Annalisa Ferrari in: Altre scrivanie, EDIZIONE STRAORDINARIA!!!

natale

E’ grazie ad Annalisa, Annalisa Ferrari, che sono entrata per la prima volta nel mondo virtuale di Forum e  Blog. Lei forse non lo sa neppure…  un’ iniziatrice inconsapevole, potrei definirla. Ecco, potrei dire che è a causa sua se mi sono costruita questa casa nello spazio, se ho scoperto vicini di casa (nello spazio i concetti di vicinanza e lontananza sono relativi) splendidi, se… se tante altre cose, insomma.  Ma sarebbe abbastanza lungo da spiegare come è iniziato il mio viaggio, e forse non interesserebbe nessuno.
Molto più interessante è ascoltare invece Annalisa, la sua presentazione e il suo racconto. Che è bello, lieve, scritto in uno stile invidiabile. Come tutte le cose che fin’ora ho letto di Annalisa Ferrari.  Ed è anche per questo che sono orgogliosa, ora, di cederle la mia poltroncina e la mia scrivania.

Sono nata in provincia di Milano e, pur non essendomi spostata di un metro dalla mia casa natale, ora abito in provincia di Lodi. Mi sono laureata in lettere, a Pavia, per sfuggire alla matematica. Da parecchi anni provo ad insegnare italiano in una scuola media, con alterni risultati, anche per la mia salute mentale. Attualmente ho tre figli, un cane, cinquantasei alunni e qualche blog. Mi piace ricordare il primo (http://circolobaldoni.splinder.com/), e l’ultimo (http://biblioche.splinder.com/), dei ragazzi della mia classe. Per sfuggire al logorio della vita e della scuola moderna, più o meno sette anni fa ho iniziato a scrivere, partecipando all’esperimento di scrittura on-line “Verdeblù”, durante il quale sono stata selezionata per un corso breve alla Scuola Holden di Torino. In seguito, incuriosita da una serie di documenti d’archivio, ho fatto ricerche e imbastito la storia di Gerolamo Lazzeri, intellettuale morto durante il fascismo. Il risultato della ricerca è stato pubblicato dalla casa Editrice Giuseppe Chiappini.
Nel frattempo, ho continuato a scrivere racconti basati su documenti d’archivio, suggeriti da concorsi o da pensieri sparsi che in qualche caso sono riuscita a raccogliere e fissare sulla carta.

ODIETAMÒ

Come odiava il suo nome.
Come odiava le feste di Natale.
Si avvicinava il venticinque dicembre e lui odiava il suo nome. E il Natale.
Da quanto, non lo sapeva bene. Più o meno, calcolò, da cinquant’anni. Diede un’occhiata rabbiosa alla vetrina piena di addobbi e boccette di profumo, e pensò che odiava anche le giornate senza fantasia che si ripetevano uguali.
Pieno di rancore, scartò con un mugugno e un’occhiataccia una signora bionda e rotonda carica di pacchetti, e riempì il sacco del suo livore riandando, per l’ennesima volta, all’inizio di tutta quella storia.
Rivide davanti a sé l’aula enorme e semibuia nel quale era entrato il primo giorno di scuola. Cinque ottobre millenovecentocinquantasei. Tutti gli altri già seduti al loro posto, e lui che arrivava in ritardo di quattro giorni, con addosso ancora il profumo del mare e nei capelli, probabilmente, qualche granello di sabbia.
Andava così: suo padre era un dipendente della provincia, e ogni anno potevano farsi ben quindici giorni di vacanze a prezzo speciale. Bassissimo. Per una famiglia di sei persone, una manna. La meta, però, era sempre la stessa: Villa Péndice, via Romana, Bordighera. Il periodo, anche, sempre lo stesso: fine settembre. Qualche volta si sforava fino ai primi di ottobre. Non c’era molta scelta. Tutti i dipendenti si fiondavano lì, e quello che rimaneva, rimaneva. Andava benissimo, comunque. A Villa Péndice, si trovavano sistemati in una stanza straordinaria, la stanza rotonda della torre, una delle più grandi, adatta alla loro famiglia numerosa. Sul vialone che li portava fuori, raccoglievano i pinoli, schizzati dalle pigne che piombavano di colpo a terra, e qualche volta sulla loro testa. La spiaggia ciottolosa, l’unica che avesse mai conosciuto, sembrava sempre un paradiso e, chissà perché, quelle due settimane di fine estate erano sempre calde e dolci, piene di sole, lente ed eccitanti al tempo stesso. Tornavano felici e soddisfatti, sulla Centoventiquattro giallina, contavano le gallerie e le macchine bianche e poi ricominciavano la vita di pianura, che sembrava meno grama del solito, per un po’.
Quell’anno, quell’anno in cui lui avrebbe dovuto cominciare per bene la scuola il primo di ottobre, quell’anno se l’erano presa comoda, come al solito, ed erano tornati solo il quattro.
Il giorno dopo, era nell’aula alta, piena di gente, tutti quegli occhi che lo guardavano in silenzio, grembiuli neri, braccia conserte, tende marroni (santo cielo! tende marroni!), e quella signora che lo prendeva per mano (che lo strappava dalla mano della mamma) e gli faceva un  sorriso falso come Giuda e gli diceva “mettiti dove vuoi”. Lui che si infilava nell’ultimo banco, in fondo, a far finta di imparare, a fare dei punti e poi le aste verdi e poi le aste gialle e infine le spighe di grano. Ma l’estate era passata, spighe non se ne vedevano più e lui, del resto, sapeva già leggere e scrivere. Glielo aveva insegnato la nonna, l’anno prima, e lì si stava già stufando.
Non era stato questo il peggio.
Il peggio era stato quando la maestra lo aveva presentato per nome ai compagni, e qualcuno aveva ridacchiato, anche se lui non aveva capito perché.
Al perché c’era arrivato qualche mese dopo, quando erano cominciati i canti col maestro di musica, il Tuscendidallestelle e l’Adestefidelis, e le poesie del Natale, e alla fine tutti che dicevano “Buon Nataaaale”, e intanto che strascicavano la “a” lo guardavano e ridevano.
C’era arrivato a capire, e lì era cominciato.
Odiava il Natale.
Odiava il suo nome.
Perché lui, che era nato il venticinque dicembre, ovviamente si chiamava Natale.

