ne sarà infastidito. Certe parole pare non si debbono più usare.
Non dire mai cieco, ma non vedente, non dire invalido o handicappato, ma diversamente abile. Non dire vecchio, ma grande, o appartenente alla quarta (ormai non più terza) età. Ipocrisie, solo ipocrisie. a mio avviso.
La parola vecchio ha una sua grande dignità. Bisognerebbe restituirgliela. Ma, da pessimista o forse solo realista, non credo questo possa accadere.

P.S.: Mi viene spontaneo aggiungere: per fortuna, oggi, ci sono le badanti. Ma questo sarà l’argomento di un prossimo post.

Questa canzone è triste. Ma si allaccia perfettamente con il tema trattato.

http://www.youtube.com/watch?v=6KhX_XjyGgQ

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12 risposte a Dover vivere fino alla morte, che fatica…

  1. RenzoMontagnoli ha detto:

    Superata una certa età si ha l’impressione di essere di peso.
    Da un lato i politici che blaterano che i fondi per le pensioni non bastano con il progressivo innalzamento della vita media (grossa fandonia, che qui non ho il modo di spiegare, ma che serve a coprire i misfatti che loro compiono),
    dall’altro i produttori considerano gli anziani soggetti non appetibili, un po’ per le ridotte entrate, un po’ perchè meno sensibili alle campagne con cui si inventano i bisogni.
    E’ un comportamento criminale e suicida, perchè questi manigoldi diventeranno anche loro vecchi un giorno.
    In Italia se le cose non vanno la colpa è dei vecchi ed è ovvio, perchè tanto loro non possono difendersi, nè hanno lo spirito per farlo.
    L’emarginazione è continua, martellante, e l’anziano si sente ogni giorno di più inutile; nessuno più l’ascolta, anche quando cerca di consigliare in base all’esperienza.
    In famiglia, non dico in tutte, ma quasi, è sopportato, ma la pensione fa comodo al bilancio e allora il vecchietto, anche se inutile, resta.
    Come gli acciacchi aumentano, si cerca di sbolognarlo, ma di posti negli ospizi ce ne sono pochi e costano inoltre; si ricorre così alla badante, extracomunitaria, possibilmente non in regola, perchè così si paga di meno e non ci sono nemmeno gli oneri previdenziali.
    Abbandonato, bistrattato, sfruttato, il vecchio non ha più punti di riferimento e per poter vivere senza desiderare di morire si attacca all’unica realtà: a chi gli sta dietro, a quella badante impreparata spesso a questo lavoro e venuta da noi per fuggire la miseria.
    Finisce così che su di lei riversa quell’affetto che non può più provare per gli ingrati figli, ma anche tutta la rabbia per la sua stuazione: così gli infelici diventano due.

  2. ReAnto ha detto:

    Io continuo a dire cieco ,sordo,vecchio come mi insegno il mio bravissimo insegnante di italiano.Nella lingua italiana, una persona priva di vista si dice “cieco”, una persona priva di udito si dice “sordo” ,e una persona in età molto avanzata si dice “vecchio”. Penso che andrebbe restituita dignità a questa “luccicante” società,….non solo alla parola vecchio!
    Bel post. A

  3. cristinabove ha detto:

    Fa tutto parte della mistificazione globale, appartiene alla serie “se non se ne parla, non esiste”… E quindi non esiste la dignità della vecchiaia, mentre la sua negazione produce, tra i ricchi, imbalsamazioni a oltranza con stiramenti e inturgidimenti innaturali che, lungi dal nascondere l’ età, la uniformano in una fissità da fantocci con la bocca larga. La morte, poi, non ha diritto di presenza, la si confina negli ospedali , la si cancella dalla coscienza collettiva…ed è così che i vecchi , quelli che non hanno risorse se non quelle della misera sopravvivenza, oltre che a vivere di nascosto, muoiono anche, di nascosto. Che non si turbino i giovani, che si tengano lontani da quel destino che un giorno capiterà anche a loro, forse…E intanto consumino, producano per continuare a consumare, e che, se proprio dovesse accadere loro di morire da giovani, non se ne sappia molto in giro…Volete che si immiseriscano quei poveretti che ci governano, che rinuncino alle loro esigue competenze, per destinare soldi per il sogno di Milvia? E quei miseri industriali, volete che si accontentino di qualche villa in Sardegna (una “sola” villa per figlio) e di qualche piccolo yacht in meno, solo per rendere più sicure le impalcature o gli altiforni? Suvvia, siate comprensivi, vecchi e futuri vecchi, dategli l’ obolo.
    cri

  4. lauraetlory ha detto:

