Mirella Giordani: Magnolia grandiflora

Magnolia_grandiflora_CUMolto felicemente questa sera cedo il ruolo di padrona di casa a Mirella Giordani, la prima amica (spero non rimanga isolata) che ha accettato il mio invito. Accomodati, Mirella!

Sono nata a Bologna, dove ho sempre vissuto e lavorato. Il lavoro migliore, alla redazione di un mensile. Il peggiore, responsabile della segreteria di un personaggio piuttosto importante.
Appassionata lettrice,  ogni tanto mi imbatto in qualche autore che mi mette la voglia di scrivere.
Tra questi, Gianni Celati, Raymond Carver, Luigi Meneghello, Elsa Morante, Alice Munro e qualche altra/o.

Com’è nato questo racconto? Come compito per un laboratorio di scrittura, ma non solo. Ho pensato a Luigi Meneghello, autore che amo molto, mentre lo scrivevo. Alla sua lontananza dall’Italia, al suo rientro in patria.
Anche se, in verità,  non l’ho mai immaginato come un vecchio, come il Professore del mio racconto. Per me Meneghello è ancora  il ragazzo intelligente, vivace e un po’ irridente dei "Piccoli maestri".  A volte mi capita di pensare anche a me stessa come  fossi ancora una ragazza e sussulto  se mi vedo all’improvviso in una vetrina: chi è quella vecchia scarmigliata?
Forse volevo raccontare i cambiamenti esteriori e interiori che ci procura il tempo, un ladro che ci ruba tutto, ma che, tutto sommato, ci cambia più fuori che dentro. Infatti può bastare un profumo, come nel mio raccontino. O il sapore di un dolcetto (la madeleine di Proust, e mi scuso per il paragone) per farci ritornare, quasi intatte, emozioni e sentimenti che furono e sono ancora nostri.

MAGNOLIA GRANDIFLORA

di Mirella Giordani


Il Professore aveva girellato lentamente attorno alla piazza osservando i negozi. Dove una volta c’era il forno di Bepi, una grande vetrina esponeva manichini di ragazze anoressiche che si pavoneggiavano rigide e allucinate. La farmacia Beata Vergine della Salute, spariti gli scaffali di legno scuro con gli antichi vasi di ceramica, abbagliava di cromature. Sotto un’ enorme insegna rossa che prometteva “Happy Hours”, un bar anonimo aveva sostituito il vecchio Caffè dello Sport.
Che cosa sono venuto a fare qua?
Aspettò che si aprisse un varco tra le auto che passavano veloci e attraversò la strada appoggiandosi al bastone.
Mentre entrava nel giardino circolare della piazza, un soffio leggero gli portò un profumo dolce e pesante. Al centro del giardino un albero bucava il cielo, grandi fiori carnosi spiccavano tra il lucido fogliame scuro.
La magnolia! La magnolia c’era ancora. Quando sedette sulla panchina proprio di fronte al grande albero, l’anca destra gli lanciò un’acuta fitta di disapprovazione.
–Maledetta, ringhiò mentre si accasciava.
Per alcuni minuti guardò ammirato l’albero, molto più alto di come lo ricordava: bella, solenne magnolia!
Poi chiuse gli occhi e si lasciò scaldare dal sole. Senza pensare a niente. Godendosi  il tepore e lo stordimento leggero che gli dava il profumo intenso dei fiori.
Era lo stesso profumo che entrava dalle finestre aperte nelle aule del liceo Copernico.  Aprendo per un attimo gli occhi, ne intravide  la sagoma squadrata di là dalle siepi di bosso, di fianco l’alta facciata in mattoni rossicci della chiesa del Suffragio, ricostruita dopo la guerra in stile finto gotico.
Dopo la morte della moglie, gli era sembrata una buona idea, tornare al suo paese, da dove era partito, appena laureato, con un incarico per l’Università di Reading. Aveva finito poi con lo stabilirsi in Inghilterra; si era sposato con Rosemary, un lungo matrimonio sereno, se non felice, dal quale non erano nati figli.
Lo spaesamento, il senso di vuoto che lo avevano attanagliato dopo la morte di Rosemary l’avevano spinto a tornare. Qui c’erano suo fratello e la cognata e i nipoti, qui avrebbe rincontrato gli amici della sua giovinezza.
Ma proprio qui la sua solitudine si era fatta più amara. Dei vecchi amici, molti erano morti e quelli ancora vivi erano irriconoscibili, irrimediabilmente spenti.

