Certi ambasciatori…

muro

Giorni fa ho ricevuto una mail dalla mia amica israeliana Nurit Peled, che riportava una testimonianza del marito Rami Elhanan riguardo a un evento al quale era stato invitato.
Dopo aver chiesto l’autorizzazione a Nurit sono molto contenta di far partecipi anche voi del testo di Rami Elhanan, un grande uomo che ha per moglie una grande donna. (E di Nurit vi ho parlato più volte).

Signore e signori:  Sua Eccellenza l’Ambasciatore d’Israele a Varsavia"
di Rami Elhanan

Lo scorso giovedì sera, la famiglia Elhanan è stata ospitata nella casa della famiglia di  Bassam Aramin ad Anata.
Una corsa di 20 minuti da Motza, lontana venti anni luce da Gerusalemme.
Abbiamo mangiato una montagna di Maqloube con mandorle e yogurt.
Bassam ci ha raccontato del suo incontro con l’attore Shlomo Wizcinski che è stato designato per interpretare il ruolo di Bassam in una nuova opera.
E Nurit ha fatto un dono a Salwa: un ciondolo d’argento con il nome della figlia Abir, che riposi in pace, fatto da un argentiere di Gerusalemme. E’ stato  emozionante.
E poi abbiamo visto le immagini
  dell’attacco alla Yeshiva di Merkaz Harav a Gerusalemme
sullo schermo del televisore.
E ancora una volta una mano fredda ha stretto il cuore, e ancora una volta il sangue si è gelato nelle vene- tu sai che la spada che è attorcigliata dentro di te non avrà pace fino a quando il calderone di sangue è colmo e la vendetta è presa.
Su una parte dello schermo, il nastro delle notizie con gli ultimi aggiornamenti tetri da Gaza: otto morti in un’ora.

E vicino al televisore, Salwa è triste fino alle lacrime per le madri della morte.
E’ stata dura. Veramente dura.
"Va bene" ha detto Bassam quando ci siamo salutati. "Almeno ci vedremo a Varsavia domenica…"
Entrambi eravamo stati invitati dalla televisione di Varsavia e da HBO per la prima di un nuovo documentario sull’organizzazione delle famiglie in lutto Israeliane e Palestinesi del Forum delle Famiglie
  del  Parents Circle
Ero felice. Sapevo che insieme saremmo stati capaci di trasmettere un messaggio di speranza alla gente che per la maggior parte non ha la minima idea sulla realtà del conflitto.
Sapevo che in virtù del nostro dolore condiviso le persone ci avrebbero ascoltato- e forse persino parlato di pace.
Ero naïf. Ho dimenticato completamente che la maggior parte dei  palestinesi non può semplicemente alzarsi una mattina, come ogni uomo libero, e viaggiare ovunque e quando gli aggrada. Nonostante un mare di telefonate, dozzine di e- mail arrabbiate, suppliche e grida, Bassam è rimasto a casa senza un visto.
E perciò mi sono ritrovato lunedì sera al Teatro Nazionale Polacco di Varsavia, solo, davanti a un curioso pubblico polacco, due ambasciatori, Israeliano e Palestinese, e una sedia vuota- la sedia di Bassam. 
Il film è cominciato. Silenzio mortale. Storie che spezzano il cuore per un’insopportabile sofferenza umana, senza domande politiche, senza tentativi di quantificare la sofferenza. Storie di lutti e futili tentativi di dare anche solo un piccolo significato all’incredibile, non necessaria perdita che ogni famiglia ha vissuto. 
E un incerto tendere di una mano all’altra parte, e un abbraccio, e riconciliazione, e l’ombra di un sorriso, un germoglio di speranza. Uomini e donne con facce segnate dalla sofferenza in estremi primi piani, che raccontavano  e raccontavano. 
E di quando in quando un singhiozzo poteva essere ascoltato dalla platea della sala buia, e forse anche lo scivolare delle lacrime- l’atmosfera è forte e pesante.
Quando la proiezione finisce, Sua Eccellenza l’ambasciatore Israeliano si muove con fastidio nella sua poltrona, tra i suoi bodyguard, il linguaggio del suo corpo comunicava impazienza e sfrontata aggressione.
"Conta fino a dieci!" grida un Israeliano dal pubblico, ma è già troppo tardi. Egli si alza e conquista l’unico  microfono, e ognuno, incluso l’Ambasciatore palestinese, siede ammonito come un  bambino disubbidiente, in ascolto delle parole di sua Signoria.

