Tanto per non dimenticare

1396668Un commento di Beppe Iannozzi al mio post del primo maggio mi ha portato alla mente, in maniera dolorosa, l’inchiesta che il giornalista Fabrizio Gatti pubblicò sull’Espresso nel settembre 2006 sui raccoglitori di pomodori in Puglia. Come ricorderete Gatti riuscì a infiltrarsi fra loro, facendosi passare per un  emigrante sudafricano, e da questa terribile esperienza ne scaturì un articolo sconvolgente.
Ne riporto qui alcuni stralci, mentre mi chiedo se qualcosa sia cambiato. Qualcuno mi sa dare una risposta? Personalmente credo che le cose siano rimaste più o meno così, come le ha vissute e raccontate il giornalista. E questo pensiero, vi assicuro, mi fa stare molto male.

Chi volesse rileggere tutto l’articolo può trovarlo QUI


 IO SCHIAVO IN PUGLIA

Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli garantisce l’ordine e la sicurezza nei campi. "Senti un po’ cosa vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto", lo avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il caporale: "Sei rumeno?". Un mezzo sorriso lo convince. "Ti posso prendere, ma domani", promette, "ce l’hai un’amica?". "Un’amica?". "Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una ragazza qualunque". Il caporale indica una ventenne e il suo compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la raccolta meccanizzata dei pomodori: "Quei due sono rumeni come te. Lei col padrone c’è stata". "Ma io sono solo". "Allora niente lavoro".

Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d’estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell’Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all’uomo raccontata da Alan Parker nel film ‘Mississippi burning’. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l’hanno ucciso.

Oggi dev’essere la giornata più torrida dell’estate. Quarantadue gradi, annunciavano i titoli all’edicola della stazione. Sperduta nei campi appare nell’aria bollente una stalla abbandonata. È abitata. Sono africani. Stanno riposando su un vecchio divano sotto un albero. Qualcuno parla tamashek, sono tuareg. Un saluto nella loro lingua aiuta con le presentazioni. La segregazione razziale è rigorosa in provincia di Foggia. I rumeni dormono con i rumeni. I bulgari con i bulgari. Gli africani con gli africani. È così anche nel reclutamento. I caporali non tollerano eccezioni. Un bianco non ha scelta se vuole vedere come sono trattati i neri. Bisogna prendere un nome in prestito. Donald Woods, sudafricano. Come il leggendario giornalista che ha denunciato al mondo gli orrori dell’apartheid. "Se sei sudafricano resta pure", dice Asserid, 28 anni. È partito da Tahoua in Niger nel settembre 2005. È sbarcato a Lampedusa nel giugno 2006. Racconta che è in Puglia da cinque giorni. Dopo essere stato rinchiuso quaranta giorni nel centro di detenzione di Caltanissetta e alla fine rilasciato con un decreto di respingimento. Asserid ha attraversato il Sahara a piedi e su vecchi fuoristrada. Fino ad Al Zuwara, la città libica dei trafficanti e delle barche che salpano verso l’Italia. "In Libia tutti gli immigrati sanno che gli italiani reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Ecco perché sono qui.

La Golf stracarica corre e sbanda sulla stretta provinciale per Lavello. Il contachilometri segna 100 all’ora. Una follia. Alle prime aziende agricole del paese, Giovanni svolta a destra dentro una strada sterrata. Altri due chilometri e si è arrivati. Si prosegue a piedi, in fila indiana. Il campo è tra due vigneti. Questi pomodori vanno raccolti a mano. Quando il padrone vede arrivare il gruppo di africani, imita il verso delle scimmie. Poi dà gli ordini con gli insulti resi celebri dal vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli: "Forza bingo bongo". Nello stesso istante un furgone scarica nove rumeni. Tra loro tre ragazze, le uniche nella squadra. Si lavora a testa bassa. Guai ad alzare lo sguardo: "Che cazzo c’è da guardare? Giù e raccogli", urla il padrone avvicinandosi pericolosamente. Si chiama Leonardo, una trentina d’anni. È pugliese. Indossa bermuda, canottiera e occhiali da sole alla moda come se fosse appena rientrato dalla spiaggia. Da come parla è il proprietario dell’azienda agricola. O forse è il figlio del proprietario.

Giovanni va a recapitare altri braccianti. Poi torna due volte con i rifornimenti d’acqua. Quattro bottiglie di plastica da un litro e mezzo da far bastare nelle gole di 17 persone assetate. Sono bottiglie riempite chissà dove. Una zampilla da un buco e arriva quasi vuota. L’acqua ha un cattivo odore. Ma almeno è fresca. Comunque non basta. Due sorsi d’acqua in oltre quattro ore di lavoro a quaranta gradi sotto il sole non dissetano. La maggior parte dei ragazzi africani non ha nemmeno pranzato né fatto colazione. Così ci si arrangia mangiando pomodori verdi di nascosto dai caporali. Anche se sono pieni di pesticidi e veleni. E forse è proprio per questo che sulla pelle, per giorni, non comparirà più nemmeno una puntura di zanzara.

Questo è invece un brano che ho prelevato da Internet, in un sito dedicato alla musica nera:
Gli schiavi sopravissuti alla tratta e comprati dai padroni bianchi, venivano deportati nelle grandi piantagioni di cotone e costretti a vivere e lavorare in condizioni disumane: a loro non restava altro che adattarsi e rassegnarsi ad un nuovo mondo, fatto di regole tanto spietate quanto incomprensibili.
Furono privati di dignità, umiliati, linciati ed emarginati, ma soprattutto furono costretti a rinunciare ad un bene d’immenso valore: la libertà.

Ecco, non mi sembra che ci siano molte differenze con la situazione dei “nostri” schiavi…Solo che negli Stati Uniti (almeno ufficialmente) la schiavitù venne abolita nel 1863….


e ora, dedicata a tutti, ma in particolar modo a Cri, che, come me, ama tanto questa cantante, Mahalia Jackson in :
We shall overcome

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5 risposte a Tanto per non dimenticare

  1. giuba47 ha detto:

    Ne avevo paralto anch’io e bisognerebbe parlarne tutti i giorni. Di loro ci si occupa solo quando qualcuno delinque. Davvero è un’umanità molto povera quella che ci circonda. Grazie, Giulia

  2. passatorcortese ha detto:

    Questa è una parte dell’italia vera! Sommersa, a cui si accenna ogni tanto timidamente, ma non si accennerà più per un bel pò, la vera faccia della nostra società, dove il dio denaro calpesta ogni residua forma di umanità!

  3. Soriana ha detto:

    Purtroppo, care Giulia e Passatorcortese, le cose di cui bisognerebbe parlare tutti i giorni, che non bisognerebbe dimenticare, diventano, ogni giorno, appunto, più numerose.

    Milvia

  4. anonimo ha detto:

    Ci si accorge della loro esistenza solo se ci costringono a farlo e di malavoglia,poi si volta pagina…per non dover rischiare di sentire un sussulto “umano”:in questo mondo faccio proprio fatica a vivere!Grazie
    Tinti Baldini

  5. Soriana ha detto:

    @Tinti: la fatica di vivere è un disagio comune, cara Tinti. Purtroppo sono certa che non la avvertono ma proprio quelli che questo disagio procurano. Ma noi andiamo avanti, vero?
    Un abbraccio
    Milvia

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