Amalia e il suo Virgilio

tortaZucca Prima qualche avvistamento.
E poi  un mio racconto. Sarei contenta che lo leggeste e mi diceste il vostro parere: accetto di tutto, anche gli…schiaffoni. Telematici, è ovvio…Ah, c’è anche una ricetta, nel racconto. Di questa torta qui a fianco (o quasi).

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Sempre su Arteinsieme lo  splendido L’autore resta ignoto, ma chi ci narra questa storia ignoto non è: perchè ancora una volta, a donarci emozioni attraverso i suoi racconti, è Renzo Montagnoli: www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=4&c=11&det=2675

Ed ecco il mio racconto.

IL COMPLEANNO DI AMALIA GARGIULO

    Amalia Gargiulo compiva quel giorno settantacinque anni e da dieci era vedova. Nonostante i figli fossero lontani e lei vivesse sola, nella casa poco fuori dal paese, sembrava non avvertire mai il silenzio che incombeva nelle stanze: da quando il marito era morto aveva preso l’abitudine di parlargli, di consultarsi con lui per ogni piccola cosa, di raccontargli dell’orto, della vicina che aveva raggiunto il figlio a Torino, della sagra del paese che quell’anno aveva attirato gente anche dalla costa. Ma soprattutto tirava fuori, parlandogli, tanti ricordi della loro vita comune.
    Erano discorsi che lei gli faceva dentro di sé, in silenzio; ma a volte le scappava una risatina, o un sospiro lieve. Poi, quando telefonavano i figli dall’America, raccontava al marito dettagliatamente, e ad alta voce, tutto quello che si erano detti.
“Salvatore ha comprato una casa più grande. Sua moglie ha smesso di lavorare, adesso lui guadagna di più. Pietro ha portato i suoi figli in campeggio, e il piccolino si è rotto un braccio, ma non ti preoccupare, non è stato niente. Linda si è fidanzata. Lui è di Nuova York, lavora in banca, è un bravo ragazzo. Speriamo che questa volta vada tutto bene, che dici?…”

    Linda era nata tardi; da subito era stata ribelle, non si voleva attaccare al seno, piangeva notte e giorno. E anche quando era cresciuta sembrava sempre chiedersi cosa c’entrava lei, in quella casa di vecchi, che dopo più di trent’anni di vita negli Stati Uniti non ne avevano per niente assimilato la cultura, e si ostinavano a parlare ancora in italiano, ed erano diffidenti e riempivano di domande imbarazzanti tutti gli amici che lei portava a casa, dicendole poi sempre, quando se ne uscivano, che nessun ragazzo americano poteva valere come un bravo ragazzo italiano. Così Linda aveva smesso di portare a casa chicchessia, si era chiusa in un feroce mutismo, interrotto solo da commenti sarcastici su alcuni comportamenti dei suoi: la messa tutte le domeniche, la benedizione annuale della casa, il rosario a maggio, di famiglia in famiglia; loro e tutti i loro amici, diceva Linda, non si rendevano conto di quale fortuna fosse vivere in quel paese stupendo, e come fosse importante essere uguale agli altri, e modernizzarsi. Amalia non capiva molto il senso di quello che la figlia diceva: lei pensava che le tradizioni erano tutto quello che la teneva legata alla terra; le tradizioni, la lingua, anzi, il dialetto, davano una concreta continuità alla sua vita.
Con il marito non parlava mai dei problemi di Linda, o di Salvatore e Pietro. La donna doveva occuparsi delle questioni dei figli, così le aveva insegnato sua madre, e all’uomo spettava il compito di portare a casa i soldi e di mantenere la famiglia.
    A dire il vero, Amalia si era resa conto solo davanti alla bara del marito che durante la loro vita in comune non avevano mai parlato molto, lei e Virgilio. E allora, quel giorno, in chiesa, un fiume di parole era scaturito dalle sue labbra. Gli aveva sussurrato l’amore che non gli aveva mai detto, l’orgoglio per quello che lui era riuscito a realizzare, la tenerezza e la pena che aveva provato per lui ogni volta che era rientrato a casa distrutto dal lavoro.
La gente in chiesa l’aveva guardata con emozione; poi qualcuno l’aveva dolcemente allontanata e riportata fra i banchi.

