L'amore che non si spezza

P1020904L’avviso che voglio dare questa notte ai naviganti è importante, perché se lo seguirete arriverete poi a trovare parole”vive” di un uomo che non c’è più. Il merito è tutto di Annalisa, che nel suo blog ha ricordato oggi quest’uomo che tre anni fa è stato ucciso.
il post è “
Per il 26 agosto di tre anni fa”, il blog http://circolobaldoni.splinder.com
Le parole "vive" le troverete qui: http://bloghdad.splinder.com/
Riporto anche il commento che ho lasciato da Annalisa, così sarà più chiaro perché  ho usato il termine “vive”
Sai, ho cliccato su commenti e ora non so che dire…Ho solo un nodo in gola. Sono entrata nel suo blog (non sapevo che ne avesse uno) e ho letto, saltando qua e là. Lì lui c’è ancora. Non voglio essere banale. Voglio dire che ho capito che un blog è come un pezzo di vita, più che se le stesse cose fossero scritte su un libro o su un giornale Forse perchè non c’è mediazione, perchè me lo vedo lì a scrivere, senza poi che le sue parole siano passate attraverso strutture editoriali. Da lui a noi. Non so, è qualcosa che mi ha confuso e commosso profondamente.

L’altro giorno ho parlato di vecchi e di ospizi.  Ho scritto un racconto, tempo fa. Ci sono due vecchi, c’è una casa di riposo, anche se non è come quelle che ho descritto. Ci sono anche due giovani, due giovani un po’ particolari. E, comunque solo una storia d’amore. Un racconto lungo. Spero abbiate la pazienza di leggerlo.

Andate e Ritorni


    Quando scosta la tenda della finestra e vede scendere dall’auto il nuovo ospite, ha un moto di stizza: è una donna.
Uno dei tre compagni con cui ogni pomeriggio fa la partita, ha intrapreso il Viaggio proprio l’altro ieri. E a bridge non si può giocare in tre. Fra gli altri, poi, non ha mai trovato nessuno che ami giocare.
 Aveva proprio sperato che fosse un uomo, e invece eccola quella vecchia che scende dall’auto appoggiandosi ad un tizio basso, probabilmente il figlio.
Se la ritrova poi in sala da pranzo, e quasi lui le cade addosso, inciampando in quel maledetto tappeto che non hanno mai il buonsenso di togliere.
Lei si volta, lo scruta, e fa:
    “Io ti conosco: tu sei Leonardo  Anfossi.”
Ancora irritato per l’incidente, Leonardo la guarda, e, per un attimo, scorge un luminoso lampo azzurro sotto una frangetta candida. Poi la luce si spegne, e sugli occhi della donna sembra scendere una tela di ragno. Lei si gira e si avvia incerta nella sala.
Leonardo scrolla le spalle. Ho una fame, chissà chi è quella stramba, pensa, in qualche modo avrà saputo il mio nome alla reception; e si dirige verso il suo tavolo.
Ma qualcosa gli gira dentro, mentre mangia, e alla fine  lascia nel piatto il grappolo d’uva e la va a cercare.
E’ seduta vicino alla finestra, nel tavolo d’angolo.
Piero la sta imboccando e un sottile filo di saliva imbratta il mento della donna.
    “Signora, mi scusi, ma come mai sa il mio nome?”
Lei solleva il volto, gli sorride con un sorriso da bambina, poi con voce sottile:
Sette paia di scarpe ho consumato
di tutto ferro per te ritrovare…

E sembra quasi che canti.
Piero le posa una mano sul braccio:
“Continuiamo a mangiare, signora, si raffredda tutto.”
Lei abbassa lo sguardo e ubbidiente apre la bocca.
Leonardo non capisce, è confuso.
    “Ma cosa ha detto? Chi è questa donna? Sa il mio nome, ma io non capisco…”
chiede a Piero.
    “Non so come si chiami, io ho preso servizio proprio adesso;  so solo che è quella della 7, e che non è tanto a posto con la testa.”
Ah, un’altra con la malattia del gomitolo che si srotola, si dice Leonardo: la mente tutta tonda e piena come un gomitolo, poi un capo del filo di lana se ne esce e va, e va, fino a quando di tutto quel pieno non rimane che un lunghissimo filo, senza volume, senza direzione.
 Fa un breve inchino e si allontana.
 Non gli piacciono le malattie dei vecchi, e quella, poi, in special modo.
E’ quasi sulla porta quando sente ancora la voce, più forte e limpida, ora:
Sette verghe di ferro ho logorato
per appoggiarmi nel fatale andare

