E poi tornerà il silenzio…

tibet12
In questi giorni sui quotidiani italiani sta comparendo il nome di un territorio quasi sempre dimenticato dai media: il Tibet. Ma solo in relazione alla prossima presenza in Italia del Dalai Lama, fissata per i primi di dicembre.  Già, perché pare che questa visita non sia proprio graditissima alle alte sfere.  Sembra infatti che possa creare, dando ad essa ufficialità, irreversibili incidenti diplomatici con la Cina, che del Tibet ha fatto, e continua a fare, scempio. Scempio del quale il Dalai Lama è la vittima più illustre. E così i vertici istituzionali del nostro Paese hanno deciso di non ufficializzare la venuta in Italia del premio Nobel per la pace Tenzin Gyatzo: nessun ricevimento in suo onore, non si sa mai che la Cina si debba offendere e che vengano messi a rischio i traffici mercantizi che l’Italia intrattiene, con profitto, con quella nazione. Comportamento assolutamente coerente con la politica di questa nostra Italietta che sta scivolando sempre più in basso nella scala dei valori. Si ricevono con tutti gli onori capi di governo guerrafondai, ma un uomo che predica la non violenza, no, non si deve ricevere. Perfettamente in linea con la decisione dei nostri governanti è pure l’atteggiamento del Vaticano. Il Ratzinger non prenderà neanche un caffè, o meglio nemmeno un chai, con il Dalai Lama. Coerente, anche lui, con il pensiero che da quando è salito…al trono, ha manifestato.
E’ vero che appartenenti a Forza Italia e a A.N. si stanno battendo contro questa decisione. Ma la cosa mi fa solo, cinicamente, ridere. Non credo nella loro onestà di intenti. Nulla può essere più lontano dalla spiritualità del Dalai Lama, e dalla religione che lui rappresenta, dagli “ideali” di quei partiti. Ideali, naturalmente, è una parola nobile, che uso qui ironicamente.
Credo si tratti del solito scontro partitico. Insomma se tu dici bianco, io dico nero. Ma che agli esponenti di questi partiti gliene freghi qualcosa di Tenzin Gyatzo non ci credo proprio.
Dicevo, comunque, che il termine “Tibet” è comparso in questi giorni sui giornali. Ma solitamente viene dimenticato. Non si parla mai del genocidio che la Cina ha compiuto in quel Paese.
Vedo ora ti tracciarne qualche punto.
Da quando, nel 1959, la Cina ha invaso il Tibet sono stati sterminati un milione e duecentomila di tibetani, un quinto della sua popolazione.
Molti bambini sono stati costretti a denunciare crimini non commessi dai propri genitori e molti genitori, a loro volta, hanno assistito all’esecuzione dei loro figli, e anche obbligati a pagare i proiettili usati per ucciderli, ringraziando, per giunta, il governo cinese per aver eliminato "elementi antisociali". Molti tibetani furono costretti a autoaccusarsi, pur del tutto incolpevoli, e a autodegradarsi.
Tutto questo va sotto il nome di Thamzing" o "seduta di rieducazione".
Ma non pensiamo che a quasi 50 anni di distanza le cose siano migliorate. Migliaia di prigionieri religiosi e politici vengono detenuti a tutt’oggi in campi di lavoro forzato, dove la tortura è pratica comune.
Le donne tibetane vengono sovente sterilizzate o costrette ad aborti forzati: un metodo disumano che serve a non far crescere la popolazione autoctona, per far sì che gli occupanti cinesi siano sempre in maggioranza. Molte donne, come conseguenza di queste pratiche eseguite in maniera massiva e in condizioni igieniche precarie,  muoiono a causa delle infezioni: pensate che possono venire costrette ad abortire anche al quinto o sesto mese di gestazione. Quelle che riescono a portare a termine la gravidanza si rifiutano di andare in ospedale per il parto, perché frequentemente il bambino viene loro sottratto e considerato morto.
Esistono  limitazioni pressoché assolute sulla libertà religiosa, politica, sociale e culturale cui vengono sottoposte le donne.  Le monache buddiste tibetane, che rappresentano oltre l’80% delle prigioniere politiche, sono spesso oggetto di torture e violenze sessuali: la lacerazione dei capezzoli; l’inserimento nella vagina di strumenti elettrici usati in genere per marchiare il bestiame; l’avvolgimento dei capezzoli con fili elettrici.
(Notizie su questi inconcepibili trattamenti potete trovarli qui: www.tibetanwomen.org.)