Lei, il suo nome, lo sopportava.
Ci aveva fatto l’abitudine. Non le sembrava più nemmeno tanto strano. Aveva un animo mite e gentile, e aveva tollerato sempre in silenzio le occhiate stupite della gente e le risate dei compagni di classe.
Per lei, però, il tormento (il trauma, se si vuole esagerare) era cominciato più tardi: alle elementari infatti tutto bene, magari qualche sopracciglio alzato, il primo appello con la maestra che le lanciava un’occhiata e poi tirava via, niente di più. Alle medie, che volete, classe femminile, tutte con i calzettoni, mica come oggi che in seconda van già truccate e inguainate e pance all’aria che ai suoi tempi nemmeno a vent’anni, ma insomma, meglio così, alle medie le compagne eran quelle di sempre, anche loro non ci badavano.
Era stato alle superiori che aveva sbattuto il naso, e forte, contro quel suo nome così incongruo e fuori posto. Per lei, almeno. Era sicura che se lo avesse portato la Bianchi, con le origini quasi nobili e il nasino all’insù e l’altezza stratosferica, allora, ecco, quel nome sarebbe stato perfetto.
Lei, però, non era la Bianchi, seduta là, proprio davanti alla cattedra. Lei era seduta dietro, nella prima classe mista della sua vita. Emozione. Finalmente in aula con dei ragazzi, dei maschi, con cui parlare, ridere, magari pure studiare. Ma al primo appello, stavolta, non era andato tutto liscio. Con la professoressa di latino che compitava lenta e a voce altissima nome e cognome, quando era toccato a lei, con i suoi capelli stile spaghettini, color topo, altezza quella che era, smorta, occhi banalmente castani, brufoli dappertutto, anche sul naso, naso importante (fin troppo), e persino un dente che se ne andava per conto suo, in primo piano, ecco, quando era toccato a lei tutti si erano voltati. Tutti i maschi, almeno. Come un sol uomo. A controllare se quella tappetta pallida dell’ultimo banco fosse proprio la stessa appena chiamata dall’insegnante. La stessa che aveva appena risposto “presente”. La stessa che aveva risposto presente a quel nome.
Perché, ahimé, lei si chiamava Bella.

