Fausto Gliozzi in: Altre scrivanie

Mi piacerebbe essere così

Fausto è un amico. Ogni volta che ci incontriamo mi fa sorridere con la sua intelligente ironia. A volte, quella stessa ironia mi sconcerta. Ma è sempre piacevole incontrarlo. E è anche sempre piacevole leggere quello che ogni tanto mi invia.
Essendo lui il padrone di casa, questa notte, ho chiesto a Fausto di scegliere anche l’immagine al post e pure la musica. Mi ha dato una gamma di possibilità. Alla fine ho scelto io, fra quelle.

Ma ora gli cedo la parola:

Son nato nel millennio appena estinto, non credo d’arrivare a quello dopo.

Conclusa l’università ho trovato lavoro da architetto in un comune e dopo, per cambiare, ho cominciato a fare l’informatico a Bologna.

Sto bene quanto basta e mi diverto, non ho una propensione a esser scontento, vivo da solo, status che difendo a oltranza da intrusioni, anche se invero non mi dispiace stare in compagnia.

Se scrivo, o suono o canto è un’espressione soltanto della voglia che ho di svago, di libertà.

Misuro le parole.

Gabbiano nel Pantheon

La vicenda del gabbiano nel Pantheon era priva di un inizio e di una fine per il dottor Cremonesi, che aveva avuto l’occasione di assistervi e di riportare pari pari quanto gli era stato possibile vedere, lasciandosi andare poi alle sue considerazioni personali, non ultima quella che se lui, Dante Cremonesi, si domandava da dove fosse mai arrivato l’uccello, come fosse riuscito a introdursi nell’edificio (pur essendo evidente che l’enorme foro circolare posto al centro della copertura del monumento dovesse essere stata la via d’accesso più probabile) e come ne sarebbe in seguito uscito, non era escluso che il volatile fosse lì a chiedersi come, perché, da dove venissero tutti quegli altri bipedi che sostavano giù in basso guardando per aria, e dove andassero poi a finire quando imboccavano l’enorme apertura posta su di un lato e ingombra delle impalcature erette per i lavori di restauro.