    Non ho figli, Milvia, non ne avrò. E’ stata una scelta, ancora oggi condivisa dalla parte più profonda di me. Perché te lo dico? Perché quando sarò vecchia non ci sarà nessuno a prendersi cura di me (i figli anche a questo servono e devono servire, è giusto così) e quindi finirò in un ospizio quando non sarò più in grado di badare a me stessa. Lo dico con serenità, perché è un destino che mi sono in un certo senso scelta, ma anche con timore. Spero di essere ricca, spero di essere sana, indipendente. Spero, se tutte queste speranze non dovessero attuarsi, di morire prima.
    Laura

  5. lucidimarzo ha detto:

    Uno dei tuoi pregi, Milvia ,è quello di riuscire a dire quello che pensiamo tutti in maniera semplice e diretta e anche in questo post sulla vecchiaia è stato così.
    Il tema, come puoi immaginare , mi tocca da vicino. Non mi piace la vecchiaia, non mi piace negli altri e tanto
    meno in me stessa. Cerco in tutti i modi di non vedere i segni del tempo che passa e la natura in qualche modo mi aiuta perché dimostro meno anni di quelli che ho.
    Ma sento che non è giusto così; sento che dovremmo in qualche modo”educarci”alla vecchiaia e imparare ad apprezzare i doni che anche questa stagione della vita riserva.Tutto nella nostra società ci allontana da questo: oggi è tutto un inno alla giovinezza , alla salute, alla bellezza e alla perfetta forma fisica.
    E sembra non esserci spazio per chi incomincia a sentirsi meno bello, meno forte e con meno energie…
    Eppure in tutte le sociètà occidentali il fenomeno dell’allungamento della vita e dell’aumento della popolazione anziana è un dato ormai incontrovertibile e” dove mettere i vecchietti “sta diventando e diventerà sempre più una vera emergenza sociale…
    Cominciamo a pensarci, parliamone intanto fra noi, scambiamoci esperienze, leggiamo le riflessioni di chi prima di noi ha affrontato il problema (ricordo per esempio la bella lectio magistralis di N.Bobbio “De senectute”), non facciamoci cogliere impreparati.
    Vorrei concludere con una nota divertente: ogni tanto con le amiche, quelle di una vita, esorcizziamo la paura del futuro, della vecchiaia, della solitudine, di figli distratti e badanti disoneste, ipotizzando una specie di “Villa Arzilla” autogestita in cui la costanza degli affetti che il tempo non ha consumato ci consenta di darci reciprocamente quell’aiuto psicologico e materiale di cui avremo bisogno…
    luci

  6. anonimo ha detto:

    Quando muore un vecchio, muore un’ enciclopedia. Putroppo ormai
    più nessuno consulta questo genere di libri.
    Patrizius

  7. anonimo ha detto:

    Brava brava bravissima Milvia a sollevare questo argomento così negletto!
    Ho dovuto seguire negli ultimi anni della loro vita miei parenti anziani non autosufficienti, anzi “gravemente non autosufficienti” come vengono definiti nelle liste di attesa delle cosiddette “case di riposo”.
    Ho scoperto allora con grande indignazione che la maggior parte di queste strutture sono dei veri e propri lager per vecchi, delle squallide galere per persone non colpevoli d’altro che di essere appunto vecchi, con il fisico e la mente devastati da malattie che, con l’allungamento della vita, sempre più di frequente ci colpiscono.
    Non voglio qui raccontare per filo e per segno quanto avviene dietro la facciata esterna gradevole di queste strutture, le cui rette sono oltretutto salatissime. Accenno soltanto a due pratiche largamente diffuse: all’uso di una sedazione così pesante per i ricoverati che “disturbano” da renderli incapaci persino di deglutire la propria saliva e all’abitudine di lasciare che anche chi incontinente non è, si faccia addosso i propri bisogni, perché è più comodo passare a ore fisse a cambiare i pannoloni che accompagnare in bagno chi lo richiede.
    In quanto al personale che opera in queste strutture indegne di una società civile,per la maggior parte non ha sicuramente alcuna specifica preparazione :braccia rubate all’agricoltura , oggi costituite da un gran numero di donne extracomunitarie
    Quello che mi indignò pesantemente allora e che ancora mi indigna è che l’amministrazione comunale (e parlo di una città “civile” come Bologna) che provvede a integrare le rette degli anziani che non hanno redditi sufficienti o parenti in grado di provvedere, trovasse normale che i nostri vecchi terminassero la loro vita in condizioni così degradate e inumane.
    Quello che non smette di indignarmi e di amareggiarmi e di preoccuparmi è che di questo si parli così poco. Tanti sono pronti a muoversi e a commuoversi, giustamente si badi bene, per le condizioni di vita degli extracomunitari, per i Rom, raramente una parola sulle miserevoli condizioni dei nostri anziani non autosufficienti , su quelle che domani saranno le nostre, a meno che non si sia noi molto ricchi.
    Probabilmente noi tutti rinuoviamo l’idea della nostra vecchiaia e della nostra morte, solo in questo modo si spiega la nostra latitanza. In questo modo però non facciamo altro che rendere ancora più purulenta questa piaga, indegna di una società civile.
    Grazie Milvia.
    Mirella

