Non è più tempo di eroi?

robertemartin

Il 6 giugno 1968 incontrai un amico: ero in Piazza Malpighi, e, finite le lezioni, stavo aspettando il filobus che mi avrebbe riportato a casa. Mauro mi abbracciò e mi disse: Hanno ammazzato Bob.  Non gli chiesi: "Bob?  Quale Bob?"  Lo capii subito. Avevamo passato molte serate parlando di Bob Kennedy, soprattutto dopo il suo discorso fatto in occasione dell’uccisione di Martin Lhuter King. Forse eravamo degli illusi, ma credevamo in lui, nelle sue parole. In lui e in pochi altri. In lui e in noi stessi, in quel movimento di ribellione e di sogni e di voglia di cambiamento che come un vento vitale stava attraversando il periodo che stavamo vivendo. Credevamo di tenere fra le dita la Verità, la formula magica per cambiare il mondo.  Nell’arco di due mesi e due giorni ci avevano privato di due punti di riferimento.
Continuò a tenermi abbracciata, Mauro. Mi era venuto freddo, anche se nella piazza, adornata dalle antiche tombe dei glossatori, il sole continuava a riscaldare le pietre.

Per ricordare quel giorno, per ricordare Robert Kennedy, per ricordare l’uccisione dei sogni che riempivano i nostri cuori quarant’anni fa  riporto stralci di un bell’ articolo-intervista  apparso su Repubblica e firmato da Mario Calabresi: Funeral train, le foto perdute del lungo addio a Bobby Kennedy. L’intervistato è Paul Fusco, fotografo di Look Magazine, rivista bisettimanale con una storia illustre. Fusco accompagnò il feretro di Bob dalla Penn Station, a New York, fino alla Union Station di Washington.

Fusco racconta lentamente e con voce bassissima, muove molto le mani e spesso strizza gli occhi per ricordare. "Era l’8 giugno, un giorno caldissimo, un anticipo d’estate. Il viaggio durò più di otto ore attraverso cinque Stati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Maryland. Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell’America, è durato un’intera giornata, era fatto per il popolo. Era il funeral train".

Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia".

Tutto scorre lungo il finestrino, Paul Fusco ferma quasi duemila ritratti, si vedono bambini scalzi, genitori con i neonati in braccio, pensionati con il cappello, coppie vestite con l’abito della festa, boy scout, donne in lutto, ragazze con vestiti coloratissimi, come voleva la moda alla fine degli anni Sessanta, suore che accompagnano le allieve di un collegio femminile, ragazzi seduti sulle motociclette, vigili del fuoco, famiglie in piedi sul tetto dei furgoncini, anziani che aspettano seduti sulla sedie a sdraio, uomini in bilico su un palo.

"Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio. Vedevo mille inquadrature possibili, non avevo tempo per pensare, per aspettare, dovevo reagire al volo. Le mie macchine non avevano il motore e io mi ripetevo soltanto: "Dai, scatta, scatta, scatta"".

Si vedono bambini piccoli che si sforzano di capire cosa sta succedendo, ragazzini che ridono, sollevano biglietti scritti a pennarello, sventolano bandiere a stelle e strisce. Si scoprono i cortili delle case, i giardini, periferie fatiscenti. Si vede una popolazione di tutti i ceti sociali, molti sono i neri. C’è chi si mette la mano sul cuore, chi fa il saluto militare, chi ride, chi tira fiori, chi si tiene la testa tra le mani, chi si inginocchia, chi prega.

Verso il tramonto inquadra una famiglia di sette persone disposta in ordine d’altezza e di età, a sinistra la più piccola dei cinque figli a destra la madre, poi il padre. Tutti sull’attenti con la testa bassa. È la foto che meglio restituisce la malinconia dell’addio.dome_13071516_44460

La luce cala, le fotografie cominciano ad essere mosse, sgranate. "Avevo una pellicola Kodachrome, quella che amavo di più, ma era lenta e cominciai a preoccuparmi mentre vedevo il sole scendere". I volti si fanno sempre meno riconoscibili: è la dissolvenza di una storia, di una vita, del sogno americano.