Il dottore già varie altre volte aveva visitato il monumento, ma, quando saltuariamente gli capitava di passare nei paraggi e di non avere fretta, amava entrare nell’ampio portone e sedersi su una panca di legno per ammirare l’incredibile e audace cupola, unico elemento architettonico a rimanere immune dalle deturpazioni che secoli di dominio cristiano avevano inferto a una testimonianza unica nel suo genere, quella della libertà di culto in un periodo caratterizzato dal più assoluto dispotismo, quale poteva essere l’età imperiale. Era infatti difficile ricostruire con l’immaginazione quale dovesse essere stato l’aspetto dell’enorme spazio e come questo fosse ripartito in modo da dare dignità a tutte le divinità là rappresentate, quali gli arredi, i colori, e come si svolgessero le cerimonie. I timpani, gli ornamenti cinquecenteschi, i sarcofaghi dei grandi d’Italia confondevano le idee e stonavano con l’antica ma pur sempre solida personalità dell’edificio, mentre le linee della copertura rimanevano pure e immortali a tener vivo il fascino e il mistero di un passato ben più lontano.
Lasciandosi andare alle abituali riflessioni, Dante Cremonesi alzò gli occhi dopo essersi accomodato su una panca. La sua attenzione venne attirata dall’uccello che improvvisamente spiccò il volo balzando dall’ampio cornicione posto come elemento di stacco tra la struttura verticale e la cupola vera e propria. Non era la prima volta che gli capitava di vedere passeri o piccioni che si fossero avventurati all’interno della basilica, ma quelle ali, quel veleggiare maestoso e lento erano così insoliti. Anche un gabbiano a Roma non era una novità. Quanti ne aveva visti dai ponti sul Tevere o anche in altri luoghi ben più lontani dal mare, nelle campagne del Nord, ma certo là dentro quella presenza gli pareva un fatto singolare.
L’uccello atterrò dal lato opposto sollevando una nuvola di polvere e di lanugine accumulatasi nei secoli con chissà quali altri residui lasciati dagli occasionali visitatori di quei luoghi impervi, poi cominciò a zampettare, fece un tratto a piedi e si lanciò di nuovo nel vuoto puntando verso l’alto, ma inspiegabilmente sembrò aver calcolato male la traiettoria e solo all’ultimo momento riuscì a evitare l’urto con la volta della cupola, si posò ancora sul cornicione, poi subito, quasi preso da nervosismo, ripeté il tentativo che altrettanto presto si concluse.
Lo strano comportamento e la sagoma di un piccione che usciva velocemente dal foro centrale stagliandosi contro il cerchio luminoso, in contrasto con l’eterna penombra del luogo sacro, diedero al dottore la spiegazione di quanto stava avvenendo: il dramma segreto e silenzioso del gabbiano che non sapeva più uscire da dove era entrato. La curiosità, la fame o chissà che altro l’avevano spinto in quella trappola da cui piccioni e passeri potevano impunemente fuggire con le loro ali piccole e veloci, strutturate in modo tale da poter dare al corpo una spinta quasi verticale, mentre lui, il gabbiano, re incontrastato di viaggi interminabili sulle onde, aveva bisogno di molto spazio per riuscire ad arrivare in quota e il vasto tempio doveva sembrargli incredibilmente angusto, ma soprattutto quel cerchio pieno di luce lassù in alto, chissà come gli appariva lontano e irraggiungibile. I tentativi si alternarono a periodi di riposo sempre più lunghi, inducendo l’osservatore a domandarsi da quanto tempo l’animale fosse a digiuno. Indubbiamente la stanchezza cominciava a farsi sentire e forse anche un uccello, a dispetto della sua mancanza di espressione dovuta alla rigidità del becco e alla fissità degli occhi, poteva trovarsi in preda a stati d’animo come il panico o la depressione, che rendono vani e confusi gli sforzi dei mortali. D’altronde era anche difficile pensare di poter andare in soccorso del povero animale, il quale difficilmente avrebbe consentito di lasciarsi catturare da un’ipotetica squadra di vigili del fuoco sollecitati dall’Ente per la protezione degli animali. Guardando in alto si figurava i goffi tentativi dei pompieri su scale semoventi che giravano a vuoto e i beffardi svolazzi del volatile ignaro delle loro buone intenzioni e convinto solo di mettercela tutta per evitare di finire in padella.
Finalmente qualcosa di nuovo accadde e l’osservatore si rese subito conto che forse il prigioniero aveva trovato la via giusta. L’uccello ricominciò a volare, ma questa volta, anziché spingersi in alto con una traiettoria rettilinea si diede a costeggiare il cornicione. Il dottor Cremonesi cominciò a partecipare all’impresa del gabbiano. Se questo avesse continuato a veleggiare percorrendo spirali sempre più strette e salendo gradualmente, avrebbe inevitabilmente raggiunto la sommità della volta e sarebbe stato in grado di imboccare l’uscita. Così almeno credette che le cose andassero svolgendosi, forse ingannato da un impercettibile cambiamento di quota del volatile il quale per un attimo aveva teso verso l’alto, poi si rese conto che quello, con ogni probabilità, stava seguendo il cornicione per tutta la sua lunghezza, convinto di viaggiare in un tunnel, in un corridoio che sarebbe prima o poi terminato sboccando all’esterno. E continuò a volare per un bel pezzo, il gabbiano, mentre il dottore, laggiù in fondo si era messo a tifare come se fosse allo stadio. Un tifo, beninteso, consono al luogo sacro, ma nella sua mente i pensieri esplodevano fragorosamente: «Sali! Sali! Ora spostati verso il centro e vai su! Stringi la curva!». Ma il gabbiano seguitava l’infinito viaggio circolare con la sua espressione fissa. Si fermò due o tre volte spossato e quasi subito riprese a volare con frenesia. Ancora una volta parve imboccare la traiettoria giusta e stringendo la curva acquistò velocità, ma poi atterrò definitivamente e camminando sparì tra le tavole delle impalcature che si inoltravano nell’androne verso l’uscita riservata ai comuni mortali.
Il dottor Cremonesi gioì, per poi accorgersi che il passaggio verso l’esterno si trovava diversi metri più in basso e non era detto che il gabbiano avrebbe trovato la strada per la libertà e la sopravvivenza, ma ora che non riusciva più a vederlo trovava un po’ difficoltoso continuare a tifare per lui e considerando che dopo tutto un gabbiano dovesse avere nei confronti della morte un rapporto molto meno complicato di quello che tormenta i nostri sonni, visto che l’ora si era fatta tarda, si diresse verso l’uscita disturbato da un certo disappunto, perché mai sarebbe riuscito a sapere la fine della storia.

Conclude, Fausto, con questa canzone:

http://www.youtube.com/watch?v=N7tocJEHWXA

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7 risposte a Fausto Gliozzi in: Altre scrivanie

  1. argeniogiuliana ha detto:

    Bello questo post. “Salvate il soldato Rayan” per caso è il filmato. Ora ti clicco. Non mi perdo più questo blog. Posso?:-)

  2. anonimo ha detto:

    Bello! Forse è un allievo del gabbiano Jonathan Livingston, questo che si cimenta con la grandiosa cupola del Panteon.
    Mirella

  3. RenzoMontagnoli ha detto:

    Belle descrizioni e stati d’animo, e anche la tensione.

  4. cristinabove ha detto:

    Incantevole narrazione.
    Quel volo del gabbiano è quasi una metafora della vita dell’uomo , il suo girare in tondo , mentre la via d’uscita è un asintoto.
    Grazie a te e a Milvia che ti ha ospitato. Verrò a trovarti.
    cri

  5. Soriana ha detto:

    Ringrazio tutti a nome di Fausto…che sembra essersene volato via, chissà da quale apertura…
    @Giuliana: il film era Platoon; dico “era”, perchè Fausto me lo ha fatto cambiare…

    @Cri: Fausto non ha un blog…Difficile poterlo andare a trovare…

    Milvia

  6. cristinabove ha detto:

    Infatti ho cercato inutilmente in rete.
    Peccato!
    cri

  7. anonimo ha detto:

    vi ringrazio tutti.
    dovete scusarmi, ma vivo un po’ lentamente rispetto alla media e non mi ero reso conto che invece in un blog tutto va molto veloce.
    ciao

    fausto

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