Siamo a meno tre (fatti non foste…)

parlamentosenato
Non so perché, pensando alla stesura di questo post, mi sono venuti in mente questi versi celeberrimi: "Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza" Forse perché ho paura. Forse perché ho una grande paura che fra non molto virtute e conoscenza possano sparire del tutto, e ci rimanga da vivere solo un’esistenza abbrutita, relegati per sempre al miserevole ruolo di sudditi.

Ho ricevuto oggi questa mail da Ettore Masina  Sono contenta di essere stata inserita nella sua mailing list: c’è una forza, in questo vecchio signore, che mi contagia, e di questa forza, soprattutto in questi giorni, io mi cibo. Condivido   la sua analisi, anche se, come quei suoi amici di cui scrive nella mail, so già che non condividerò il suo voto. 
Alla fine di questa lucida lettera ho inserito pensieri di altri tre grandi uomini. Che come levatura morale sembrano anni luce lontani da quelli che blaterano su tv e carta stampata in questi giorni, o , meglio, in questi ultim, desolanti anni. Eppure, a rileggerli, i loro pensieri sembrano rappresentare la fotografia della realtà  di oggi.
Ed ecco la lettera di Ettore Masina:

Ho (quasi) ottant’anni.Di tutte le mie facoltà una mi sembra ancora integra – e non sempre, purtroppo, mi dà gioia: quella facoltà è la memoria. Mi capita di ricordare, per esempio, che il mio compagno di seconda elementare Martin Bascià mi confidò un  giorno che il suo grande sogno era quello di poter tornare a casa, almeno una volta, con due chili di pane e mangiarne a volontà; accadeva nella Valcamonica del 1937, ma certamente milioni di bambini italiani condividevano allora quel sogno. Nello stesso anno venne a salutarci un cugino che partiva per la guerra di Spagna; era un  giovanissimo ufficiale e ci raccontò che il suo plotone era formato da cafoni e tarlucchi, analfabeti, vale a dire contadini disoccupati. Cinquantamila di quegli italiani andarono allora a combattere in un paese non loro e dalla parte sbagliata, senza sapere  perché, se non che era un lavoro duro, col fucile al posto della zappa, un lavoro per il quale si poteva anche uccidere o morire ma che intanto sfamava la famiglia.
Cominciano da quegli anni i miei ricordi “politici”; ed essi sono andati poi accumulandosi mentre crescevo: durante la guerra in cui i più poveri degli italiani furono mandati al macello dal fascismo, e poi durante la cosiddetta “ricostruzione” e i tentativi di occupazione delle terre incolte, con i carabinieri spediti da governi “moderati” a difendere la cieca avarizia dei proprietari terrieri,e con la mafia che perfezionava impunemente il suo potere.Ci furono le lotte operaie per uscire da una condizione di miseria e di diritti negati; il padronato creava i sindacati gialli e assumeva ex ufficiali e graduati dell’Arma per lo spionaggio nelle fabbriche e decretava i reparti-confino o il licenziamento per i sindacalisti veri che apparivano troppo zelanti.Poi ci fu il “miracolo italiano” che modernizzò il nostro Paese ma a prezzi durissimi per la povera gente: un tragico esodo di intere popolazioni,lo scardinamento di centinaia di migliaia di famiglie,nella disperata “spontaneità” di una migrazione lasciata a se stessa dall’incapacità dei governi e dal cinismo dei padroni.Qui i miei ricordi si fanno più precisi: ero diventato un giornalista, indagavo sulle conquiste (e le sconfitte) della democrazia italiana (di qualcuna di quelle mie inchieste c’è traccia nei libri di Crainz, di Murialdi, di Ada Giglio Marchetti).Quando venimmo ad abitare a Roma,nel 1964,lessi un rapporto della Pontificia Opera di Assistenza:testimoniava che in alcune parrocchie di periferia,al momento della distribuzione dell’ eucarestia,si formavano due file:prima andava all’altare la gente “bene”,poi i sottoproletari delle baracche e delle case “improprie”.Naturalmente nessuno aveva disposto questo orribile rituale.Il fatto è che quindici anni dopo la proclamazione della Costituzione repubblicana vi era in molti poveri la convinzione di essere cittadini e persino “credenti” di razza inferiore. (erano, in gran parte, persone che avevano obbedito, spesso, all’esortazione di votare al centro perché grandi pericoli incombevano sull’Italia).
In quegli anni, del resto, gli azionisti della Fiat si dividevano utili pari alla somma di tutti i salari e gli stipendi dei dipendenti  dell’azienda. L’idolatria alto-borghese per le rendite strangolava la ricerca scientifica e gli investimenti produttivi. Nel Sud il clientelismo avvelenava i partiti.
