Gianluca Parravicini in :Altre scrivanie

tavolozza

Il padrone di casa di questa sera è Gianluca Parravicini, autore del libro “L’officina dell’outsider”, da cui è tratto il racconto che fra poco ci presenterà.
Ecco cosa dice di sè  Gianluca:

Ho cominciato presto a ridere di me stesso, ho un fisico rigido come il palo di un cartello stradale e una mente mal disposta a riflettere su alcuna segnaletica. Disdico facilmente l’abbonamento a opinioni che avevo precedentemente espresso, sono solo capace di fagocitare una chiacchiera di cui spesso non sono poi in grado di applicarne la dottrina. Non sono in grado di professare la religione di me stesso, non credo in Dio, ma se lo avessi come vicino di casa, se me lo domandasse, gli bagnerei le piante quando gli capita di salire lassù. (…)

Un outsider che si racconta da outsider , attraverso i suoi racconti e tutto quello che la vita gli ha offerto, sono storie impastate con una sostanza umoristica, affumicate sul braciere di una legnosa follia. Tutto questo è il mio libro "L’officina dell’outsider"… ma quando incomincia la vita di un outsider?

L’officina dell’outsider è sulla piattaforma di Lulu http://www.lulu.com/content/1261005 è possibile leggersi l’anteprima, scaricare gratuitamente il libro, oltre al tradizionale formato cartaceo. Sarò stato sufficientemente outsider?

 Ho anche un blog, questo:
http://ilparra.myblog.it

Ciò che resta


Sono uno pseudonimo di me stesso ho scritto ieri su un pezzo di carta, uff… fuori fa caldo, ho sulla tavolozza un giallo che non smette di darmi fastidio, Charlie Parker sputa dallo stereo un jazz che ha troppa voglia di vivere, mi mette quasi voglia di uscire e andare a fare la spesa, oggi non mi va proprio di ascoltarlo, e poi sono due giorni che non ascolto altro. Nel piatto a fianco al verde che ho usato prima ho ancora la cenere del toscano che sto fumando. Mi piace intingere il pennello nella cenere del sigaro per poi lasciarlo scivolare sulla tela, riempie di anima un colore che non la possiede, se i momenti hanno un corpo, la cenere del sigaro corrisponde alla loro cremazione. Il sigaro è un ottimo pennello, tutto ciò che produce passa subito davanti agli occhi, mostra subito se stesso molto più rapidamente di un quadro, è questo che mi piace, un quadro non sai mai quando è finito, forse non finisce mai. Il sigaro non ha bisogno di un atelier, di una mostra, gli basta un pacchetto di carta per essere ospitato, un accendino e una bocca che lo aspira, per questo prima di sentirmi un pittore, mi sento un fumatore che sublima il suo fumare con la pittura, il mio penultimo quadro l’ho intitolato, “Nuoce gravemente alla salute”, al gallerista a cui l’ho venduto ho consigliato di non esporlo in un luogo chiuso, per non incorrere in sanzioni. Una volta ho dipinto una multa per divieto di sosta, ho creato uno sfondo grigio, attraversato da leggere pennellate di giallo, poi un pennellino intinto in un rosso carminio ha attraversato il verbale con rapidissime passate, quindi è arrivata la volta di un nero che ha marchiato l’opera con la sua morfologia immaginifica, in ultimo ho venduto il quadro, sottratto dal guadagno il dieci per cento e ho pagato la multa.

I colori sono la vera arma di seduzione, sono il soggetto di qualunque dipinto, nei colori c’è il vero quadro emotivo di colui che dipinge, davanti a me ho un giallo che cerco di soppiantare con la voluttuosità del pennello, cerco di sconfiggerlo perché ho quasi l’impressione che è lui che voglia prendere il sopravvento su me stesso. Dipingere è un po’ come tenere a bada tutti i colori che si hanno a disposizione e ho ragione di credere che vincerò questa battaglia, ma io voglio vincere la guerra, sconfiggere l’arte prima che sia lei a sconfiggere me. Se c’è una cosa che detesto pensare è sapere che i miei quadri mi possono sopravvivere, a 68 anni l’idea della morte uno la trova facilmente dentro se stesso, non è che si debba cercare molto, basta chiudere gli occhi e pensare e prima o poi lei arriva. Per me l’arte è l’idea, la creazione, tutto quello che viene dopo è mercato, infettato dagli ormoni del business, l’opera cannibalizza il suo autore, anche se le mie cerco di renderle vegetariane. Sono nato, ed è questa l’unica colpa che imputo a mia madre, dipingo la rabbia di questa esistenza, dipingo il naufragio di essere venuto al mondo, e poi dipingo il silenzio. Il silenzio è la constatazione della vita. Oramai ho 68 anni sempre più rumorosi, quando nasci sei tu che ti fai sentire dal tempo, quando invecchi è il tempo che si fa sentire su te stesso, la vita non è l’opera d’arte ma è l’arte dell’opera. Dicevo, ho 68 anni, dipingo dall’età di 15, sono un “riccastro”, i quadri mi hanno dato la materialità del benessere, ho esposto i miei quadri un po’ ovunque nel mondo, sono quotato, riverito, su di me ci sono antologie, ritratti, ma sento che io sarò solo un “moccolo” della mia arte e di questo non mi do pace. Un amico mi dice spesso che la morte è stare a questo mondo, forse ha ragione, ma io ho raggiunto la convinzione che l’arte non è solo creazione ma anche distruzione. Da oltre un anno ci rifletto, razionalizzando si può dire che un quadro è come un giocattolo, si appropria dell’emotività, dello spazio in una parete, si nutre del tempo che gli viene dedicato, ecco tutto questo io ora lo voglio rompere, distruggere. La pittura, almeno la mia, non è fatta per i posteri, non voglio che la mia pittura susciti opinioni quando io non ci sarò più, non voglio subire la condanna di un giudizio, per questo voglio che tutto quello che ho dipinto fino ad ora salti per aria, solo così sarò riuscito veramente a sconfiggere la mia arte!

