Racconto

rododendro3

Futuro imperfetto

Hai chiuso la porta. L’ascensore era già al piano, velocemente hai premuto il bottone con la T nera cerchiata. Lo specchio, sulla moquette azzurra della parete, ha catturato il tuo volto. “Specchio specchio delle mie brame…” hai pensato sul tuo viso stanco, ma non era “bella”, la parola che ti è venuta in mente.
Sul marciapiede bivacca il ragazzo senegalese, con il suo borsone di libri dalle copertine colorate e la voglia di tornarsene in  Africa.
“Ciao!” ti sorride venendoti incontro, ma sembra leggere qualcosa nel tuo sguardo e si ferma, poi ti volta le spalle.
Sollevi il bavero del cappotto, ripieghi le dita sul panno morbido, per proteggerti la gola. Hai freddo? Ma oggi c’è il sole, e l’aria ha già quel sapore languido di acerba primavera…
Ti incammini lentamente, guardando a terra. 
Poi acceleri il passo, lasci scivolare le mani nelle tasche, stacchi lo sguardo dal marciapiede, sollevi il volto quasi con una certa aria di sfida: sembri aver trovato la tua destinazione, qualunque essa sia. Come se ti dicessi: se così deve essere…,via!

Dal lato opposto della strada qualcuno si sbraccia e grida il tuo nome. Acceleri ancora il passo, ma una mano si posa sul tuo braccio e ti blocca. Saluti, due baci volanti,  e poi le domande, la domanda, quella che tu odi. Quella che si fa sempre, quando si incontra qualcuno, senza neppure ascoltare la risposta. Ma con te è diverso. La vogliono sapere, la risposta a quella domanda fatta con la voce che si abbassa, e cercando di non guardarti negli occhi. Tu saresti anche disposta a parlare dell’animale che da mesi ti accompagna, vorresti spiegare come è fatto a chi ti avvicina. Ma sono quei toni di voce, un miscuglio di pietà e curiosità morbosa, che ti bloccano. Tu, da una parte, diversa; loro dall’altra, uguali, una massa informe, con la stessa strada davanti.
“Abbastanza bene” rispondi in fretta, già con un piede che avanza insofferente sul marciapiede. Sollevi l’orlo della manica del cappotto e guardi platealmente l’orologio. Pensi di inventarti un convegno amoroso, poi ti dai della stupida: come lo potresti mai avere tu, un incontro d’amore… “Ora devo andare”, dici, cercando di dare alla voce decisa un tono di scusa. In fin dei conti, loro, gli altri, che colpa ne hanno… Anche questa florida donnetta che ti sta davanti con quell’aria di commiserazione e di sollievo, per non essere te, che colpa ne ha.
Continui il tuo cammino. Incroci una scolaresca variopinta. Bambini vocianti che due maestre affannate tentano di tenere uniti, ma che saltellano, si urtano, lasciano rotolare intorno le loro piccole risa acute. “Futuro”, ti viene da pensare. Assapori quella parola, te la ripeti, e ancora, sempre più veloce, fino a che la prima sillaba si unisce all’ultima  futurofuturo rofutu…, e diventa un bizzarro suono, nella tua testa, senza significato alcuno.
Un semaforo rosso. Ti fermi, impaziente.
Accanto a te una donna incinta, avvolta in un sari colorato. Destini, pensi. Quel bambino nascerà in un luogo del mondo che forse gli sarà ostile.
Futuri, futuri incerti, grami.
Un’automobile arriva veloce, frena con uno stridio fastidioso non appena il semaforo cambia colore. Dall’abitacolo, con i finestrini abbassati, scaturisce altissima la musica di una vecchia canzone. Hai già iniziato ad attraversare, ma ti blocchi. Qualcuno ti urta e impreca. Prosegui, ma ti trovi ormai in un altro luogo, in un altro tempo.