Una donna alta e robusta entrò nel giardinetto con un bambino per mano e si sedette sulla panchina di fronte alla sua.
Il Professore  richiuse gli occhi e si ricordò di Valeria, il suo amore di anni lontani. Valeria dai capelli rossi, che sfuggendo alla lunga treccia, le incorniciavano leggeri e disordinati il viso luminoso picchiettato di efelidi. Come aveva fatto a dimenticarla? Risentì il batticuore col quale si appostava sulle scale del liceo per vederla passare. Valeria, una gonna ampia di colore celeste che danzava attorno alle gambe mentre scendeva di corsa le scale; lo guardava  un attimo, con un fuggevole sorriso negli occhi, e lui faceva appena in tempo a dirle ciao, che lei era già corsa via, attorniata dalle compagne. Valeria e la sera che la baciò sulle labbra morbide e dolci, proprio lì, sotto l’albero della magnolia.
Un amore che finì ben presto. I genitori di lei, ricchi costruttori, non gradivano che frequentasse il figlio di una povera maestra vedova. Un ragazzo troppo magro, dall’aria spiritata, mal vestito, goffo, impresentabile.

Qualcosa lo colpì al ginocchio. Attento, Renatino! Il bambino raccolse il pallone.
– Lo scusi, signore, disse la donna seduta sulla panchina.
Le fece un cenno, come a dire non importa, e provò a richiudere gli occhi. Ma l’incanto era rotto.
Guardò la donna: capelli ben acconciati di un rosso improbabile; tailleur elegante, viso appesantito con un accenno di doppio mento, ma truccato con cura, i piedi mezzo sfilati dalle scarpe col tacco troppo alto. Le mani, cosparse di quelle macchie brune che affiorano con l’età, reggevano una rivista femminile.
Richiuse gli occhi.

Lei, dopo essere stata a ordinare la spesa, dal lavasecco, dal tappezziere e alla posta, dal carrozziere per sapere quando avrebbe potuto riavere la sua auto e poi in farmacia per quelle pillole contro l’insonnia, le uniche che le permettevano di dormire qualche ora la notte, si sentì improvvisamente molto stanca. Oltretutto aveva dovuto trascinarsi dietro Renatino, al quale dopo il morbillo, la scuola era ancora preclusa. Il più piccolo dei suoi nipoti aveva fatto capricci di ogni genere: aveva preteso un gelato al cioccolato e si era impiastricciato ben bene la felpa nuova, si era voluto fermare un tempo interminabile all’edicola dove aveva dovuto comprargli un numero esagerato di giornaletti, si era incollato alla vetrina dell’emporio strillando che voleva una playstation, ma dopo molte e petulanti insistenze, aveva finito con l’accontentarsi di un pallone rosso e blu .
– Gioca un po’ col pallone, disse al bambino, entrando nel giardinetto e adocchiando una panchina libera, proprio all’ombra della magnolia. Si sfilò le scarpe con un sospiro di sollievo; tanto l’uomo sulla panchina di fronte sembrava dormire e non avrebbe notato i suoi piedi gonfi fuori dalle scarpe. Un uomo anziano, alto dall’aria mesta; i capelli radi e grigi che lasciavano intravedere la cute rosea e lucida del cranio, due profonde pieghe amare agli angoli della bocca.
Telefonò al marito: – Pietro, ce la fai a passare a prendermi? Sono in piazza Cavour con Renatino. E sono piuttosto stanca , ho girato tutta la mattina e…
–    Stanca? Come fai a essere stanca? E dove l’hai messa la tua di auto?
–    Dal carrozziere per quella riparazione…
–    Sì, ma puoi mica pensare che tutti siano sempre a tua disposizione! Ho da lavorare, io.
–    Va bene, lascia stare, chiamo un taxi
–    Taxi? avete il danaro  a mezza gamba, voialtre? Non siete capaci nemmeno di immaginare  la fatica che si fa a guadagnarselo, voialtre!
Spesso il marito, nelle sue irose tirate, la accomunava a una misteriosa categoria di donne, come lei  inette, incoscienti e pretenziose.
–    Si può sapere chi sono queste altre?
chiese stavolta con una punta di stizza.
Ma lui aveva già chiuso la comunicazione.
Pietro, un uomo buono, ma di pessimo carattere, l’aveva definito qualcuno.
Chissà se sarebbe venuto. Probabilmente sì, ma si sarebbe fatto aspettare.
Sfogliò la rivista che aveva appena acquistato: PRIMO AMORE. E’ proprio vero che il primo amore non si scorda mai? lesse. E che è  più importante del secondo? E del terzo?
Che sciocchezze, si disse. Tuttavia affiorò dentro di lei l’immagine di un ragazzo alto e magro; un compagno di liceo che la sera si aggirava a lungo sotto casa sua, gli occhi fissi alle finestre, e che una volta le portò un mazzolino di violette. E com’è che si chiamava poi? Marino… no, Mario. Ecco proprio così: Mario. Era dolce Mario e innamorato e anche lei si era innamorata di lui. Scriveva a lungo sul diario delle molte occhiate e sorrisi e delle poche parole che si scambiavano. I suoi non volevano che si frequentassero: erano troppo giovani, dicevano.
E poi durante l’estate, subito dopo la maturità, in vacanza a Iesolo con sua madre, aveva incontrato Pietro. Era bello allora Pietro, biondo e forte e giocava benissimo a tennis e vinceva tutte le gare di sci acquatico. Era bello e forte e la voleva.
Lei restò incinta. E dovette accantonare per sempre il progetto di frequentare l’università. I suoi genitori furono molto contenti che sposasse Pietro, figlio di un amico di famiglia che aveva messo insieme una fortuna con una fabbrichetta di utensileria meccanica.
Poi erano venuti i figli e dopo i figli i nipoti. E la vita se ne era quasi del tutto andata senza che lei se ne accorgesse. Nelle sue notti insonni pensava che non poteva essere vero. Spesso le pareva di non averla ancora vissuta la sua vita vera. Spesso aveva l’impressione che a tirar su tutti quei bambini, che pure aveva amato furiosamente, ad allattarli, a cambiare pannolini, a lucidare i legni e i marmi della casa, a cucinare risotti e brasati fosse stata un’altra, una che conosceva bene e che pure, in un modo che non avrebbe saputo spiegare, non era proprio lei.

