La canzone di Filomena

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Pubblicando il racconto che segue, questa notte, sono certa di farvi un bellissimo dono, anzi, a dire la verità il dono è stato fatto a me, e io, mostrandovelo, cerco solo di ricambiare, indirettamente, la generosità di chi me lo ha donato.
Un racconto lungo, ma splendido. Quindi non fatevi spaventare, ma iniziate a leggerlo. Una volta iniziato dovrete per forza proseguire. L’autore ha un’eccellente  capacità descrittiva e di coinvolgimento e tutto quello che narra balza agli occhi del lettore e gli prende il cuore e le viscere. Già, l’autore, non ho detto ancora il suo nome:  è Maurizio de Giovanni,  l’autore di questo racconto. Di lui ho finito di leggere da poco il romanzo “Il senso del dolore”, che ho apprezzato tantissimo.
Di “Il senso del dolore” e di Maurizio de Giovanni qualche cosa potete leggere

Qui
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Ma ora ecco il racconto, che ho indugiato anche troppo…

La canzone di Filomena

Vi voglio raccontare una storia.
Ve la voglio raccontare stanotte, che questo vento caldo scuote le imposte e la pioggia martella quel che rimane dei vetri.
Stanotte, che questo vecchio palazzo decrepito sembra ancora di più un gigante intrappolato nella rete di vicoli disperati, lui che era nobile e forte nell’infanzia di questa triste città urlante.
Tanto possiamo solo starcene qui, seduti a sentire il pianto del vento e a vederne le lacrime; non è la nostra notte, questa. Possiamo raccontare. Solo raccontare.
Vi ricordate  i primi anni del secolo? Quando il mare profumava l’aria fino alla collina, e da lì in poi erano piante ed erba giovane, e l’aspro odore delle pecore e delle canzoni d’amore? Non me lo dite, chi di voi c’era. Però ricordate certo le risa dei bambini, gli zoccoli dei cavalli carichi di fieno sulle salite ripide. E ricordate gli inverni, e il tenero odore di legna bruciata che faceva pensare a casa, e faceva affrettare il passo. Ricordate i cappelli e gli inchini, e il suono delle fisarmoniche ambulanti, e il Natale degli zampognari, con i canti e il battere delle mani dei cento, mille scugnizzi scalzi, geloni e pantaloni corti con lo spago in vita, come d’estate. E il carretto della pizza, il carretto della verdura, il carretto della pasta, e i cento, mille carretti che legavano la città in una rete di urla e richiami.
In quegli anni in cui tutto sembrava possibile, il vecchio e il nuovo sottobraccio a guardare avanti, in quegli anni c’era una bambina. Proprio ai piedi di questo nostro vecchio palazzo triste, che ora conosce il vento e le lacrime solitarie dell’antico dolore, in uno dei bassi oscuri in cui si soffoca e si trema, c’era una bambina. Occhi grandi senza lacrime, bocca chiusa, serrata a non lasciare uscire un sospiro. Non ricordo il nome, lo sapete, non ci è dato di ricordare quello che non è stato scritto. Diremo Filomena, che significa quella che si deve amare, perché lei meritava di essere amata nel mio vago ricordo.
Prima di sei paia d’occhi neri, la pelle bruna cotta dal sole maledetto di dodici estati, le mani nervose abituate ad abbrancare il cibo per i fratelli affamati, a sminuzzare quello che trovava dietro ai grandi cortili, dove grasse nutrici gettavano avanzi di pasti sconosciuti. E quante volte le mani restavano vuote, e vuoti di lacrime gli occhi, e vuote le pance gonfie, il pianto dei più piccoli leggero leggero come un cinguettio di passeri morenti. E la disperazione di un domani senza sole, e la paura della notte.
