Appuntamenti

griglia_dicembre08
Oggi inizio il post con stralci di lettere dal Vietnam, sempre per continuare a portare avanti il nostro no a tutte le guerre e alle loro celebrazioni. Continuate a scrivere pure voi, amici cari.
Scrive Clyde nell’ agosto 1967 dal Vietnam: «Cari mamma e papà. Sono appena tornato dal campo e avrei voluto non esserci mai stato. Ho chiesto di andarmene e forse lo otterrò. Tornerò a casa prima o poi. Se non riesco a ottenere il permesso credo che diventerò pazzo». E lo stesso Clyde, in un’ altra lettera dell’ anno successivo, aggiunge: «Qui sta peggiorando tutto. Spero solo che più persone possano rendersi conto quanto marcia sia la guerra»

Larry 21 anni, racconta della sua voglia di ritornare a casa.E’ stanco di pilotare aerei.Purtroppo questa lettera precederà di 24 ore la sua morte.
11-Sept.-69
Cari mamma e papà,
Per non tirarla a lungo, mamma, verrò abbastanza presto a casa .Ho deciso che rinuncerò a fare il pilota, ne ho abbastanza. Ho inviato una lettera al comando, presto saprò se accetteranno la mia decisione. Ora ho abbastanza carta per voi. Ho pilotato 1500 ore ed in quelle ore potrei raccontarvi la storia di una vita. Sono stato ancora segnalato per una medaglia; ho visto cose che credo nessuno mai immaginerebbe di vedere nella sua vita. Ecco perchè ho intenzione di rinunciare al mio servizio di pilota. A volte mi capita di sognare la mano di Valerie che mi che dice di tornare a casa; ma una volta sveglio mi ritrovo davanti sempre il sergente che mi dice che devo tornare a volare. Oggi è il mio ventunesimo compleanno, tornerò a casa più vecchio.
Vi voglio bene.
Larry

