In bilico

I-36047~Cieli-d-Africa-PostersIn bilico

C’è silenzio. Un silenzio pulito che si estende dai campi fino all’orizzonte, dove le colline, con le dolci cime arrotondate dal colore bruno, gli riportano alla mente le pesanti mammelle delle donne africane.
C’è un odore di stoppie bruciate, nell’aria, residuo di fuochi serali dei contadini.
Macchie rosse spezzano a tratti il dorato delle spighe, come cuori scoperti.

Da bambino ne raccoglieva a mazzi, di papaveri. Poi, mentre si affrettava a portarli alla madre, i petali si staccavano e cadevano a terra, e lui si trovava a stringere in mano un insieme di gambi pelosi con quella specie di grumi neri in cima, come oscene figure umane stilizzate. Ma la madre gli dava ugualmente un bacio, e con un fazzoletto gli toglieva le lacrime dal viso.

In fondo, così lontana da parere un miraggio, sta la casa. Bianca, squadrata.
Potrei starmene sempre qui, a riempirmi di silenzio… Ma è un pensiero incrinato, il suo, che gli esce come un singhiozzo. Sa di aver sempre fatto scelte sbagliate, nella sua vita. Ora si chiede a che serve essere tornato qui, essersi fermato su questa strada bianca, poco più che un viottolo, che ha impolverato la carrozzeria lucente dell’automobile. Se ne sta in piedi, quasi in bilico sull’orlo del fossato che divide la strada dai  campi.
A guardare. A ricordare.
Erano trentaquattro anni che non veniva da queste parti. E gli sembra che non sia cambiato nulla. Non solo nell’immobile paesaggio che lo circonda, ma anche dentro di lui.  Ancora sente quel malessere, la dolorosa impressione di essere nel posto sbagliato. Un disagio che gli crea una sorta di prurito interiore.
L’ampia estensione dei campi, il confine lontano che va ad appoggiarsi ai piedi delle colline, gli rammenta ancora una volta l’Africa. Anche se qui la terra non ha quel colore rosso come foglie d’autunno. E pure la luce è diversa: una fredda carezza, questa luce dell’alba che ora lo sta avvolgendo, meno irruente di quella africana, che pareva risucchiargli anche i pensieri.

L’Africa, un tempo, gli era sembrata l’unica meta possibile. Le verdi colline di Hemingway, Karen Blixen… Ecco perché se ne era andato da quella casa bianca, appena presa la laurea in medicina, nonostante i pianti di sua madre e le labbra del padre serrate dalla delusione e dalla rabbia.
Ma si era reso conto ben presto che l’Africa era una terra crudele, impietosa. Quasi sempre quelli che si presentavano all’ambulatorio non gli sembravano neppure esseri umani, da come erano ridotti. La maggior parte delle volte gli portavano vecchi che erano già in agonia, o donne con il pus che gli mangiava il ventre per un parto mal riuscito. I bambini, poi, morivano a decine per mancanza di cure adeguate. Aveva imparato a volgere gli occhi altrove, davanti allo sguardo di disperata rassegnazione di una madre. Capitava che arrivassero dei giovani, poco più che adolescenti, con un proiettile ficcato in corpo. Venivano gettati di notte dai loro compagni da un auto che rallentava appena. Pochi di loro superavano l’alba.
E a mano a mano che il tempo passava lui si era accorto che gliene importava sempre meno di tutti quei morti. Nelle notti in cui era particolarmente stanco, si era trovato a sollecitare la morte a mezza voce, che se lo venisse a portar via, quel vecchio, quel ragazzo, quel bambino, ché lui crollava dal sonno e per la frustrazione. Era come se la vena di crudeltà  che alimentava quella terra avesse iniziato a poco a poco a intossicarlo, entrando attraverso i pori della pelle, mischiata al sudore e al senso di impotenza. Dormiva sempre male, nonostante la stanchezza. Sotto le palpebre chiuse si mischiavano immagini di sangue e sporcizia, di mosche e di ratti, cui si alternavano i visi della madre e del padre, immobili, senza espressione alcuna, busti di pietra o sale. Effigi cimiteriali.

