Di altri e di me

pistacchio_lettera22

Call center: se ne parla molto quando si affronta il problema del precariato. Ma, come ci racconta Sabrina Campolongo, (balenebianche.splinder.com/)  i call center possono anche essere esperienze che acuiscono la sensibilità.

in piumedifarfalla.leonardo.it/blog
Rita continua a riflettere sui sette vizi capitali: ha iniziato a lasciarne appunti dal 7 agosto. E oggi parla dell’avarizia. Consiglio vivamente anche una lettura retroattiva.

Il grigio della noia: in armoniadelleparole.splinder.com
Renzo Montagnoli ci propone un’altra sua recensione che credo valga quanto il libro che ne è oggetto.

//reanto.wordpress.com/
Un argomento affrontato pure da altri bloggers: lavavetri.
Antonio ne accenna solamente: per lasciare spazio a ogni possibile commento

La nostra prof tornata dalla Capitale, ci delizia con i suoi appunti di viaggio. Qui: //laprof.splinder.com/

E se volete leggere una appassionante storia vi comunico che su http://lestoriedilauraetlory.splinder.com
è online il nono capitolo di
Le colpe dei padri. Non perdetelo!

Poi voglio mettere qui anche questa dichiarazione rilasciata da Fulco Pratesi, che ho trovato in: http://www.repubblica.it/2005/h/sezioni/cronaca/caccia/caccia/caccia.html
Per Fulco Pratesi "con assoluta mancanza di coscienza e senso di responsabilità, la Toscana autorizza la preapertura ad anatidi quali alzavola, germano reale e marzaiola, mentre nelle Marche si può sparare a mestolone e marzaiola".
Insieme a 14 specie di uccelli selvatici tra gli animali che rischiano l’estinzione e che possono essere cacciati c’è anche la lepre italica.
Mi piacerebbe molto sapere cosa ne pensate della caccia. pollice verso o no?

N.B.: Io posto di notte, quasi sempre. I blogger per bene no, in genere lo fanno dall’alba al tramonto, più o meno. Ecco perché i miei avvisi risultano sempre in ritardo di un giorno. D’altra parte, alla mia veneranda età, è difficile cambiare abitudini…

E ora qualcosa su di me:
Tempo fa partecipai a un concorso, dal titolo inquietante: Concorso in omicidio. Poi non ne seppi più nulla. Normale, questo: la maggior parte dei concorsi avvisano solamente vincitori e selezionati.  Ma, mesi fa, girellando in rete, non so come, vidi che era stato invece selezionato e pubblicato, con altri, in e-book. Non ero stata avvertita, nessuna mail, nessuna telefonata, nessuna lettera. Però, proprio per questo, la sorpresa fu più piacevole…

Perché scrissi questo racconto non saprei dire. Abbastanza lontano dalle storie che di solito racconto. Forse, a pensarci bene, è perché considero i miei personaggi qualcosa altro da me, entità autonome dotate di vita propria. Più volte mi è capitato di avere una storia in testa, con tanto di conclusione già delineata chiaramente, e poi…zacchete, il personaggio prendeva tutto un altro percorso. Ma potrete capire meglio queste mie parole andando a leggere:

Presentazioni

La biondina era lì, anche in quel pomeriggio ambrato.
In fondo alla sala, il corpo diritto contro la parete bianca, il mento alzato, lo sguardo attento.
Non si sedeva mai. E sempre se ne andava subito dopo l’inizio degli  applausi.

L’aveva notata fin dalla prima volta. Gli aveva ricordato qualcuno, ma non era riuscito a farsi venire in mente alcun nome. Non è che ci avesse pensato a lungo: c’erano gli amici, il cronista del quotidiano locale, sua madre in prima fila con gli occhi lucidi, il padre con il vestito buono, la Tina con lo sguardo sgranato.
E il suo libro fragrante di stampa sul tavolino, che gli faceva accelerare i battiti del cuore. La sua prima pubblicazione: copertina bianco lucido, titolo in blu, riproduzione azzurro pallido di un airone, 186 pagine. Risultato di sette mesi della sua vita passati a battere i tasti traballanti dell’Olivetti comprata in una bancarella, con i Beatles in sottofondo che cantavano Yellow Submarine dal mangiadischi arancione, con la madre che gli portava carezze e caraffe di spremute.
“Il mondo che vorrei” sarebbe poi stato definito, negli anni, la sua “Opera prima”. Con la “o” maiuscola.