E lui spiega, sua Maestà, che ha avuto timori e esitazioni sul fatto di partecipare all’evento di quella sera dopo quello che era successo a Gerusalemme giovedì, ma in ragione del rispetto delle famiglie in lutto ha deciso di venire. Ed egli è andato avanti dicendo che Israele dovrebbe essere risoluto nella sua lotta contro il terrore, senza compromessi. E che non c’è paragone tra il dolore di qualcuno che è stato colpito dal terrorismo con quello di chi è stato colpito come conseguenza di altre azioni di auto-difesa… e che i bambini Israeliani non vanno a farsi esplodere nei mercati a Gaza, e…
E allora qualcuno dal pubblico gli grida che Israele invia i tank e gli aerei da combattimento a Gaza, che anche l’occupazione israeliana è una forma di terrorismo. Immediatamente lo stesso orribile argomento inizia di nuovo, e sua Maestà dice che ognuno ha il diritto alle proprie opinioni, e il suo addetto stampa non ha idea di dove seppellirsi per l’imbarazzo, davanti ai padroni di casa polacchi.
Anche noi, io e mio figlio Guy che è con me, abbiamo abbassato i nostri occhi per la vergogna per questo strano comportamento del nostro rappresentante a Varsavia.
Quella stessa mattina, attraverso i resti del muro del ghetto di Varsavia, parlavo con me stesso domandandomi come io, in quanto ebreo, in quanto Israeliano e in quanto persona, potevo esprimere i miei sentimenti sulla perdita di Bassam.
E non sono stato capace di arrivare a nessuna conclusione. E ora, in una decisione di un attimo, ho detto a coloro che erano riuniti alla proiezione, " Io sono Bassam Aramin! Io rappresento qui il personaggio mancante di questo coraggioso e nobile combattente per la pace". Ho detto loro che il fatto che il posto dei palestinesi sia vuoto in quasi ogni forum internazionale che parla del conflitto è un motivo di imbarazzo per tutti noi! Ho detto che l’assenza di questo padre in lutto, questo ex prigioniero che ha scelto la via della riconciliazione e della pace è un grande grido contro l’evidente mancanza di giustizia che continua, che cerca di provare che non c’è nessuno a cui parlare e che non c’è niente da dire e perciò dovremmo desistere dal parlare…
A quel punto l’Ambasciatore ha riunito le sue guardie del corpo e se ne è andato con vera e propria rabbia regale.  
Il Rabbino capo mi ha detto che "non c’è dolore come il mio dolore" e il dibattito si è placato in accordo con la cortesia polacca.
Siamo usciti insieme per essere fotografati, e in seguito per bere e quindi mangiare, e io ero là nel mio corpo ma nella mia anima e nel mio cuore ero ad Anata. Non potuto neanche per un istante smettere di pensare a Bassam e Salwa Aramin.
Mi sono detto che solo Bassam, con la sua nobiltà e il suo incessante sorriso, solo lui avrebbe potuto far imbarazzare l’ambasciatore e diminuire la sua visibilità con la vergogna, solo lui avrebbe potuto aiutarlo a capire che Gaza ha preceduto Gerusalemme, e Sderot ha preceduto Gaza, e che l’Occupazione ha preceduto Jenin e all’infinito,  una lunga e senza fine linea di corpi.
Ma Bassam non era là con me. E io me ne sono andato da quel posto a testa bassa, ferito, con vergogna e triste.
E questo è tutto ciò che è, e con questo noi dobbiamo andare avanti… o no.

(Rami Elhanan, Gerusalemme, 13 Marzo, 2008
Traduzione in Inglese di Miriam Asnes
Traduzione in Italiano a cura dell’Ufficio di Luisa Morgantini)


Ovviamente la mail non era corredata dai link, che ho aggiunto io per farvi avere più informazioni.
E date un’occhiata anche a questo blog in cui si parla di:

Combattenti per la pace

Ora, prima di segnalare notizie sul Tibet (ma non solo) vi lascio in compagnia
dei R.E.M.

Pro Tibet (ma non solo)

Giocatevi l’accredito
Segnalo pure io questa ottima, coraggiosa  proposta, come hanno già fatto Evento Unico
Natàlia Castaldi
Laura e Lory

Alberto Masala ci ripropone il problema della Fiera del Libro di Torino

Questo è un sito veramente interessante

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4 risposte a Certi ambasciatori…

  1. albertomasala ha detto:

    cara milvia,
    gli umani sono in bilico perché non riescono più a distinguere le cose per quello che sono…

    una persona (una donna), per me fondamentale, mi insegna a guardare e mi dice sempre: quando non so cosa scegliere, quando non capisco, quando sono indecisa, scelgo per la sopravvivenza della specie – come un animale… tutto ciò che è contrario alla sopravvivenza della specie è sbagliato… se estendi questo discorso anche allo spirito, guardare diventa più facile – e le cose riconquistano il loro nome… in Tibet, in Palestina, ovunque…
    allora un assassino può essere chiamato solo assassino… e non ci sono più giustificazioni

    grazie per quello che scrivi
    ti mando un caro abbraccio
    alberto

  2. biancabalena ha detto:

    Ho riletto questa lettera due volte, e pensando all’uomo che l’ha scritta mi dico che a volte si riesce ancora a essere orgogliosi di far parte della razza umana. Nonostante ciò che racconta sia desolante: la Pace la vogliono soltanto le persone che non hanno i mezzi per ottenerla, e questo fa male.
    Mi è sbocciata questa fantasia: Rami e Bassam in piazza san Pietro una domenica mattina, davanti alla folla e con le telecamere di mezzo mondo puntate addosso. O il Dalai Lama, un’altra domenica mattina, magari…

  3. biancabalena ha detto:

    Torno dopo aver seguito i link.
    Grandi persone, i tuoi amici e i loro amici, straordinarie. Io al loro posto… non lo so, davvero non riesco proprio a immaginare se sarei mai uscita da quella coperta di cui parla Rami Elhanan nella prima intervista. Sento una stima smisurata per queste persone.

  4. Soriana ha detto:

    @Alberto: Assolutamente vero, Alberto. E sembrerebbe così semplice, avere quello sguardo…Peccato che ben pochi lo abbiano, e alle cose si diano sempre nomi diversi, ambigui, falsi. Democrazia dove c’è il potere di pochi,
    guerre umanitarie quando la parola giusta sarebbe solo guerra.
    Ciao, a presto

    @Sabrina: sono molto contenta che tu abbia colto l’essenza dell’animo, del cuore e dell’intelligenza dei miei amici. Nurit, Rami, i loro figli e i loro amici palestinesi e israeliani sono persone stupende. Sono molto orgogliosa di conoscerli. Grazie, Sabri, per quello che hai scritto. Un abbraccio

    Milvia

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