    E così, dopo la sua morte, Amalia aveva preso l’abitudine di parlare con il marito defunto. Ripercorreva con lui tutta la loro vita, e lo aggiornava sulla vita attuale. Non aveva rimpianti. Anche se fra loro non c’erano mai state troppe parole, c’erano stati i gesti, gli atti, le cose concrete: il catino con i sali rinfrescanti quando lui ritornava con i piedi infiammati dal suo lavoro di cameriere, l’aiuto economico con cui Virgilio aveva sostenuto la suocera, rimasta in Italia, che gli era costato ore di straordinari. E il silenzio saggio di Amalia quando il marito aveva preso una sbandata per una compagna di lavoro.

    “ Come si chiamava? Jennifer, vero? Tu pensavi che non me ne fossi accorta, ma lo avevo capito, sai! Tornavi a casa, dopo poco che lei aveva cominciato a lavorare con te, e mi parlavi, mi parlavi! Jennifer ha detto, Jennifer ha fatto, oggi Jennifer è andata… Strano tutto questo parlare, per te… Poi non hai più detto niente, ma venivi a casa con gli occhi brillanti come cocci di vetro nero al sole, e ci tenevi al vestire come mai avevi fatto. Che dovevo fare?… solo tacere ed aspettare che ti passasse! Un’americana…. Ma io sapevo che se fossi morto tu prima di me, ci sarei stata io al tuo letto di morte… Sapevo che volevi veder crescere i tuoi figli nella tua casa, e che quella storia era per te solo una boccata d’aria in quella vita dura che facevamo. Bastava far passare il tempo, e quella pazzia, la vampata che ti aveva preso la testa se ne sarebbe andata.
    Poi, ricordi, una sera sei tornato a casa che sembravi come impolverato, non so, eri un po’ più stanco del solito, gli occhi non ti brillavano più. Hai messo i piedi a bagno nella bacinella e dopo un po’ hai detto:
“ Sai, quella Jennifer si licenziata. Va a lavorare in California. Glielo ho trovato io, il posto. Ti ricordi Ermanno? Ha aperto un ristorante a San Diego… Meglio così.”
Non ti ho chiesto perché era meglio così. Sapevo che era finita. E che non ci sarebbe stata mai più un’altra donna.”

    Quando erano partiti per l’America erano tutti e due giovanissimi. Il viaggio lo avevano fatto subito dopo il matrimonio, il destino che li aspettava era incerto. Ma certo, e parlava di fame, era il destino che avrebbero avuto se fossero restati in Italia.

    “ Avevamo poco e niente, eh, Virgilio, ma la voglia di fare certo non ti mancava!
Salvatore è arrivato subito, in tre eravamo stretti in quella stanzetta dove il sole entrava grigio e di ovatta. Ti ricordi, ti ricordi quelle scale, strettissime e ripide, mi facevano venire in mente le scale della nostra torre, al paese, ma quelle là erano sempre sporche, e c’era una puzza che mi tornava sempre in bocca. Per fortuna c’erano tanti altri come noi, ti eri fatto tanti amici; poi c’era tuo cugino che ti aveva trovato il primo lavoro: scaricare le casse di pesce al porto.
L’hai sempre odiato quel trasportare tutte quelle cassette per ore e ore, con quell’odore che ti si infilava addosso dappertutto, e con la lingua che ancora non capivi… Poi tornavi a casa, ti lavavi furiosamente, e anche a tavola ti annusavi come un cane, le mani, sotto le unghie, le braccia. E non dicevi mai niente.
Quella volta che Salvatore è stato tanto male, e il medico non arrivava, e non c’erano i soldi per l’ospedale, ti ho sentito piangere, al gabinetto; cercavi di soffocare i singhiozzi, di confonderli con dei colpi di tosse. Ho messo la mano sulla maniglia della porta, poi ho capito che se avessi aperto tu non ti saresti più sentito un uomo. Ma adesso posso dirtelo: eri il mio uomo, e un uomo, quando è uomo vero, può anche piangere.”
 
