Freedom!!!!

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In questo tratto di mare (cui la mia foto non rende giustizia) oggi ho fatto un po’ di snorkelley,  divertendomi un sacco a osservare le evoluzioni di pesci coloratissimi. Peccato non avere una macchina fotografica subacquea, perché è una spettacolo veramente bellissimo…
Freedom  beach, una incantevole piccola baia, anche se a soli venti minuti di barca da Patong, è tutto un altro mondo. La sabbia è di origine corallina, per cui è bianca e impalpabile, un piacere camminarci sopra a piedi nudi. E il relax è assicurato. Quel relax di cui sento davvero la necessità.
Domani probabilmente altra escursione: a Coral island, che già conosco, e che rivedrò con vero piacere. Altri pesciotti colorati, altra sabbia come borotalco, e chissà che non trovi anche qualche bella conchiglia. Spiaggiata, però, perché quelle che ospitano un animaletto è giusto lasciarle lì, nel loro habitat.
 Subito dopo aver finito di preparare il post (che pubblicherò più tardi, sempre che riesca a collegarmi) andrò a cena. Adoro, letteralmente adoro la cucina tailandese, la amo ancora più della cinese, che pur apprezzo molto. Ecco, magari domani parlerò dei piatti che mi piacciono di più.

E ora, con un bel taglia-incolla, il seguito (ma la conclusione è ancora lontana) di Meno quarantotto.
Un nuovo personaggio, oggi: Suei, una massaggiatrice dotata di poteri speciali.
Ciao, a domani! 

Suei srotolò la stuoia e la sistemò sulla sabbia. Poi dalla grande borsa di rafia prese il telo colorato, la bottiglietta dell’olio, il cuscino cilindrico. Era presto, neppure le sette, e la spiaggia era quasi deserta. Arrivare a quell’ora del mattino, quando ancora il silenzio era la sensazione primaria, le dava l’illusione che  quel tratto di mare, gli alberi di casuarina che disegnavano un’ombra leggera sul limitare della spiaggia, la sabbia bianca e sottile, appartenessero ancora a lei, come nell’infanzia. Cercava sempre di arrivare lì prima che scendessero dagli alberghi decine e decine di persone smaniose di divertirsi, di fare le stesse sciocche domande, prima che ricominciassero a inquinare il giorno, con il loro permanere, e scompigliare quel posto che era stato un tempo pieno di armonia.
Suei li guardava e non li capiva. Sorridevano con le labbra ma i loro occhi non avevano luce. Solo quando li toccava, quando le sue dita forti premevano sulla carne, loro, inconsapevoli, le si rivelavano. E allora sentiva lame, e cicatrici non chiuse, e rivoli di dolore e fiumi di rabbia. Non in tutti, ma in troppi. Lei sola aveva queste percezioni. Le sue compagne si limitavano a fare massaggi superficiali, a cantilenare quelle piccole frasi che gli stranieri amavano sentirsi dire – you strong man, you beatiful, – a ridacchiare poi fra loro, a sussurrarsi commenti salaci sui corpi troppo grassi, o troppo magri, o troppo flaccidi, o troppo pallidi. Suei stava in silenzio, quando faceva un massaggio. Teneva gli occhi chiusi. Cercava di sentire cosa si celava sotto la pelle, sotto l’architettura dei muscoli e delle ossa. Rivedeva il viso segnato del  Maestro della scuola di Wat Po, rammentava i suoi insegnamenti. Se i clienti le ispiravano compassione cercava di aiutarli, altrimenti si distaccava da loro, rimanendo in superficie.
    Il primo venditore ambulante avanzava sulla sabbia ancora fresca, la spalla sinistra abbassata dal peso dei parei multicolori. Due pescatori salirono sulla loro barca. Più lontano, sulla parte di spiaggia che andava verso Kamala, le sembrò di riconoscere Ta Ta, che saltellava sulla riva.
Devo andare a trovarla presto, decise Suei. Da quando non c’è più sua madre quella bambina mi preoccupa. Non mi piace quel buono a nulla di suo zio, non è bene che sia rimasta  sola con lui.
Ma la moto, quel pomeriggio di otto mesi prima, non aveva frenato: il corpo dell’amica di Suei era volato in alto, aveva sfiorato l’insegna del Banana, e poi giù, un tonfo. Per giorni era rimasta un’ombra scura sull’asfalto, fino a quando la pioggia non l’aveva cancellata.
Quattro donne si avviarono verso gli sdrai, i volti ancora assonnati.
Un ragazzo biondo correva sulla battigia, Suei ne osservò il corpo agile e muscoloso.
Un uomo  si soffermò accanto a lei e accese una sottile sigaretta scura. I loro occhi si incrociarono per un istante,  poi lui proseguì verso la riva.
E la spiaggia mano a mano si stava riempiendo di turisti.
Era la loro festa, quel giorno. Ricorreva la nascita del loro Dio.
Avevano uno strano modo per celebrare un giorno sacro: tutto quel vociare, e le corse  sulle moto d’acqua, e le lattine di birra abbandonate  sulla spiaggia. Cose di tutti i giorni, sempre uguali.
“Ho pensieri troppo amari, oggi,” si disse “ non tutti loro sono così.”
Ripensò a volti, sorrisi, sguardi trasparenti. La ragazza italiana che le scriveva ogni tanto, la famiglia tedesca che le portava sempre un regalo, l’australiano con lo zainetto che si era messo a studiare il tailandese per capirne di più di quel paese.
“I’d like a massage, please:”
Era una giovane donna che aveva interrotto il fluire delle immagini.
Suei le sorrise e le fece cenno di distendersi sulla stuoia. La donna rispose al suo sorriso. Gli occhi erano gentili e tristi.
Suei le tolse con delicatezza i granelli di sabbia che le imbrattavano i piedi e iniziò il suo lavoro.