Affretta il passo e si dirige al bar.
Leonardo Anfossi: settantacinque anni, presidente di banca in pensione. Solo, da quando sua moglie è morta, dieci anni fa. Ha scelto di vivere in quella casa di riposo per comodità. Lo infastidisce vivere in mezzo a tutti quei vecchi, ma il non dover pensare all’andamento di una casa, a trovarsi una domestica, alle meschine beghe di condominio,  questo gli piace. Poi il posto all’interno è bello, ci sono i soffitti affrescati, l’arredamento è piuttosto elegante, anche quel maledetto tappeto, sì. C’è pure un parco, tutt’intorno alla Villa, e gli alberi, per fortuna, quasi nascondono tutto quel brutto ciarpame, là fuori, sulla via: il casello dell’autostrada; il bar-ristorante dove si fermano sempre solo camionisti, (chiamarlo “Oasi”, ha sempre pensato, è stata una trovata da deficienti); quell’albergo dai colori grigini che chissà chi ospiterà mai…  La ferrovia è una ferrovia, non è che se ne può dire tanto, se non che i treni con il loro tapum tapum gli disturbano il sonno. Il fiume, poi, e il sentiero che porta in collina… insomma, a lui la natura non ha mai interessato più di tanto.

    Il bar è vuoto, quei vecchi se ne sono andati già a dormire.

    Lucia aveva le gambe stanche. Da due mesi lavorava come cameriera in quell’albergo, ma ancora non si era abituata a tutto quel correre da una camera all’altra. Si era avvicinata alla finestra e aveva guardato fuori. Era sempre pieno di movimenti e di rumori, lì sotto. Le piaceva. Il flusso delle auto che uscivano ed entravano in autostrada, il treno che a volte sembrava gareggiare con quel flusso, il fiume che strusciava lento contro gli argini, lo sbattere delle portiere dei camion, gli uomini che uscivano ridendo dai loro mezzi e si infilavano poi pigramente nel locale vicino al parcheggio, per mangiare qualcosa e leggere il giornale.
 Lei, anche se si muoveva tutto il giorno, si sentiva immobile, inchiodata a terra, pesante. Non aveva ruote, non aveva binari, non aveva un alveo su cui adagiarsi e andare, non aveva risate. Segnata, marchiata, pensava anche ora, come  aveva fatto già infinite volte. Maledetta.
Di notte  sognava che la macchia se ne era andata, e lei diventava come le altre ragazze, le guance lisce e splendenti. Ma al risveglio sapeva che quella era ancora lì, la sua nemica, la sua vergogna, ruvida al tatto, repellente a vedersi, ma sempre vitale e grande e sguaiata.
    Stava per allontanarsi dalla finestra quando lo vide: l’uomo stava in piedi sulla riva del fiume, nel chiarore forte della luna piena, e girava lento su se stesso, le braccia dondolanti staccate dal corpo, il viso proteso verso il cielo. Aveva continuato per un poco quella strana danza, piena di una grazia lieve. Un ragazzo, aveva pensato Lucia, un ragazzo che gioca. E’ magnifico. E’ felice. Ma poi, quando lui si era fermato e si era seduto sui sassi, e aveva reclinato il capo sulle ginocchia, le era sembrato un vecchio, un fragile vecchio. Lo aveva guardato ancora per un istante, incuriosita. Non poteva essere un ospite della casa di riposo lì accanto: aveva vestiti troppo dimessi. Un giaccone come quello non era certo l’abbigliamento usuale dei vecchi eleganti che era solita vedere passeggiare nel parco della villa.
    Si era staccata dalla finestra e si era stesa sul letto. Aveva fissato quella brutta lampada di plastica arancione sulla sua testa, poi aveva spento la luce. Il giorno prima il padrone dell’albergo le aveva chiesto di andare a Firenze con lui.
    “Dai, Nanà, “ le aveva detto “ stiamo due giorni, fiere non ce ne sono e qui chiudiamo per ferie, questa settimana, ci divertiamo, ci conosciamo meglio, poi voglia, dove ti porto… Nei ristoranti più cari!”
Nanà. Lei era Lucia, non Nanà, lui chissà perché aveva preso a chiamarla così fin dall’inizio, e le stava sempre intorno, quel vecchio, lo sguardo lubrico, ogni scusa per strusciarla. Buona per lui, ecco cos’era lei. Buona per quel vecchio animale. Merce di scarto, Lucia dalla macchia viola.
Non  c’era mai stato un ragazzo, non un amore di uomo, ventisei anni passati a cercare di essere invisibile. A tentare di cancellare gli sguardi.
Si era addormentata quindi pian piano, e l’ultima immagine prima del sonno era stata la grazia del ragazzo sul fiume, mentre danzava.
   
