Altri maggi, altre storie, altre stragi

portellalo8

1’maggio 1947
Portella delle Ginestre

La vecchia credeva che fossero mortaretti e cominciò a battere le mani festosa. Rideva. Per una frazione di secondo continuò a ridere, allegra, dentro di sé, ma il suo sorriso si era già rattrappito in un ghigno di terrore. Un mulo cadde con il ventre all’aria. A una bambina, all’improvviso, la piccola mascella si arrossò di sangue. La polvere si levava a spruzzi come se il vento avesse preso a danzare. C’era gente che cadeva, in silenzio, e non si alzava più. Altri scappavano urlando, come impazziti. E scappavano, in preda al terrore, i cavalli, travolgendo uomini, donne, bambini. Poi si udì qualcosa che fischiava contro i massi. Qualcosa che strideva e fischiava. E ancora quel rumore di mortaretti. Un bambino cadde colpito alla spalla. Una donna, con il petto squarciato, era finita esanime sulla carcassa della sua cavalla sventrata. Il corpo di un uomo, dalla testa maciullata cadde al suolo con il rumore di un sacco pieno di stracci. E poi quell’odore di polvere da sparo.
La carneficina durò in tutto un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. In lontananza il fiume Jato riprese a far udire il suo suono liquido e leggero. E le due alture gialle di ginestre, la Pizzuta e la Cumeta, apparvero tra la polvere come angeli custodi silenti e smarriti.

(brano prelevato da: nuralema.splinder.com)

Reggioemilia

7 luglio 1960:
Reggio Emilia
Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai reggiani, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell’ordine. I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei "Per i morti di Reggio Emilia": Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli. I morti di Reggio Emilia sono l’apice – non la conclusione – di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza": alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti. Questi morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra.


Certamente episodi come questi non si verificheranno mai più. Non si sparerà più su operai e braccianti…Nonostante la situazione del nostro Paese sia attualmente quella che tutti conosciamo non credo proprio che si arriverà mai a questo.
Ma la vita, i lavoratori, la perdono in un altro modo.  Questo primo maggio 2008 è dedicato particolarmente a loro, le vittime degli incidenti sul lavoro, gli uomini e le donne che il lavoro uccide. Oltre che nelle piazze e nei media, sono sicura che in molti blog si affronterà oggi l’argomento delle morti bianche, termine che comunque a me non piace, perché hanno quasi sempre il colore rosso del sangue, queste morti, e il colore nero della disperazione che avvolge le famiglie superstiti.
Ci sono però altre vittime del lavoro di cui si parla meno, di cui non si conosce la storia individuale, di cui nessuno, a parte i famigliari e le carte processuali ricorda il nome. E’ di queste persone che vorrei parlare, uomini e donne la cui morte è stata senza dubbio più lenta da quella causata dal precipitare da un’impalcatura, o dall’essere schiacciati da un macchinario, o dal fuoco, quel terribile fuoco che facciamo fatica a dimenticare. Ma non per questo meno dolorosa e terribile.
Avete mai sentito parlare di  mesotelioma pleurico? Molti di voi probabilmente sapranno di che si tratta. Io non lo sapevo fino a due anni fa, quando Palmina, la sorella di una mia cara amica, ne è stata colpita.

Il mesotelioma, un tumore generalmente localizzato nella pleura o nel peritoneo,  è una delle malattie professionali che non lasciano scampo.  E la principale causa che finora si conosce è l’esposizione all’amianto. E’ dal 1992 che in Italia non si estrae e non si impiega più l’amianto, ma era da molti anni prima che si sapeva della nocività della sostanza.  Sembra che l’Italia, dove se ne parla meno che nel resto d’Europa, abbia pure il record dei decessi, record forse addirittura mondiale: si registrano almeno 1200 casi all’anno, con un’incidenza venti volte superiore a quella prevista.
E il  danno, poi, è un’onda lunga: studiosi britannici affermano con sicurezza che il picco di questa malattia è atteso fra il 2010 e il 2015.
Infatti lo sviluppo del tumore può richiedere non meno di venticinque anni dal momento della prima esposizione, e arrivare fino a cinquanta. E non solo i lavoratori che per anni sono stati a contatto con la sostanza possono essere colpiti, ma anche le madri o le moglie che sono venute a contatto con i loro indumenti di lavoro. Ed è proprio questo che è accaduto alla sorella della mia amica. Come poteva immaginare Palmina, che  lavare i vestiti da lavoro del marito l’avrebbe portata alla morte?
Eppure di queste vittime si parla ben poco, o, comunque, non abbastanza, se si pensa che, ad esempio, l’Eternit di Casale Monferrato ha causato una vera e propria strage: il numero dei morti fra i lavoratori di quella fabbrica è pari al numero dei morti delle Torri Gemelle, ma senza la stessa risonanza nei media.  C’è stata una  decimazione di intere generazioni di abitanti della cittadina piemontese, tanto è vero che il mesotelioma è anche detto tumore di Casale.
Ma l’Italia, come ho scritto prima, è il Paese europeo che meno parla di questa tragedia. Chissà perchè noi dobbiamo avere sempre questi tristi primati…