Bella e Natale abitavano nella stessa città. Lo status ufficiale di “città” era stato concesso per chissà quale mistero mezzo secolo prima. In realtà, un paesone di quindicimila abitanti, poco più, poco meno. Niente cinema, niente mezzi pubblici, sei farmacie, una profumeria, tre erboristerie, nessuna libreria, tre parrocchie e nove chiese semivuote, tredici banche e sedici tra pub e bar.
A volere essere consequenziali, un paesone di ricchi ignoranti un po’ puzzoni, tiepidi cattolici, teledipendenti, amanti delle tisane (i vecchi) e degli alcolici (i giovani), e soggetti per questo a frequenti mal di testa.
Il massimo della vita si notava nel centro, composto da piazza XX Settembre e dalle vie intorno: via Roma, via Vittorio Emanuele, via Garibaldi, via Mazzini. Un centro patriottico e, sotto Natale (nei giorni vicini alla festa, cioè), splendidamente illuminato da sarabande di luci, festoni, e luminarie che, fino alla sera dell’accensione, avevano fatto scannare tra loro i commercianti disposti a pagare la bolletta e gli altri, quelli del “fate-voi-io-non-ci-sto”.
Ma insomma, fatto sta che, se nel resto del paese ferveva quasi costantemente una sorta di morte civile, il centro città era frequentatissimo. Almeno negli orari di apertura dei negozi. Almeno sotto le feste. Eppure, i negozianti si lamentavano ugualmente degli scarsi guadagni, persino, soprattutto, in periodo natalizio. Colpa dell’isola pedonale, dicevano quelle anime belle, dimenticando che passeggiare su e giù adocchiando le vetrine e tirando via diritto, era più colpa della scarsella vuota che della mancanza di automobili.
Niente di tutto ciò interessava Natale, costretto a dribblare, scansare e risalire controcorrente la marea di persone che chiacchierando, blaterando, sorridendo a tutta bocca sembravano voler comunque dimostrare al mondo che la fine di dicembre era per gli uomini di buona volontà, e ci vogliamo tutti bene, e cerchiamo il regalo per la zia Peppina che almeno a Natale, e quello per il dottor Persini che è così bravo e sempre tanto caro, e quello per mia sorella altrimenti si offende, e magari un presentino anche per l’impiegato della banca che non si sa mai. E poi basta, perché non ci son più soldi e abbiam già speso anche la tredicesima.
Cosa c’era da ridere tanto, lui non lo sapeva. Gli venivano i brividi soltanto a sentire gridare “Buon Natale!” da una parte all’altra del marciapiedi. Che cosa ci fosse di così buono a Natale, erano cinquant’anni che gli sfuggiva.

A Bella, invece, quella confusione piaceva proprio. Si potrebbe persino spingersi a dire che l’amava. Si imbacuccava bene, per via di quella fastidiosa sinusite che, sopra il conto, la tormentava da sempre, e usciva. Due passi, ed era in centro. Girellava, si faceva spintonare da chi aveva fretta, le chiedevano scusi, scusi, e lei rispondeva gentile, sorridendo. Amava le luminarie, e i negozi con il concorso per la vetrina più bella, e la profumeria nella via principale, grande, luminosa e ovviamente olezzante. Vi entrava una volta l’anno per comprarsi un rossetto, unica concessione che si permetteva. Si aggirava tranquilla in mezzo agli scaffali, aspettava il suo turno inspirando i profumi che le giungevano da ogni parte (sempre che non avesse un attacco di sinusite). Mentre giovani e flessuose ninfe le passavano davanti schiaffeggiandola dolcemente coi lunghi capelli; mentre attempate carampane spiavano all’intorno caso mai fosse arrivato il filtro dell’eterna giovinezza; mentre il commesso, sempre gentilissimo, cercava di districarsi tra lozioni idroliscianti ultrasoffici e cremose cure calmanti contro borse e occhiaie, lei amava osservare globi, piramidi, cubi che si spalancavano, si stratificavano, e le rivelavano contenuti meravigliosi, ombretti dalle sfumature perlacee, iridescenti, chiari, scuri, e rossi per guance, pennelli che promettevano miracoli e raddoppi mozzafiato alle sue inconsistenti ciglia, schiuma da bagno che l’avrebbe rigenerata, euforizzata, blandita, rassodata, snellita, quello che voleva lei, e shampoo che anelavano liberarla dal color topo delle sue chiome, che almeno diventassero, per Natale, color topo muschiato!
Lei sospirava, sorrideva, allungava la mano verso il solito rossetto, pagava, rispondeva al “Buon Natale” del commesso, e usciva.

Uscì anche quella volta. E quel pomeriggio, per una di quelle strane combinazioni che a volte rischiano di cambiarci la vita, e a volte ce la cambiano davvero, tra i quindicimila abitanti del paesone, persona più persona meno, uscendo dalla profumeria, Bella andò a sbattere contro Natale.

Si sa che, se questo non fosse un semplice racconto natalizio ma la realtà pura e semplice, si sa che Natale darebbe la sua gomitata a Bella e Bella lo guarderebbe stupita, neanche una scusa, penserebbe, e lui non la vedrebbe nemmeno. Forse sarebbe meglio, perché la vedrebbe com’è oggi, dopo l’influenza un po’ trascurata, non più pallida ma giallina, una scuffia di lana grossa a coprirle i capelli sciupati, e via discorrendo.
Così penserebbe Bella, e gli scivolerebbe a lato, di nuovo inosservata, ma tranquilla e gentile e amabile come sempre. E Natale invece scapperebbe via, da tutta quella gente e quelle luminarie, che si risparmiasse un po’ di denaro, perbacco!, ancora scorbutico e rabbioso come lo era all’inizio.

