Isole

isole_tremitiOgni tanto mi assalgono sensi di colpa. Verso me stessa e verso qualcosa che sta da tempo fermo,
cristallizzato dentro il mio iBook.  Qualcosa intorno al quale dovrei lavorare. Oggi riprendo, mi dico. ma poi faccio altro.  E’ qualcosa che forse si potrebbe chiamare romanzo, che ha pure un titolo e una trama già pensata. Ma fino a che non avrà uno sviluppo rimane un niente, o quasi.
Ho riaperto oggi, la cartella di “Isole”, ho riletto qua e là.  Mi è sembrato quasi che i personaggi mi guardassero con aria di rimprovero…Domani, mi sono detta. Domani finalmente ci rimetto le mani. E poi ho pensato: Beh, se metto un capitolo nel blog, magari un po’ del mio senso di colpa si attenua…
E così faccio. E’ Nadia, che mi ha guardato più a lungo, come a dire: mi hai proprio piantata qui, e adesso che faccio? E allora sarà Nadia a uscire dalla cartella, questa sera.
La storia? Un breve accenno, che non voglio annoiare troppo: la vita di quattro donne unite da un vincolo di parentela. Celeste, le sue due figlie Assunta e Nadia e l’adolescente Mira, che di Nadia è figlia. Isole, è il titolo del romanzo, perché ognuna di loro, pur abitando nella stessa casa, vive in un mondo a sé, ognuna di loro ha qualcosa di segreto che non può né vuole condividere con le altre. Ogni capitolo ha il nome di un personaggio.  Isole, insomma. Fino a quando…Ma questo si vedrà.

Ecco: vi presento Nadia.

Nadia

    Prima di scendere dalla macchina si guarda nello specchietto retrovisore. Si aggiusta una ciocca di capelli, la sistema dietro un orecchio, poi la riporta a lambirle una guancia, osserva il gradevole contrasto di quel biondo dorato sulla pelle abbronzata. La fronte è liscia, con le iniezioni del mese scorso sono sparite quelle rughette che avevano iniziato a preoccuparla. Gli occhi blu, con quel taglio così particolare, allungato verso le tempie, non lasciano trasparire il nervosismo che la invade ogni volta che ha un appuntamento.
Lei si ostina a chiamarli appuntamenti di lavoro. Gira ancora con il book di quindici anni prima, quando ne aveva venticinque, di anni. Quindici anni di promesse, di aspettative bruciate, di castelli di sabbia fondati sull’unico lavoro vero che le era capitato: uno spot pubblicitario, dove lei si allungava avvolta da un velo sul cofano di un auto sportiva, e con voce roca diceva: prendimi, io sono qui.
Ma lei non si è mai abbattuta. Sa che prima o poi accadrà un miracolo, che il sogno si avvererà.

In giro poca gente, qualche giapponese, due donne anziane con un ombrellino, un gruppo di ragazzi seduti sul marciapiede con dei tatuaggi esposti al sole, che non si spostano per farla passare, e urlano un commento pesante, mentre lei li scavalca mostrando loro ancora di più di quello che lascia vedere la minigonna a vita bassa, la camicetta dalla scollatura profonda, annodata sopra l’ombelico.
E’ ormai ferragosto, e chi ha potuto se ne è andato al mare.
Domenica porterò al mare Mira, pensa Nadia, non andiamo mai da nessuna parte, lei e io. Sì, domenica, pensa. Senza mia sorella, senza nessuno, solo io e lei.