E ci sei adesso tu,
a dare un senso ai giorni miei,
va tutto bene dal momento che ci sei…

La cantavi a squarciagola, quella canzone. Cos’era, l’87 ? La cantavi a squarciagola quando uscivi dalla sua casa, e salivi in macchina, e a volte decidevi di scappare al mare, per correre sulla spiaggia e scaricare tutta quella esaltazione. La cantavi a squarciagola con il corpo ancora umido dei suoi baci, dolente di gioia, la carne  e l’animo appagati.  È bastato risentire quella musica e te la  ritrovi dentro anche ora, quella sensazione di onnipotenza. Lui: te lo portavi sempre addosso, anche quando eri sola. Lui, la canzone, il desiderio, il suo odore, la voracità di quei momenti, le vostre parole.
 “E ci sei adesso tu” 
Poi, lui, non c’è più stato.
Com’è facile, per gli uomini, sparire. 
Alzi una mano all’altezza del seno, o meglio dell’assenza del seno. Forse è stato in quei giorni di dolore cieco che l’animale ha cominciato ad osservarti, a studiarti come preda.
Nelle incredule settimane  che hanno seguito il verdetto cercavi  ossessivamente  in Internet, per sapere, per conoscere il perché. E avevi trovato qualcosa che ti aveva fatto riflettere: con la sofferenza  si abbassano le difese immunitarie, e l’organismo può essere più facilmente minato da malattie.
Quando hai riferito questa tua scoperta al Professore, lui che ti ha detto? Ma non dica sciocchezze, questo ti ha detto. E tu ti sei sentita piccina e stupida. Ma sì, hai pensato, che asserzione cretina, la mia… e  poi sono passati diciotto anni dal quell’ abbandono…
Mentre continui a camminare velocemente verso la tua meta cerchi di tenerti ancora stretta quella canzone.
Vent’anni, il mondo sul palmo della mano, tutto un futuro da disegnare, un grande amore.
E che importa se è finito, pensi. Le sensazioni che hai provato in quei giorni non te le può togliere nessun animale. 
Senti un fremito palpitare nella tua parte più segreta, ti slacci il cappotto continuando a camminare. Alzi una mano per ravviarti i capelli. Stanno crescendo, pensi, qualcosa di me continua a essere vitale, dopotutto.

Ecco pochi passi e sei arrivata.  Ti fermi. Apri la borsetta: la lettera è lì, la busta ancora chiusa. Da ieri, quando sei andata a ritirarla al laboratorio di analisi. Non hai avuto il coraggio di aprirla. Lo farà ora il medico, per te. Alcune parole puoi immaginarle: il tuo nome, cognome, la categoria di “paziente” che ti sta appiccata da quasi un anno, e poi altre parole “ affetta da carcinoma mammario”. Mammario: un vocabolo che ne contiene un altro, rassicurante, il primo che si pronuncia.
Ma nel tuo caso è una parola che sa di morte.
Poi non sai altro, di quello che c’è scritto. Non sai se dovrai ricominciare a far bruciare il tuo corpo da altre terapie, o se l’animale se ne è andato.
Richiudi la borsa. Attraversi il cancello di accesso al giardino della palazzina dove ti aspetta l’oncologo.
Hai ancora l’eco della canzone che dondola sulle tue labbra.
Un albero fiorito mostra il suo splendore al centro della grande aiuola.
Ti fermi, lo guardi.
Suoni il campanello, quello più in alto, che ormai conosci così bene.
Alzi il mento, butti indietro la testa:
vaffanculo, morte!  sussurri, mentre il portone si schiude.

http://www.youtube.com/watch?v=VoLyZELpmws

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9 risposte a Racconto

  1. anonimo ha detto:

    Carissima Milvia,
    ho letto il tuo racconto (non trovo l’aggettivo adatto per definirlo),confesso a te per prima in assoluto, che martedì 12,quel campanello lo suonerò anch’io e nel mio animo quella esclamazione è scattata da tempo. Attendo e mi aiuta il “poetare” e la certezza:…molti anni ho già vissuto,il tempo mi ha premiato. (cos’ terminava una delle mie prime poesie). Grazie,un abbraccio.