Appuntamenti

 La data è evidenziata in giallo sul calendario. Lo  schizzo scarlatto di sugo al pomodoro sembra un punto esclamativo posto vicino all’ora, scritta con un pennarello blu.
La radio sta trasmettendo il notiziario delle tredici. Altri morti in Iraq, altri morti sul lavoro, le idiozie dei politici, una coppia di belli e famosi che ha rilasciato una conferenza stampa per annunciare di essersi definitivamente lasciati.
“De-fi-ni-ti-va-men-te” sillaba fra sé Valentina “in maniera irreversibile, inappellabile, 
senza revoca, inconvertibile.”
Lo sguardo cattura la data: 22  dicembre San Demetrio ore 9. E quella rossa macchietta che la puntualizza. Anche se la macchia risale a qualche mese prima che la data fosse evidenziata.
Ha cominciato a cadere una pioggia sottile. Chissà che tempo farà, fra due giorni…
Come mi vestirò?
Potrei mettermi il giaccone di pelle, mi stava così bene quella volta a La Spezia, però c’era il sole, quel giorno, Francesco stava seduto  fuori da un bar in quel vicolo stretto, tutto stravaccato e  la luce gli batteva in faccia, e la foto che gli ho fatto è venuta malissimo e io l’ho cancellata, anche se lui protestava. Ma io ho pensato che il suo viso era così bello e dolce  e la foto non gli rendeva merito. E dopo siamo andati a Portovenere, in quell’albergo tutto rosa, e abbiamo fatto all’amore per l’intero pomeriggio.
Sembra ieri.
E sono passati due anni, invece. E’ stato il Natale di due anni fa, esattamente.
Comincia a sparecchiare. Una fondina, un piatto, una forchetta, un coltello, un bicchiere. Un attimo, e tutto è riordinato.
Le note malinconiche di un fado avvolgono la cucina.
Fuori il mare è di un grigiore senza respiro, la auto rilasciano una scia di suono, correndo sull’asfalto bagnato.
Valentina prende la spugna, la passa sul piano di marmo del tavolo, poi la posa lì, proprio nel centro, e si siede.
Si guarda le mani.
L’anulare della sinistra ha una piccola striscia bianca di pelle, che spicca sulla cute ancora abbronzata.
Chiude gli occhi. Appoggia la testa sul tavolo, sulle braccia incrociate.
I pensieri arrivano, si urtano, formano un’onda. Un’onda alta tre anni.
Quando è stato che tutto ha cominciato a sdrucciolare? 
Forse all’inizio dell’estate, quando lui ha perduto le chiavi e lei gli ha fatto quella scenataccia?
Forse a Pasqua quando lui si è dimenticato di ritirare i biglietti dell’aereo, e lei si è chiusa in un gelido silenzio di tre giorni, interrotto solo dal ritornello : “Potevamo essere a Siviglia, adesso, ma tu, al solito…” ? 
Forse quando lei…
E per così poco, per queste inezie, per questi inciampi, ora, fra due giorni…
E le risate, dove sono finite? Quando ha smesso, lei, di sorridere del disordine di Francesco e ha iniziato a giudicarlo, passando da una tenera ironia a un rimprovero costante e feroce? Lei, sempre precisa, puntuale, ordinata, metodica. Maniacale? Noiosa? Orizzontale?
Lui, disordinato, pasticcione, scompigliato, caotico. Fantasioso? Creativo? Verticale?
Eppure, eppure erano felici, facevano un sacco di cose insieme, andavano al cinema almeno una volta alla settimana. Certo, trovare un film che piacesse a tutti e due non era sempre facile, con la robaccia che c’è in giro, ma alla fine lei riusciva a trovare sempre qualcosa, magari nel cineclub del paese vicino, e quasi sempre la sua era una buona scelta. Forse, chissà, se qualche volta avesse lasciato scegliere a Francesco…
Ma no, non può essere per quello.
Facevano altre cose insieme, stavano bene, insieme.
La barca a vela, per esempio.
Era stata certa che a lui sarebbe piaciuta la crociera nell’Egeo. Lei aveva cominciato ad andarci, in barca, fin da piccolissima, con i suoi. Amava il mare, il rumore delle vele tese al vento, i tramonti nel pozzetto quando le parole escono piano dalle labbra, e il corpo è rilassato, e ti senti veramente fare parte di un grande ordine. Francesco aveva sofferto di mal di mare i primi dieci giorni, ma gli ultimi cinque era stato bene. Poi lei glielo diceva sempre che il mal di mare era solo una suggestione, una fissazione mentale. Era stato veramente male, però i primi dieci giorni.
Ma la montagna, a lei, non piaceva proprio.
Gia: orizzontale, verticale.
Veramente, l’inverno scorso, l’avevano anche prenotata una stanza in montagna; ma poi il suo capo le aveva chiesto di andare ad Amsterdam da un cliente importante, e lei aveva appena avuto quell’insperata promozione, e non poteva certo rifiutarsi di andare. Francesco era rimasto a casa, aveva detto ok, ok, sarà per un’altra volta, non preoccuparti. E si erano telefonati tutte le sere, e lui le aveva sussurrato quelle parole che a lei piacevano tanto, le parole dell’intimità, le parole che le diceva fra le lenzuola. O forse no? Forse le aveva parlato solo del tempo e della gatta dei vicini che aveva partorito.
Poi, quando era tornata, aveva trovato l’appartamento che era un casino, i calzini del marito sparsi ovunque, le tazze della colazione sul tavolo del computer, i piatti maleodoranti dimenticati nella lavastoviglie. Aveva appoggiato la valigia a terra, si era tolta il cappotto e aveva cominciato freneticamente a mettere tutto a posto, arrabbiatissima, mentre lui le stava intorno come un cucciolo goffo, cercando di abbracciarla. Dopo cena, però, si era quietata, e gli aveva raccontato dello smagliante successo della sua trattativa con il cliente, di quanto lei fosse stata apprezzata da tutti. Lui si era addormentato sul divano, ma lei aveva capito: in fin dei conti anche lui lavorava, anche se aveva meno responsabilità. Addetto a non so cosa in una piccola casa editrice, un lavoro senza dubbio dignitoso, ma lo stipendio era quello che era e se lei non avesse portato a casa tutti i mesi il suo bel gruzzoletto, addio vacanze in barca a vela, e visite a mostre lontane, e tutte le altre cose che rendevano così piacevole la vita.
Poi c’è l’altra cosa.
Un figlio. Quel bambino che Francesco aveva desiderato da subito, lei non lo voleva proprio.
Ne avevano parlato ancora alla fine dell’estate. Erano a tavola, nei piatti il sugo sugli spaghetti aveva cominciato a raffreddarsi, creando uno sgradevole alone arancione intorno alla pasta; lei aveva cominciato a irritarsi per l’insistenza di Francesco, poi aveva iniziato  ad alzare la voce, forse un po’ troppo?  Gli aveva detto che lui  non sapeva organizzare neppure la sua vita, figurati che padre sarebbe stato, che lui era un incapace, gli aveva detto, un fallito,  e Francesco aveva preso il piatto, con gli spaghetti e tutto e l’aveva scagliato a terra.