Le casse acustiche annaffiano l’aria con il jazz di Chicago di Benny Goodman, il re dello swing, un jazz di gusto poco proletario, ho finalmente consegnato tutto quel giallo che mi incuteva apprensione alla tela, ora sarà lei a vedersela con lui. Il quadro che sto dipingendo non ha ancora un titolo, quando questo succede do il nome del giorno in cui ho iniziato a dipingerlo, questo l’ho iniziato Mercoledì ed ecco che si chiama “Mercoledì”.

Sono tre giorni che non guardo la posta elettronica, so già che mi avrà scritto la mia ex moglie, quando trova il cellulare spento non sa fare altro che scrivermi, mi parla sempre di fondazioni benefiche a cui donare qualche tela, feste in ambasciate, consolati, cataloghi da autografare. Siamo divorziati, ma è ancora lei che si occupa dei miei interessi, del resto io non ne sarei capace, le passo gli alimenti e un lauto stipendio per fare tutto questo, e debbo dire che lo fa bene, probabilmente in giro non troverei una segretaria più capace e competente. Ci siamo sposati venti anni fa, per lei era il secondo matrimonio per me il primo. Mi sono sposato a 50 anni, prima non ero sufficientemente pazzo per farlo, è durato quattro anni, non abbiamo avuto figli, bò, forse non ho mai avuto degli spermatozoi così tanto ligi al loro dovere, poi ho conosciuto Yuriko, una pianista giapponese. Lei è sempre in giro per il mondo, ci vediamo ogni venti, trenta giorni, magari anche per poche ore, non ho mai attribuito troppa importanza al tempo, la libertà è tutta l’aria che c’è dentro al quadrante di un orologio, tutto il resto è noiosa contabilità.

Quello di oggi è un Sabato che si farà ricordare nella mia vita, forse è un Sabato di sperimentazione, è un Sabato che mi renderà immortale, forse immorale, ma è una giornata che farà ritornare la mia arte da dove è venuta, io le sopravvivrò, finalmente la miseria della vita ha fottuto l’immortalità dell’arte. Alla Triennale di Milano è in corso una mia personale dove sono esposti tutti i miei dipinti, so che il curatore ha avuto una certa difficoltà perché alcuni collezionisti sono stati un po’ restii a prestarli, ma quel che conta è che sono tutti lì, ma non saranno i soli. All’interno di uno dei miei ultimi quadri ho sistemato dell’esplosivo al plastico in quantità sufficiente per garantirmi un grande botto, l’innesco sarà attivato da un telefono cellulare che ho sistemato all’interno della tela, “una telefonata vi seppellirà”. Ma niente morte, non voglio ne feriti ne contusi, l’opera, così la voglio chiamare, avverrà alle prime luci dell’alba, ora sono le due e quindici ho tutto il tempo necessario. Qui nello studio c’è un grande silenzio, un silenzio che ci sarà anche dopo l’esplosione, mi piace il silenzio perché impreziosisce le cose di significati, si appropria delle storie inventandosene delle altre, per me è sempre stato il seme della creatività. Ora uscirò per andare in una cabina telefonica dalla quale far partire la telefonata che farà scattare l’innesco, devo solo cambiarmi d’abito perché addosso ho il chiasso di tutti i colori, sembra che un mio quadro mi abbia starnutito addosso.