    Poi Virgilio aveva trovato lavoro al ristorante italiano. E le cose erano decisamente andate meglio. Non lussi, ma la sicurezza, e una casa più grande, due balconi pieni di fiori, luce a fiotti, il sole che scherzava sui riccioli di Salvatore mentre giocava sul pavimento con le macchinine. Ed era arrivato il secondo figlio. La fatica, il sudore erano ancora compagni di vita, ma la speranza di un futuro vivibile era lì, concretizzata.

    “ Con la prima paga mi avevi comprato un vestito. Non mi avevi mai regalato nulla, neanche una sciocchezza da poco. E quando me lo hai visto addosso mi hai detto che con quella stoffa a fiori ero bella come un campo di maggio. Era il primo complimento che mi facevi. Hai girato subito la faccia, ma ho visto che eri diventato rosso. E anch’io mi sono toccata le guance ed erano calde. Quella notte abbiamo concepito Lauretta. E’ stata una notte diversa, siamo stati insieme in un modo diverso, ti ricordi, c’era tanto calore, poi, sì, ricordi? per la prima volta hai voluto tenere la luce accesa, e mi mangiavi con gli occhi.
 Lauretta, la Lauretta nostra. Il nostro angelo. So che adesso vi tenete per mano e che non c’è più quel male che ha riempito la casa allora e che mi ha fatto quasi diventare pazza.”

    Lauretta era nata nel grande ospedale della città, ma qualcosa era andato storto, e una minuscola bara aveva sostituito la vecchia culla che aveva già ospitato i suoi fratelli. Tornata a casa Amalia si era chiusa in se stessa, i due maschi ignorati, un rifiuto ostinato di mangiare. Virgilio aveva chiamato la moglie di suo cugino ad assisterla: a lui non permettevano di rimanere a casa dal lavoro. Tutte le sere le portava dal ristorante i piatti migliori; senza parole, ma accarezzandola, passava ore ad imboccarla Poi la teneva abbracciata tutta la notte, mentre lei se ne stava ad occhi aperti, nel buio, sentendosi una voragine senza fondo nel ventre.

“E’ stato il momento più brutto della nostra vita, Virgilio. Comunque, senza di te, non ci sarei riuscita ad andare avanti. Anche se non te l’ho mai detto. Tu, Virgilio mio, hai tirato fuori tutta la tua tenerezza, nascondendo il tuo dolore. Forse anche per questo, quando c’è stata la storia con quell’americana, ti ho lasciato fare.”

    La ragazza, perché era ancora una ragazza, senza le rotondità della donna fatta, e le sue sicurezze, era entrata nel ristorante in un giorno di vento, e il leggero lampadario all’entrata aveva tintinnato. Virgilio aveva alzato gli occhi dal tavolo che stava apparecchiando e aveva incontrato uno sguardo azzurro intenso, bellissimo. Il corpo smilzo, la cascata di capelli biondi, non li aveva visti: solo quello sguardo l’aveva come incatenato, risucchiato. Erano passati minuti prima che potesse parlare, mentre lei si toglieva la pesante giacca di lana, si incamminava verso di lui e si presentava.
“Sono Jennifer, devo cominciare a lavorare oggi.”
Poi era successo tutto in fretta. Si era sentito, i primi giorni, un tumulto mai provato, che lo faceva tremare quando lei arrivava al lavoro, che lo faceva sorridere di tenerezza davanti alle timidezze della ragazza, che lo costringeva a fare bene attenzione se non voleva commettere qualche errore nel suo lavoro. Gliela avevano affidata perché lui le insegnasse il mestiere, ma presto, prestissimo, dal ruolo di maestro era passato a quello di amante. Era durata tre mesi. Poi un pomeriggio, mentre lei dormiva fra le sue braccia, nella camera che Jennifer aveva preso in affitto, si era chiesto cosa ci facesse lì. Stava facendo del male a quelle due donne. A sua moglie, che non se lo meritava proprio, e a quella splendida ragazza, che aveva diritto a qualcosa di più di un uomo sposato con due figli, troppo più vecchio di lei, e non in grado di darle un futuro. Sua moglie era una brava donna, una brava moglie. Lui sospettava che avesse capito qualcosa: uno sguardo un po’ triste quando lui rientrava, una sorta di pudore quando stavano insieme. Poi i figli…
Doveva chiudere il suo sogno, spegnerlo cercando di creare meno dolore possibile. Jennifer aveva un progetto: andare a vivere in California, con lui. La doveva convincere ad andarci da sola.
Il cuore gli si era accartocciato per un po’. Solo una volta le aveva telefonato per sentire come si era sistemata. Lei aveva detto O.K. va tutto bene. Poi si era messa a piangere.
Una cosa così non doveva più succedere.