 Questo post del 1′ maggio è quindi dedicato a loro: a Palmina, che se ne è andata il 17 febbraio 2007 e  a tutte le vittime dell’amianto le cui storie dolorose raramente  riempiono le prime pagine dei giornali.  A quei lavoratori e ai loro famigliari uccisi ancora una volta dal lavoro, quel lavoro su cui è fondata, come recita il Primo Articolo della Costituzione,  la nostra  Repubblica.

Il mio pensiero va comunque anche a tutti gli altri morti, e agli extracomunitari assunti in nero e usati come schiavi nell’agricoltura e ai ragazzi che
riescono a trovare solo lavori precari e sembrano non avere un futuro vivibile, e a tutti quei lavoratori sfruttati che, incredibilmente nell’anno… domini 2008, sembrano essere sempre più numerosi.


 Ora due poesie: una di Nelo Risi e una…mia.

Una sola famiglia
L’operaio ingrassa la macchina
la macchina ingrassa il padrone
entrambi si affacciano a sera
a un balcone che dà sulla fabbrica
la nostra fabbrica dice il padrone
l’operaio preferisce tacere.

(Nelo Risi 1960)

Pendolari

Nell’alba opaca, che la nebbia inghiotte,
il primo treno taglia la campagna.
Porta occhi assonnati e corpi stanchi
e anni di doveri tutti uguali.
Racchiude inverni piantati nelle ossa,
sogni scaduti come un medicinale,
abbonamenti a vite inesistenti,
biglietti obliterati dalla sorte.
La luce pallida degli scompartimenti
rivela volti chiusi alla speranza.
Ne fa pesci d’acquario senza voce     
          

(Milvia,  Bologna, 27 febbraio 2007 ore 23,33)


Una canzone il cui testo è forse ormai fuori dal tempo. Ma serve, serve per ricordare:

I morti di Reggio Emilia

 

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16 risposte a Altri maggi, altre storie, altre stragi

  1. MyEros ha detto:

    commossa dalla lettura di questo post e delle due poesie.

    con grande tristezza nel cuore, Natàlia

  2. cristinabove ha detto:

    Carissima pasionaria, mi hai fatto commuovere fino alle lacrime…
    Ho sentito l’odore della polvere e del sangue, e visto brandelli di corpi ovunque…e ho continuato a vedere i morti in processioni mute, ciascuno con il suo segno di riconoscimento, i segni di una malattia devastante, quelli dei traumi e delle notti insonni di fame freddo e sofferenza, quella dei figli che non poterono sopravvivere…
    La tua poesia è POESIA. vorrei il permesso di metterla nel mio giardino. grazie, di tutto, cara Milvia. e comunque buon 1° maggio.
    cri

  3. stefanover ha detto:

    tranquilla… ho visto il tuo commento alla canzone dei mitici gang, sul blog del passator cortese e quindi eccomi qui!
    anche io sono un “vecchietto”, come dici tu, ma non mollo la presa!
    dovranno passare sul mio cadavere!
    per ora ti abbraccio e se passi a trovarmi ti troverai proprio bene!
    p.s…. non dimentichiamoci della Birmania ora… perchè a qualcuno fa più comodo parlare del Tibet…

  4. stefanover ha detto:

    MORTI DI REGGIO EMILIA è una canzone bellissima!
    forse una di quelle che preferisco,
    con “siamo i ribelli della montagna”, o “addio lugano bella”… ciaoooo!!!!

  5. anonimo ha detto:

    Questo triste primo maggio mi ha riportato alla mente una vecchia dolente canzone di Jannacci, Vincenzina, sull’immigrazione dal sud (non del mondo, d’Italia) Trascrivo l’ultimo verso:
    VINCENZINA DAVANTI ALLA FABBRICA/ VINCENZINA VUOL BENE ALLA FABBRICA/ E NON SA CHE LA VITA GIU’ IN FABBRICA NON C’E’, SE C’E’, COS’E.Vincenzina
    Cara sorella del sud, che avevi smesso il fazzoletto nero in testa e il dialetto del tuo paese, che soffocavi la nostalgia con la speranza, cara Vincenzina, oggi è assai peggio di ieri!
    Comunque, Milvia, teniamo botta
    e grazie per i tuoi bellissimi post.
    Mirella

  6. verbavolant2008 ha detto:

    Ciao. Ho trovato questo post estremamente toccante ma anche molto interessante. Vorrei potere citare la parte in cui parli del mesotelioma. Se mi dai l’autorizzazzione lo posto sul mio blog.

