Ferite aperte / TRE

piantoL’altro giorno ho ricevuto una mail, dalla mia amica israeliana Nurit Peled, una donna splendida e coraggiosa il cui nome è apparso di frequente in questo blog. Una mail con cinque foto allegate. E’ della situazione che queste foto hanno fissato che voglio parlare nella prima parte del post di questa notte. Scusate se il post sarà lunghissimo. Mi farebbe piacere, però, che lo leggeste fino alla fine.       
       
       
Nel mese di ottobre è iniziata nei Territori Palestinesi la raccolta delle olive. Le olive sono una risorsa essenziale per la popolazione palestinese e per la sua economia in crisi, una risorsa che per molti abitanti di quei territori ha un solo significato: sopravvivenza.
Purtroppo, come sempre, anche quest’anno la raccolta si sta svolgendo con grandi difficoltà, dovute alle violenze perpetrate dai coloni israeliani e all’esistenza del muro di separazione, il vergognoso muro che, e non è ancora terminato, supera i 700 Km. di lunghezza. Sono novemilioni gli ulivi censiti nei Territori Occupati e quando il muro sarà completato un milione di questi alberi, per i Palestinesi, risulterà irraggiungibile.
Lo stato di Israele sta distruggendo senza tregua o rendendo inaccessibili le più preziose risorse economiche in tutti i Territori Occupati. Dal 1967 al 2002, con la costruzione di nuovi insediamenti sempre più numerosi, Israele ha confiscato il 60 per cento delle terre dei Palestinesi in tutta la Cisgiordania e gli alberi d’olivo sradicati dalle ruspe, sono un’immagine fin troppo familiare per migliaia di contadini. E non solo si  distruggono così risorse vitali, ma anche si  annienta uno dei simboli più significativi della loro appartenenza a questa terra.
Nella raccolta delle olive sono coinvolte tantissime persone: dai proprietari dei campi, ai raccoglitori, da chi lavora alle macine a chi trasporterà e venderà l’olio. E tutte queste persone, e tutte le loro famiglie, vivono ogni anno un periodo di grande difficoltà e incertezza (e vorrei sottolineare che quasi la metà delle famiglie palestinesi in Cisgiordania vive sotto la soglia della povertà e il tasso di disoccupazione supera il 27 percento). La separazione dei villaggi  dai campi, determinata dal muro (della vergogna) rende impossibile a molti di svolgere l’unica attività di sostentamento. In diverse zone i cancelli per oltrepassare il muro vengono aperti tre volte al giorno ma solo per pochi minuti. Per andare poi dall’altra parte occorre un permesso molto restrittivo, che viene accordato magari solo al proprietario, ma non alla mano d’opera. Figuratevi che l’esercito israeliano pretende permessi pure per gli asini.

Per quanto riguarda poi gli attacchi dei coloni, vi sono innumerevoli testimonianze anche da parte di osservatori internazionali.  Queste aggressioni, abbastanza abituali durante tutto l’anno, si intensificano durante il periodo della raccolta delle olive. E se le violenze non sono sempre rivolte a persone (l’anno scorso sono stati comunque uccisi due contadini, e l’anno precedente i coloni ne avevano ammazzati tre) oggetto degli attacchi sono gli alberi di olivi, che vengono tagliati, o i terreni coltivati, che vengono bruciati.
E’ proprio il caso di dire che non c’è pace fra gli olivi. E con molta amarezza.

Per documentarmi sulla situazione particolare che ho esposto, e che non conoscevo prima che Nurit mi inviasse la mail, ho navigato in Internet. Ho cercato di non riportare dati che non erano esposti chiaramente, o cifre di cui non potevo essere certa. Credo che quello che ho scritto corrisponda a verità. Anche perché ho piena fiducia in Nurit Peled e le fotografie che lei mi ha inviato e che qui inserisco sono una chiara testimonianza di questa terribile ulteriore ferita aperta di un Paese che ormai, in realtà, è tutto una ferita.

Ed ecco le foto. Ringrazio Alex, mio figlio, che mi ha tradotto, amorevolmente, le didascalie.

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(Un contadino palestinese attende al cancello della barriera della Sponda Occidentale che lo separa dagli ulivi posizionati oltre la barriera, nell’area del villaggio di Ariel)

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(Una donna anziana di Budrus -distretto di Ramallah- attende che il cancello venga aperto per poter raggiungere gli ulivi. Ha perso quasi tutti gli ulivi negli incendi, in quanto non puo’ accedere abbastanza frequentemente da poter ripulire dalle erbacce secche. Il fuoco ha privato lei e la sua famiglia della fonte principale di sostentamento)

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(Una donna cerca i propri effetti personali fra le rovine della sua casa, distrutta durante una operazione militare israeliana nella striscia di Gaza nel settembre 2007)

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(Palestinesi in coda al checkpoint Huwara, uno dei due passaggi di entrata lungo la strada principale che congiunge Nablus al resto della sponda occidentale. Ai veicoli privati non e’ concesso il transito attraverso il check point, a meno che i proprietari abbiano uno speciale permesso)

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(Alberi di olivo abbattuti dai coloni in Wadi al Hussein/Hebron nel 2005. Ad oggi, i coloni continuano ad attraversare abusivamente le terra di proprieta’ delle famiglie palestinesi.)