    Quel giorno Amalia compiva settantacinque anni e aveva deciso di festeggiarsi preparando una torta.
Prima di tornare a vivere in Italia, dodici anni prima, avevano fatto una grande festa d’addio. Avevano invitato tutti gli amici del vecchio quartiere, anche se loro da qualche anno abitavano in un sobborgo, in una villetta al centro della zona residenziale. Virgilio era diventato socio del ristorante, e si erano potuti permettere tante più cose.

    “La nostra casa era bella, Virgilio: aveva anche due bagni, e tutto era merito tuo. Avevi lavorato tutta la vita per darci tutte queste cose! Ti eri portato i miei sogni nella tua testa e nelle tue braccia e da lì li avevi fatti uscire. Linda continuava a dire che anch’io avevo fatto tanto, ma io non ho mai capito cosa…. Ti preparavo i pranzi, ti tenevo pulito, ho tirato su i figli… Ma non era quello che dovevo fare?…
Sai, a quella festa mi sono sentita una regina! La cucina piena di cibo, i figli grandi, il giardino della casa pieno di gerani, i nipoti che mi correvano intorno: nonna, ho sete, nonna, un biscotto, nonna, guarda il mio disegno….E gli amici che ridevano forte, le bottiglie di vino che brillavano al sole…Che giorno, Virgilio… Uno dei giorni più belli della mia vita… Anche se ormai, a me, non m’importava poi tanto ritornare al paese; anzi, lasciare i figli, i nipoti, mi rompeva un po’ il cuore, ma quello era il tuo desiderio, ed era giusto così. E i dolci, i dolci di quel giorno te li ricordi?….Avevo lavorato una settimana per cucinarli! Il più buono, il tuo preferito era la torta di zucca, ed è quello che farò oggi, ho già comprato tutto.”

    Amalia si diresse verso la credenza di noce, dove teneva riposte tutte le vecchie ricette che l’avevano accompagnata per una vita. Trovò quella che cercava e inforcando gli occhiali cominciò a leggere lentamente, a mezza voce:

500 gr. di zucca gialla
200 gr. di maizena
150 gr. di zucchero
Una bustina di lievito in polvere
Un pizzico di sale
Due cucchiai di olio
Cinque uova
Mezzo litro di latte
La scorza grattugiata di un limone

Cuocete la zucca per un quarto d’ora in un po’ d’acqua leggermente salata, poi sgocciolatela e passatela in un setaccio fine per ottenere una purea piuttosto asciutta. Aggiungete la maizena, il lievito, lo zucchero, il sale e l’olio, poi unite le uova, una alla volta, e, a filo, il latte, tutto sempre sbattendo. Aromatizzate poi l’impasto con la buccia di limone e versatelo in una tortiera profonda, dopo averla bene imburrata. Infornate a temperatura medio-alta per circa tre quarti d’ora.

    Amalia posò la ricetta sul tavolo e si accinse a preparare il dolce. Ormai, per sé non cucinava più tanto, la sera un caffelatte, a pranzo un piatto di pasta e un po’ di verdura. Ma oggi era contenta di fare quella torta. Il prossimo anno, il prossimo compleanno…

    “ Virgilio, quando penso di venire da te e dalla piccola non ho paura, delle volte nelle notti buie l’idea mi consola. Ora poi tutti i figli stanno a posto. Anche Linda, quel ragazzo, quello della banca, ha detto che la vuole sposare, e ad agosto lei lo porterà qua, a casa. Con Linda forse abbiamo, no, ho sbagliato. Dovevo ascoltarla di più, capire che lei era americana, ma ero già vecchia, e i fratelli erano già fuori casa. Linda ha passato tanti brutti momenti, tanti dolori, uomini cattivi. Ma adesso la sento contenta, e anche lei è a posto, adesso.”