  7. RenzoMontagnoli ha detto:

    Non avremo mai un mondo perfetto, ma se l’uomo riesce a comprendere perchè vive avremo almeno un’esistenza degna di essere chiamata tale.
    La proprietà, il suo concetto, che ci tocca in effetti tutti, è il primo ostacolo per arrivare a un mondo più equo e solidale.
    Però sarebbe già molto se chi detiene il potere riuscisse a comprendere che il guadagno, solo quello, non può giustificare nè il fine di una vita, nè, soprattutto, la fine della vita di chi lavora per lui.

  8. anonimo ha detto:

    grazie
    gea

  9. Soriana ha detto:

    @Grazie, Nat! Hai un nuovo blog?

    @Cristina: Grazie anche a te, Cri! Che la mia poesia diventi una dei fiori del tuo giardino mi lusinga…Grazie anche per questo.

    @Stefanover: sarai anche vecchietto..(ma mica tanto…) ma la voglia di combattere non ti manca…Ti ho fatto una visitina e quello che ho visto mi è piaciuto. No, non mi dimentico della Birmania, ma non ho capito quello che intendi quando scrivi “perchè a qualcuno fa più comodo parlare del Tibet”
    Addio Lugano bella mi commuove sempre… Ciaoooo!

    @Mirella: bentornata in Rossiorizzonti. Grazie per avermi ricordato la canzone di Iannacci. Eh…teniamo botta…Grazie, Mirellina.

    @Verbavolant: Grazie a te! permesso accordato più che volentieri

    @Renzo: saggio, saggio Renzo…posso solo dire che condivido assolutamente il tuo commento. Ma chi “conta” davvero non lo condividerà mai.

    @Gea: grazie a te per la visita!

    A tutti un abbraccio e l’augurio di giorni migliori.
    Milvia

  10. kinglear ha detto:

    La storia è ciclica, si ripete anche nelle lotte sindacali. Solo temo che i sindacati di oggi non siano più quelli di una volta: troppo coinvolti nella politica per stare dalla parte dei lavoratori. Quanti altri cadranno? Quanto ancora per il precariato e il lavoro in nero? I nuovi schiavi sono i lavoratori non regolarizzati e che muoiono giorno dopo giorno; e più il tempo va avanti, più la società lascia indietro i lavoratori coi loro sogni e incubi quotidiani di come sbarcare il lunario. Più si va avanti più mi sembra che si torni indietro: oggi ancora si muore per il lavoro, sul lavoro. Non ditemi che è poco. 😦

    Buon Primo Maggio a Tutt* coloro che ieri come oggi hanno lavorato per un mondo del lavoro migliore.

    Beppe

  11. anonimo ha detto:

    diciamo che è stato un errore di link…
    🙂

    pensavo di essere loggata come Evaluna…

    sorry.

    ti bacio, Nat

  12. ReAnto ha detto:

    Ci hai dato una bella lezione e fatto commuovere.Buona serata! ..e brava…e grazie

  13. BarbaraProvenzi ha detto:

    Che poesia, Milvia! Grazie per avermi fatto conoscere questa meravigliosa canzone. E per le verità che sempre ci esponi con passione e delicatezza.

    Barbara

  14. anonimo ha detto:

    Grazie per avermi riportato alla memoria Amodei, Liberovici,Vincenzina di Enzo e…Addio Lugano:mi sono ricordata
    di me rossa in volto che cantavo,tempo..fa.”nostra patria è il mondo intero,nostra legge è la libertà” e mi sono commossa.
    Ciao
    Tinti

  15. Soriana ha detto:

    @Beppe: ricordo ancora con orrore l’articolo pubblicato da Fabrizio Gatti sull’Espresso sui raccoglitori di pomodori in Puglia: Sfruttati. Sottopagati. Alloggiati in luridi tuguri. Massacrati di botte se protestano. E, naturalmente, non assunti, ma schiavizzati. E’ cambiato qualcosa? Non credo proprio…I Sindacati sono cambiati, certamente, e i lavoratori non ci credono più. E, a mio avviso, manca anche la solidarietà fra i lavoratori. Ognuno sta attaccato al proprio campicello, e d’altra parte, come non capirli?

    @Antonio, Barbara: Grazie!

    @Tinti: “Dovunque uno sfruttato si ribelli
    noi troveremo schiere di fratelli….” Benvenuta in Rossiorizzonti, pasionaria Tinti…Credo di averti letto nel sito Poetare: sei tu, vero?
    Un abbraccio

    Milvia

  16. anonimo ha detto:

    Si e grazie per “pasionaria” che ancor mi s’addice…..Grazie per gli stimoli e il livello di qualità del blog.
    Tinti baldini

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