   
    All’indomani  Leonardo si sveglia e si sente un sorriso dentro. Un sogno. Ha fatto un bel sogno e un nome gli affiora alle labbra: Maddalena.
Che strano: lui, i sogni, non se li ricorda mai.
Nel sogno lui è a scuola, l’ultimo anno del liceo. Il professore di italiano legge una poesia, e lui intanto scrive una lettera d’amore alla ragazza del terzo banco: Roversi Maddalena. La sua Maddalena. Quella che ha detto di amarlo tanto, e che lui tanto ama.
Improvvisamente Leonardo rammenta: quel sogno è solo il frammento di un ricordo. Quinta liceo, il professor Antolini, e Maddalena, i capelli che sfiorano il suo banco. La lettera, la sua prima lettera d’amore, passata di soppiatto alla ragazza. Il professore che se ne accorge e lo punisce, facendogli ridicolmente copiare per dieci volte la poesia che lui stava spiegando; come se Leonardo fosse un ragazzino delle elementari. Se ne ricorda ancora il titolo e l’autore: “Davanti San Guido”, Carducci.
Quel  pomeriggio, poi, Maddalena lo aveva aiutato a scriverne qualche copia, cercando di imitare la sua calligrafia, ed era stato un pomeriggio costellato di baci, di palpito dei cuori, di certezze assolute nel futuro.
Maddalena: come ho potuto non pensare a lei, in tutti questi anni, si chiede Leonardo.
Le uniche lettere d’amore che ho mai scritto. Una al giorno, nei primi mesi di università,
nella città lontana da lei e da tutta quella gioia.
Poi.
Poi, per lui, nuovi amici, nuove storie. Diviene sua compagna l’ambizione, il voler diventare qualcuno; affastella anni su anni di manovre per salire, per arrivare. La figlia del presidente di una banca importante. La sposa.
Maddalena: quando le aveva detto che era finita lei lo aveva guardato con quei limpidi occhi azzurrissimi e aveva cominciato a piangere in silenzio: lacrime come parole.
E piangeva ancora quando era uscito dalla sua casa, un misto di imbarazzo, rimorso e senso di perdita.
Per qualche tempo aveva chiesto sue notizie agli amici: lei non si rassegna, gli dicevano. Poi aveva smesso di chiedere, e aveva cominciato il suo volo.

     Si veste con lentezza: la camicia a righine strette, i pantaloni grigi, la cravatta grigia e azzurra, la giacca impeccabile. Le scarpe che ci si potrebbe specchiare.
Un’ultima occhiata allo specchio. Un’ultima ravviata ai capelli: ne ha ancora tanti, quasi come allora. Il pensiero vaga fra tutti quegli anni passati, gli sembra ora, a rincorrere un nulla, per conquistare una carica, per tenere in tasca un biglietto da visita importante: Dottor Leonardo  Anfossi Presidente.

    Alla reception gli rispondono che la nuova ospite è la signorina Roversi Maddalena.

    Ancora scalza, Lucia era andata alla finestra. Lui era lì. Aveva in mano qualcosa che brillava al sole, e lo guardava fissamente. Si era tolto il giaccone e con quella maglietta azzurra, che gli scendeva molle sulle spalle magre, sembrava un adolescente. Una canadese gialla era piantata poco più a destra sulla spiaggetta, quasi lambita dall’acqua del fiume.
La ragazza si era preparata in fretta; era il primo giorno di chiusura dell’albergo e lei aveva tanto tempo per sé. Aveva deciso di scendere al fiume.