    Mentre mescolava gli ingredienti prese a cantare, sottovoce, un po’ stonata:
“Io te vojo bene assaie
ma tu non piense a me…”
Qualcuno in paese diceva che era un po’ matta, qualcuno l’aveva sentita parlare da sola e sorridere. Le erano arrivate delle voci, ma non ne capiva il motivo. Lei parlava con il suo caro marito, che c’era di strano?

    Quando il dolce si fu raffreddato Amalia lo tolse dallo stampo, poi lo mise in un sacchetto di carta insieme ad un coltello. Entrò nella camera da letto e dall’armadio tolse un vestito a fiori, nero, con petali rossi e gialli e viola, e foglie di verde tenero.
“Vedi, Virgilio, il mio corpo è vecchio, la carne si è come seduta, ma il vestito mi va ancora bene…”
Risentiva il calore di quel giorno, e di quella notte, la voce di Virgilio che le sussurrava roca : “Quanto sei bella, quanto sei bella….” Sentiva le sue mani impazienti fra i capelli sparsi sul cuscino.

    Era ormai il tramonto, ed era l’ora era giusta per andare. Uscì di casa, col suo sacchetto stretto al cuore, e si avviò verso sinistra, dove la strada terminava in faccia al grande cancello. A quell’ora era già chiuso, Amalia lo sapeva, ma lei conosceva un piccolo pertugio, sul retro, dal quale poteva passare facilmente.

    C’era un grande sole rosso che stava calando, e pennellava d’oro le croci, le vecchie fotografie stinte e le lapidi di pietra. Lentamente Amalia arrivò alla tomba del marito. Accarezzò con gesto gentile la sua fotografia. Raddrizzò un fiore. Poi si sedette sulla lastra tombale, tirò fuori il dolce e cominciò a tagliarlo.
“Vedi, ho fatto il tuo preferito, ora lo sentiamo …”
Cominciò a mangiare, con piccoli morsi delicati, gli occhi fissi sulla fotografia del marito.
“Che bello che sei, Virgilio, sei sempre stato il più bello di tutti, anche là, in America!”
Si sciolse i capelli, con un gesto morbido e stanco.

    Il custode, poi, quando ne parlò, disse che per alcuni minuti, prima di toccarla, avrebbe giurato che stesse dormendo. Un sacchetto di carta era vicino a lei, e un grosso pezzo di torta insieme ad un coltello sporco di briciole.

    Nel mortaio sul tavolo della cucina trovarono un residuo di polvere bianca.

    Nessuno seppe mai spiegarsi dove si fosse procurata tutto quel sonnifero.

(da “Donne, ricette, ritorni e abbandoni” Pendragon 2005)

E ora un omaggio a quel Sud dove Amalia e Virgilio erano tornati, per rimanervi per sempre. Una canzone che ha avuto anche per me anni fa molto significato. Ma questa è un’altra storia.

http://www.youtube.com/watch?v=PkZW2cjRUCY

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12 risposte a Amalia e il suo Virgilio

  1. patrizius ha detto:

    Racconto con ricetta o una ricetta per un racconto?
    Ci sono tutti gli ingredienti per piacere ed infatti mi è piaciuto.
    Non mi aspettavo di un finale così a sor – presa ” pan degli angeli “.
    Servus!!!

