Una stagione sospesa

bombe_sormani

Una stagione sospesa

Lei lo aveva scoperto in quegli anni di distacco, quanto fossero diversi.

Lui era partito con il petto gonfio di parole retoriche, attaccate all’anima come lo erano le mostrine sulla sua divisa.
Era così, Rino: quando Mussolini parlava, non si perdeva una sola sillaba.
Silvia lo lasciava fare, non le importava. Aveva diciassette anni, allora. La scuola, qualche partita a tennis, il primo rossetto, un nuovo cappello, una festa. Erano quelle le cose importanti. I suoi, benestanti, inquadrati nel regime, non le negavano nulla. E così, inconsapevolmente, lei si era negata il privilegio di pensare. Ma era successo a tanti, in quell’epoca.
Dopo la partenza di Rino, però, qualcosa in lei aveva cominciato a cambiare.
Se si interrogava sui sentimenti che provava per Rino, Silvia non trovava più risposte. Da sempre lui era stato il suo compagno di giochi, il vicino di villa, e poi era stato il suo innamorato, il primo. Il ragazzo che la faceva ridere, che l’abbracciava stretta quando era triste, che la sorprendeva per tutte le cose che sapeva raccontarle: i poeti tedeschi, la musica, le costellazioni. Lui, più grande, bello, intelligente. Un ottimo matrimonio, quasi predestinato.
Si erano sposati due giorni dopo la chiamata al fronte; una cerimonia semplice, come si conveniva a un matrimonio di guerra. La luna di miele era durata dieci giorni. Erano rimasti a Milano, non avevano voglia di andarsene in giro. Poi Rino era dovuto partire.
E Silvia si era ritrovata a pensare a certi atteggiamenti del marito quasi fanatici, quando parlava del regime, a quella sorta di idolatria che manifestava per il duce. Allontanava allora, con fastidio, il pensiero, per  aggrapparsi al ricordo di quelle dieci notti, alla dolcezza che Rino le aveva dimostrato, alla passione sconosciuta da cui erano stati rapiti.

Poi Silvia aveva incontrato Marina, anzi, Franca, come si faceva chiamare ora la sua vecchia compagna delle elementari: faceva parte, Franca,  di una Brigata Partigiana. Non si era imposta, non l’aveva disprezzata, non l’aveva umiliata. Aveva parlato a Silvia con calma, con determinazione, per ore. Le aveva aperto gli occhi. Le aveva donato il privilegio di pensare. E Silvia aveva scelto.

In quei giorni, in quelle notti su in montagna, Silvia aveva pensato spesso ai suoi e a Rino. Non aveva scritto al marito del suo cambiamento: e non solo per la censura, proprio non se la sarebbe sentita comunque, di parlargliene.
Ai suoi, invece, prima di andarsene con Franca, aveva parlato, figlia finalmente cresciuta.
Se ne era andata, l’eco del silenzio del padre alle spalle, il sommesso pianto della madre che non riusciva a capacitarsi del tradimento della figlia.
Non li aveva più visti.

Poi la guerra finì e lei si trovò a dover ricucire il passato della piccola Silvia con il presente di questa donna forte, non più cieca, ma orgogliosa di sé, che aveva portato addosso un nome di battaglia luminoso: Stella.

Il percorso che portava alla stazione era scandito da ferite ancora fresche, voragini, macerie, pareti con finestre che avevano dentro il cielo. Sembrava di sentire ancora il rumore della morte, che non è silenziosa, ma gremita di urli e pianti e gemiti e sì, anche di silenzio, ma di un silenzio che frastorna.
Suo marito doveva arrivare alle undici e a Silvia il cuore batteva forte. Quattro anni, da quattro anni non si vedevano. Ma a Silvia sembravano cento, per come era cambiata. Le lettere che Rino le aveva scritto in quegli anni, Silvia le aveva ricevute in mucchietti di quattro, a volte cinque lettere insieme.  Gliele aveva fatte avere Tosca, la domestica dei suoi, riuscendo a sottrarle dalla cassetta delle lettere prima che i padroni le trovassero. Leggerle aveva riportato, anche su in montagna, quella sensazione di calore liquefatto, di languore che le invadeva il ventre. Ogni volta era un ritrovarsi e un perdersi, era vivere per mezz’ora in un’altra dimensione. Quando poi ritornava in mezzo ai compagni non poteva fare a meno di sentirsi in colpa verso di loro.

Attraverso un compagno partigiano, uno che riusciva sempre a essere informato su tutto, Silvia  seppe che Rino sarebbe arrivato in una stazione, che non era quella della loro città, una certa mattina.
Lei non aveva più rapporti diretti con nessuno della sua vecchia vita: era ancora troppo presto. Ora abitava  fuori Milano, in un piccolo paese, con i genitori di Franca che era ritornata a essere Marina.

Quando lo vide sentì immediatamente scendere le lacrime, senza neppure avere la sensazione di piangere. Avvertì lo smarrimento del marito, una fragilità del tutto estranea all’immagine che aveva fissata dentro dentro di sè, l’immagine di lui, alto, ridente, bello, forte. Le sembrò piccolo, quasi sperduto in quella divisa dalle mostrine sbiadite.
Gli corse incontro.
Muti per un attimo. Immobili. Poi l’abbraccio, i baci, l’ansia del respiro sui capelli, frammenti di suoni che faticavano a divenire parole.