    “Hai un fiore, sul viso! Sei bellissima!”
Aveva una voce melodiosa, morbida. La stava guardando senza sorpresa, senza repulsione, senza accenno di scherno. Aveva occhi…ecco, Lucia non avrebbe saputo decifrare quello sguardo: gli occhi erano limpidi, scuri ma trasparenti; occhi di bambino, ma con la saggezza di vecchio. Una espressione tutta aperta in superficie, eppure anche profonda. Uno sguardo così lei non lo aveva mai visto. E mai aveva sentito quelle parole.
    “Ciao, mi chiamo Lucia. Cos’hai, lì in mano, che brilla?”
    “Sono le lacrime di gioia del fiume. Sono colorate, e vedi come luccicano?
Il fiume le butta fuori quando è felice e vuole fare un dono. Vuoi una lacrima di fiume?
Vuoi questa azzurra?”
Lucia si era chinata a guardare la mano del ragazzo. Piccoli cocci di vetro levigati dall’acqua, normali scorie di tante rive. Aveva preso quello azzurro, era caldissimo, lo sentiva nel palmo come una traccia vitale.
    “Posso toccare il fiore del tuo viso?”
Lucia si era fatta indietro e la sua mano era subito corsa a nascondere la macchia.
    “E’ bello, il tuo fiore, Lucia. Sei stata scelta, da quel fiore. Sei speciale. Non devi averne paura.”
Lei gli aveva detto sediamoci un attimo, e poi: tu, chi sei, gli aveva chiesto.
    “Io mi chiamo Marco. Nel mio quartiere tutti mi chiamano “ scemo”. Per questo sono venuto via. Ma io mi chiamo Marco. Io sento le cose che loro non sentono. Io sento i fiori. Io li sento quando si aprono, suonano come una musica, sai, un fischio sottile che va su e giù, e poi spalancano i loro colori nel mondo. Io vedo le cose che loro non vedono. Sai che quando piove le gocce danzano, ogni goccia ha il suo ballo, veloce lento lento veloce, danzano nell’aria, poi nella terra si riposano. Nel mio quartiere tutti mi dicono “quello strano”. Ma io mi chiamo Marco. E anch’io sono stato scelto.”
Le automobili seguitavano ad entrare ed  ad uscire dall’autostrada, il fiume continuava a scorrere, un treno stava scivolando sui binari. Eppure tutto sembrava immobile e silente, a Lucia, loro due racchiusi in un globo di magia.

.
    Lei è nella sala di lettura. Gli occhi socchiusi, le dita, che sembrano accompagnare un ritmo interiore, tamburellando lievi sul bracciolo della poltrona. Il viso è uno specchio sereno. Leonardo le si siede accanto.
    “Maddalena…”
Ma la voce gli si rompe, il suono rimane sospeso nello spazio che li separa. Non sa più che dire.  La donna allunga un braccio, e posa una mano sulla sua.
    “Lo sapevo che ci saremmo rivisti. Sì, Leonardo, l’ho sempre saputo. Anche perché ti ho chiamato tanto, dentro di me. Ti chiamavo sempre. Le lancette del tempo si erano fermate, l’orologio si era bloccato. Ma ora sta andando, lo senti? A volte succede. Quando c’è stato tanto amore, succede.”
Leonardo non riesce ancora a parlare, gli sembra tutto un’invenzione della sua fantasia. Gli vengono alla mente batuffoli di ricordi: un vestito azzurro; una risata sulla spiaggia; la prima volta che lei si è spogliata per lui, per quella cosa proibita, magica, piena di musica.
Tace, ma le accarezza il viso. Si sente gli occhi lucidi, li socchiude un attimo. Deglutisce l’emozione. Raddrizza la schiena. Fa resistenza.
    E comincia a parlare: le dice della moglie morta, dei figli che non sono nati, della casa che ha affittato agli svedesi, del lavoro, tutto in fretta, tutta la sua vita in pochi minuti. Tutto sotto controllo, si dice, solo l’incontro fra due vecchi amici.
Ma si ritrova sempre lì, con il cuore caldo; è ancora lì: diciottenne ed innamorato.
Maddalena lo guarda e sorride. Toglie lentamente la mano dalla sua. Continua a sorridere:
    “Ma tu chi sei?” chiede, la voce incerta.
    “Uno che ha perduto.” Risponde Leonardo, baciandole una mano ed alzandosi.