Attento a quelle realtà, diventai, spero di poterlo dire, uomo “di sinistra”.“Sinistra” non significava per me materialismo dialettico, tanto meno marx-leninismo, voleva dire, piuttosto, necessità di impegno per la giustizia sociale, scelta di civiltà, umanesimo. “Sinistra”, all’inizio, erano stati per me “La condizione operaia” di Simone Weil e “La battaglia”, il grande romanzo di Steinbeck sugli scioperi dei raccoglitori di frutta in California, e, prima ancora (naturalmente!) Tolstoj.Poi lessi Rosa Luxemburg e Piero Gobetti (non ancora Gramsci, quello venne più tardi) e insieme Léon Bloy e Peguy e Bernanos e Mounier e i documenti dei preti-operai francesi e il Voillaume dei Piccoli Fratelli. Se ripenso alla mia “sinistra”, però, più che a libri, torno a volti, a persone, alcune conosciute da vicino, qualcna amata da lontano: La Pira, Lazzati, Dossetti. Mazzolari, Balducci, Lelio Basso, Berlinguer, Ingrao, Zaccagnini, Turoldo,, Pintor, Danilo Dolci, Natalia Ginzburg,  don Milani, Paul Gauthier… Il matrimonio con  Clotilde e l’esplosione del Concilio come “Chiesa dei poveri” resero le mie scelte più chiare e definitive. La fondazione della Rete Radiè Resch mi donò la gioia di un grande gruppo di amici (per lo più cristiani, ma non solo) e la possibilità di venire in contatto con le eroiche avanguardie di quelli che Fanon definiva “i dannati della Terra”: i poveri del cosiddetto Terzo Mondo, con le loro lotte, le loro sconfitte, le terribili torture, le canzoni, le indomabili speranze: e l’autentica lotta di classe con la quale i  ricchi schiacciano i poveri. Più tardi – nel 1983, nel 1987, nel 1992 – accettai di candidarmi deputato nelle liste del PCI (poi PDS). Vissi mesi entusiasmanti in un’ampia zona del Nord: le province di Bergamo, Brescia. Varese, Lecco, Como, Sondrio, Padova, Verona, Vicenza e Rovigo. Erano luoghi in cui le sinistre erano minoritarie e la marea del razzismo localistico andava silenziosamente crescendo, e infettando anche gli ambienti “progressisti”; trovai spesso funzionari ottusi e, alcuni, ignorantissimi. Ma la grande massa degli iscritti e dell’elettorato mostravano un’Italia di grande e generoso impegno. Scoprivo, fra l’altro – e non potrò mai dimenticarle – la settarietà, la paura micragnosa, la stoltezza, l’incapacità di sperare con le quali la mia Chiesa, con le sue scomuniche, aveva sbarrato le porte a un popolo in grande maggioranza naturaliter christianus.
Ho rivisitato i miei ricordi, in queste settimane, mentre riflettevo sul voto che andrò a deporre nelle urne domenica prossima. Ho sentito, dapprima, una grande voglia di starmene a casa per esprimere il mio schifo per una legge elettorale che, se non altro, getta in stato confusionale, programmaticamente,la nostra democrazia. Ho concluso che avrei guardato con rispetto chi,condividendo il mio risentimento, avrebbe non già disertato i seggi (che sarebbe complicità con il potere, comoda, pigra, rancugnosa viltà) ma vi sarebbe andato per far verbalizzare, secondo ciò che la legge prevede, la sua decisione di non votare. Ma ho sentito che neppure quella poteva essere la mia scelta, che ogni volta che ci è concessa qualche opportunità di lotta ai nemici della democrazia non si possa rispondere: “Sono troppo indignato per farlo”. Quella dell’Aventino è una lezione terribile.
Condivido la convinzione che queste elezioni ci pongono davanti a un mutamento radicale della vita politica italiana. Innanzi tutto, penso, a uno spaventoso decadimento culturale ed etico. Scrivo queste righe il 9 aprile, 53.mo anniversario del martirio  di Bonhoeffer, il grande teologo luterano impiccato dai nazisti; e traggo da lui la descrizione di quell’asfissia del pensiero creativo e dell’etica che oggi devasta tanta parte dell’Italia: "Si ha l’impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate circostanze gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali. Osservando meglio, si nota che qualsiasi ostentazione di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini. La potenza dell’ uno richiede la stupidità degli altri". Vale per gli elettori berlusconiani, i  quali, però, più che stupidi sono desiderosi di raccogliere le briciole dei pasti che il Monarca (la definizione è sua) consumerà a spese della Costituzione, della legalità e del senso dello Stato. Vale per gli elettori di Casini e dei suoi transfughi che hanno osato scippare lo stendardo della Rosa Bianca. Quasi ossessionati dalle denunzie vaticane e dalla consapevolezza delle proprie tentazioni, questi “cattolici” cercano di dar vita a una lobby di “fedeli” con la quale sbrecciare la laicità dello Stato per bloccare a termini di legge la secolarizzazione della nostra società. Nella loro sessuofobia e omofobia rappresentano il versante ecclesiale del razzismo leghista. E’ facile prevedere che dopo le elezioni Casini e la minidestra di Storace ritorneranno alla reggia di Arcore, esattamente come Bossi e Fini che pure quella reggia definirono, in altri tempi, “porcilaia”.
