Un po' di leggerezza…

gatto_nero_occhiIl gatto che parlava ad Enrica

“ Ihi ihi ihi“ sogghignò il gatto, sbirciando l’immagine di Enrica riflessa nella grande specchiera
“Bionda ti facesti, come tua sorella, eh? E anche quella mèche viola uguale uguale è…”
Enrica si stava picchiettando il viso con le dita per far penetrare con cura la crema idratante, come le avevano detto che era assolutamente necessario fare.
La crema di sua sorella.
Davanti alla specchiera di sua sorella (che in verità era la specchiera ereditata dalla zia Raimondina, di cui Aurora, la nipote preferita, si era arbitrariamente impossessata).
Nella camera di sua sorella.
Nello specchio vedeva l’immagine riflessa del gatto Turiddu.
Il gatto di sua sorella.
Chiuse il barattolino della crema e lanciò un grido di gioia:
 “ Evviva l’Erasmus! Libera, libera, libera! Aurora a Lisbona ed io a casa, finalmente di nuovo figlia unica! E non solo!”
E l’immagine di Simone le guizzò davanti agli occhi.
Simone: il ragazzo di sua sorella.
Il gatto, che si stava passando la zampina dietro l’orecchio, a quelle urla fece un balzo e la guardò di sguincio.
“E allora, Enrica, che sarà mai? Tu sei sempre tu, meno bellina di Aurora sei, meno femminile, meno brillante, e poi mica hai potuto usufruire tu dell’Erasmus, indietro con gli esami come sei…”
Con il muso all’aria cominciò a seguire una mosca, che, poverina, era entrata dalla finestra socchiusa.
Enrica entrò in bagno per sciacquarsi le mani e potersi applicare le lenti a contatto. Verdi, sulle sue iridi nocciola.
Verdi, come le iridi di Aurora.
Si guardò nello specchio sopra il lavabo. Dio, quel suo naso come lo odiava! Ricordò una foto scattata alla scuola materna e risentì il commento di zia Raimondina: “ Cielo, “aveva detto”, questa bambina è tutta naso!” In una mano la foto di Enrica, l’altra mano ad accarezzare la testolina biondissima di Aurora, poggiata sul cuscino, nella culla tutta trine che era stata della nonna.
Era senza dubbio il primo ricordo sgradevole di Enrica. Anzi, no, il primo ricordo sgradevole risaliva al momento in cui i suoi l’avevano fatta sedere vicino a loro sul divano e con la voce tutta “picci picci” le avevano detto che stava per arrivare una sorellina.

Comunque le lenti non le stavano per niente male. Guardò l’orologio: era presto, la festa non sarebbe cominciata prima delle dieci, ed erano solo le sette. Poi non voleva essere certamente la prima ad arrivare. Anzi ora, pensandoci, prese il cordless e compose il numero di Simone. Il ragazzo di Aurora rispose dopo due squilli.
Enrica ripassò velocemente i punti salienti della lezione n. 8 (“Come fare della vostra voce un’AUTENTICA voce sexy”) del corso su dvd “Recitare è la mia vita” e sospirò un:
“ Simo, ciao, come stai? Io sto qui, ti stavo pensando, sai, e allora ho pensato che…”
“ Ma chi sei?  Ma come parli?”
“Ma Simo, sono Aur…no, volevo dire sono Enrica! Ecco, volevo chiederti: perché visto che vai anche tu alla festa di Flavio, perché non mi vieni a prendere?”

Appoggiò il telefono sul letto. Bene: verso le dieci Simone sarebbe venuto a prenderla e quella serata sarebbe poi finita con fuochi d’artificio, ne era certa.
Il gatto annusò il telefono e si sedette diritto sul cuscino.
 “Ecco, ora capisco! Anche se non sono una volpe, e sono un gatto anche un po’ vecchiotto, non credere che mi sfuggano certe cose…Una voce così io non te l’ho mai sentita! O hai una laringite potente, o… Ma sei matta? Tua sorella e Simone sono innamorati. Li ho visti io, là sul divano, in sala, certe effusioni, cara mia…Tu cosa c’entri?!”
Enrica aprì l’armadio. I vestiti migliori Aurora li aveva portati con sé, ma qualcosa era rimasto.
Dunque: l’abitino nero elasticizzato con la cintura rossa, la mini bianca a vita bassa con la camicetta dalla vertiginosa scollatura, la gonna lunga con la fascia di brillantini, da portare con una maglietta cortissima che lasciava scoperta una ampia zona fra il seno e l’ombelico. Posò gli abiti sul letto, scacciando in malo modo il gatto. Lui la guardò stringendo gli occhi, con lo sguardo da cattivo che aveva imparato a fare osservando alla tv i suoi eroi dei cartoni animati.
“ Credi forse di entrarci, in quegli abitini? Se ben ti ricordi, sono sette anni che abito in questa casa, tu ne avevi diciassette, Aurora tredici, ma anche allora lei sinuosa e femminile era, e tu una giraffa, sembravi, una giraffa sgraziata con il sedere grosso.”
Togliendosi l’accappatoio Enrica si guardò tutt’intera nello specchio interno dell’armadio. Forse era meglio mettersi qualcosa di suo, addosso, pensò, e lasciar perdere gli abiti di Aurora.