Risente il suono della porta che sbatte contro lo stipite.  E il silenzio che ne è seguito. Nonostante la radio sempre accesa quel silenzio di ghiaccio continua a essere presente, da quando Francesco se ne è andato. L’accompagna nelle notti solitarie, quando se ne sta a letto con gli occhi spalancati nel buio, e anche le lenzuola sono gelide come il silenzio.
Francesco, dice piano, e si accarezza una guancia, come se la volesse fare a lui, una carezza.
Apre il cassetto del tavolo e cerca il pennarello nero, quello con cui scrive  diligentemente data, quantità e contenuto sui sacchetti di cibo da riporre nel freezer.
Scosta la sedia, si alza. La data, quella dell’appuntamento con l’avvocato, è ancora lì, bella chiara, scritta con la sua ordinata, sottile calligrafia.  Basterà tracciarci una grossolana croce sopra, per far tornare indietro il tempo?

Francesco toglie un foglietto stropicciato dalla tasca della giacca. Lo spiega e legge: 22 dicembre ore 13, prima prova teatro. Sorride, suo malgrado, e mette il foglio nel portapatente. Butta la giacca sulla cassapanca, cerca di camminare in punta di piedi, mentre si dirige verso il soggiorno: non vuole svegliare i suoi.
Si siede sul divano e apre il fascicoletto. Molti brani sono evidenziati in giallo. E’ la parte che dovrà sostenere nella commedia, quella che deve imparare a memoria e che deve analizzare bene, sentirsela proprio di misura, per entrare nel personaggio. Così gli ha detto il regista. E’ un lavoro teatrale su una coppia in crisi, solo due personaggi, lui e lei. Una piccola compagnia amatoriale, quella che lo metterà in scena. Ma Francesco li conosce già da tanto tempo, e sa che sono bravi, anche se negli ultimi tre anni non ha seguito il loro lavoro. Sono giorni che sta sopra al testo, con scarsi risultati, però.
Ha smesso di piovere, era tutto il giorno che andava avanti quella pioggia uggiosa. E ora si è alzata una nebbia fitta che tinge di grigio il nero della notte. Francesco, dal divano, guarda quel muro opaco attraverso la grande porta- finestra del soggiorno. Sente il rumore della risacca.
Natale, fra meno di una settimana è Natale, pensa.  Tira un lungo sospiro, poi comincia a leggere.
“Non voglio le tue maledette giustificazioni, voglio che tu cambi, o almeno che tu cerchi di farlo.”

Cambiare. Glielo ha mai chiesto, Valentina? No, esplicitamente mai. Però, però quella volta che lui aveva lasciato scadere il pagamento del premio dell’assicurazione dell’auto, e avevano proprio avuto allora quel piccolo incidente, lei glielo aveva detto che doveva prestare più attenzione alle cose quotidiane, che avrebbe dovuto crearsi un ordine almeno mentale, e non essere sempre con la testa fra le nuvole.  E lui ci aveva provato, non poteva dire di non averlo fatto, ma c’era sempre qualche particolare che gli sfuggiva. Era stato sempre così, fin dall’infanzia. Scordino, lo chiamavano a scuola.

“ Credi che ripensare a come eravamo serva a qualcosa?”

Come erano loro due, prima? Erano due che stavano bene insieme, erano due che sapevano ridere di loro stessi, con ironia, con tenerezza.  Certo che lui ce l’ha messa tutta per corrodere la pazienza di Valentina. La volta dei biglietti, per esempio.  Pazzesco, si era preso l’impegno di andare in agenzia, ma poi… Era stato incantato da quel violinista sotto il portico, non la smetteva più di suonare ed era stato come calarsi nella magia di un mondo diverso, senza tempo. Ma intanto l’agenzia chiudeva, e così… Povera Valentina: ci teneva tanto a Siviglia. Ma quella musica lui la sente ancora nelle orecchie. La lalala lalala lalala…

“Sai quando ci si rende conto di essere arrivati ad un punto senza ritorno, sai cosa significa? Significa che non puoi tornare indietro, ed è questo che ci sta capitando.”

Il punto senza ritorno ha un rumore, quello di un piatto che si frantuma sul pavimento. Quel giorno non gliel’ha più fatta a contenere la rabbia, Valentina gli ha detto… non se lo ricorda nemmeno cosa gli aveva detto, ma lui ha visto come un lampo, davanti agli occhi, ha preso il piatto e lo ha scagliato a terra. Poi è uscito, riuscendo a intravedere, prima di sbattere la porta, Valentina che si affrettava a prendere la paletta e la scopa, per ripulire subito quel macello.
E lui non è più tornato.

“Se tu mi avessi amato sul serio, avresti fatto delle rinunce, bisogna pur rinunciare a qualcosa, nella vita.”