Molte e molti dei miei amici più cari mi hanno detto che voteranno PD. Guardo con grande rispetto alla loro scelta e so bene che alcuni lo faranno con spirito critico e lucida cognizione  dei difetti di quella formazione. Con lo stesso animo voterei come loro, se avessi la loro convinzione che il successo di Berlusconi è  l’unico pericolo  che sovrasta la democrazia italiana. Di questa minaccia, grave, anzi gravissima,  io non discuto l’importanza, ma penso  che i pericoli siano due e che il secondo, non minore del primo, sia quello di una definitiva scomparsa della sinistra.
Fra le poche certezze che la mia lunga vita mi ha dato, c’è quella che niente è stato regalato alla povera gente, che tutto è stato ottenuto, con fatica e pericoli, non soltanto fisici, dalla sinistra: dai lavoratori e dagli intellettuali che con essi si sono schierati. E’ una storia non priva di errori, di settarismi, di inadeguatezza, di colpe, di violenze; ma è anche una vicenda che ha dato dignità a masse che non ne avevano mai avuta o l’avevano persa, per sproporzione di forze, E’ stata movimento di popolo, con varie anime: marxista, cristiana, liberale. Si è spontaneamente unita ad esperienze che in altri luoghi della Terra miravano, anche quelle, a giustizia e libertà. Ha visto la concretezza dei problemi perché li ha esaminati, per così dire, dal basso. Le proprie ideologie hanno subito la verifica più dura perché misurate sulle necessità più dure della vita dei poveri. Per l’asprezza di quelle necessità la sinistra  è stata la forza che ha sconfitto spesso la ideologia del moderatismo, quella avara delimitazione del “possibile” in cui il potere borghese è maestro.
Non è stata l’unica forza di progresso, naturalmente. Altri gruppi di persone oneste hanno lavorato per costruire un’Italia migliore. Ma è un dato di fatto che quando la sinistra è stata debole, il progresso si è come arrestato. Nella storia della Repubblica, la sinistra è stata la volontà realizzatrice della Costituzione. Non si può espellerla dalla lotta elettorale in nome della paura. Non si può negarle la dignità di protagonista in questo evento. A me pare che neppure in nome di un pericolo imminente si possa chiedere, a chiunque creda nella necessità della sinistra come forza storica di giustizia, di associarsi a uno schieramento che ne abbandona speranze e lotte, a un disegno moderato, il cui programma si distingue appena da quello degli avversari. Sconfitta nella sua esperienza di governo  (soprattutto dalla violenza dei media che hanno sistematicamente enfatizzato come dirompenti le sue richieste a Prodi,, mentre sbiadivano le insidie dei Mastella, dei Dini, dei Bordon), la sinistra italiana ha bisogno di riprendere il suo coraggio e la sua fisionomia. Sta compiendo un lavoro di riaggregazione delle sue forze e la sua nuova unità è un evento che non può non essere riconosciuto e sorretto dal coraggio di chi ha sentito l’orgoglio di avere appartenuto, in altri tempi, alla sinistra come la definiva Norberto Bobbio: la sinistra è la scelta di chi privilegia il principio di eguaglianza fra le persone,  la destra è la scelta di chi nega questo principio. E il “centro”, ma questo lo dico io, è spesso il biglietto da visita di una destra “moderata”:
In queste ultime ore di campagna elettorale sono stato molto attento alle performances dei leaders dei vari partiti e ne ho provato nuova desolazione. La americanizzazione della campagna elettorale, con due soli Grandi Personaggi e, alle loro spalle, un pulviscolo di collaboratori, non pochi dei quali intercambiabili fra l’una e l’altra formazione, l’arroganza brutale di Berlusconi e la corsa al centro, il “nuovismo” di Veltroni, la sua meticolosa attenzione a negare ogni radice di sinistra al PD, mi hanno ulteriormente convinto che è indispensabile mostrare che molta gente, numerosa quanto più è possibile, rifiuta  questa semplificazione. La cancellazione (temporanea?) della sinistra storica dal panorama italiano sarebbe il primo trionfo di Berlusconi.
Già per questo il voto alla Sinistra Arcobaleno sembra a me doveroso, ma poi chi ha saputo penetrare nella demenzialità del Porcelllum, sa bene che se la Sinistra raggiungesse l’8 per 100, la sconfitta di Berlusconi sarebbe quasi certa.
Care amiche, cari amici, vi chiedo di votare  con me la Sinistra Arcobaleno. Sono già in buona compagnia (Ingrao, Castellina, Marco Revelli, Petrella, Eugenio Melandri, Perna etc. etc.) ma voi mi mancate, accidenti quanto mi mancate. O sbaglio?
Ettore Masina