Aurora. Lei l’avrebbe voluta chiamare Barbie, glielo aveva detto subito a mamma e papà: o Barbie, oppure quella bambina piagnucolosa e pisciona se ne poteva tornare da dove era venuta.
Aurora: che nome stupido!
E lo pensava anche adesso che era cresciuta. Aurora: un nome inconsistente, privo di forza. Vuoi mettere con Enrica?

La mosca era stecchita sotto la zampina di Turiddu. Lui se ne stava seduto come una sfinge sotto la finestra e la luce del tramonto gli ammorbidiva il pelo con pennellate dorate.
“Se non ci stai attenta, come questa mosca finisci! L’invidia non porta mai a niente di buono! E che, io mi metto forse ad invidiare una pantera? Io sono un gatto e so stare da gatto, io.”
Enrica, riavvolgendosi nell’accappatoio, si sedette davanti alla specchiera.
 
Simone l’aveva conosciuto lei, tre mesi prima. Era stato al Free Word, un posto dove si andava, sì, per ascoltare musica alternativa, ma il vero scopo era procurarsi fumo bere a dismisura e assicurarsi un angolo di divanetto dove sbattersi il partner di turno. Questo, almeno, era quello che stizzosamente  pensava Enrica.
Era capitata lì solo per caso, un sera, trascinata suo malgrado dalla compagnia: lei non beveva, non fumava e dio mio no non si faceva le canne. In quanto a brancicamenti, poi, era da un po’ che tutte le sere si chiedeva perché mai continuasse a avvelenarsi con la pillola anticoncezionale, visto che erano mesi che lei avrebbe anche potuto chiamarsi Maria. Nel senso di Goretti.

Cominciò dagli occhi. Un strato leggero di ombretto dorato, in alto, subito sotto le sopracciglia, come le aveva detto di fare la sua amica, commessa in una profumeria.
Il gatto inclinò la testina:
“ Mai ti truccasti, e cominci a farlo ora? Se uno non lo sa fare, lasciare perdere, deve. Il giusto equilibrio fra verità e menzogna, ecco quel che ci vuole nel trucco. E Aurora, sì che in queste cose ha la mano esperta.  E poi ognuno deve sapere che gli serve. Enrica, a te, che ti serve?”

Quella sera Simone era sbucato da sotto il banco bar, lì al Free Word, nelle mani una confezione da sei. Altobiondoocchiazzurriorecchinosorrisoconfossetta. Pumpumpum: non avendo assunto alcuna sostanza stupefacente, Enrica era stata certa che l’oggetto che aveva causato l’alterarsi del suo battito cardiaco era di carne e di ossa. Gli aveva chiesto una birra, dato che lui le teneva ancora in mano, e aveva guardato ipnotizzata le sue dita abbronzate togliere la lattina dalla confezione. I suoi occhi avevano rilevato il tatuaggio all’interno del polso, una piccolissima barca, con la vela gonfia al vento. Si era piazzata sullo sgabello, girellando il bicchiere fra le dita, non bevendo, perché in realtà la birra le faceva schifo, ma non perdendolo di vista mai. Alla fine la compagnia di Enrica si era trascinata in un altro locale, ma lei era rimasta, fino a quando lui aveva pulito tutto, aveva spento le luci sul bancone e l’aveva finalmente guardata.
“ E tu? “
“ Se ne sono andati tutti, non è che mi puoi accompagnare?”
Così lui l’aveva accompagnata, sotto casa avevano parlato una mezz’oretta, scambiati i numeri di telefono, e luiforsestavaquasiper…quando un’ auto era sbucata velocemente dall’angolo della strada altrettanto velocemente si era fermata e ne era scesa Aurora: come un’apparizione aveva attraversato con due falcate la via ed era sparita nel portone. Enrica aveva avuto l’impressione che la fisicità elettrica della sorella avesse stazionato per un attimo nell’abitacolo dell’auto di Simone.
“ Ehi, la conosci, quella?”
“ Seee, è mia sorella. Buonanotte.”
Enrica era scesa dall’auto  sbattendo con forza la portiera.