L’uomo le viene incontro nella penombra del bar.
 “Wolf”  si presenta.
“Nadia. Nadia Dall’Olmo.” Risponde lei, mentre cerca di valutarlo velocemente.
Sui cinquant’anni, attraente nonostante le lievi borse sotto gli occhi che denunciano qualche bicchiere di troppo. Quando lui la guarda in viso lei nota un’espressione di strafottenza, ma non le importa. Sa che un uomo è solo un uomo, ne ha viste tante di espressioni così sparire fra un paio di lenzuola. Forse potrei innamorarmi anche di questo, pensa fugacemente.
Ha bisogno di essere innamorata più di quanto abbia bisogno di aria da respirare. Questo da sempre, fin da quando ha memoria.
“Ho lo studio qui sopra. Andiamo.”
La precede camminando veloce, il codino che gli oscilla fra le scapole.
La stanza è piccola e afosa. Libri sulla storia del cinema sono accatastati un po’ ovunque. Per fare sedere Nadia sposta da una sedia una biografia di Orson Welles.
Non le offre nulla. Accende un ventilatore che fa volare a terra i fogli dattiloscritti che sono accanto a un computer. Non si siede. Si piazza davanti a lei, le gambe leggermente divaricate, le mani infilate nelle tasche dei jeans scoloriti.
Poi Wolf (uomo- lupo, pensa fra sé Nadia), comincia a farle una serie di domande sulle passate esperienze. Lei recita una sequela di luoghi e nomi, un po’ veri, un po’ inventati, poi tira fuori il book, glielo apre su quella che le sembra la fotografia migliore.
Lui lo richiude.
“Ma tu cosa sai fare?” le chiede.
Strano, una domanda così non gliel’ha mai fatta nessuno, che lei si ricordi.
In genere cominciano a toccarle il viso, a scomporle i capelli, a dire togliti qualcosa di dosso, a spostarle un braccio, a piegarle una gamba, per poi passare a soppesarle un seno, a fare qualche apprezzamento, a scattare foto, o a fare campi lunghi su tutto il suo corpo con la videocamera. Le dicono: leccati le labbra, mettiti un mano lì, giù la spallina, no, più giù, ecco, ferma.
A dire la verità è un po’ che questo non succede, anni forse.
Ultimamente quegli uomini le fanno solo promesse, le parlano di una parte sicura, di un ruolo importante, poi la invitano a cena, e naturalmente c’è sempre un dopo-cena, in una camera d’albergo con più o meno stelle. E quando poi lei si addormenta fra quelle pareti estranee sogna del film, della parte importante e dell’amore duraturo di un uomo. Sogna del successo da portare a casa, come un dono, a sua madre, a sua sorella. Per essere un po’ amata anche da loro.
“Allora, “ripete l’uomo- lupo “tu cosa sai fare? Cosa vuoi?”
So adagiarmi su un letto, so ridere, so essere accogliente, so essere dolce, so essere generosa del mio corpo e del mio tempo. So dire di sì, sempre. So che se te lo imponi la vita può essere bella. Cosa voglio? Voglio piacere, voglio vedere il desiderio negli occhi di un uomo, voglio essere amata, voglio sentirmi dire che sono bella. Che sono buona. Che sono una brava bambina.
 “Voglio fare del cinema.” Risponde con un tono così incerto che non convince neanche se stessa.
“ Senti, “le dice l’uomo” alla tua età cosa pensi di ottenere? Quando Manenti mi ha fatto il tuo nome, credevo che tu almeno fossi un tipo interessante. Quarant’anni, ho pensato, forse si può fare qualcosa. Ho questo progetto, questa sceneggiatura che mi hanno proposto: una donna di quarant’anni, il bilancio di una vita, un amore nuovo, tutte queste stronzate, insomma.  Però è una storia che tira. E anche se è una sfida, a volte un volto nuovo può portare il successo. Poi alla produzione costa meno. Ma del tuo viso non so che farmene. Non sei né famosa, né interessante. Sei vuota. Sei come un bicchiere da whisky che non verrà mai riempito. Bella, lustra, ma superficiale come una goccia d’olio sull’acqua. Sai cosa ti manca? lo  spessore. Le scalfitture della vita. Quelle che ho io, se sei capace di vederle, messe su da anni di delusioni e illusioni, sempre a un passo da realizzare qualcosa di buono, senza che ci sia mai riuscito. Ma questa è un’altra storia.  Poi sai cosa dicono nell’ambiente? dicono che sei una zoccola. Che poi non è così importante. E’ che sei diventata vecchia senza aver vissuto. Si vede nella tua bocca, negli occhi, in quegli straccetti che indossi come esca per gli stupidi. Ma io non lo sono, stupido, e di portarti a letto me ne sbatto. Manenti mi ha detto che hai una figlia. Non sono affari miei, ma lo dico per il tuo bene, credimi: fai la madre, e lascia perdere il resto. Scusa, forse sono stato troppo duro. E’ che mi hai fatto perdere del tempo, e questo mi fa incazzare. Ho anch’io i miei casini, cosa credi…”
Nadia, un mulinello di parole, nella testa. Anzi due parole, soprattutto: vecchia e zoccola. Lei non si sente né l’una né l’altra. Non è vecchia, ha tutta la vita davanti, ha il viso liscio, un corpo perfetto, i seni senza cedimento, le natiche alte e sode. Non è una zoccola. Non ha mai dato amore a un uomo senza esserne innamorata. Anche solo per una notte, li ha amati tutti quegli uomini che si spingevano dentro di lei, che le dicevano bella, mi piaci, sei mia. Non ha mai voluto nulla, da loro, se non quelle parole.
Sente gli occhi che si riempiono di lacrime. Le scaccia con un gesto della mano. Si alza in piedi bruscamente, fa cadere il book, che si apre su quella foto fatta tanto tempo fa, in una fresca alba, i suoi seni e il pube ricoperti da foglie screziate di rosso, sullo sfondo di un Tevere limaccioso. Si chiamava Leo, il fotografo, aveva gli occhi verdi, e lei lo aveva amato intensamente per tre notti di fila.
    Cancellare tutto e rivestirsi di un sorriso. E’ quello che ha sempre fatto: la sua formula magica. Seppellire il dolore, coprirlo bene di terra e piantarci un fiore. Lo ha sempre fatto: con sua madre, ogni volta che le ha rifiutato un bacio, con sua sorella, ricca solo di rimproveri e di insegnamenti, ma avara di sorrisi e carezze, con sua figlia, ora, che ha quello sguardo di non celato disprezzo, con il suo attuale uomo che, anche se gira ancora in casa loro, la ignora la maggior parte del tempo, e quando sempre più raramente fanno all’amore lo fa con rabbia, stringendola troppo forte, lasciandole lividi sui seni e sulle braccia. E le dice stai invecchiando, le tue cellule stanno morendo, le sento sotto le dita, se ne stanno andando, rimane solo putredine. E lei si va a cercare altre storie, come quella di ieri sera, con  quello che l’ha scopata in macchina, ma alla fine è stato appagante, lui era gentile, l’ha chiamata tutto il tempo amore bello.
Al dolore, al rifiuto, Nadia ha sempre contrapposto un sorriso, un abbraccio, il dono del suo cuore. Ancora convinta che alla fine l’ameranno, che capiranno che lei vuole amarli con gioia, e vuole solo la loro felicità, e la propria. Anche quell’ uomo, Wolf, quel lupo dagli occhi taglienti: se si fosse fatto toccare, se lei avesse potuto offrirgli le labbra e poi scendere con la mano, e accarezzarlo, e placare quella sua ira aprendogli il suo corpo, forse, forse anche quel lupo avrebbe potuto amarla.

