Un ossimoro: buddista kamikaze

burma066
Anche se sono passati diversi giorni dalla sua pubblicazione prelevo interamente dal sito www.informazionecorretta.com  questo articolo di Lorenzo Cremonesi pubblicato il 27 marzo sul Corriere della Sera. Lo avevo già segnalato prima della mia trasferta napoletana, ma voglio sottolinearne l’importanza ( e lo sgomento che mi ha causato) sottoponendolo ancora alla vostra attenzione. E con orrore mi chiedo se il bellissimo bambino che apre il post di questa notte possa, un giorno, diventare un kamikaze…

La non violenza? Non paga: potremmo usare i kamikaze»

DHARAMSALA (India) — Non subito. Magari tra qualche anno. Però potrebbe giungere il momento per il movimento di resistenza tibetano di adottare la via dei kamikaze già in voga nel mondo musulmano. Attentati suicidi a Lhasa: sembra contraddire tutto ciò che da mezzo secolo caratterizza la figura del Dalai Lama e la lotta del suo popolo contro l’occupazione cinese. Ma per Tsewang Rigzin, da quattro mesi presidente del Congresso giovanile tibetano, si tratta di «uno sviluppo più che possibile».
«Tutto è aperto. È un fatto che la non violenza predicata dal Dalai Lama non ci porta da nessuna parte. Anzi, ha permesso ai cinesi di espellerci dalla nostra Patria e di continuare nel genocidio delle nostre tradizioni culturali e religiose. Dunque potrebbe presto arrivare l’ora di cambiare strategie di lotta», sostiene nel suo ufficio sulle colline alberate di Dharamsala, dove si trova anche il governo tibetano in esilio. Nato in India nel 1971 da genitori profughi, trasferitosi 12 anni dopo negli Stati Uniti, da un anno Rigzin ha lasciato moglie e due figli per dedicarsi alla sua missione di guidare il più forte movimento tibetano tra quelli non legati al Dalai Lama.
Il vostro obbiettivo?
“Ridare l’indipendenza al nostro Paese, a ogni prezzo. Ma dobbiamo fare in fretta. Ogni giorno che passa allontana la nostra meta, specie da dopo la costruzione della ferrovia che dal 2006 collega più facilmente Pechino al Tibet”.
Il Dalai Lama minaccia le dimissioni nel caso continuino le violenze anti-cinesi.
«Lo ha già minacciato altre volte. È bene tenere conto che le manifestazioni iniziali, il 10 marzo, furono pacifiche. La polizia cinese ha infiltrato agenti tra la folla per screditare il movimento. Sono stati loro a fomentare le violenze».
Cosa risponde a chi sostiene che la simpatia mondiale per la vostra causa è dovuta soprattutto alla non violenza?
«Rispondo che il pacifismo ci ha condotto su di un binario morto. Di noi si parla solo in modo episodico, limitato. Siamo dimenticati dalla comunità internazionale. Tante belle parole e poi il nulla. Guardiamo invece come si fanno sentire i palestinesi e gli attivisti in Iraq grazie agli attentati suicidi. L’attenzione dei media mondiali è tutta per loro».
Sì, ma attenzione non significa sostegno.
«Noi siamo in una situazione disperata. Se la non violenza fosse vincente significherebbe che anche la nostra causa lo è. Invece stiamo perdendo».
Nel mondo crescono le voci di chi vorrebbe boicottare la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici.
«Speriamo che siano in tanti a seguire l’esempio del presidente Sarkozy. Ma sarebbe meglio che i Giochi venissero boicottati tout court».
La Cina vi accusa di razzismo nei confronti dei suoi civili a Lhasa.
«Mi spiace che civili siano coinvolti nello scontro. Ma la responsabilità è del governo cinese, che spinge la sua popolazione ad occupare le nostre terre. Alla fine dovranno andarsene, solo così noi potremo riavere il nostro Paese e la pace»

In questa intervista ci troviamo davanti a un vero e proprio stravolgimento del pensiero buddista. E’ un ulteriore prova di quanto la violenza generi solo violenza, e di quanto sia grande la disperazione del popolo tibetano. Quando l’ho letta mi sono venute le lacrime agli occhi. E’ stato quasi peggio che vedere le immagini della repressione…
La forza della non violenza: io continuerò  comunque sempre a crederci…
A questo proposito guardate questo video: mi sembra molto utile per cercare di fare chiarezza su questo principio.

