I dieci comandamenti

629Ho riascoltato l’altro giorno questa canzone di Fabrizio De Andrè, tratta dalla sua raccolta “La buona novella” uscita nel 1970.
Mi sembra che il testo, anche se scritto trentotto anni fa, e anche se riporta pensieri che l’autore attribuisce a un personaggio morto da quasi duemila anni, sia quanto mai attuale. 
L’ipocrisia di tanti sommi sacerdoti, e anche la loro cecità, c’era duemila anni fa come c’è adesso. E di questa ipocrisia, di questa mancanza di pietas e di amore ben ne racconta il ladrone Tito, dalla sua croce sul Golgota attraverso la voce del mai troppo rimpianto Fabrizio De Andrè.

ll  testamento di Tito
Fabrizio De André

Non avrai altro Dio, all’infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse, venute dall’est
dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da te,
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.

Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:
ma forse era stanco, forse troppo occupato
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano
davvero, lo nominai invano.

Onora il padre. Onora la madre
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone:
quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.

Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni
entrare nei templi che rigurgitan salmi
di schiavi e dei loro padroni
senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.

Il quinto dice "non devi rubare"
e forse io l’ho rispettato
vuotando in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri, nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri, nel nome di Dio.

Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l’ami, così sarai uomo di fede:
poi la voglia svanisce ed il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l’amore,
ma non ho creato dolore.

Il settimo dice "non ammazzare"
se del cielo vuoi essere degno.
guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno.
guardate la fine di quel nazareno,
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel nazareno,
e un ladro non muore di meno.

Non dire falsa testimonianza
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino
e scordano sempre il perdono.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.

Non desiderare la roba degli altri,
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:
nei letti degli altri, già caldi d’amore
non ho provato dolore.
L’invidia di ieri non è già finita:
stasera vi invidio la vita.

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:
io nel vedere quest’uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore.


Il testamento di Tito

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3 risposte a I dieci comandamenti

  1. cristinabove ha detto:

    Meravigliosa! e pensare che queste parole, questa musica di uncantastorie-poeta, a noi ci fa vibrare l’anima e a quiei figli di buon uomo, che deturpano la vita, niente…non gli scuote un briciolo di sentimento. Stanno occupando la casa che doveva essere dell’Amore…
    cri

  2. Soriana ha detto:

    @Cri: I figli di buon uomo sono sordi alla poesia, sentono molto bene solo il rumore del potere e quello dei soldi…

    @ imagesofme: grazie della visita. Ho visitato il tuo blog, fatto solo di immagini. Interessante, anche inquietante, in un certo senso.
    Ciao!

    Milvia

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