Pantaloni di velluto verde elasticizzato, vecchie Clark ai piedi, girocollo nero, giacca in velluto marrone da cacciatore, la preda è una cabina telefonica che dista due isolati da qui, sono le due e quarantacinque, ho davanti un gatto randagio a suo agio nella notte. Ho la barba vecchia di due giorni, vorrei accelerare il passo, ma ho il timore di destare troppa curiosità, di notte nessuno ha fretta, solo i semafori hanno fretta di lampeggiare. Il rosso della cabina mi è sempre piaciuto, spesso nelle mie tele ne ho abusato, è un colore d’apprensione comunicativa, un po’ rissoso, poco voluttuoso a differenza di altre tonalità, l’interno della cabina rappresenta magistralmente lo stomaco gravido di una pantegana, l’odore che si respira sviluppa un effetto placebo che neutralizza tutti i mali del mondo. Alzo la cornetta come un giocatore di pallavolo alza il pallone in fase di battuta, le altre dita poggiano sulla tastiera, mi sento un portatore sano di apprensione, il segnale di libero con il sibilo della macchinetta per aver immesso la tessera nella fessura toccano la realtà molto più che la mia persona. Ogni tipo di sicurezza si è vampirizzata, forse per la prima volta nella mia vita so quello che sto facendo, i dubbi avanzano ingordi come il mare sulla battigia, vorrei credere in Dio per avere una risposta gratuita al più presto, invece ho il sudore che sento crescere e stendere i propri panni sotto le ascelle. Ho già composto i primi tre numeri, penso a tutti quei colori, ai miei quadri, ai momenti in cui li ho dipinti, penso a quel giallo di oggi che ha solo fomentato il mio odio per tutto, penso e intanto schiaccio le altre cifre, l’ultima è un otto, oddio l’ho già schiacciato, è tutto finito. Appoggio la cornetta rimettendomi in tasca il fazzoletto di carta con il quale l’avevo sorretta, la Triennale è lontana da qui, e poi al massimo oltre ai quadri si sarà danneggiata la sala, ma l’edificio credo che non avrà subito grossi danni. E’ tutto finito, sono già fuori dalla cabina, è finita la mia arte, la mia pittura, non è rimasto più niente di tutte quelle tele, di quei colori, ma io sono ancora qui, io sono solo ciò che resta, ma sono sopravvissuto, non mi sono fatto fottere dal tempo, la mia arte ora si è mischiata con le macerie di quella sala della Triennale, quei colori si sono frapposti con altri, una tela si è scontrata con un’altra, poi calcinacci, vetri, controsoffitti, credo che lì dentro ci sia il più bel quadro che forse non avrei mai potuto dipingere, ma se ne sta lì, spiaccicato per terra, sfrattato dal decoro assegnatogli. L’arte è tutta lì, l’arte è solo ciò che resta, io ora dipingo solo con il sigaro.

Grazie, Gianluca!  Ah, solo una cosa: hai già ordinato Le Fiabe per Gramos? Su Lulu, anche loro…

E ora Benny Goodman e un video davvero carino.

http://www.youtube.com/watch?v=QFJjbIPqDUg

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10 risposte a Gianluca Parravicini in :Altre scrivanie

  1. anonimo ha detto:

    Avvincente racconto, una sintesi biografica che lascia intuire una profonad analisi sull’arte e su chi la produce.
    E’ una finestra aperta sull’anima di un artista.
    Grazie a Gianluca e a Milvia, attenta ospite.
    cri

  2. anonimo ha detto:

    Ciao Cristina, ti ringrazio per le parole…. “Ciò che resta” è un racconto che ho scritto un annetto fa in un momento di carestia creativa, poi… accendo la tv, mi guardo una di quelle televendite sulle reti locali dove “piazzano” quadri d’arte contemporanea ed è nata l’idea del racconto.
    РMilvia, il video accompagnato dalla musica di Benny Goodman ̬ splendido!! Non ho ancora visto il libro che mi segnali su Lulu, poi passo.
    ciao!!
    Gianluca

  3. anonimo ha detto:

    Bella prosa e racconto interessante con trama originale a mio avviso.

    ciao Gianluca

    Daniele il Rockpoeta.

  4. setteparole ha detto:

    Mi piace questo gioco di rimando da un blog all’altro attraverso i link. Quando riesco a farlo, scopro sempre qualche post e qualche blog interessante. Peccato non avere tempo abbastanza.

  5. anonimo ha detto:

    ciao ragazzi, ben trovati anche da Milvia.

  6. ReAnto ha detto:

    Chi è il rockpoeta?

  7. Soriana ha detto:

    Sono davvero felice che il racconto di Gianluca vi sia piaciuto. E che il video sia piaciuto a te, Gianluca.
    @Antonio: Bel nik, vero, rock poeta?

  8. anonimo ha detto:

    Come chi è lol? Vieni sul blog a scoprirlo no:-)))?

    Daniele il Rockpoeta.

  9. anonimo ha detto:

    Scommettere su Gianluca è come puntare sul vincente a corsa avvenuta. Lui è un vincente senza bisogno di prestazione. Gli basta la sua penna per distruggere o creare un universo. Quando costruisce una nuova casa lascia sempre una porta aperta. Entrando potremmo scoprire di essere capitati in una nuova geometria nella quale le parole non riescono a porre limiti ai pensieri.

  10. anonimo ha detto:

    Oh… arrossisco! Ma per “fortuna” non è proprio così… del resto non mi sentirei outsider altrimenti, i vincenti sono altrove. La metafora della geometria è splendida…..ciao ti ringrazio infinitamente! il parra

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