Dovete sapere, voi che mi sentite raccontare nel vento e nella pioggia di questa notte sospesa, che Filomena aveva perso la madre, morta nel sangue dell’ultimo parto, quello dei due gemelli. Le vecchie vicine avevano urlato per due giorni, nell’aria ferma di una primavera silenziosa. Nemmeno le ruote delle carrozze della strada grande si sentirono, in quei due giorni in cui Filomena diventò adulta a dieci anni, senza sedersi e senza dormire, per non sognare tutto il sangue che dalla paglia del letto gocciolava sulla terra battuta. Tutti, c’erano, fuori la porta del basso. E dietro la cassa di legno chiaro, sulle spalle del padre e degli zii, nel silenzio del dolore fino a Poggioreale.
E dovete sapere del padre. Del padre di Filomena, un uomo solo e debole, che la disperazione portò all’inferno, nell’abisso di se stesso, a cercare pace senza trovarne in vini nuovi e taverne rumorose, lui che non aveva più moglie ma ancora figli quando c’era da raccogliere comprensione e compassione; non quando c’era da trovare da mangiare. Lui che riusciva a procurarsi solo un poco di lavoro a ore, sulle assi malferme dei cantieri nei quartieri nuovi, quelli che andavano crescendo come piccole foreste dietro le vie vecchie o vicino al mare, sotto la montagna. E però i soldi se li beveva, o se li giocava a carte seduto sulle cassette di legno, nel buio stretto vicino al porto in mezzo agli strilli dei gabbiani.
I primi tempi Filomena lo andava a cercare, e purtroppo lo trovava. Addormentato, il più delle volte, la bocca aperta e il berretto sugli occhi, il pesante respiro acido che faceva ribrezzo e un’espressione di dolore. Forse sognava il sangue sulla paglia, pensava Filomena. Forse si guardava attorno, nel suo inferno; quello che nel sonno non poteva far finta di non conoscere a forza di vino e di lavoro duro. 
E se lo portava a casa, attraverso la buia ragnatela di irte salite e ripide discese che conoscete come conosco io: d’estate tra gli occhi tristi delle vecchie sedute a cercare aria fuori le porte dei bassi, d’inverno attraverso la pioggia che non lava e i suoi mille ruscelli che gorgogliano dalla collina. Piccola, scura, forte, gli occhi neri senza pianto, a sostenere un grande uomo malfermo per il vino e la malinconia.
Dovette passare un anno dalla notte del sangue sulla paglia per il nuovo dolore. Filomena aveva appena trovato il sonno, nel vicolo i topi padroni della notte correvano avanti e indietro; le sembrò di sognare quando sentì la grande mano ruvida su di sé, l’odore rancido del fiato pieno di vino e fumo. Restò in silenzio e quando il dolore fu più forte pensò che forse era così che se n’era andata la madre, in un lago di sangue gocciolante sulla paglia del letto.
I fratelli e le sorelle continuarono il loro sonno affamato e i topi non smisero di correre; forse anche a lui sembrò di sognare il tempo recente ed infinito in cui l’amore era carne e sospiri, e il dolore della figlia gli sembrò il piacere della moglie. Fatto sta che da allora cominciò l’inferno di Filomena.
Ad alcuni di voi non sembrerà possibile. Chi di voi invece c’era, saprà che non è strano che Filomena prese su di sé tutto quel dolore come un’altra croce che doveva portare, come cercare da mangiare per i fratelli, mendicare, anche rubare, accettare la carità di qualche signora del vicolo che aveva più pena che povertà. Ogni notte sperava che l’uomo fosse troppo ubriaco per alzarsi, che il respiro pesante si trasformasse nel profondo russare a bocca spalancata che significava poter riposare, niente dolore. A volte succedeva. Altre volte no, e trattenendo il fiato sperava di morire come la mamma, di trovare pace e poter dormire, dormire, dormire per sempre.