Nel soleggiato pomeriggio d’ottobre, tanti anni dopo, lei era ancora lì. Di nuovo con quell’antiquato montgomery blu con gli alamari di legno, il maglioncino a collo alto, la frangetta che si gonfiava sulla fronte, la diritta riga tracciata sulle palpebre con l’eye-liner nero, così netta che si vedeva anche da lontano. Fuori stagione e fuori tempo.
C’era molto pubblico, c’erano pochi amici, c’erano tanti cronisti. Erano presenti esponenti di diverse reti televisive. Mancava sua madre, non c’era suo padre: forse erano Lassù, ma non è che lui ci credesse più di tanto. La Tina si era sposata già da vent’anni con un geometra conosciuto a Rimini ed era andata ad abitare a Busto Arsizio.
Jessica, in terza fila, stava flirtando con l’inviato di Telespazio, un tipo in Armani e occhi blu.
Fra la Tina e Jessica c’erano state sequenze di nomi: faceva fatica a ricordarli tutti.
Quel pomeriggio del 7 ottobre si teneva la presentazione del suo ultimo romanzo.
“Ultimo ultimo.”, diceva lui, da mesi, a tutti “Ho deciso che non scriverò più nulla. Basta. Neppure una cartolina.” 
“Testimonianze dall’assurdo” era appoggiato sul grande tavolo da conferenza: copertina nero opaco, titolo in bianco, riproduzione grigio nebbia di un disegno astratto. 126 pagine: risultato di due anni della sua vita passati per la maggior parte a fissare lo schermo vuoto del computer, e ad ascoltare il silenzio delle tante stanze della villa. La scatola del Tavor accanto al posacenere stracolmo, la bottiglia di acqua minerale posata a terra.

    Forse era stato alla presentazione della sua quarta opera. Doveva essere proprio per l’uscita di “Bestie in metrò” che lui aveva deciso di avvicinarsi alla biondina, e chiederle chi fosse. Ma dopo aver finito di firmare decine di copie, aver rilasciato due interviste, aver baciato la mano a una mezza dozzina di ammiratrici, dirigendo  finalmente lo sguardo al fondo della sala, non l’aveva più vista. Se ne era andata, come sempre.
 
Lei non gli si avvicinava mai, non chiedeva autografi, non voleva dediche. Lui non sapeva neppure se comprasse i suoi libri.
Non era bella, ma la sua costante presenza lo intrigava. Il viso rotondo, un po’ banale, reso appena più vivo dalla riga nera sulle palpebre, il loock anni ‘sessanta, quello starsene sempre in disparte, come una comparsa teatrale pronta a uscire di scena, rendeva la sua figura più rilevante di tutte quelle donne adoranti che quasi s’accapigliavano per occupare le sedie in prima fila.
A un certo punto, nella scala dei suoi successi, lui si era trovato a cercarla con lo sguardo non appena si sedeva al tavolo, ansioso se non la scorgeva subito, convinto ormai, in maniera scaramantica, che la sua presenza fosse il suo portafortuna personale.
E lei c’era sempre, anche quando l’evento era in altre città. Anche quando aveva presentato un suo libro a Lugano.
A volte aveva l’impressione che la ragazza fosse in attesa. In attesa di una risposta a una domanda mai formulata.

Ragazza.
 
Poteva forse essere alla presentazione di “Nulla”, il  suo decimo libro, che lui si era detto: ecco cosa c’è di veramente bizzarro, io ho messo su pancia, mi sono stempiato, i capelli che mi restano sono diventati grigi. Lei, la biondina, è sempre uguale.
    Ma aveva altre cose a cui pensare: era stato il periodo dell’abbandono di Monica, lo stesso periodo in cui aveva avuto anche la visita della Finanza. A volte è complicato essere uomini e scrittori.

