E tra le foglie apparve una casetta…

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Prima di tutto la segnalazione di un appello che Antanz1967, in un commento che ha lasciato ieri a un mio post mi prega di diffondere.
http://antanz1967.splinder.com/post/15477838/Una+firma+per+Kassim

Mi spiace davvero aver abbandonato temporaneamente i miei avvisi ai naviganti. Ma non sempre è facile connettersi a Internet, e sarebbe quindi ulteriormente complicato. Peccato, perché leggo, e ci sarebbero cose molto interessanti da segnalare….

Oggi niente mare. Ho fatto una lunghissima passeggiata al piedi delle colline di Patong, dove il turismo ha marchiato la zona in maniera più sfumata. Mi piace vedere insegne scritte solo in tailandese, e bambini che si limitano a giocare e non sono costretti a vendere rose o piccoli souvenir ai turisti. E ristorantini dove i clienti sono famigliole del luogo, e il mercato non affollato da farang, ma da massaie che con occhio e mano esperta valutano il pesce esposto sui banchi. Mi capita di sentirmi più vicina a queste persone che ai turisti vocianti, molto spesso volgari, che affollano il lungo mare. Non sono snob, ma a volte, sentendo alcuni discorsi, vedendo certi atteggiamenti, mi vergogno del colore della mia pelle. Questo di Patong non è, al di là delle eccezioni, un turismo di tutto rispetto, non è un turismo che si fa rispettare, se non attraverso il portafoglio e le carte di credito.
Ecco perché oggi sono stata particolarmente bene.  Via dalla pazza folla, insomma…Via, sotto il sole cocente, in compagnia (anche se larvata) di quella autenticità che purtroppo sta scomparendo. Avrei pure trovato la mia casetta ideale. Quella lì, sopra. Carina, vero?
Fra poco andrò a cena.  Vi ho già detto che amo molta la cucina thai. I miei piatti preferiti sono:
una zuppa con latte di cocco, pezzetti di pollo, radici di zenzero (profumatissime) tagliate a rotelline, altre radici e vegetali di cui non conosco il nome, foglie di lemon grass. Devo però sempre specificare: no patchi, che sarebbero, in lingua Tai, le foglie di coriandolo fresche, dall’aspetto di prezzemolo, ma con un sapore per me disgustoso.  Si chiama Tom Ka Kai, Tom significa zuppa, Kai pollo. 
Pat Tai: noodles (spaghettini di riso) con gamberetti, germogli di soia crudi, arachidi sminuzzate, verdurine misteriose, il tutto condito con uno spruzzo di lime e soia souce. E mi piace mangiarli rigorosamente con i bastoncini.

Som Tam, papaia salad: piccantissima ma imperdibile. Una semplice insalata di Papaia, ma il condimento è squisito.

E poi il pla (cioè il pesce) o i Kung (gamberetti)  conditi in tutti i modi possibili. Meglio, per me, se piccanti.

Ma anche il pollo alla brace, su cui versare una salsina che vendono anche nei Seven eleven e che è…mamma mia, quanto mi piace…Anzi, mi devo ricordare di farne una scorta da portare in Italia.

Il bere? Di giorno una bottiglia di nam (che altro non è che una bottiglia di acqua) e alla sera una bella Singha, la birra nazionale, qui in Tailandia.

Sapete che vi dico? che a scrivere questo elenco mi è venuta una gran fame (si dice “appetito”, mi riprendeva sempre la mia mamma…). E allora mi preparo velocemente e vado a cercarmi un ristorantino. Di quelli non troppo turistici.  Vi lascio in compagnia  dei personaggi di Meno Quarantotto. Spero non vi annoino.
Ciao!