Un clacson strombettò due o tre volte.  Una Volvo grigio metallizzata si era fermata all’ingresso del giardino
–    Allora, ti muovi? urlò suo marito, la faccia al finestrino.
–    Subito, vengo subito, disse lei, infilandosi faticosamente le scarpe.
Prese per mano Renatino e, mentre si dirigeva verso l’auto, buongiorno, disse al signore sulla panchina.
Lui rispose con un cenno del capo.
Sbrigati, Valeria, urlò ancora il marito.

Valeria? sussultò il Professore. Ancora quel nome. Girò la testa, ma la donna era già sparita all’interno dell’ auto, che sgommando stava partendo veloce.
 
Chissà perché proprio quella mattina si era ricordata di Mario, pensò lei mentre saliva sull’auto. Ma quando chiuse con forza la portiera della Volvo, l’immagine di un adolescente alto, troppo magro e  con gli occhi scuri svanì del tutto dentro di lei con un piccolo silenzioso flop, come una bolla di sapone.

Mario si alzò faticosamente, insultando la sua anca, e, impugnato il bastone, si avviò lentamente verso casa.

Nel giardino la magnolia approfittò di un alito di vento per esalare ancora più intenso il suo dolce profumo.

Ciao, Mirella, e grazie!
Spero che qualcuno voglia commentare. Ci sono, fra l’altro, anche spunti su cui riflettere, in questo bel racconto.

Forse questa canzone l’ho già messa qui tempo fa. Forse. Ma, almeno a me, piace riascoltarla. E poi racconta di un amore lontano…

http://www.youtube.com/watch?v=0mnhzJdPjac

E ora guardate sotto…un tappeto di foglie, giù in basso…

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11 risposte a Mirella Giordani: Magnolia grandiflora

  1. patrizius ha detto:

    Belle questi racconti di storie d’ amore che si perdono eppoi di nuovo s’ incontrano seppur per un fugace attimo nella vita…

  2. lauraetlory ha detto:

    Quella descritta da Mirella è la situazione che più di tutte mi terrorizza: la possibilità di sfiorare una felicità perduta senza accorgermene. La vita gioca con gli esseri umani, oppure siamo noi ad essere troppo ciechi? E poi, quella considerazione di Valeria, quel pensare che la donna che aveva vissuto la vita di moglie, madre e cuoca fosse un’altra da sé. Molte volte ho avuto l’impressione di essermi lasciata vivere in alcune situazioni e quando mi volto indietro vedo una Laura sconosciuta, una persona diversa, che non mi appartiene più, che forse non mi è mai appartenuta. Fortuna che riusciamo a svegliarci da quelle vite vissute in automatico e a prendere coscienza di noi stessi.
    Bel racconto e bella iniziativa questa delle Altre scrivanie.
    Un abbraccio a te Milvia e alla tua amica Mirella.
    Laura

  3. anonimo ha detto:

    Mi è piaciuto, Mirella, il breve racconto. Visivo e allusioni di profumo dense.