  pasolini2"L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.”
(Pier Paolo Pasolini , Vie Nuove n. 36, 6 settembre 1962)

 facegrams"Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza facegramsè abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
(Antonio Gramsci 11 febbraio 1917)


don-milanidon-milani "In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siamo cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto…"
(Don Lorenzo Milani Da Lettera ai giudici)

Concludo con questo video, con questa canzone che ho già inserito altre volte nel blog, ma che ogni giorno mi sembra più idonea a descrivere la nostra …
povera patria

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13 risposte a Siamo a meno tre (fatti non foste…)

  1. ReAnto ha detto:

    Gli ignavi trovavano posto all’inferno per “IL POETA”.

  2. ReAnto ha detto:

    Gli ignavi non trovavano posto neanche all’inferno per “IL POETA”.
    Scusate .La fretta.

  3. RenzoMontagnoli ha detto:

    Masina ha scritto un’interessante disamina, ma anche lui ha commesso un errore: parla di sinistra che non deve scomparire e sono d’accordo, per il suo ruolo e la sua finalità. Il problema è che la quasi totalità di quelli che stanno ora a sinistra non sono di sinistra nel senso classico. A parole ne rivendicano i principi, ma a fatti li negano sempre, privilegiando il mantenimento della propria posizione a quelli che sono gli ideali di una grande tradizione che loro per primi rinnegano.

  4. anonimo ha detto:

    grazie, Milvia, ho trovato le parole di Masina, bellissime. e non solo perchè particolarmanti consonanti con quello che penso, ma perché in qualche modo ristabiliscono non solo i termini del discorso, ma pure quelli della memoria pubblica, ormai globalmente allineata e revisionata su diktat omologanti.mi sono commossa quando ho letto, scritte da un uomo di ottant’anni, parole che denunciano “l’ideologia del moderatismo, quell’avara delimitazione del possibile che a me sembra uno dei mali più gravi della nostra società.
    ancora grazie, e un abbraccio
    valeria

  5. anonimo ha detto:

    volevo solo aggiungere che la delimitazione del possibile legittima, di fatto, sopraffazioni e violenze terribili (altro che moderazione) e in qualche modo le naturalizza come una precondizione immodificabile e non più storicamente contingente. atteggiamento questo che con la sinistra non dovrebbe avere niente a che fare.

  6. Evaluna71 ha detto:

    “Libero e fiammeggiante è solo il pensiero!

    Me lo bisbiglia Giordano Bruno da un angolo nascosto della mia libreria: non si arresta per le minacce, non brucia e non si consuma tra le fiamme d’un rogo.