L’aria sta cominciando a riscaldarsi. Si sfila la giacca, apre lo sportello dell’auto e distende l’indumento sul sedile posteriore, accanto a una busta bianca intestata. Si siede un attimo al posto di guida. Giocherella con la chiave dell’accensione. Nello specchietto vede riflesso il volto di un uomo dai tratti contadineschi, un viso largo, solcato da rughe profonde, la pelle scura sulla quale contrasta il colore grigio degli occhi. Sono il ritratto di mio padre, pensa. Ma senza la sua determinazione. Una rappresentazione mutilata, incompiuta. Avrei dovuto fare il contadino anch’io. Ho tradito anche il mio viso.
Gli salgono alle labbra parole sacre: Padre, perché mi hai abbandonato?  Gli viene da ridere, amaramente:  non il padre, ma è stato lui, il figlio, che ha abbandonato ogni cosa. In maniera irreversibile. Della morte dei suoi l’ha saputo tre giorni prima, da quella lettera che sta lì dietro, accanto alla giacca. Non sa neppure dove siano le loro tombe, in quale zona del cimitero. Se qualcuno gli chiedesse perché non sei mai tornato, non saprebbe che dire. Forse risponderebbe: per vergogna, per non guardare i loro occhi. Perché mio padre mi avrebbe sputato in faccia e poi sarebbe morto.

Quando aveva capito che il lavoro all’ambulatorio avrebbe finito col distruggerlo, lo aveva lasciato. Aveva scritto alla madre, con una scusa rabberciata si era fatto mandare dei soldi. Non dire niente al babbo, mandamene dei tuoi. Aveva cominciato a vagare per il Paese. Senza una meta precisa. Stava un giorno, poi andava, come se stesse sfuggendo a se stesso.
Una sera, proprio quando aveva deciso di vestire i panni del figliol prodigo e ritornarsene a casa, aveva conosciuto un uomo.
Davanti a due birre ghiacciate, quello  si era presentato. Era un medico belga, da molto tempo in Africa. In Belgio aveva avuto anni prima un petit accident e non poteva più esercitare. "Je m’enfiche," gli aveva detto, "ci sono altri modi per vivere."  "Per vivere molto bene", aveva aggiunto. Anche qui, nella merde. Soldi e putaines, cosa puoi volere di meglio…
La scarsa luce del locale creava ombre inquietanti su quel viso affilato. Ma la voce aveva un tono sicuro e rassicurante. L’uomo sembrava fottersene altamente delle miserie, delle bidonville, della crudeltà che lui ravvisava in quella terra.  Ne era rimasto affascinato.
La Volpe, dice ora a voce bassa, ricordando. Dentro di me l’ho sempre chiamato la Volpe.
 La terza sera, al quinto boccale di birra, la Volpe aveva cominciato a parlare di traffici, i miei espedienti per vivere in Paradiso, li chiamava. “E’ facile, così facile che non te lo puoi neppure immaginare”, gli aveva detto. "C’est très facile…" continuava a ripetere. Armi, medicinali, avorio. Il mercato era ampio. Si tu veux…
Lui aveva pensato al biglietto aereo chiuso nel cassetto del comodino nella squallida camera d’albergo. L’impiegata dell’agenzia di viaggi aveva fatto l’impossibile per procuragli un posto per la domenica successiva. Pensò ai suoi. Al  nuovo campo che avrebbero voluto comprare per ampliare la coltivazione, ai soldi che avevano speso per portarlo fino alla laurea.  Ma si disse anche che quella laurea era stata il sogno di suo padre, e non il suo. Del padre, per riempirsi le labbra delle parole  mio figlio dottore, all’osteria.
Aveva chiesto tempo. Ma sapeva di avere già deciso.

Ora, mentre si accende una sigaretta, lo sguardo corre ancora una volta a quella casa bianca. Il sole si sta innalzando nel  cielo. I suoi raggi si riflettono su un aereo, che con il suo rombo sordo spezza il silenzio perfetto. Leva lo sguardo, ripetendo il gesto che faceva da bambino. Allora ben pochi aerei sorvolavano quei campi, ma ogni volta che accadeva sentiva quel fremere, dentro, quel desiderio di andare.