    Su Meneghello potrei dire molte cose. Malo si trova a poco più di dieci km dal mio paese d’origine. Thiene, dopo essere tornato dalla Gran Bretagna, a sei km. Meneghello è davvero figlio di quella vicentinità che conosco bene e che possiamo trovare anche in altri autori, ad esempio Parise. Non ho mai avuto la fortuna di conoscere direttamente Meneghello, ma un mio amico sì. Una persona un po’ burbera, forse legato all’età e alla perdita della cara moglie, ma di raffinata cultura con quel pizzico di umanità popolare di cui l’Italia è ricca. Vorrei dire tante altre cose ma mi fermo qui.

    Complimenti ancora per il delicato racconto.

    Morgan

    PS: saluti alla padrona di casa.

  4. anonimo ha detto:

    Grazie per i benevoli commenti. Grazie a Patrizius, a Laura, che ha colto il senso del racconto, a Morgan per aver parlato dei mio amatissimo Meneghello, di Parise e di Vicenza.
    Vorrei qui segnalare un autore vicentino emergente: Vitaliano Trevisan (I quindicimila passi, Shorts, Il ponte, tutti editi da Einaudi). Trevisan ha interpretato ed è stato co-sceneggiatore di “Primo Amore”, film di Matteo Garrone, ambientato in una Vicenza notturna e claustrofobica. Bella pellicola, suggestiva e interessante, uscita nel 2003, che vi consiglio di vedere, se ancora non l’avete fatto e se riuscite a recuperarlo.
    Un grazie particolare e un forte abbraccio a Milvia, generosa ospite.
    Mirella

  5. Soriana ha detto:

    Anch’io ringrazio tutti. Mi fa veramente piacere il vostro intervento su questa nuova iniziativa e sul racconto di Mirella. Che non ha mai pubblicato nulla, non lo ha mai neppure pensato, di pubblicare, perchè non si reputa una che scrive bene. E invece non è così. Ha una leggerezza nel raccontare storie che è invidiabile. Anche quando parla di guerre, di bombardamenti, ad esempio. Ho letto molti di questi racconti su una Bologna devastata dalla guerra, e sempre ho riscontrato quella leggerezza, che tuttavia riesce a esaltare l’atmosfera della situazione in maniera egregia.

    @Laura: La considerazione di Valeria che ti ha colpito, è proprio la stessa che ha colpito in maniera particolare anche me, fin dalla prima lettura del racconto.
    Perchè anch’io ho vissuto per decenni in una sorta di…facciamo finta che tutto questo è transitorio, che non sono io, questa qui…

    @Morgan: Ne approfitto: perchè non lasci una tua testimonianza su Meneghello scrivendo un pezzo per Altre scrivanie?

    Ripeto comunque l’invito a tutti: Patrizius, Laura, Morgan…E lo rinnovo anche a Mirella: Magari, la prossima volta, ci puoi parlare di cinema…

    Ancora grazie e un abbraccio a tutti

    Milvia

  6. anonimo ha detto:

    Grazie, domani ho un po’ di tempo libero, proverò a buttare giù qualcosa. Se lo ritengo almeno discreto te lo invio.

    Morgan

  7. Soriana ha detto:

    @Morgan: sono io che ti ringrazio…Sono certa che scriverai una cosa ben più che discreta…
    Sai, Morgan, oltre che essere un City Angel, io ti considero pure un Blog Angel, per tutte le testimonianze che lasci sempre nel tuo blog, e che fanno scoprire a molti un mondo di cui si ha poca conoscenza.
    Ciao e buona settimana.

    Milvia

  8. giadanila ha detto:

    Bellissimo racconto che si legge con malinconica leggerezza… Complimenti all’autrice per la sua scrittura e a Soriana per l’iniziativa di “Altre scrivanie”. Continuerò a leggervi…

  9. Soriana ha detto:

    Grazie, Giadanila, anche a nome di Mirella. E benvenuta! Se vuoi puoi partecipare anche tu a questa iniziativa. Mi sembra che le tue poesie siano belle…
    Ciao
    Milvia

  10. cristinabove ha detto:

    Avevo lasciato in sospeso la narrazione perchè volevo leggerla con più attenzione, cosa che ho fatto adesso. Intanto faccio i miei complimenti a Mirella per la sua scrittura immediata e piacevole. Il senso del racconto, poi, mi ha provocato un certo sgomento , come per Laura anche a me è passato per la mente il pensiero di chissà quante occasioni perdute. Forse abbiamo tutti sfiorato qualcosa di grande e non ce ne siamo accorti.
    grazie
    cri

  11. Soriana ha detto:

    @Cri: Ma forse tutto è già scritto, chissà…
    Milvia

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