http://video.google.it/videoplay?docid=755851296148450547

L’unica cosa che mi consola, in questo desolante panorama, è che le proteste continuano. Che qualcosa anche nell’occidente si sta muovendo e  sta seguendo il percorso della fiaccola olimpica. Prima Atene, ieri Londra, oggi sarà Parigi, dove già si preannunciano manifestazioni di dissenso, per cui sono stati allertati tremila poliziotti e attorno al teodoforo, come succede per i capi di Stato, verrà costituito un cordone lungo 200 metri composto da circa 400 funzionari. E pensate che I Cinesi residenti nell’Ile-de-France sono stati invitati (non so bene da chi, in verità, sono notizie, queste prelevate da Internet))  a testimoniare il loro entusiasmo lungo l’itinerario che percorrerà la fiaccola!!! 
Come scrive Xavier Jacobelli nell’articolo che segue, quella fiaccola ora è il simbolo del Tibet libero.

 
Ogni giorno che passa, ogni ora che ci avvicina alle 8.08 dell’8 agosto 2008, quando verranno aperti i Giochi di Pechino, sta diventando insopportabile per le autorità del regime comunista cinese che da cinquant’anni opprime e massacra il Tibet, ma non riesce a soffocarne la lotta per la libertà. La clamorosa contestazione di stamane a Londra, dove alcuni manifestanti hanno cercato di spegnere la fiaccola olimpica, è soltanto l’ultima di una serie che continuerà dovunque e comunque, per ricordare al mondo che cosa sta accadendo a Lhasa e nel resto del Tibet dove i diritti umani sono calpestati, dove gli arresti si susseguono, dove i monaci vengono perseguitati e intimiditi; dove chi scende in piazza viene sbattuto in galera; dove, come ha ricordato il Dalai Lama, è in atto un "genocidio culturale" .
Dalla bandiera con le manette al posto dei cinque cerchi inalberata durante l’accensione della fiaccola ad Olimpia al capitano della nazionale olimpica indiana che ha rifiutato di fare il tedoforo quando la fiaccola arriverà a Nuova Delhi, da Sarkozy che minaccia di disertare la cerimonia inaugurale alle migliaia di iniziative per il Tibet libero che si moltiplicano ai quattro angoli del pianeta. L’unica speranza dei tibetani è che il mondo non si dimentichi di loro; che i conigli disseminati nelle cancellerie e nei Palazzi della politica occidentale siano messi in fuga dalla mobilitazione degli uomini e delle donne che ad ogni latitudine sostengono il Dalai Lama e la lotta del suo popolo. Anche per questo sarebbe importante che, senza distinzione di colore e bandiera politica, dal battaglione di candidati premier che ci stanno tediando con la più noiosa e verbosa campagna elettorale del dopoguerra, si levasse una parola per il Tibet. Coraggio, anche i conigli hanno un’anima. O no?

di Xavier Jacobelli (da Quotidiano.net)

Qui, invece:
un articolo sugli scontri a Londra.

E qui
ancora l’instancabile Nexus. Fate particolare attenzione anche ai commenti, ricchissimi di segnalazioni.

Continuiamo a fare rete, continuiamo a gridare Free Tibet!  Lo so che abbiamo le nostre rogne, che non sono certo da poco, e che questa che inizia oggi è per noi una settimana molto particolare…Ma ugualmente non dimentichiamoci del Tibet.

E ora buona visione e buon ascolto. E buona, riflessiva, settimana!

http://www.youtube.com/watch?v=bbTNP5SVeDE

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3 risposte a Un ossimoro: buddista kamikaze

  1. cristinabove ha detto:

    se non fosse che lo spirito di predazione sospinge l’uomo ad eliminare il suo simile, forse potremmo anche sperare in qualcosa di buono ancora per questo nostro pianeta quasi ditrutto da noi, suoi figli, che dovevamo amarci l’un l’altro, almeno in nome del comune destino… ma chissà che cosa ancora deve imparare l’umanità da questi tragici errori!…

  2. Soriana ha detto:

    Grazie per essere sempre presente, Cri. Io, a volte, qualche speranza l’ho ancora.
    Ti abbraccio, Cri.

    Milvia

  3. nexus7 ha detto:

    Già… respiriamo la stessa aria, beviamo la stessa acqua, farfugliamo le stesse parole, nelle nostre vene scorre lo stesso sangue per il breve periodo che manifestiamo la (nostra) presenza… eppure lo impieghiamo nei modi più assurdi e surreali… tant’è che credo se vedessimo la nostra realtà, in tutte le sue sfaccettature, proiettata su uno schermo o letta su un libro, faremmo fatica a crederla possibile, esistente.

    Antonio

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