Le albe che uccidevano quelle notti la trovavano vicino alla fontana nella piccola piazza, prima ancora che arrivassero le donne per lavare i loro stracci, per scacciare con l’acqua gelida il fantasma del dolore. E bagnata e tremante tornava a casa, in tempo per dare da mangiare ai fratelli quel poco che aveva messo da parte il giorno prima. E ancora una giornata di lotta per il cibo, tra cento altri piccoli vecchi, in gara coi topi e i cani per gli stessi avanzi.
Non odiava nessuno, Filomena. Nemmeno l’uomo che le portava dolore. Sapete che non c’è spazio per l’odio quando si deve sopravvivere. L’odio è una passione dei ricchi, come l’amore; patrimonio delle coppie con il monocolo, il bastone e gli alti cappelli, che vedeva passeggiare per via Toledo tenendosi nell’ombra dei vicoli, come uno spettacolo di teatro. Roba per i signori che intravedeva dai finestrini delle carrozze, con i folti colli di pelliccia e gli chauffeurs, o per gli ufficiali a cavallo, con i pennacchi rossi sui grandi cappelli a barca. Non odiava, Filomena, né tutto sommato amava: faceva quello che doveva fare, gli occhi grandi senza lacrime e le mani svelte, le guance scavate da fame, veglia e dolore. Aveva un compito, e quel compito era lei stessa.
Ci fu un giorno in cui c’era vento e pioggia, come in questa eterna notte il cui urlo disperato tutti ascoltiamo da dietro le porte sbarrate. Filomena aveva trovato da mangiare tra i rifiuti di una piccola trattoria; non aveva dovuto camminare molto, ma i geloni ai piedi nudi la costringevano a fermarsi spesso.
Aveva trovato riparo in un portone, aspettava che la pioggia si calmasse. Ai più piccoli badava il fratellino, un altro vecchio di dieci anni che aspettava affamato il suo ritorno.
Nel portone, a terra, un cumulo di stracci maleodoranti. Filomena ci si sedette sopra, alla ricerca di un posto asciutto e caldo; quando ci si appoggiò, dal cumulo uscì un flebile lamento.
Filomena vide che, nella penombra e tremante sotto gli stracci, c’era una vecchia. Altri si sarebbero spaventati, di fronte al volto straziato dalle rughe e dalle piaghe, alle mani orrendamente deformate dall’artrite, ai pochi ciuffi stopposi che uscivano dal fazzoletto sporco che le copriva la testa; ma la bambina che non piangeva e che vedeva la morte ogni giorno e quasi tutte le notti, non conosceva la paura.
La vecchia allungò la mano. La bambina riconobbe lo sguardo della fame e della disperazione; la donna sarebbe morta presto. Ebbe pena di lei, sorella di fame e di dolore. Prese un pezzo del suo pane, lo masticò un po’ come faceva per i fratelli più piccoli, senza denti come la vecchia, e glielo fece mangiare. Un poco alla volta, la mano adunca posata sul suo braccio ad accompagnarne debolmente il gesto, il vento che continuava a urlare, il torrente di pioggia che portava rifiuti verso un mare irraggiungibile, appena fuori il portone. Il tempo sembrava fermo.
Alla fine la vecchia fermò la mano della ragazza, sazia delle poche briciole; rimasero così nell’urlo della pioggia, a parti invertite, la vecchia bambina che nutriva la bambina vecchia. Poi la mano deforme accarezzò il viso bruno. Ne percorse i contorni, gli occhi, con un tocco delicato e sconosciuto a quella pelle.
Quanto sei bella, disse con la voce graffiata. Sembri la Madonna della Francesca.
Filomena non aveva mai sentito quel nome. E nessuno mai le aveva detto che era bella. La coscienza che aveva di se stessa era quella di un piccolo animale, come quelli che insieme a lei scavavano nei rifiuti alla ricerca di cibo per un altro giorno, obbedendo all’ottuso richiamo del ventre; ma ora, dentro la penombra di un portone, mentre fuori infuriavano vento e pioggia, la carezza della vecchia riportò a galla dal mare nero dei ricordi i tratti della madre, prima del lago di sangue sulla paglia. E la voce di lei, che cantava canzoni dimenticate con la voce di un angelo.