E invece.
E invece, ecco, questo è (forse) soltanto un racconto di Natale, e così capita che Natale guarda Bella, e improvvisamente gli scappa un po’ da ridere a vederla così, tutta imbacuccata, e raffreddata, col suo misero pacchettino in mano, forse ha pure un po’ di febbre, pensa, e sorride perché è così diversa da tutto quello splendore intorno che lui si sente subito meglio. E Bella sta scivolando via, tranquilla e amabile come sempre, ma Natale la ferma, prendendola appena per il gomito e si scusa, e la invita a bere un caffé, così, per fare ammenda della sua goffaggine. Lei è un po’ diffidente all’inizio, si capisce, ma poi, che diamine, siamo in centro, tanta gente intorno, andiamo pure al Caffé Cornali, che è qui a due passi. Così i due fanno conoscenza, stretti a quel tavolino minuscolo, che uno non sa mai dove mettere le braccia e le mani e le tazzine. Lei si presenta subito: “Piacere, mi chiamo Bella Taldeitali”, e lui non fa nemmeno una piega, ma c’è un gran sospiro dentro, perché se una come lei si chiama così, lui può confessare tranquillamente la sua colpa (“Piacere, mi chiamo Natale”). Si stringono la mano e cominciano a chiacchierare e si danno appuntamento per il giorno dopo.
Quando escono dal bar, ognuno per la sua strada, ma Natale corre alla profumeria, che rimane aperta un po’ di più, oggi, e spiega di che cosa ha bisogno, e compra un profumo di quelli che lasciano la scia. Bella, invece, pensa a certi film americani e chiama Luisa, che glielo dice sempre “Se ti sistemassi un po’…”. Luisa arriva, con tutto il suo armamentario, e lava risciacqua districa pettina gonfia; pulisce tonifica nutre rilassa; sottolinea schiarisce arrossa incurva, e alla fine Bella si trova persino passabile.

Dopo qualche giorno, arriva la vigilia di Natale (la festa, s’intende). I due passeggiano lenti e girovaghi nel centro del paesone, ancora, per poco, ingolfato di gente. Stanno zitti, ma stanno bene. Anche se la messinpiega della Luisa si è ormai sgonfiata, e la riga sopra gli occhi le è venuta un po’ storta, e Natale (lui, s’intende) sta per compiere cinquantacinque anni.
La bellezza di quei giorni, come ha sempre saputo Bella, e come non si era mai immaginato Natale, è nell’essere con qualcuno che ti va.

Annalisa, l’ho riletto, proprio ora, mentre sto per editare il post. E’ delizioso, il tuo racconto. E ti auguro di cuore (ma sono certa che così è) di essere anche tu in questi giorni, come Bella e Natale,  con qualcuno che ti va.

E ora… quattro salti natalizi con Snoopy & Co.

http://it.youtube.com/watch?v=Jlf—13Q0g

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in altre scrivanie. Contrassegna il permalink.

5 risposte a Annalisa Ferrari in: Altre scrivanie, EDIZIONE STRAORDINARIA!!!

  1. RenzoMontagnoli ha detto:

    Un autentico gioiellino, ben scritto e che si legge che è un piacere.
    Brava, Annalisa, e buon natale.

  2. Flounder ha detto:

    arrivata via Remo Bassini, contenta di aver trovato questo bel racconto.

    penso alla mia amica piccina, magra e rossa di capelli che si chiama Diva, per colpa di una madre amante della Callas.
    poiché è piccina la chiamiamo Divina, ma si sente ancora peggio 🙂

  3. Annalisa55 ha detto:

    Be’… Grazie a tutti.
    A Milvia, ospite gentile e perfetta. A Renzo, altrettanto generoso di ospitalità e paziente con me che ho poche cose da mandargli, e grazie a Flounder che mi ha fatto ridere con la piccola Diva.
    Per un Natale come piace a voi, tanti auguri.

  4. cristinabove ha detto:

    un raccontino molto delicato, narrato con grande maestria. Mi è piaciuto molto.
    Grazie a Lisa e a Milvia.
    cari saluti.
    cri

  5. Soriana ha detto:

    Sono felice, ma non sorpresa, che il racconto di Annalisa vi sia piaciuto.
    come ho detto altre volte, forse anche qui, Annalisa Ferrari scrive molto meglio di tanti autori che hanno nomi celebri e che riempiono gli scaffali delle librerie.

    @Flounder: Benvenuta in Rossiorizzonti. Povera Diva/Divina: ha mai pensato di ripudiare la mamma?

    Un abbraccio a tutti

    Milvia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...