Anche questa notizia mi è giunta via mail, da Alessandro Marescotti di  Peace Link (http://www.peacelink.it ). E’ nato un nuovo blog, che si occupa di scuola. Di scuola violenta.  Ecco l’indirizzo: scuolaviolenta.blogspot.com/

Anche la scuola è una ferita aperta, dunque?  Eh, sì, credo proprio di sì.
Non sto dicendo che la scuola è colpevole dello stato degenerativo di questa nostra società. Voglio solo dire che ne è lo specchio. Che ne è molto spesso vittima (come si evince leggendo gli episodi riportati nel blog citato) ma che a volte ne è anche complice. Voglio solo dire che, anche nella scuola, c’è un grande assente: il rispetto.  Non c’è più rispetto verso gli insegnanti da parte degli allievi, da parte dei genitori, da parte dello Stato che li retribuisce in maniera insufficiente (come d’altra parte ha sempre fatto).  Credo anche, però,  che non ci sia rispetto da parte di alcuni insegnanti verso il loro stesso lavoro.
C’è marasma, confusione, a volte c’è un atteggiamento di  politically correct, da parte degli educatori del tutto sbagliato, forse portato avanti per paura, o per moda, non so. Ci sono genitori che entrano nella scuola solo per difendere le loro indifendibili creature, per trasformarli, dal loro ruolo di piccoli carnefici, in quello di vittime.
Ci sono troppe cose che non vanno, nella scuola, oggi come non mai. Quello che dovrebbe essere il tempio dell’Educazione sta diventando sempre più una sorta di ring, un gioco dove le regole vengono sancite dalle famiglie e dove gli educatori, che solo educare, dovrebbero, rischiano di esaurirsi a compilare schede, schedine, profili, valutazioni. Carte, asettiche inutili carte.
Sì, decisamente è una ferita aperta anche la scuola.

E tante tante altre ferite devastano il corpo di questa umanità che sembra essere entrata in uno stato di pre-agonia. In queste tre sere ho cercato di evidenziarne alcune. E le altre?
Il genocidio in Darfur, ad esempio.

E le donne violentate, massacrate, uccise dai loro compagni, dagli estranei, dai figli, dai padri.

E i bambini uccisi dalle madri, o abusati dai pedofili.

E la pena di morte. 

E la violazione della natura da parte dell’uomo che crea squilibri irreversibili.

E.

E.

E.

E milioni di altre ferite.

Ma per ora qui mi fermo. Solo per ora, dico.
Mi fermo qui perché fra una settimana è Natale, e, che si sia credenti o meno, Natale è sempre una festa. La festa che celebra una nascita, ci hanno insegnato da sempre. E nascita vuol dire anche speranza, e quindi positività. Allora è con un pensiero positivo che concludo questa mia terna di post: forse qualcosa cambierà. Forse, se torneremo tutti a essere uomini e donne di buona volontà, le ferite piano piano si potranno rimarginare.

E  cambio anche la musica che avevo preparato. Non “Dio è morto”, come avevo pensato,  ma una bellissima, rasserenante… serenata, con bellissime, rasserenanti immagini:

http://www.youtube.com/watch?v=55rRqroXjOI

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7 risposte a Ferite aperte / TRE

  1. cristinabove ha detto:

    In prima linea sempre, la pasionaria Milvia. E con passione, se pure in tono minore, ti affianco.
    cri

  2. RenzoMontagnoli ha detto:

    Non resta che concordare, purtroppo.

  3. anonimo ha detto:

    Sì, concordo sia con Cristina che con Renzo.
    Bella la passione di Milvia, bello averla incontrata.
    E, purtroppo, sì, non resta che concordare, con tristezza e indignazione.
    Si dimentica Milvia, lo scrivemmo in tanti tempo addietro. Presto, sempre troppo presto, il mondo mette da parte e passa a ciò che segue.

  4. winyan ha detto:

    Grazie Milvia, mi ha interessato molto il tuo post, sapevo in linea di massima quello che hai detto, ma ne volevo sapere di più e tu me lo hai detto.Non lo commento, anche perchè veramente, quel muro è davanti a tutti noi….e rimane lì e cresce…..ne è stato buttato giù uno da poco, tutti a plaudire e nessuno che fa niente per quest’altro…va beh lasciam stare…
    buona notte,:-)
    maria.

  5. Soriana ha detto:

    Grazie della condivisione, Cri, Renzo, Antonio, Maria. Avere gli stessi sdegni e gli stessi ideali, è consolante.

    Milvia

  6. anonimo ha detto:

    sono rimasta colpita dalla ricchezza di informzioni seriamente documentate sulla Palestina. Le immagini e le informazioni ci, mi feriscono ogni volta. Potrei dire che mi duole la Palestina, mi duole il mondo, come ha scritto una mia amica, Anna Fabbrini. Mariù

  7. Soriana ha detto:

    @Mariù: io devo solo ringraziarti perchè è stato grazie a te che ho conosciuto Nurit.

    Ti abbraccio

    Milvia

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