Dall’ Africa era fuggito in fretta e furia il giorno in cui il corpo del belga era stato trovato ficcato in fondo a un vicolo. Con un proiettile piantato in mezzo agli occhi.
Ma non era tornato in Italia. Era stato anni senza dare notizie ai suoi.
Anche se ogni giorno, quando si svegliava (quanti letti in città diverse, quante albe dalle diverse luci…) si diceva: oggi, oggi li chiamo. Ma veniva sera, e sopraggiungeva un’ennesima notte inquieta, e la mattina, quando si svegliava, ancora si diceva: oggi, oggi li chiamo. Centinaia, migliaia di notti. Migliaia di giorni, milioni di traffici. Lavori sporchi. Soldi. Puttane.
Non tutte.
Non tutte puttane.
Arianna, incontrata per caso nel mezzo di un mattino berlinese.
Un mattino di neve, la luce color ghiaccio, un viso riflesso in una vetrina. Che bella, la neve. E lui che si gira e si sente scivolare dentro quello sguardo che è come un’infanzia gioiosa, e: "sì," risponde," è bella la neve".
Nei diciotto mesi che erano stati insieme lui le aveva raccontato tutto. 
Delle scelte sbagliate, dei crimini, di come non sapeva più ritrovare, da anni, quel se stesso che era partito ragazzo per una esistenza certamente diversa da quella che poi si era trovato a vivere. Della casa bianca, dell’odore dei campi. Dei papaveri. Delle telefonate mai fatte. In quei diciotto mesi  lo sguardo di Arianna aveva smarrito per sempre la luce dell’infanzia, ma lei gli era rimasta accanto. Ti amo, gli diceva ogni volta che a lui si spezzava la voce, narrando.
Aveva deciso di dare una svolta definitiva alla sua vita. Aveva portato Arianna in Italia, in una cittadina del Sud  dove l’estate sembrava durare fino a Natale. Aveva trovato anche un lavoro, onesto, questa volta. E una sera aveva alzato la cornetta del telefono. La madre non era riuscita neppure a parlare, tante erano le lacrime. Il padre era stato in silenzio, in attesa di risposte a domande non formulate. Lui aveva lasciato solo un indirizzo, poi aveva riattaccato. Ma era stato comunque un inizio.

C’è soprattutto una cosa, che non riesce a perdonarsi: di non aver portato Arianna in un ospedale attrezzato al momento del parto.
Tutto sarebbe stato diverso, con lei vicino.  E con il bambino da crescere.
La casa al Sud, dove aveva trascorso i mesi migliori della sua vita, l’ha tenuta. Ci torna ogni due o tre anni, quando la nausea rischia di soffocarlo. Se ne sta ore sul balcone, a guardare il mare e  ad ascoltare voci che non ci sono,  risate di bimbo che non hanno mai rallegrato le stanze all’interno.
Poi riparte, e riprende i suoi lavori sporchi. L’unica cosa che gli riesce bene. Da qualche anno si è aperto un nuovo mercato: traffico di uomini e donne  disperati, che dall’est, inseguono il sogno di un destino migliore in una parte più civile dell’Europa.
Anche la civile Europa gli appare una terra crudele e predatrice, da un po’ di tempo.

La lettera del notaio è sul sedile posteriore dell’auto. La data è di quattro mesi prima. Ma lui l’ha trovata tre giorni fa, quando è tornato al paese della lunga estate.  Ora sa che non ci sono più telefonate da fare. Non ci saranno più propositi non mantenuti.  E sa anche che quella casa là in fondo, quella casa bianca, squadrata, ora è sua.

Si passa le mani sul viso. Gli torna in mente una scena che lo aveva colpito tantissimi anni prima. Era sul terrazzo di un albergo nel parco dell’Amboseli. Non troppo lontano diversi animali stavano abbeverandosi a una pozza d’acqua. C’erano gnu, zebre, antilopi, qualche bufalo, delle giraffe. Improvvisamente, quasi in sincronia perfetta, le bestie avevano alzato il muso, smettendo di bere. E piano piano avevano cominciato ad allontanarsi. Dal boschetto lì accanto  era uscita una iena, che lentamente, trascinando la coda sulla terra rossa, si era avvicinata alla pozza. Quando la bestia si era fermata per abbeverarsi, intorno non c’era più alcun animale. Sola, era rimasta assolutamente sola. 
Si ricorda ancora vivamente la pena e il senso di empatia che aveva provato per quella iena. Solo, reietto. Una iena, pure lui.