L’albergo in cui Silvia aveva prenotato la stanza era più che modesto, al limite dello squallore. Se Rino se ne meravigliò, non disse però nulla.
I soldi glieli aveva prestati Marina.  E non erano molti.
Nel letto ritrovò tutte quelle sensazioni magiche e vibranti e insospettate che le avevano fatto considerare l’amore, allora, in quei dieci giorni lontani, un’emozione stupefacente. Il suo corpo aveva sete, e dissetarsi divenne, fra le pareti nude di quella camera, essenziale e primario. Le parole erano poche, se non parole di amore e di fame dei corpi  e c’erano i sospiri, e i respiri, caldi, e le esaltazioni.
Decisero di fermarsi qualche giorno. Lui aveva un po’di lire.  Silvia non voleva pensare, rideva, parlava di cose futili, raccontava bugie: stava reimparando il vecchio linguaggio. Lui, Rino, parole non ne diceva tante. La ascoltava, le faceva una carezza, le prendeva una mano. Aveva uno sguardo obliquo, a volte lei lo scopriva a fissare un punto, per terra, come se ci fosse chissà che. Solo quando facevano all’amore sembrava riscuotersi.
Andavano a mangiare in piccole trattorie, il cibo era insipido, ancora cibo di guerra.
Una sera –e ancora lei non gli aveva parlato di Stella- ad un tavolo vicino, in quella trattoria dove aleggiava sempre l’odore di cavolo bollito, un uomo cominciò a parlare dei “campi”. L’uomo, in quei “campi”, ci aveva perduto un fratello. Che era stato tradito, venduto da un abitante di quella stessa città. Che era partito da quella città, e non era più tornato. Che era stato annientato e bruciato e reso fumo. Con il consenso, la complicità, l’alleanza di quella città. E dello stato. 
Non erano notizie nuove, per Silvia, ma le erano come uscite di mente. Sentì il sangue salirle al viso.  Allontanò il piatto e disse:
“ Rientriamo, ti prego.”
Fuori c’era il chiarore della luna sull’asfalto, subito spento da una nuvola greve di pioggia.
A Silvia vennero in mente certe notti di luna piena, quando lei e i suoi  compagni erano  costretti a muoversi ugualmente, rischiando di essere scoperti.
Ne era valsa la pena, pensò
Si disse: “ Appena in camera gli dico tutto, non può non capire.”
Rino le mise un braccio sulle spalle e la strinse a sé.
“Silvia – cominciò a dire- “ Silvia, sono tutte menzogne. Ascoltami, Silvia: abbiamo perso la guerra, è vero, ma nulla, nulla, ci  impedirà di far rinascere il partito fascista. Siamo ancora in tanti, sai, e poi  tu sarai al mio fianco.”
Lei sollevò la testa di scatto, vide il suo profilo, il labbro inferiore un po’ sporgente, da bambino, il ciuffo che tendeva sempre ad abbassarsi sugli occhi. Si staccò da lui, ancora incredula, con la sensazione di sprofondare in un buco nero.
Poi si incamminò, veloce, senza voltarsi.

Lo rivide un anno dopo, in uno di quei giorni di pioggerella smunta e cielo sporco che ti si insinuano dentro e sembrano non volersene più andare.
La primavera tardava. Il tempo era come una stagione sospesa, in attesa di definizione.  L’incontro, casuale, creò un volo di passeri spaventati nel suo cuore. Rimase ferma davanti a lui, smarrita di parole. Rino aprì la bocca, come per dire qualcosa, poi la richiuse.
Rimasero lì, a guardarsi, mentre i passanti li urtavano.
“Ciao, Rino. “ Un soffio di voce.
“Ciao, Silvia”

E rimanevano lì, gli ombrelli che si toccavano.

Dall’altra parte della strada, nonostante la pioggia, alcuni muratori si passavano dei secchi, in uno dei tanti cantieri edili che stavano riportando in vita il Paese.

E rimanevano lì, gli sguardi che iniziavano a cercarsi.

Un muratore lanciò un richiamo e Silvia si girò istintivamente verso quella voce. Le fondamenta  del palazzo erano quasi finite.
Riportò la sguardo sul volto di Rino.
Forse era una goccia di pioggia. Forse era una lacrima.
Forse una ricostruzione era ancora possibile.
Allungò una mano e con un dito raccolse dalla guancia di Rino quella piccola goccia.

(da Donne, ricette, ritorni e abbandoni- Pendragon 2005)

http://www.youtube.com/watch?v=-oHWYctx-Rk

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4 risposte a Una stagione sospesa

  1. cristinabove ha detto:

    Uno dei più bei racconti del tuo libro, cara Milvia. Già quando lo lessi mi fece questo effetto di commozione che ho riprovato adesso nel rileggerlo.
    La tua scrittura è scorrevole e sapientemente sintetica. Te lo ripeto, è un grande piacere leggerti.
    cri

  2. utente anonimo ha detto:

    E brava Milvia. Antonio

  3. antanz1967 ha detto:

    veramente bello complimenti
    antonella

  4. Soriana ha detto:

    Grazie a tutti!
    Ben approdata qui, Antonella!
    Buona fine settimana da
    Milvia

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