"La mia immagine preferita è quella in cui si vedono un padre e un figlio su un ponticello di legno che salutano portandosi la mano alla fronte, dietro di loro la madre ha la mano al petto. Il giovane è a torso nudo, hanno i capelli arruffati. este_01094543_47440Quella è la foto simbolo dell’America dopo l’omicidio di Bobby: quella famiglia era povera, combatteva per sopravvivere e vedeva passare via la possibilità di una vita diversa. I Kennedy avevano dato speranza alla gente e ora quella gente vedeva tramontare il sogno. Se ne andava con quel treno, era chiuso in quella bara".

Dopo aver letto l’articolo mi sono chiesta: potrebbe succedere anche oggi? Quale feretro che attraversasse per esempio l’Italia, potrebbe suscitare una simile reazione? La figura  reale, o pur anche immaginaria dell’eroe, può essere oggi rappresentata da qualcuno?
Alla parola eroe, oggi come oggi, mi sento di associare solo la figura di chi, fra difficoltà esistenziali ed economiche, cerca di vivere o meglio di sopravvivere, con onestà. Di chi cerca di resistere nell’immondizia prodotta da questa povera, morente civiltà.  A loro, a tutti quelli che ancora hanno speranza, e coraggio, e ideali, dedico:

We Shall Overcame

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6 risposte a Non è più tempo di eroi?

  1. cristinabove ha detto:

    non potevi scegliere di meglio per questo commovente articolo.
    ho ancora i brividi.
    ma sono anche molto sconsolata…non vedo vie d’uscita.
    l’unica nota positiva è che ci sia qualcuno che non dimentica e che fa di tutto perchè non si dimentichi.
    ciao
    cri

  2. ReAnto ha detto:

    ..quello di Silvio no di certo !

  3. EosDea ha detto:

    Gran bell’articolo Milvia. E due foto stupende. L’aspetto più triste della nostra società oggi, é che l’illusione ha preso il posto dei sogni e non riusciamo più a piangere nè per la loro scomparsa nè per noi stessi svuotati del bisogno di averne. Il funeral train é un convoglio arrugginito, ormai fermo, su binari fantasma.
    robin

  4. winyan ha detto:

    bell’articolo Milvia, si è proprio così un america come quella è andata perduta quel giorno, il film ultimamente uscito ne delinea bene l’atmosfera, Bob , molto più di Jack, avrebbe dato una svolta alla politica americana. Grazie per aver ricordato questo evento, il funeral train delle speranze ancora gira per gli states e per il mondo carico di morti ammazzati ingiustamente, e quasi nessuno sta ai margini delle rotaie a salutarlo.
    ciao,
    maria.

  5. RenzoMontagnoli ha detto:

    In Italia si ama applaudire ai funerali senza rispetto per i morti e d’altra parte non si può pretendere di più in un paese che non ha rispetto per i vivi e i cui abitanti non hanno rispetto nemmeno per se stessi, al punto di osannare chi li prende per il culo.

  6. Soriana ha detto:

    @Cri: eppure dobbiamo non far morire la speranza, cara Cri. Per i nostri figli, per il loro futuro.

    @Antonio: non ci giurerei…D’altra parte la maggioranza degli Italiani lo ha votato…

    @Robin: sai, forse più che l’illusione, è la delusione che ha rimpiazzato i sogni. La delusione e la depressione, che ci hanno come paralizzati.

    @Maria: pure io ho pensato a quel film, leggendolo. La gente, noi tutti, abbiamo ormai imparato a girare il viso da un’altra parte, e il nostro sguardo e la nostra coscienza/incoscienza, vengono catturati da altro.

    @Renzo: vedo che anche tu, come me, detesti gli applausi ai funerali…Che stupida, direi oscena abitudine… Hai una perfetta visione della società odierna…Però, come ho scritto a Cristina, bisogna comunque non uccidere la speranza.

    Grazie a tutti per i bei commenti.

    Milvia

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