  8. anonimo ha detto:

    prova a leggere il mio ‘la casa del quarto comandamento’. se lo trovi.
    intanto di abbraccio e ti ringrazio per questo post.
    marco salvador

  9. Soriana ha detto:

    @Renzo: “il vecchio non ha più punti di riferimento” scrivi. Com’è vero…Improvvisamente si diventa (e ci fanno diventare) così, incapaci di decidere di noi stessi, fragili gusci di noce in balia delle onde. Per quanto dici delle badanti, però, non sempre è così. Anzi, la mia esperienza, e quella di molti amici e conoscenti, mi fa pensare che fra loro ci sono bravissime persone capaci di quell’amore che neppure la famiglia, a volte, riesce a dare.

    @Antonio: Bravo, Antonio. Come mi stridono quelle espressioni ipocrite…Si gira intorno alla realtà, per non riconoscerla nella sua crudezza, lo si fa per noi, non per loro, per i ciechi, per i sordi. Non lo si fa per i vecchi. Siamo noi ad avere paura delle parole.

    @Cri: come sempre le tue coraggiose e chiare parole fotografano queste realtà abbiette. Peccato che sembra che solo pochi abbiano gli occhi per vedere queste fotografie. Gli altri, quelli che veramente potrebbero cambiare le cose, si voltano dall’altra parte.

    @Laura: Io un figlio ce l’ho. E sono certa che provvederà a me, quando non sarò più in grado di farlo. E questo mi dà una profonda angoscia. Perchè so benissimo come ci si sente a vedere la propria madre che perde giorno per giorno la vitalità, la consapevolezza. Vorrei risparmiargli questa angoscia. Vorrei essere sana pure io, fino all’ultimo. o, come tu dici, andarmene prima.

    @Luci: Sì, cara Luci, dovremmo educarci alla vecchiaia, come tu dici. Accettare di diventare vecchi, accettare le rughe, i tremori, il corpo che pian piano perde la sua compattezza. Quello che a me è più difficile accettare è il disfacimento della mente.Questo, davvero, mi terrorizza.
    Dolcissimo, il gioco di Villa Arzilla. Sarebbe bello, molto bello, avere una grande casa dove gli amici vivono insieme il loro inverno. Lo renderebbe meno rigido, caldo, come se fosse sempre Natale.
    @Patrizius: che bella definizione…Un’enciclopedia di vita, che riporta le cose davvero importanti. Ma hai ragione: nessuno ama consultarla.

    @Mirella: ne avevamo parlato, ricordi?
    Grazie, Mirella cara, di aver condiviso con noi quelle esperienze tanto crudeli.
    Hai ragione: si parla, ci si batte (non in tanti, in verità) per il diritto delle classi meno privilegiate. Ed è giustissimo. Ma spesso ci si dimentica che non esiste, ad esempio, solo l’infanzia abbandonata, ma esiste anche la vecchiaia abbandonata. Abbandonata dalla cura dell’anima, soprattutto.

    @Marco: ciao, sono molto contenta della tua visita. Conosco la tematica e il grande valore del tuo libro attraverso le parole di Renzo Montagnoli. E’ da un pezzo che mi ero appuntata di acquistarlo. Grazie di avermelo ricordato. Pure io ti abbraccio.

    Milvia

  10. biancabalena ha detto:

    Sai che per un po’ ci avevo creduto? Che esistesse un posto come tu l’hai descritto…
    Peccato.
    Anche a me piace “vecchio”. Ha dignità e forza e orgoglio.

    Un abbraccio
    sabrina

  11. anonimo ha detto:

    Sono d’accordo con luci sulle tue capacità di scrittura;su l’argomento che tratti molto di quello che avrei voluto dire è stato detto, i vecchi affascinano e mettono paura in modo più o meno conscio, per quella loro vicinanza alla morte; avrebbero diritto a tutto quel rispetto e quell’attenzione a cui hanno diritto tutti, ma in modo particolare per la loro mancanza di prospettiva, per quella debolezza del corpo e quella potenziale ricchezza della mente.
    ciao da una maria comunque affascinata ed impaurita.

  12. Soriana ha detto:

    @Sabrina: magari, magari esistesse un posto così…Ma non hai notato come anche dal punto di vista architettonico sia esterno che interno, proprio quei luoghi che dovrebbero infondere serenità come appunto case di riposo, scuole, ospedali, siano invece grigi, tristi, opprimenti?
    Ricambio l’abbraccio.

    @Maria: é proprio la mancanza di prospettiva che sgomenta, come tu giustamente hai scritto. I giochi sono fatti, e che rimane? Dovrebbe rimanere il rispetto verso di loro, o quel senso di pietas che ormai tutti abbiamo dimenticato.

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