    La noia. Era la noia che se lo stava mangiando. O forse la malinconia. Anche ora, mentre rispondeva alle domande dei giornalisti, con le luci dei flash che gli sbattevano sugli occhi, si sentiva vacillare sotto una cappa di un sentimento senza definizione. Non aveva più parole sensate da dire, non aveva più lettere vive da allineare una dopo l’altra per formare pagine. Si sentiva arido, del tutto seccato. Avrebbe voluto… cosa? non lo sapeva, forse i suoi vent’anni, i Beatles e una vecchia Olivetti. Forse l’entusiasmo frizzante del creare.
In un attimo di tregua dei fotografi vide il montgomery blu, là in fondo, la testa bionda, uno sguardo fermo, determinato.
    Jessica si avvicinò per dirgli che se ne tornava a casa: aveva un lieve mal di testa. La seguì con lo sguardo mentre si allontanava con quella gonnella a vita bassa che scopriva troppo, indossando tutta l’arroganza di chi sa di poter ancora giocare a qualsiasi gioco.  Decentemente poco dopo l’inviato di Telespazio si alzò, lo ringraziò per l’intervista e uscì dalla sala.
    Il rumore delle sedie, qualche luce che si spegneva, l’abbraccio frettoloso dell’editore. La sala vuota. Non interessava più a nessuno. Un prodotto commerciale ormai in scadenza.
Solo la biondina era rimasta: per una volta non se n’era andata prima di tutti gli altri.
Lui chiuse la penna stilografica, si infilò il soprabito, prese la cartella di pelle e si avviò lentamente verso l’uscita.
Lei era ferma, e lo guardava fisso.

Lui non sentì nessun dolore quando il coltello gli penetrò nel petto. Sorpreso, scivolò a terra piano, rimase un attimo in ginocchio, poi si adagiò sul pavimento.
Il viso di lei era a un palmo dal suo. Gli occhi fissavano i suoi occhi.
“Perché?” lui chiese con una voce arrugginita dalla ferita degli anni e del coltello “ Chi sei, tu?”
“Maria Nerozzi” rispose lei, con timbro fermo “ Non ricordi? E’ colpa tua se io non ho vissuto. E con la tua decisione di non scrivere mai più, mi hai tolto oggi ogni speranza.”
E allora ricordò.
Maria Nerozzi: il suo primo racconto, mai ultimato. Il suo primo personaggio. Amato, cullato nell’immaginazione durante quelle notti insonni, quando aveva scoperto in sé la frenesia del creare. Le tre pagine iniziali lette e rilette cento volte, limate, riscritte, perfezionate, riscritte ancora. Aveva promesso al personaggio un grande avvenire.
Ma poi altre trame, altre figure di donna gli erano spuntate sotto le dita. Maria Nerozzi era diventata all’improvviso un’estranea, un’ombra inconsistente. E lui aveva lasciato quella storia sospesa nel tempo e nello spazio. Lei, il suo montgomery, i suoi sogni di crescita, amore, ricchezza, chiusi da qualche parte, in qualche cassetto dimenticato. Spezzati per sempre. Abortiti.

Un colpo di tosse gli fece sgorgare dalle labbra livide un fiotto scuro di sangue.
Un eco di canzone gli attraversò il cervello.
L’ultima cosa che vide, prima di chiudere gli occhi, furono due linee perfette tracciate con l’eye-liner.

 

Se volete leggere anche gli altri racconti pubblicati in questo e-book, andate qui:
www.blogs.it/media/document/concorso_in_omicidio_2006_1/973401
Cliccando, una volta che si è aperta la pagina, su media file documents: avrete la versione in pdf del libro.

E ora, per stemperare l’atmosfera un po’ tetra del racconto un video musicale davvero simpatico.
http://www.youtube.com/watch?v=VaJ-HtNXRyQ

 

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6 risposte a Di altri e di me

  1. claudioarzani ha detto:

    Anch’io posto di notte, tra l’una e le due. Dunque sono un blogger di malaffare?

  2. Soriana ha detto:

    Eh…mi sa che siamo due blogger sospetti, caro Claudio…
    Ciao!

  3. lauraetlory ha detto:

    Bello Milvia, molto bello.
    Laura

  4. sambigliong ha detto:

    e l’altra cosa?, quando la finisci?
    il romanzo intendo Milvia (altrimenti sembra che parliamo in codice noi, e non è carino)
    r

  5. Soriana ha detto:

    @Laura: Grazie! Sono contenta ti sia piaciuto.

    @Sambigliong: Ahi ahi, caro Remo, mi hai graffiato, giustamente, la coscienza…
    Oggi ti scrivo una mail…
    Un abbraccio.

  6. anonimo ha detto:

    Buon racconto, reso bene e con i toni giusti.

    Fra Castoro da Girgenti

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