Non pianse nemmeno allora, Filomena. Ma sentì il cuore stretto in un pugno, e si alzò e scappò, i piedi nudi nell’acqua gelida, il pezzo di pane rimasto chiuso nella veste, i grandi occhi neri stretti nella pioggia battente.
Nei giorni che seguirono e soprattutto nelle notti, quando attendeva il ritorno del padre col fiato sospeso, Filomena non riuscì a separarsi dall’immagine della vecchia e dal suono gracchiante della sua voce. Bella. La Madonna della Francesca. Sapeva di assomigliare alla madre, le vicine di casa glielo dicevano sempre; nel suo dormiveglia sognava che la Madonna della Francesca era la sua mamma, e che le cantava una lunga dolce canzone tenendola in braccio. Il pensiero diventò un rifugio dove ritirarsi nei momenti peggiori, quelli in cui desiderava addormentarsi senza sogni.
Tornava a volte a cercare la vecchia, sperando di vederla per darle ancora un po’ di pane; per questo, ne portava sempre nella grande tasca della veste qualche boccone, ma non la trovò. Avrebbe voluto chiederle qualcosa di questa Madonna, della sua faccia, soprattutto degli occhi che immaginava grandi e neri, pieni di gioia e di amore per il figlio che portava in braccio.
La vecchia non c’era. Filomena non lo poteva sapere, ma le aveva dato da mangiare il suo ultimo pasto. Era stata portata via dagli spazzini insieme ai suoi stracci, in una grande fossa comune non lontano da dove dormiva sua madre.
Un giorno, non molto tempo dopo, Filomena sentì due donne del vicolo parlare. Una diceva all’altra che, nonostante fosse sposata ormai da anni, non aveva ancora la benedizione di un figlio e temeva che per questo il marito l’avrebbe mandata via. L’altra, la più vecchia, propose una serie di rimedi, erbe, preghiere. Filomena, seduta a terra vicino alla porta del suo basso, ascoltava distratta guardando i gemelli che giocavano a tirarsi i capelli. A un certo punto però una frase di una delle due attirò la sua attenzione. Avete provato, diceva, la sedia della chiesa di Santa Maria della Francesca?
La ragazza ebbe un tuffo al cuore; non pensava che il nome sussurrato dalla vecchia del portone esistesse davvero. Ascoltò dalla bocca della donna la leggenda di questa sedia, in una chiesa vicino a via Toledo, dal potere miracoloso per le donne che non riuscivano ad avere bambini. Da quel momento in lei il pensiero della madre, della vecchia, della Madonna della Francesca e di se stessa diventarono un’unica immagine, di forza, dolcezza e protezione. E decise: doveva andarci, e vedere questa faccia. Per ricordare meglio. E perché il ricordo le avrebbe fatto compagnia.
Appena poté, qualche giorno dopo, si mise alla ricerca della chiesa. Credeva che fosse in una grande piazza, come le altre chiese dove andava a chiedere l’elemosina, e invece era piccola, stretta tra altri palazzi. Ci passò davanti per due volte senza vederla, scansando il passaggio delle carrozze, sballottata dai passanti che non si accorgevano di lei. Poi vide una suora che usciva da un portone per svuotare un pitale e la seguì per una stretta scalinata, ritrovandosi nella fresca penombra della stretta navata.
Era in corso una funzione. Filomena si nascose vicino al muro, cercando riparo dietro una colonna. Un prete stava raccontando la storia di una santa, suor Maria Francesca. C’era una dozzina di persone, sedute nei banchi. Soprattutto donne. Filomena ricordò la storia raccontata dalla sua vicina, e pensò che quelle erano tutte lì per avere in dono un figlio. E lei, perché era lì? Che dono voleva, lei? Solo vedere il volto della Madonna, per ricordare la sua mamma; per separare l’immagine della sua mamma dal lago di sangue e dalla goccia che dalla paglia cadeva a terra.