Il ragazzo compirà vent’anni fra un mese. Ogni anno lui si è ricordato il giorno della sua nascita. Il giorno del dolore senza consolazione.
 Non sa dove sia quel figlio veduto solo un attimo in una culla d’ospedale, guardato quasi con odio, con gli occhi abbacinati dal dolore. Chi lo avrà adottato? Come sarà? Come me? Come Arianna?  Domande che si è posto mille volte, ma più frequentemente in questi ultimi tre giorni.
"Si chiude qualcosa, si apre qualcosa, fine e inizio che formano un cerchio", sussurra mentre entra nell’auto e siede al posto di guida.  Mette in moto, e ancora non sa cosa farà. Forse non si aprirà nulla, si dice. Nel brusco avvio la lettera del notaio scivola sotto il sedile anteriore.
Forse non sono degno, padre…
La polvere della strada si alza e forma tutt’intorno una nuvola bianca.

Brian Eno: By this river

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11 risposte a In bilico

  1. cristinabove ha detto:

    Sempre bello questo tuo racconto.
    se le iene che ci stanno depredando fossero capaci di un solo barlume di questa coscienza, forse ci sarebbe ancora qualche speranza…
    buona serata, cara Milvia.
    cri

  2. anonimo ha detto:

    Mi pareva di conoscerlo già, e infatti… Ma l’ho riletto volentieri.

    Renzo

  3. Evaluna71 ha detto:

    c’è tanta poesia anche nella tua prosa, anche nel dolore ed in quel senso d’umana impotenza.
    ma tu hai voce e penna e sai gridare.

    bello Soriana.
    buonanotte

  4. RenzoMontagnoli ha detto:

    Comunicato del 6 ottobre 2008[..] Fra tanta cartaccia ogni tanto c’è un foglio buono, uno di quelli che trovi quasi per caso e ti chiedi come abbia fatto a finire sommerso da storie futili, anche scritte male. E’ una domanda che resta senza risposta o forse, pur cono [..]

  5. anonimo ha detto:

    Mi associo appieno a renzo e ringrazio per un poco di sano ossigeno!
    Tinti Baldini

  6. Soriana ha detto:

    Grazie, grazie a tutti!

    Milvia

  7. tristantzara ha detto:

    Ot:milvia,guarda il link da me.E’ importante anche per te.Molto.Sono 3 secondi.ciao

  8. accipicchia ha detto:

    Bel racconto, Milvia, un po’ di amaro in bocca, alla fine, ma la vita in fondo è così. Si acquista invece in consapevolezza, e non è poco. Un abbraccio. Piera

  9. silvialeonardi ha detto:

    Oh Milvia, che splendido racconto. Non lo conoscevo, l’ho apprezzato tanto. un abbraccio

  10. ElysSun ha detto:

    Ciai Milva! Bello e intenso questo racconto. Le immagini dell’Africa sono davvero vivide, vive. Riuscivo a vederle mentre leggevo. Perchè non lo trasformi in un romanzo breve o lungo? Secondo me ne uscirebbe fuori una gran cosa! ^__^

  11. Soriana ha detto:

    Grazie Piera, Silvia e ElysSun!

    @ElysSun: sai, me lo hanno detto anche altre persone, che questo racconto potrebbe diventare un romanzo breve…A frenarmi c’è il fatto che non saprei descrivere bene i traffici illeciti in cui viene coinvolto il protagonista.
    Alla scena dell’abbeveraggio ho assistito tanti anni fa, forse è questo il motivo per cui mi è venuta benino. E ricordo che provai pena per la iena, anche se, a differenza del mio personaggio, non mi identificai in essa.

    Ciao a tutti, e buona notte.

    Milvia

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