    Verso sera conosce il nipote di Maddalena, che è venuto a trovarla.
Sì, mia zia non si è mai sposata, racconta l’uomo, ora ha solo me e mia moglie. Mia mamma è morta poco tempo fa, e noi non possiamo tenerla a casa. Ha visto anche lei, com’è: solo ogni tanto, ma sempre meno, è lucida. Ma altrimenti è un disastro. Quando è lucida, però, le assicuro, è sorprendente. Si ricorda cose di mille anni fa. I medici? Niente, dicono che non c’e niente da fare.
    A volte Leonardo la porta a passeggiare nel parco. Un giorno decide di portarla a vedere il fiume. Maddalena è distante, sembra non vedere niente. Lui nota le foglie degli alberi arrampicati sulla collina. Sono screziate di rosso, rossi cupi e delicati, variazioni molteplici dello stesso colore.
Sono belle, pensa, sono riposanti, danno un senso di intimità.
Lei a un tratto si ferma.
    “Guarda, guarda quei due ragazzi, là, vicino a quella tenda gialla. Sono gioiosi. Si amano, lo vedi?”
Lui li guarda, ma vede solo due ragazzi, lui con una maglietta troppo grande e lei con una brutta macchia sul viso. Ma è contento che Maddalena sia uscita, anche se solo per un attimo, dalla sua apatia.
Sì, solo per un attimo. E poi ancora quello sguardo perso, vuoto
Mentre rientrano lei cantilena:
Sette fiasche di lacrime ho colmate,
sette lunghi anni di lacrime amare…

    Il padrone dell’albergo era partito da solo, per Firenze. Che trovasse là, di che cibarsi, aveva pensato Lucia.  Aveva quasi una settimana. Una settimana per Marco.
    Cominciava a far freddo, sul fiume, ma lei aveva rimediato un sacco a pelo nel ripostiglio dell’albergo, e lo aveva preso per lui. Glielo aveva portato nella tenda, e Marco era entrato in quel momento con un mazzetto di gelsomini.
“Per te,” aveva detto “sono i piccoli fiori del tuo fiore.” E per la prima volta lei gli aveva permesso di accarezzarle il viso. Era stata  una vera corrente che l’aveva attraversata, era stato come il soffio divino che  crea la vita.
Fare poi all’amore era stato solo il dilatarsi di quella corrente, di quel soffio divino.
Lucia non era mai stata con nessuno, ma sapeva che la tenerezza e la pienezza che le aveva dato Marco con nessuno mai le avrebbe potute ritrovate. Pur nello spazio angusto, pur con la loro inesperienza. La prima volta. Anche per lui.
Uscirono sul fiume e si presero per mano. Due in uno, pensò Lucia, per sempre.
    “Guarda, Lucia, là, sulla strada, quell’uomo e quella donna. Lui è triste, lei no, lei è un angelo. Ma si amano, tutti e due. Hanno i capelli bianchi ma sono ragazzi, c’è la luce intorno a loro. Io la vedo.”
    Due in uno, pensò nuovamente Lucia. Per sempre.
 Anche se sapeva che non sarebbe stato possibile.

 

    Quella mattina Maddalena non si vuole alzare. Piero, che ha notato la vicinanza fra i due, chiama Leonardo. Provi lei, gli dice, non vuole aprire neanche gli occhi stamattina, forse con lei…
Lui entra nella camera numero 7. Una bella stanza luminosa. Sente un profumo sottile, leggermente amaro. Lo riconosce, a distanza di più di mezzo secolo: il suo primo dopobarba. E’ come si mi avesse portato addosso in tutti questi anni, pensa Leonardo, e l’emozione gli chiude la gola.
“Madì,” la chiama piano, ritrovando il vezzeggiativo  di allora “Sono io, sono Leonardo.”
“Ecco, ci sei, amore mio” e apre gli occhi, luminosi, trasparenti. “Ora posso anche andare.”
Un sospiro profondo. Richiude gli occhi.
E dopo poco lui capisce, con angoscia..
Si stende vicino a lei, l’abbraccia. E, mentre inizia a cullarla dolcemente, bisbiglia:
Tu dormi alle mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

    Le giornate, ormai, si sfilacciavano in una nebbia densa. Le auto viaggiavano più lentamente, il rumore delle portiere dei camion era più attutito, le risate degli uomini più stentate.
    Quando arrivò al fiume si accorse che la tenda era sparita. Cercò Marco con lo sguardo, lungo la riva. Nulla. Corse al bar, entrò affannata. A volte andava lì a mangiare, ma niente, non c’era.
Il barista le fece un cenno e le consegnò un foglio ripiegato.
Fu presa da un gelo improvviso. Tornò nella sua stanza.
Una calligrafia grande, da bambino, righe tirate con forza su parole poi riscritte.
“Cara Lucia, io vado, io continuo ad andare. Io non posso fermarmi, io devo continuare a sentire le voci delle cose, a vedere le cose che hanno luce, che danzano, devo continuare a sentire le musiche. Non ci riesco più, adesso, ho io, troppa luce, adesso. Sento solo la mia musica, adesso. Io credo di volerti troppo bene, è per questo che devo andare. Io sono  fiume, sono  pioggia, sono movimento. Io vado.”
Lucia  si era ripiegata sotto le coperte, il foglio contro la sua guancia.