Il prete raccontava. Di una ragazza morta tanto tempo prima. Parlava semplice, per farsi capire da gente ignorante. Raccontava di una donna mortificata da piaghe, nelle mani e nei piedi come Gesù. Di dolori atroci, dei maltrattamenti del padre, dell’amore della madre. Filomena ascoltava, e le sembrava di volare in un altro mondo. Passò di nuovo la suora, e la ragazza si fece più vicina al muro.
Si accorse che stava proprio sotto un quadro, Maria che guardava con orgoglio innamorato il bambino che teneva in braccio. I grandi occhi neri spalancati, Filomena fissò il volto della donna senza più ascoltare la voce del prete. Pensava di vedere la propria madre, e pensava che il bambino in braccio fosse una bambina, e che fosse lei stessa. Il cuore le martellava le tempie. Nella sua mente, dalla sua anima, Filomena parlò al quadro.
Sapete bene, sorelle mie, come esistano certi posti; posti in cui le forze dell’universo si incontrano, creando correnti e passaggi. In questi posti gli uomini hanno posato pietre nell’alba della specie, e su di esse templi, colonne e chiese. Posti dai quali le voci vengono ascoltate.
Filomena si trovò così, per caso, in quel posto preciso; ci si trovò per sfuggire allo sguardo severo di una suora, che avrebbe scacciato dalla chiesa la piccola stracciona, senza sapere che la chiesa era lì da secoli proprio per permettere alla ragazza di urlare senza voce il proprio dolore. Ci si trovò proprio nel momento in cui c’era qualcuno attento, a sentire la sua voce. E la sua voce senza parole, il flusso dei suoi dolori segreti, furono come una canzone struggente e disperata per chi l’ascoltò.
Non ci è dato sapere, sorelle mie, chi siamo state in vita. Se uomini o donne, se bambini morti presto. Se invece ancora non siamo nate, e calpesteremo la terra nel lontano futuro. Non ci è concesso ricordare: dobbiamo attendere di essere chiamate, e attendiamo nelle buie stanze di palazzi dimenticati, testimoni senza pena e senza gioia delle passioni e del dolore del tempo.
Ma in notti come queste, ascoltando la pioggia che bussa con forza alle finestre, il vento sembra raccontarci le nostre stesse storie, e a me racconta quella della piccola Filomena che piangeva senza lacrime nella chiesa di Santa Maria Francesca.
Fui chiamata io.
Nessuna di noi sa se contravveniamo al destino o lo aiutiamo a realizzarsi, quando riceviamo i nostri incarichi; nemmeno sappiamo se esiste, il destino. O piuttosto se c’è qualcuno che risponde al richiamo che viene da quei pochi posti, e fa quello che deve fare. Non chiediamo, perché sappiamo che non avremmo risposta. Lasciai il buio come un alito freddo e svolsi il mio compito.
Aspettai l’uomo sulla trave, a dieci metri di altezza, nel cantiere dove lavorava, quello stesso giorno. Lo vidi tra gli altri, le spalle curve sotto il peso delle pietre che portava in alto, un altro piano di un nuovo palazzo che tra cent’anni sarebbe stato vecchio e solo, come questo in cui stiamo aspettando la fine della notte. Vedevo il segno che era stato preparato, il punto preciso dove l’avrei incontrato. Sapete come avviene: dovevo stare ferma e guardare.
Lui posò il secchio di ferro con le pietre, si girò per tornare indietro e guardò dalla mia parte. Si avviò trascinando il passo, in pieno equilibrio, la testa bassa a guardare bene dove metteva i piedi. Io aspettavo, paziente. Se c’è una cosa che conosciamo, sorelle, è la pazienza; cento, mille, diecimila anni di pazienza, per un soffio di vita lungo un attimo e senza ricordi.