    Gianni Langmann

  2. biancabalena ha detto:

    Perfetto, lancinante, bellissimo racconto, Milvia.

    Il mio in bocca al lupo a Gianni. Io credo che sia vero quello che ha letto da qualche parte la protagonista di questo racconto: la sofferenza abbassa le difese, e credo vero anche il contrario: la gioia ci rende più forti. 🙂

  3. cristinabove ha detto:

    Milvia cara, tu mi dici sempre parole che mi fanno commuovere, quando trovo il tuo commento in “cristèlia” mi sento felice…adesso in questo racconto colgo ancora tutta l’ansia che mi prese quando ebbi anch’io da affrontare quel terribile evento. mi fu detto chiaramente che speranze non ce fossero molte…ho vissuto interventi e cure e quant’altro come un incubo, con i miei figli piccoli e l’ultimo di solo due anni…eppure, vedi, sono ancora qua, sono passati molti anni e sono ancora viva. e credo che molto abbia contribuito il mio spirito battagliero, la ferma volontà di non arrendermi. come dice Sabrina, anche io credo che la nostra vita dipenda molto dalla forza che riusciamo a sviluppare dentro di noi.
    Se, come mi pare di aver capito, è cosa che ti riguarda personalmente, allora sappi che ti sono vicina e ti tengo stretta in un abbraccio,

  4. cristinabove ha detto:

    P.s:
    A Gianni faccio tutti gli auguri del caso, e vale anche per lui quello che ho scritto a Milvia…non arrenderti, ti abbraccio.

  5. RenzoMontagnoli ha detto:

    Raggelante nella sua cruda realtà.
    Al nostro Gianni il mio più cordiale in bocca al lupo.

  6. anonimo ha detto:

    il solo commento:vaffanculo morte!

  7. Soriana ha detto:

    @Gianni: caro, caro Gianni, mentre suonerai quel campanello, martedì prossimo, tieni fermi sul cuore i sorrisi dei tuoi nipotini, le note di una canzone che ti abbia fatto sognare, la tua capacità di scrivere poesie bellissime, e tieni anche noi, fermi sul tuo grande cuore. Perché ci siamo, ti vogliamo bene e vogliamo che tutto vada per il meglio.
    Un abbraccio fortissimo, Gianni!

    @Sabrina: Grazie, e pure io sono convinta che la gioia ci renda più forti: purtroppo è così rara, la gioia…

    @Cri: coraggiosissima, splendida vivissima amica…Sei una guerriera, Cri, una guerriera dell’unica guerra che posso approvare: quella contro le avversità della vita.
    No, per fortuna non ho vissuto né sto vivendo il dramma della mia protagonista. Se mi dovesse capitare non avrei il tuo coraggio.

    @Renzo: ho cercato di immedesimarmi in una donna che vive il calvario di una simile malattia.

    @Comodoro: proprio così. Combattere e non lasciarsi travolgere.

    Ciao a tutti e buon fine settimana

    Milvia

  8. anonimo ha detto:

    Carisssima Milvia,
    che bella sorpresa il tuo forte sincero augurio; sì vi terrò tutte strette al cuore grazie Renzo.
    La canzone che molto spesso mi torna in mente è “Over the rainbow”.
    La udii molti anni fa quando mia madre portò entrambi in un cinema
    di Rimini (eravamo lì in vacanza),a vedre il film “Il mago di Oz”.
    Sì,penserò all’arcobaleno…
    Vi abbraccio Tutte/i.

    Gianni Langmann

  9. claudioarzani ha detto:

    “Strada provinciale tre”, romanzo di Simona Vinci, editore Einaudi (stile libero)[..] . [ http://www.internetbookshop.it/code/9788806187873/vi... ] . . Una donna che, un giorno, decide di non reggere più la vita normale, quella quotidiana, quella lineare e vagamente banale che si regge sulla triade famiglia, casa, lavoro. Il sogno di [..]

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