    Me lo conferma Antonio Gramsci che rispose, a chi gli garantiva la scarcerazione sol che avesse scritto una lettera al capo del fascismo: ”

    Enzo Ranieri, aprile 1948

  7. Evaluna71 ha detto:

    ops… manca la fine:

    “Ma io non ho nessuna intenzione di suicidarmi!”

    va col post di sopra…

    notte milvia, era un pensiero preso dal diario di mio nonno.

    nat

  8. antanz1967 ha detto:

    grazie milvia per la bellissima lettera di masina che rafforza la mia intenzione di votare ancora una volta a sinistra
    ciao
    antonella

  9. sambigliong ha detto:

    belli i tuoi riferimenti, cara milvia, che sono anche i miei.
    bella la lettera di masina.
    non dico cosa penso, non importa, non c’è tempo e ci sarebbero troppe rabbie: contro chi non s’indigna nemmeno più.
    un abbraccio
    remo

  10. BarbaraProvenzi ha detto:

    Bella questa lettera di Masina, mi ci ritrovo in pieno, una bella pagina di storia e un’analisi che condivido.
    Grazie Milvia per averla pubblicata.

    Barbara

  11. glodalessandro ha detto:

    “L’indifferenza è il peso morto della storia.”
    Hio semplicemente copiato e incollato questa frase non omettendo la disattenzione VOLUTA che i mass-media offrono alla società odierna.
    Buona domenica e grazie per questa splendida riflessione.
    Glò

  12. kinglear ha detto:

    E’ il migliore e più giusto ragionamento/intervento che ho avuto modo di leggere in questi giorni, durante i quali in tanti si sono prodigati a spiegare perché destra o sinistra.

    Eppure non riesco a dimenticare che la sinistra, proprio nel momento più duro per il popolo, ha tradito le sue aspettative, e soprattutto ha tradito i giovani. Non ho idea di chi vincerà: ma trovo che non ci sia una sostanziale differenza fra destra e sinistra, tranne per il fatto che il berlusconesimo si fa le leggi per sé e che detiene il monopolio dei mass media, mentre la sinistra di oggi, dei politici, è di uomini che mirano ad arricchire sé stessi e basta. La coscienza mia è quella di un cheguevarista convinto e proprio per questo non riesco a perdonare i tanti sgambetti che la sinistra ha fatto: i diari del Che mi restituiscono sì un uomo romantico, un idealista, ma anche un uomo pragmatico che quando si trattava di punire non ci andava giù leggero soprattutto con quei compagni che avevano tradito “la causa”. Mi fa male assistere a un’Italia sempre più divisa, sempre più collassata nella disperazione di non poter intravedere neanche l’ombra della Speranza; sono tante le cose che fanno male, ma l’Italia è stata venduta a un nemico subdolo che non è né Berlusconi né Prodi, ma l’Uomo, quell’uomo terribilmente ritratto e più che mai vero che è nella “Peste” di Albert Camus. Un uomo infetto che cammina fra topi infetti che escono dai tombini per vomitare sangue e morire. Un uomo che non è possibile curare né isolare, perché è esso stesso il “suo” male, un male oscuro per cui nessuna panacea serve. Un uomo che ha paura, che teme per la sua vita e per quella dei suoi cari, e che ciò nonostante soccombe quando la Nera Falciatrice viene a reclamarlo, sia esso un santo sia esso un porco o un diavolo. Si sta lottando contro l’Uomo, contro la Peste che esso è: come vincerlo, come dargli una seppur minima speranza di vedere l’alba di un giorno nuovo migliore di concreto futuro? Come? Come curarlo da sé stesso, quando nel corso di migliaia di anni non è stato capace di rendersi conto che alla fine tutto si riduce a vanità? Non resisteranno i monumenti in pietra, non terranno la vita le belle parole né i dipinti più colorati, né le bianche ossa degli uomini morti in nome di un ideale. Però l’Uomo continuerà ad avere dei figli che ripeteranno gli errori (e gli orrori) dei padri, che soffriranno e che non guariranno dall’essere purtroppo compromessi in loro pestilenziale natura.

    Beppe

  13. accipicchia ha detto:

    Ho avuto poco tempo in questi giorni, ma questo post non mi era sfuggito, non poteva sfuggirmi. Per la lunga lettera di un intelligente giovane uomo di ottant’anni, per le riflessioni che ne scaturiscono, per i passi di tre grandi uomini.
    Ma per uno di loro, se è possibile scegliere, io provo un affetto e una stima speciali: è Antonio Gramsci. Intanto è un mio grandissimo conterraneo, poi, ho preparato la mia tesi su un aspetto della sua poliedrica personalità partendo dalle “Lettere dal carcere”.
    Per quanto riguarda il voto, mi perdonerà “il grande vecchio”, ma non sono d’accordo con la sua valutazione, che va comunque assolutamente rispettata. Un caro saluto a tutti. Piera

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