L’ombretto bianco, le aveva detto la sua amica profumiera, andava appena appoggiato, molto sfumato, all’angolo degli occhi. Ma angolo esterno od interno? Va be’, niente ombretto bianco.
“ W l’Erasmus!” cantarellò Enrica sulla musica di “ W la mamma”. Ma la voce era un po’ incerta. Più che figlia unica, nel silenzio della casa vuota, si sentiva un’orfana. I suoi al mare, e in casa solo quello stupido di Turiddu, che chissà perché continuava a non staccarle gli occhiacci gialli di dosso.
“Chi se ne frega?” disse a mezza voce “ l’importante è che stasera io mi riprenda Simone. Se gli piace il “tipo Aurora”, ecco che io sarò “il tipo Aurora.”
“Minchia, ma allora proprio nulla, capisci! Ognuno unico è, con le sue cose belle e con le sue cose brutte. Poi senti, confidenzialmente, da gatto a ragazza, non è che tu sei poi da buttare via. Giraffa, sedere grosso, sì, son cose che si dicono…ma guardati bene, con attenzione. Lascia perdere tua sorella, e guarda te, ora.”
Il gatto si era allontanato dalla finestra ed in un moto di empatia, si stava strofinando contro le gambe della ragazza.
Enrica lo guardò stupita. La bestia non si mostrava mai affettuosa con lei. Anche lui aveva scelto Aurora, fin dal primo momento che era entrato in casa loro.
“Cosa stai cercando da me? Ti ho già dato da mangiare! Su, sparisci!”
“Enrica Enrica guardati, credi forse di sentirti bene, ora, con quel progetto minchioso nella testa? E Simone, anche se starà con te, come lo giudicherai, poi?”
Il gatto le saltò in braccio proprio mentre lei stava applicandosi il mascara sulle ciglia. L’estremità dell’applicatore le finì in un occhio.
“ Oh, porca…”
Si guardò allo specchio. E si mise a ridere. Un occhio verde e l’altro marrone perché la lente si era spostata. Sbaffi di mascara sparsi vicino al naso, due macchie di ombretto di diversa grandezza sulle palpebre.
 Ma il naso non era poi così enorme, e le labbra erano carine, ben modellate, e morbide. E gli zigomi pronunciati le davano un non so che di esotico. E la pelle era luminosa e chiara.
 Si alzò dalla sedia davanti alla specchiera, recuperò il telefono, spense la luce ed uscì dalla stanza di Aurora.
Andò in bagno a sciacquarsi il viso e a togliersi le lenti.
Fece una telefonata.
Dall’armadio in camera sua scelse un bel paio di jeans alla pescatora e una T-shirt che le lasciava nuda la schiena. Ai piedi si mise gli infradito con le perline.
Passando dalla cucina per uscire di casa, gettò un occhiata a Turiddu che dormiva  con un sonoro ronfare, acciambellato nella sua cesta.

Da Donne ricette ritorni e abbandoni Pendragon 2005

E ancora leggerezza con:

Vinicio Capossela

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9 risposte a Un po' di leggerezza…

  1. cristinabove ha detto:

    L’ho riletto ancora con piacere.
    cri

  2. BarbaraProvenzi ha detto:

    Che bel racconto, davvero divertente questo gatto!

    Barbara

  3. glodalessandro ha detto:

    W Turiddu!!!
    Un buon week-end!

    Bacio, Glò

  4. anonimo ha detto:

    Delizioso racconto, Milvia, che ho riletto con molto piacere.
    Baci
    Mirella

  5. cochina63 ha detto:

    me lo ricordavo bene, molto carino… e bravo a Turiddu!

  6. anonimo ha detto:

    Simpaticissimo! Beata gioventù!! Ciaoo
    giovanna giordani

  7. accipicchia ha detto:

    Molto coinvolgente questo racconto apparentemente leggero, se poi si va un po’ più a fondo, si intuisce che non vuole solo far sorridere ma anche far riflettere. Simpaticissimo il micio, molto tenera la ragazza apparentemente così sicura di sè, in realtà fragile, continuamente in conflitto con se stessa, poco propensa ad accettarsi. Davvero interessante e piacevole. A presto. Piera

  8. stefanialusetti ha detto:

    Assolutamente delizioso.
    Bravissima Milvia

  9. Soriana ha detto:

    Grazie a tutti, anche da parte di…Turiddu.

    Milvia

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