Lo zio di Ta Ta aveva finito di spazzare la cucina. Aveva controllato che nel frigorifero ci fossero le tre birre, aveva dato da mangiare al gallo, l’aveva tirato fuori dalla gabbia di bambù e lo aveva accarezzato a lungo, sussurrandogli una cantilena. Un buon gallo da combattimento, un buon modo per procurarsi un po’ di bath, e gonfiarsi di orgoglio ogni volta che l’animale lasciava nella polvere l’avversario sventrato.
Di soldi ce n’era sempre bisogno. Il tetto della casa era ormai andato e il primo monsone se lo sarebbe portato via. Il televisore era rotto da due mesi. Il vicino aspettava ancora che lui gli restituisse il prestito dell’anno prima. E gli aveva detto che non voleva più aspettare. La sua donna, poi, si era stufata di condividere con lui il guadagno della bancarella di souvenir.
Lo zio di Ta Ta non aveva un lavoro preciso. Si inventava qualcosa ogni tanto, andava dietro ai turisti sperando di spillargli qualche soldo con offerte assurde, ma un lavoro vero no, non lo aveva. Non gli piaceva averlo. Suo padre lo aveva costretto a lavorare fin da bambino e ora era stufo. Sapeva che prima o poi sarebbe saltato fuori qualcosa di facile, che non richiedesse sforzi eccessivi.
E infatti così era accaduto. Un incontro con quell’uomo che veniva da Bangkok, del tutto casuale. Una richiesta, un accordo. Ecco tutto. La bambina era ora  il patrimonio che lui possedeva, più redditizia del gallo, e anche meno esigente.
La cercò con lo sguardo, non si sorprese di non vederla: se ne andava sempre in giro, quella ragazzina.
Rientrò in casa mugugnando.
In un angolo del tavolo c’era il mucchietto di conchiglie di Ta Ta. Per un attimo si interrogò su cosa lui stesse per fare, e provò un lieve senso di disagio. Poi si rassicurò, dicendosi che lo faceva anche per lei. Avrebbe avuto più cose, tutte quelle sciocchezze che vogliono le ragazze, il profumino, il rossettino e quegli aggeggi colorati per tirare su i capelli che a lei piacevano tanto.
E poi aveva otto anni, non era una bambina piccola.  Lui a otto anni andava già in giro a vendere le rose ai turisti fino a notte fonda.
Uno scalpiccio nel cortile distolse la sua attenzione dal mucchietto di conchiglie.
Guardò la vecchia sveglia appoggiata sulla stuoia: erano le dieci in punto.

La moglie si sentiva bene. Era come se avesse preso tutta la luce del sole e se la fosse bevuta. La massaggiatrice ora le  stava passando le mani sulle tempie, poi le toccò i lobi delle orecchie e glieli tirò delicatamente. Pensò che era proprio un bel massaggio. Un massaggio fecondo, le venne da pensare. Le salì alla mente una canzone. Cominciò a cantarellarla a fior di labbra:
“Quanto t’ho amato e quanto t’amo non lo sai
Non l’ho mai detto ma un giorno capirai…”
 Ecco forse era quello: non gli aveva mai detto quanto lo amasse. Solo ultimamente, piangendo, imprecando, recriminando, glielo aveva detto. Ma prima aveva dato per scontato che lui lo sapesse. Si fece una promessa: non fare passare più neppure un giorno, senza dirglielo.
   

Suei si sentiva svuotata, ma aveva fatto un ottimo lavoro, lo sapeva. La ragazza si era messa perfino a cantare, e ora che la poteva guardare in viso si accorse che dagli occhi la tristezza era sparita. Per quanto tempo Suei non poteva prevederlo, ma  una  tregua dal dolore era riuscita a donargliela.
   
Il marito si avvicinò alle due donne. La moglie si stava aggiustando le spalline del costume da bagno. Lui le diede un bacio sulle labbra, la prese per mano e la portò con sé. Lei si girò verso Suei, un sorriso felice sul volto.