La moglie aveva deciso di farsi fare un massaggio, mentre il marito se ne andava a correre sulla spiaggia. A colazione lui era stato premuroso: le aveva scostato la sedia per farla sedere, le aveva spalmato di burro le fette di pane, le aveva versato il succo di ananas nel bicchiere. Minuscole normali attenzioni, ma che da tempo le erano estranee. Come la breve carezza che lui le aveva fatto prima di andarsene a correre. I battiti del suo cuore si erano come sovrapposti, in quell’attimo. L’aveva guardato allontanarsi. Poi il pensiero che ormai lei si accontentava di frammenti di vita le aveva attraversato la mente, e aveva provato vergogna per le emozioni sentite.
La sera prima, a cena, lui aveva concentrato tutta l’attenzione sul cibo, restando muto e distante. Lei si era come sgonfiata, ogni volontà di sorriso spenta. Erano tornati subito in albergo, e si era addormentata di colpo, con la sensazione di sprofondare in un nulla nero. Si era poi svegliata, ed era ancora notte. La sagoma del marito era una chiazza bianca sul balcone. Si era girata fra le lenzuola ed era ripiombata nel sonno.
Ora sentiva le dita della massaggiatrice premere sulla pianta del piede. Erano dita asciutte, sicure. Chiuse gli occhi, cercò di rilassarsi, di affidarsi completamente a quelle mani. Voleva che i pensieri le fluissero lineari, uno di seguito all’altro, ordinati, non ammonticchiati e confusi, stelle filanti polverose aggrovigliate in un angolo della mente.

 Un mare di pietre aguzze, sotto le dita di Suei. Dolore profondo, radicato, desolante. Nessuna energia, in quella giovane donna, solo anfratti bui e chiusi.
Raramente aveva percepito una sofferenza tanto intensa. Un uomo, pensò, solo un uomo può lacerare in questo modo. E c’era anche la rabbia, più nascosta, subdola, tagliente. Avrebbe voluto lenire quel male, smussarlo, placarlo. Con il silenzio e con il premere sicuro dei polpastrelli, con lo sguardo acuto delle sue dita, con la fiducia nella sua pratica.

Il marito era rimasto sveglio per ore a fissare il buio dal balcone, ad ascoltare il rumore della risacca, a pensare a sé e alla sua vita.
Poi si era infilato fra le lenzuola. Il respiro della moglie aveva un ritmo tranquillo. Regalarle una giornata, ventiquattro ore di bene, e dopo dirglielo, che non c’era proprio più nulla dentro di lui. C’erano altre cose, progetti, sogni, percorsi diversi, non lei, mai più, ne era sicuro. Ma per un giorno, il giorno di quell’ultimo Natale insieme, poteva anche farle credere di amarla ancora. Glielo doveva, un giorno: per il passato,  per la promessa, per le emozioni che avevano intessuto i primi anni di matrimonio, per il dolore che poi aveva devastato i suoi occhi. 
Ora correva sulla battigia e si sentiva leggero. Correva ormai da un’ora, e il sudore gli colava negli occhi. Si fermò ed estrasse dalla tasca dei calzoncini la fascia per la fronte.
Una bimba gli si avvicinò, la piccola mano tesa.
“No money” lui fece ancora affannato.
Lei scosse la testa e un sorriso le illuminò il bel visino. Gli mise in mano una conchiglia, poi si allontanò saltellando. Aveva un abitino azzurro, e un fermacapelli blu a forma di farfalla. Era proprio carina, pensò il marito, peccato non avere  la macchina fotografica.
Nel suo futuro c’era anche un figlio. Ma non con sua moglie, di questo era certo.

(continua…)

http://www.youtube.com/watch?v=TSzhMwOk3vY

(anche questa canzone mi ricorda un viaggio: un bellissimo viaggio in barca a vela, il modo di viaggiare più bello, a mio avviso: questa musica ci accompagnò durante la navigazione intorno alle Grenadine. Un bel ricordo, sì.)

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4 risposte a Freedom!!!!

  1. antanz1967 ha detto:

    ciao
    non mi perdo le tue cronache dalla Thailandia sono veramente molto belle
    vieni a trovarmi sul mio blog e se credi firma e diffondi la petizione che ho pubblicato, è molto importante
    ciao

  2. cristinabove ha detto:

    Ti seguo con grande interesse,Milvia, mi piace come racconti questo viaggio, e attraverso i tuoi occhi e i tuoi pensieri, scoprire con te cose e persone.
    Sto leggendo il racconto.
    a presto
    cri

  3. lucidimarzo ha detto:

    Che bello Milvia! Guardare i pesci colorati sott’acqua, camminare al sole sulla sabbia fine come borotalco e sapere che finalmente ti rilassi, ti diverti e apprezzi anche la cucina tailandese!!! Sono molto molto contenta per te, ti auguro di fare anche qualche incontro interessante e ti informo che qui invece c’è poco da stare allegri, l’orgoglio nazionale è proprio sotto i piedi, malgrado Carla Bruni, e per giunta oggi non fa che piovere…
    Goditi quindi la tua vacanza e a presto
    luci

  4. Soriana ha detto:

    @Antanz: è un piacere conoscerti. Ho firmato e segnalato. Ciao!

    @Luci: Lo so che c’è poco da stare allegri… Anche se sono lontana seguo, purtroppo seguo le vicende della nostra povera Patria (ho avuto un attimo di esitazione, prima di scrivere la P maiuscola…)

    Milvia

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