  2. LaVostraProf ha detto:

    Allora: il parere di lettrice è che mi è piaciuto; che sono stata catturata da un incipit apparentemente semplice, in realtà capace di insuriosirti (chi è questa Guargiulo? perché si parla del suo compleanno? e così, di curiosità in curiosità, si va avanti).
    Parere di prof :-): hai la capacità di rendere gesti, persone o avvenimenti con tocco leggero ma preciso. Qundi, eviterei le espressioni un po’ troppo usate come “feroce mutismo”, ad esempio: in quel momento, hai già preparato la scena per un mutismo che non può essere altro che feroce.
    Sono stata brevemente disorientata dalla ripresa della storia di Jennifer, che mi sembrava spiegata e conclusa sopra, e che invece è ampliata più in basso. Ma forse questo dipende dalla velocità con cui ho letto (te l’ho detto che viene voglia di andare a vedere ‘come finisce’).
    Ora mi vado a leggere le altre donne e ricette (e ritorni e abbandoni) 🙂

  3. riri52 ha detto:

    Proverò a fare la torta. Il libro l’ho già letto e ne vale la pena. Per i colosi ci sono ricette da provare , per i lettori intriganti storie da leggere . Ciao Riri

  4. ReAnto ha detto:

    Finale col botto!
    L’autunno è arrivato ed io sono tornato…in rete .Oggi ho portato il mio arrivederci al mio scoglio preferito…..ultimo giorno di mare .

  5. ReAnto ha detto:

    Gran Finale….col botto. 🙂

  6. ReAnto ha detto:

    perchè 2 commenti?

  7. Soriana ha detto:

    @Patrizius: Non ci crederai, ma quel finale se ne è uscito da solo…Nella mia testa il racconto doveva finire con Amalia che se ne tornava a casa…E invece ‘sto personaggio ha deciso altrimenti. Sono stata la prima a sorprendermi. E’ stato come se fosse Amalia a battere i tasti del pc…
    Eh…grazie mille per il gradimento…

    @Prof:Grazie, soprattutto per i consigli…
    La storia di Jennifer: ho voluto evidenziare il punto di vista di Virgilio, per questo motivo ho ripreso l’episodio…
    Se continui la lettura mi piacerebbe sapere poi che ne pensi. Lo sai che ci tengo…

    @Riri: grazie! Io, la torta, non l’ho però sperimentata…

    @Antonio: bentornato…Era ora che lasciassi il tuo scoglio!

    Milvia

  8. anonimo ha detto:

    E’ forse il tuo racconto più bello, ma penso di avertelo già detto. A ripeterlo è giusto, però, perchè a rileggerlo ho provato la stessa emozione della prima volta e quando riassapori lo stesso racconto più di una volta è segno che è proprio riuscito.

    Renzo

  9. Annalisa55 ha detto:

    S’, Renzo ha ragione. Rileggendolo, lo si riassapora (e non solo per la torta :-)), e si scoprono cose nuove.

  10. lauraetlory ha detto:

    Bello, commovente, bella l’idea della torta per prendere il sonnifero ed addormentarsi sulla tomba. Amori così sembrano impossibili oggi, con gli egoismi che ci sopraffanno e ci impediscono di vivere di sensazioni, di sapere cosa è giusto, quando ci si deve imporre e quando invece è meglio lasciare che le cose scorrano via. La ripresa del racconto di Jennifer anche a mio parere sembra stonata in quel punto. Ma tutto il resto è perfetto e malinconico. Troppo. Scriviamo qualche racconto divertente per favore (lo dico anche per me).
    Laura

  11. cochina63 ha detto:

    eh eh io l’avevo già letto questo bel racconto, che schifo la politica e tutti a dire male di grillo senza ascoltare le sue parole, e che buona la mussaka. Baci, bimba rossa.

  12. Soriana ha detto:

    @Renzo: grazie, mi fa estremo piacere, il tuo commento.

    @ Annalisa: Provata la torta? Grazie anche a te, Annalisa

    @ Laura: Forse amori così esistono ancora…per lo meno è bello crederlo.
    Purtroppo il racconto è già edito…Forse avete ragione, tu e la vostra/nostraprof
    del commento precedente, per quel che riguarda Jennifer… Grazie, sono contenta che ti sia piaciuto, questo racconto.

    @Cinzia: che carino quel “bimba rossa”!!! La mia amica Mirella (che ogni tanto scrive qui) proverà la ricetta della mussaka alla nostra prossima cena…
    Grazie naturalmente anche a te, piccola!

    Milvia

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