L’ingegnere e l’uomo di Bangkok entrarono in casa. L’ingegnere si guardò intorno. Il suo cuore batteva impazzito. Tutta la notte l’aveva pensata, la bambina. Aveva immaginato quello che avrebbe fatto, con lei, tutti i giochi che le avrebbe fatto giocare.
Si era svegliato all’improvviso, ed era ancora l’inizio della notte, terrorizzato dal solito incubo. Ma lì, sul comodino, c’era la fotografia. E già gli era sembrato di sentire il tepore della carne, la seta dei capelli, lui che li liberava dalla farfalla e se li arrotolava intorno al polso. E poi tutto, tutto il resto. Aveva imbrattato le lenzuola. Ma non aveva importanza: lontano da casa poteva essere veramente se stesso, non l’ingegnere, non il marito. Niente sotterfugi, nulla da nascondere. Libero di concretizzare a pieno tutte le sue fantasie.
L’uomo che li aveva fatti entrare doveva essere lo zio. Un tipo ancora giovane, ma con un occhio ricoperto da una membrana biancastra e con denti guasti che sporgevano dalle labbra sottili.
Quello e l’uomo di Bangkok si misero a parlare velocemente in tailandese. Il procacciatore a un tratto alzò la voce, e l’altro a gesticolare come a dire non c’è problema.
“ Cosa succede?” si intromise con ansia l’ingegnere
“ Tutto ok, è tutto ok, la bambina non qui, adesso, ma poi viene, sicuro domani c’è.”
Si affrettò a rispondere l’uomo di Bangkok con un sorriso storto.
In realtà era incazzato nero. Quel brutto guercio doveva solo fargli trovare lì la bambina, e invece niente. Il cliente avrebbe potuto anche andarsene, a questo punto: di bambine se ne trovavano altre, e l’affare si sarebbe volatilizzato. Poi gli venne in mente che ne conosceva un altro paio, non più intere, ma ancora abbastanza piccole per essere appetibili. Provò a dirlo al cliente. Lui si fece rosso, e a voce alta, battendo il palmo di una mano sul tavolo, proclamò:
“No, voglio questa. Questa è la mia. Pago ora, non voglio neanche trattare. La voglio. Domani. Va bene?”
Poi aggiunse qualcosa a proposito di una farfalla.
“Butterfly?…” chiese perplesso  l’uomo di Bangkok.
Il cliente si mise una mano sui capelli e li sollevò.
“Come nella foto.” Disse.

(continua…)

Una canzone, ora. Sperando che non succeda come nell’ultimo post, che non è apparso quello che volevo. J. Denver, perché le sue canzoni le ho conosciute proprio in Tailandia, tanti anni fa….Strano, vero?

http://www.youtube.com/watch?v=-eaaR1Ay5P0

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5 risposte a E tra le foglie apparve una casetta…

  1. antanz1967 ha detto:

    grazie per aver rilanciato il mio post
    😉

  2. winyan ha detto:

    Beh più o meno ci piacciono le stesse cose della cucina thai, e lo shark alla brace con sottili spicchi d’aglio abbrustoliti e fette di ananas? e ti ricordi quando le spremuta di frutta erano vere!!! se tu le chedevi di ananas erano veri spicchi frullati..che ci stavano in mezzo i pezzettini ancora intatti…e quelle di arancia che poi erano di mandarino???? ela zuppa di pollo alla cinese?? ma lì lo fanno il pankake…ma quello sui banchetti che non ha niente a che vedere con

  3. winyan ha detto:

    ops…nell’impeto del ricordo ho spedito senza accorgermene…allora dicevo….a che vedere con quello inglese ed è una goduria!una botta di calorie che ti ci vogliono dieci chilometri di nuotate per smaltirlo…ma si tanto lì si dimagrisce!! e la stai facendo un abbuffata di patate fritte?? che è la cosa più familiare a noi…che poi qui non le mangiamo mai …ma quando siamo in siti lontani….tutto è permesso! beh ripeto ancora..goditela….
    🙂
    maria.

  4. cristinabove ha detto:

    anche io ti esorto con winyan a godertela il più possibile.
    Però mi stai facendo tirare il collo per la storia a puntate…
    Mi hai fatto venire l’acquolina in bocca per tutti quei cibi stuzzicanti che hai descritto…anche a me piacciono molto le salsine piccanti.
    un abbraccio
    cri

  5. Soriana ha detto:

    @Antanz:l’ho fatto molto volentieri.

    @ Maria:Niente patate fritte, non ne vado pazza. E per quanto riguarda i succhi per anni sono ben stata attenta a non berli, seguendo i consigli medici che li sconsigliano, in queste zone. Il PanKake!!!! Buonissimo, sì, proprio quello dei baracchini…Ma vuoi sapere? Sono giorni che lo cerco, ma niente, non lo trovo…Che non sia più di moda?

    @Cri: il piccante, per me è…il sale della vita…

    Un abbraccio a tutti e tre.

    Milvia

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