    I ragazzi hanno lasciato sul marciapiede quattro lattine di birra vuote che rotolano avanti e indietro spinte dalla brezza che si è levata. I giapponesi non ci sono più, partiti probabilmente per un’altra città, a riempire la macchina digitale di altre immagini, di altri monumenti millenari che si possano cancellare con un click.
Nadia fa un breve sospiro. Poi raddrizza le spalle, butta indietro la testa e avverte il piacere dei capelli morbidi che si allontanano dal corpo e le ricadono sulle spalle.
Ha già cancellato Wolf e le sue parole.
Non importa, si dice, era solo un uomo molto triste.
    La radio, in macchina, sta trasmettendo il notiziario. Un ragazzino, a Palermo, è rimasto schiacciato da un cancello elettronico. Palermo.
L’unica persona che ha provato per lei un vero interesse era di Palermo, pensa Nadia, mentre imbocca il casello dell’autostrada per ritornare a casa.

E ora buon ascolto.
http://www.youtube.com/watch?v=MBJxo3VSzLw

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9 risposte a Isole

  1. RenzoMontagnoli ha detto:

    Dalla lettura di questo brano direi che merita di essere ripreso in mano questo romanzo, per arrivare al suo completamento.

  2. OraSesta ha detto:

    Questa volta non posso passare in silenzio…
    Milvia, questo “ritratto” è proprio bello. Con un finale da incorniciare.
    (O che è cornice: fine e inizio nello stesso tempo.)

  3. biancac ha detto:

    direi che lo dovresti riprendere questo personaggio… bello

  4. patrizius ha detto:

    Una partenza in quarta: ritmo intenso….
    brava Milvia!!!

  5. cochina63 ha detto:

    sì, continua. Forse snellirei un po’ il monologo del cattivone: troppo lungo,filosofico, approfondito… fallo più becero. A presto isolette.
    baci.

  6. Soriana ha detto:

    Prima di tutto grazie per i commenti lusinghieri! in particolare:
    @Orasesta: Bentornata! Mi leggi? Grazie!

    @Biancac: a te un sorridente benvenuto.

    @Cinzia: grazie del consiglio. Credo tu abbia ragione.

    Milvia

  7. giadanila ha detto:

    non c’è che dire, hai il dono della scrittura… ho letto con grande piacere la tua isoletta e devo dire che il personaggio di Nadia è molto bello e convincente. Devi assolutamente continuare.

  8. Soriana ha detto:

    Grazie anche a te, Giadanila.
    Milvia

  9. Soriana ha detto:

    Celeste[..] Vorrei farvi conoscere, questa notte, il terzo personaggio femminile di Isole: Celeste, le cui figlie, Nadia e Assunta, avete già incontrato qui: http://rossiorizzonti.splinder.com/post/14729728/Isole e qui: http://rossi [..]

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