Ci sarebbe ancora molto, molto altro da dire. Della deforestazione che in Tibet procede senza sosta 24 ore su 24, per esempio. Delle  innumerevoli testate nucleari che i Cinesi hanno installato su quel piccolo territorio. Delle miniere d’uranio dove i lavoratori sono quasi tutti tibetani, e si ammalano e muoiono  per questo loro lavoro. Dei villaggi in prossimità delle miniere e dei luoghi dove sono installate le testate nucleari: nascono bambini deformi, in quei villaggi, e la terra e le acque si inquinano, e gli animali muoiono (una situazione che mi ricorda molto quella della Birmania…).
Tutto l’equilibrio ecologico del Tibet si sta distruggendo. Un intero popolo sta perdendo pure il suo patrimonio culturale e religioso: più di 6000 templi distrutti, antiche opere d’arte razziate dai Cinesi. Migliaia di statue d’oro fuse e trasformate in lingotti che sono stati poi trasportati in Cina.
Un popolo quasi totalmente distrutto nelle sue tradizioni. Una distruzione che sta avvenendo anche in questo momento, ora, mentre io scrivo, ora, mentre voi state leggendo.

In questi giorni i giornali scrivono la parola “Tibet”, certo. Ma sulla realtà di quel paese un tempo tanto pacifico si tace. E, non appena il Dalai Lama lascerà l’Italia per tornarsene al suo esilio di Dharamsala, quella parola scomparirà. Con buona pace della Cina. Che dobbiamo tenercela buona, no?

                          clean.tibetan

Termino con questa musica bella e delicata. Con questo video pieno di cielo e nuvole. Potrebbe essere il cielo sopra il Tibet: un cielo dove non alberga più alcun Dio.
http://www.youtube.com/watch?v=mUyZgXN6DBQ

  

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4 risposte a E poi tornerà il silenzio…

  1. cristinabove ha detto:

    E a noi che ci importa? Tanto possiamo consumare tutte le merci a poco costo che vengono dalla Cina, possiamo inneggiare nella piazza delle colonne al redivivo medioevo sotto spoglie teutoniche. Abbiamo anche qui da noi qualche violenza ,qualche stupro e qualche tortura, roba da poco e solo in qualche scuola genovese adattata ad hoc.
    Il Tibet è distante dal nostro cuore quanto il polo nord, e dalla nostra politica quanto la costellazione di Orione.
    Non sono fatti nostri.
    Nemmeno la Terra è cosa che ci riguardi. Sono altri gli dei che se ne spartiscono gli utili.
    cri

  2. RenzoMontagnoli ha detto:

    Il pretesto “culturale” dell’invasione fu di portare la civiltà. Che bella civiltà la nostra: non rispetta la natura, di cui facciamo parte, e sembra incredibile che l’uomo non capisca che così non rispetta se stesso.
    Quanto al Dalai Lama, direi che non se la passa male, ma qui entriamo in un altro discorso, che è comune a tutte le religioni.

  3. claudioarzani ha detto:

    Già. Della tragedia che come dici si consuma anche ora, in questo preciso istante, ho sentito vaghi echi molto generici. Il silenzio dei media è sconcertante. Quello del nostro governo ancora di più.

  4. Soriana ha detto:

    Stranamente ne hanno parlato questa mattina (venerdì mattina) in Radiotremondo…
    Grazie a tutti per gli interventi interessanti.
    Milvia

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