    Leonardo posò il libro e si avvicinò alla finestra. Pioveva, pioveva fortissimo. Fuori era come si fosse cancellato il mondo e non fosse rimasto nient’altro che una cortina d’acqua.
Sostò qualche istante davanti ai vetri. Tirò un lungo respiro e lentamente tornò al suo libro di poesie.

    Lucia guarda la pioggia, dalla finestra della sua camera. Ha finito di rassettare tutte le stanze, e ha qualche ora di libertà. Guarda la pioggia, mentre si accarezza la guancia. Guarda le gocce. Chissà quale danza stanno facendo? Ecco, l’ha visto il movimento di quella goccia che sta ballando: lento…lento…veloce…veloce…veloce

La canzone: mi piace pensare che Leonardo e Madì la ascoltassero nei loro pomeriggi innamorati…

http://www.youtube.com/watch?v=oHJwqE5wdVc

Aggiungo un altro avviso, che per coincidenza ben si allaccia a quanto scritto sopra: mi permetto di consigliare a tutti la lettura de "La casa del quarto comandamento" di Marco Salvador, Ho riletto la bella recensione a questo romanzo su
armoniadelleparole.splinder.com
Anche Marco Salvador parla di una casa di riposo, racconta di "vecchi", racconta di amore. Indubbiamemte con parole migliori delle mie.

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6 risposte a L'amore che non si spezza

  1. cristinabove ha detto:

    Meraviglioso!…
    Milvia, il tuo racconto mi ha preso e trasportato , mi ha aperto mille vie di pianto, mi ha trascinata in un futuro probabile e prossimo, mi ha incantato…Sei magica.
    Grazie.
    cri

  2. cristinabove ha detto:

    Dopo aver fatto un “giro” nella vita e nei reportages di Enzo Baldoni, non posso che dirti infinitamene grazie, Milvia, per averlo ricordato.
    ciao
    cri

  3. RenzoMontagnoli ha detto:

    Sai bene che questo racconto mi è sempre piaciuto, ma vorrei che fossero i giovani che lo leggessero e meditassero, perchè anche loro diventeranno vecchi.

  4. lauraetlory ha detto:

    Non sono più tanto giovane. Non sono ancora vecchia, però. Ho letto con commozione questa storia di amori perduti e ritrovati, della fortuna di incontrare un’anima affine, del dolore di perderla perché è così la vita. Non ho letto Marco Salvador, ma senza nulla togliere a lui (sto ancora cercando il suo “Maestro di giustizia”), credo che la vetta raggiunta da Milvia sia difficile da scalare. Sui vecchi consiglio anche la lettura di “Cosa ti aspetti da me” di Lorenzo Licalzi.
    Laura

  5. sweetvi ha detto:

    così bello, così intenso…
    certi amori non hanno barriere, persistono nel tempo e nello spazio. l’età non può cancellare certi sentimenti, alcuni restano eterni.
    c’è così tanto da imparare sia da chi non è più giovanissimo sia da chi, in qualche modo, è “diverso”… forse se si capisse che siamo tutti diversi, a modo nostro, che tutti, Dio volendo, vedremo diventare i capelli grigi e poi bianchi, vedremmo ciò che ci circonda con meno leggerezza e superficialità….
    complimenti per il racconto che, in fondo, potrebbe essere il racconto di tanti….

  6. Soriana ha detto:

    @Cri: Il tuo commento mi emoziona…Ma non merito tanto! Grazie con tutto il cuore. Per Enzo Baldoni devi ringraziare Annalisa: tutto suo è il merito…

    @Renzo: lo so che questo racconto ti piace. Non so, invece, se i giovani lo leggeranno. I giovani, con i vecchi, non vogliono aver molto a che fare. Dopotutto anche noi, quando eravamo giovani, non ne volevamo sapere…

    @Laura: Felice di averti commosso. Il libro di Marco Salvador l’ho ordinato ieri alla Feltrinelli. E seguirò pure il tuo consiglio di lettura. Bellissimo il racconto tuo e di Lori su Arteinsieme. Grazie di tutto, Laura!

    @Sweetvi: benvenuta e grazie! Le tue sono parole sagge. Ho visitato il tuo blog: cose scritte molto bene. Un blog che…vale la pena. Ciao e ritorna qui.

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