Due lettere e un raccontino/riflessione (terza e ultima parte)

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Il silenzio dei sottomessi

Da oltre vent’anni, ovunque mi trovi, in un ufficio o in una fabbrica, comunico a chi lavora che suo diritto sarebbe percepire lo stesso stipendio lavorando quattro ore al giorno. Perché quattro ore al giorno? per poter dedicare l’altra mezza giornata alla vita, alla propria vita!
Tutti, da oltre vent’anni, rispondono: “Magari.” E io aggiungo: “Il primo diritto di ogni essere umano è quello di vivere, avere il tempo per stare coi propri figli, coi propri amori, con se stessi, con le proprie aspirazioni.
Non è ammissibile, da nessun punto di vista, investire l’intera giornata nel lavoro, dato che si vive una sola volta nell’arco dell’eternità.”
Tutti mi guardano come se per un attimo si svegliassero da un sonno crudele.
“Eh già”, mormorano, “ i miei figli li conosco così poco…”
Oppure: “La sera arrivo a casa stanca e mi tocca ricominciare a lavorare.”
Ma poi tutti tacciono, impauriti dall’ipotesi di perdere il poco che hanno, se tentano di difendere il loro diritto al tutto.
Mi domando quale sia il delitto compiuto dalla gente per essere costretta a vivere un invisibile ergastolo.
l’incubo del lavoro quando non c’è, l’incubo del lavoro perché c’é.
Nessuna via di scampo.
Schiavo non è tanto chi ha le catene ai piedi quanto chi non è più in grado di immaginare la libertà.

Le nuove tecnologie hanno accorciato enormemente i tempi produttivi, ma non hanno diminuito la voracità di chi organizza la produzione.
Gli Stati occidentali pongono come obbiettivo centrale della loro stessa esistenza la diminuzione del cosiddetto “debito pubblico”, progetto fantasmagorico dato che nessuno spiega le ragioni di tale debito. Così, paradossalmente, ogni cittadino si trova a sua volta ad avere come obbiettivo centrale della propria esistenza i propri debiti privati, a sua volta contratti per dare un minimo di senso alla propria condizione.
Gli Stati orientali sono, a loro volta, fortemente indebitati con gli Stati occidentali ecc.
Così sfuma sul pianeta il progetto di organizzare la produzione e gli orari di lavoro a beneficio dei più, e l’abbrutimento diviene anch’esso invisibile fino a considerare l’attuale organizzazione dell’esistenza come l’unica, la sola possibile.
Ricordo il dialogo avvenuto qualche anno fa con un industriale del tondino, certo Busi, proprietario di un’immensa fabbrica non lontano da Brescia.
“Lo sa che i suoi operai renderebbero il doppio se lavorassero quattro ore invece che otto?”
“Certo che lo so, ma non sarebbero più operai.”
“Sarebbero degli esseri umani?” azzardai io.
“Con tutto ciò che ne consegue…”
E il re del tondino cancella ogni pudore con un sorriso furtivo e tagliente.
Pochi mesi dopo è morto, anche lui senza aver mai vissuto.


(Da : "Il ballo degli invisibili"  Edizioni L’immagine gennaio 2007)

E Qui
Silvano Agosti esprime un altro sui concetto. Vi dirò, a me, questo Silvano Agosti piace proprio…

Ma ora un po’ di musica:
Utza tza

E se volete conoscere questo eccezionale gruppo entrate qui
Acquaragia drom

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4 risposte a Due lettere e un raccontino/riflessione (terza e ultima parte)

  1. glodalessandro ha detto:

    “Schiavo non è tanto chi ha le catene ai piedi quanto chi non è più in grado di immaginare la libertà.”

    Son “incatenata” da questa frase. e credo che mi frullerà in testa per parecchio tempo….

    Grazie.
    Un abbraccio Glò

  2. Soriana ha detto:

    Sai, Glò, è la stessa frase che ha colpito tanto anche me.
    Ti abbraccio.
    Milvia

  3. zuccapelata ha detto:

    ho scoperto Agosti solo recentemente. Non è difficile capire perché nonostante la sua bravura (è davvero uno straordinario regista e sceneggiatore) le sue cose non siano mai uscite da una cerchia assai ristretta. Sob!

  4. Soriana ha detto:

    La prima volta che mi sono imbattuta nel nome di Agosti è stato vedendo in Tv il suo bel film (credo conosciuto da pochi) “Uova di garofano”. Poi l’ho incontrato a una Fiera del libro, e quello che diceva mi ha incantato. Ti consiglio il libro da cui ho tratto il racconto. Non sarà un capolavoro letterario ma contiene davvero tutta l’anima del suo autore.

    Milvia

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