Alzò lo sguardo e mi vide. Siamo rese visibili per un solo attimo, ogni volta. E nella nostra terribile immagine, colui o colei per cui siamo stati mandate vede tutte insieme le proprie paure, tutti i terrori che hanno animato gli incubi di un’intera esistenza. Non so cosa vide in me il padre di Filomena, ma dovette essere terribile. Gli occhi spalancati, i lineamenti del viso contorti a scoprire le gengive rosse e i denti guasti, la bocca aperta in un urlo senza suono. Sentii il sibilo del respiro uscire dai polmoni, lo spasmo dei muscoli del collo che si tendevano a cercare aria.
Avevo sperato che vedesse in me un’immagine cara, che cadesse nel tentativo di abbracciarmi. A volte succede. Avrei preferito non assorbire un altro immenso dolore, un terrore senza fine. Non fu così. Chi ci chiama aveva deciso che l’inferno dell’uomo cominciasse dagli ultimi attimi della sua triste vita. Tentando di urlare perse il berretto, che cadde lentamente verso il suolo, dieci metri più in basso. Solo allora un suo compagno si accorse, e alzò lo sguardo dal muro che stava costruendo; rimase fermo così, come se fosse diventato di pietra anche lui. I capelli dell’uomo davanti a me si tinsero di bianco, assurdamente; arretrò di un passo, mise il piede nel vuoto e cadde. Alle sue spalle, il compagno urlò e fu l’unico suono che trafisse il pomeriggio senza sole.
Dieci metri più in basso, un vestito logoro, schizzi di sangue e cervello a terra e gli arti scomposti di una bambola rotta. Un’altra volta. Non la prima; non l’ultima. Mi dissolsi nel vento.
Ci piace pensare che tutto sia studiato, che chi ci chiama sappia che un evento doloroso possa essere alla fine buono, che dal terrore e dalla morte possa nascere la vita. Che il male sia bene mascherato, come il bene tante volte nasconde vermi e putrefazione.
I giorni che seguirono dimostrarono l’anima del vicolo, quella che in quegli anni poveri riscaldava più del fuoco. Inorriditi dalla disgrazia di quei poveri bambini, che in così poco tempo avevano perso entrambi i genitori, i vicini fecero scudo: le autorità che volevano portarli in orfanatrofio non trovarono nessuno, il basso deserto svuotato di ogni segno di vita. I fratellini furono adottati dalle famiglie vicine, che li presero come figli propri e come tali li tennero per tutto il resto della vita. Questa città sapeva essere così.
Quanto a Filomena, fu presa a servizio da una famiglia molto ricca di via Toledo; se ne interessò la suora di cui aveva avuto paura, nella chiesa di Santa Maria Francesca dove la religiosa la trovò addormentata, ai piedi del famoso quadro, una fredda mattina d’inverno. La famiglia la prese a benvolere, specialmente un figlio di poco più grande di lei, che rimase subito affascinato da quei grandi occhi senza lacrime. Non so dirvi cosa successe, negli anni dopo. So che non riuscì mai a piangere, e nemmeno a ridere.
Ma posso dirvi, sorelle, che qualche anno dopo ci fu una bella signora che venne vicino al quadro, il quadro che sapete, e fece una carezza al volto della Madonna. Aveva gli occhi neri, grandi. Ma non disperati.

Non ci è dato sapere chi siamo state, o chi saremo.
Ma vi voglio dire una cosa: mi piace sognare di essere stata una donna giovane e gentile, e di aver avuto sei figli. Mi piace sognare di aver avuto in braccio una bella bambina con gli occhi grandi e neri, che non piangeva.
Perché era felice, mentre le cantavo una lunga, dolce canzone.

Maurizio de Giovanni – Napoli, febbraio 2007
(da l’antologia Partenope Pandemonium  (Edizioni Larcher)

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2 risposte a La canzone di Filomena

  1. glodalessandro ha detto:

    Ne sono rimasta incantata.
    Grazie.
    Glò

  2. Soriana ha detto:

    Glo’: vero? incanta…
    Ciao e buona giornata.
    Milvia

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