Se doveva essere sincero con se stesso quando aveva rinunciato a qualcosa, lo aveva fatto sempre con ostilità, pur cercando di nasconderla. E forse Valentina se ne era accorta. Non era certo colpa di sua moglie se la vacanza in montagna era andata a farsi fottere. Lei aveva il suo lavoro, ed era stata costretta a partire per Amsterdam. Si sobbarcava un mucchio di cose: il lavoro, la casa sempre perfetta, lucida. No, un bambino non ci stava proprio, in quel quadro.
Però lui lo desiderava tanto, un figlio.
Però, se non avesse così insistito…chissà…l’altro appuntamento, quello non segnato da nessuna parte, se non nella sua testa, chissà, forse, fra due giorni, quell’appuntamento non esisterebbe.

Francesco richiude il copione. Non vuole calarsi in quel personaggio, questa sera.

Il calendario è un rettangolo grande. Contiene tutti i giorni di quell’anno che ormai ha il tempo contato.
Valentina sta bevendo il caffé. Le stoviglie del pranzo e della cena del giorno prima sono abbandonate nel lavello. Non ha avuto voglia di riordinare. Non cade certo il mondo per questo.
Guarda l’orologio: due ore, mancano due ore all’appuntamento.
E poi?
Ma lei riuscirà ad arrivare anche solo alla fine dell’anno, senza Francesco?

Francesco sta bevendo il caffèlatte. Guarda l’orologio: mancano quasi quattro ore alle prove della commedia. E lui non si sente per niente pronto.
All’altro, di  appuntamento,  mancano meno di due ore.
E  poi?
Cosa farà, lui, per tutta la vita, senza Valentina?

Al cellulare di Valentina l’utente risulta non reperibile.

Al cellulare di Francesco l’utente risulta non reperibile.

Ancora.

Ancora.

Per tre volte.
   
Per tre volte.
   
Poi, finalmente, la voce di Francesco.

Ornella Vanoni: L’appuntamento

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8 risposte a Appuntamenti

  1. isabel49 ha detto:

    Mi ha emozionato la lettera del pilota giovanissimo poi deceduto. Quante vite umane sprecate, vorrei che andassero loro, i governanti in prima linea a morire.
    Il racconto di Francesco e Valentina è scorrevole e ben narrato. Le tue pubblicazioni sono sempre intense e vanno lette tutte d’un fiato.
    Felice serata.

  2. RenzoMontagnoli ha detto:

    Comunicato del 28 ottobre 2008[..] Una…miscellanea di su rossiorizzonti. . Ancora da Morgan. Assunta Altieri chiede che . Sono senz’altro d’accordo con il respingere una riforma che deforma, che disallinea, che fa tornare indietro almeno di un secolo, ma cong [..]

  3. ElysSun ha detto:

    Il racconto mi è piaciuto molto, però poi come va a finire? Si rimettono insieme? Divorziano? Non mi puoi lasciare cosìììììììì! Mi piace come hai reso i punti di vista dei personaggi. Valentina mi sta antipatica, tutta ‘sta perfezione grrrrrr! Mentre Francesco mi sa di cucciolo smarrito….e io ho sempre un debole per i ragazzi così! ^__^

  4. cristinabove ha detto:

    letto d’un fiato, bellissimo!
    mi sono commossa alle lettere dei militari americani…lettere come queste saranno state scritte in tutte le guerre, eppure si continua a scatenarne, in tutto il mondo…c’è qualcosa di marcio in Danimarca, direbbe ancora qualcuno, solo che la danimarca è il mondo.

  5. puntogea ha detto:

    perdersi, ritrovarsi, oppure no.
    niente è sprecato, comunque, se ti fa mettere in discussione, se ti schioda dall’immobilità criminale delle certezze.
    è vita, al di là di come va a finire.
    è esperienza e lezione, e come tale positiva sempre.

    sulle lettere: angoscia, e dolore. dolore di madre e non solo.

  6. tristantzara ha detto:

    E siamo in Iraq e in Afghanistan.Anzi sono.Apocalypse now.

  7. Soriana ha detto:

    @Annamaria: Grazie, Annamaria. Un abbraccio.

    @Elys: Avevo infatti il dubbio che non fosse abbastanza chiaro, il finale… Beh, ti voglio rassicurare, Elys cara, a quanto ne so i due si sono rimessi insieme, e sia Francesco che Valentina hanno ripreso a sorridere dei loro difetti (ma io la penso come te, Francesco non aveva poi tanti difetti..) e forse forse stanno decidendo di avere un bambino.
    Grazie di tutto!

    @Cri: Grazie, Cri, soprattutto per lo sdegno, per il tuo essere sempre partecipe.

    @Gea, “immobilità criminale delle certezze”: bellissima questa frase. E condivido ogni cosa che hai scritto.

    @TristanTzara: Già. E per quelle cosiddette missioni di pace i soldi si trovano, anzi, ne hanno stanziati ancora di più.

    @Antonio: Grazie per la foto. E’ un terribile contributo che non ha bisogno di parole. Sarà questa la foto con cui aprirò il post che raccoglierà tutti i commenti.

    Milvia

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