Alla fine, restano solo croci…

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Forse sarete stanchi di vedere in questo blog immagini che evidenziano cimiteri di guerra: ma a pensarci bene, cosa rimane, di una guerra, se non queste croci, tutte uguali, allineate come soldati disciplinati?
Fino a sabato continuerò questa mia piccola campagna per dire no a tutte le guerre, no alla loro celebrazione, che da quando è iniziata si è arricchita dei vostri preziosi contributi. Domenica poi pubblicherò un post di riepilogo. Credo che possa essere interessante rileggere uno in fila all’altro tutti i testi, tutti i commenti che in questi giorni, amici cari avete lasciato qui.
E se fino a sabato volete lasciarne ancora, saranno, come sempre graditissimi.
Come graditissimo è questo racconto che mi ha inviato Renzo Montagnoli.
(E anche Renzo, come già saprete, da alcuni giorni sta conducendo la sua piccola
campagna contro la guerra

Croci di guerra
di
Renzo Montagnoli

       
La neve scendeva fitta a imbiancare l’altopiano; a tratti il vento sollevava dei mulinelli e finiva con l’accumularne di più in certi punti piuttosto che in altri. Si creavano così dei veri e propri cumuli, o meglio…
– Tumuli, sono tumuli!
Il Dottor Fritz Wiener si scosse a quel grido e volse subito il capo all’indietro.
– E lei chi è?
– Come chi sono? Io sono me.
Chi aveva detto quella frase senza senso era un uomo sulla cinquantina, di bassa statura, tozzo e anche un po’ panciuto.
– Ovvio che lei è lei. Forse è meglio che mi presenti io:
mi chiamo Fritz Wiener e vengo da Graz.
– Ostrega, parla bene l’italiano per essere un todesco.
– Sono austriaco e mia madre era italiana, di Brescia.
– Un mezzo sangue, allora.
– Non proprio, perché mio padre, che non ho mai conosciuto, era di Salisburgo e là sono nato.
– Venuto a sciare? La neve non manca.
– No, sono venuto a cercare.
– A cercare?
– Sì, una persona e per questo ho bisogno di una guida. All’albergo mi hanno detto di chiedere di Tony.
– Questa è fortuna! Tony sono me. 
Wiener rimase non poco perplesso a questa affermazione, perché chi gli era davanti, più che una guida, dava tutta l’aria di essere lo scemo del paese.
Tony parve rendersi conto della titubanza del suo interlocutore e lo prevenne: – Sì, non mi presento bene. Sono sempre stato così fin da piccolo; anche mamma diceva che ero un po’ strano e me ne accorgo pure io, ma sono serio, onesto e sgobbo per mantenermi.
Nel dire così allungò la mano destra a cercare quella di Wiener; questi esitò, ma quando sentì la stretta calorosa e la voce ferma del suo interlocutore che si presentava – Piacere, Tony Balcher – non poté fare a meno di contraccambiare.
– Signor Wiener, perché ha bisogno di me?
– E’ una storia lunga e, come le dicevo, sono alla ricerca di una persona. Mi hanno detto che lei conosce tutti i cimiteri di guerra della zona. Se potesse accompagnarmi, le sarei grato e, ovviamente, la ricompenserei.
– E’ vero che li conosco tutti e non sono pochi; qui durante la guerra che è finita una trentina di anni fa si sono scannati alla grande, austriaci e italiani. E per cosa poi? Per un pezzo di terra.
– Accetta?
– Sì.
– Cominciamo subito.
– No, aspettiamo che finisca di nevicare e domani, se ci sarà il sole, daremo corso alla ricerca.
– Dove ci troviamo?
– Sarò io a trovarla: in paese c’è solo un albergo.

Il giorno dopo Wiener scostò le tende della finestra della sua camera e guardò fuori: aveva smesso di nevicare e il cielo si era completamente rasserenato.
Il panorama, che prima non aveva potuto ammirare a causa della foschia della nevicata, appariva in tutta la sua bellezza, con le cime ammantate che brillavano al sole.
Guardò giù in strada e lo vide, davanti alla porta dell’albergo, tutto imbacuccato e perciò ancor più rotondo del giorno innanzi.
– Vengo subito, Tony.
– Faccia con comodo.
Scese velocemente, aprì la porta e si sorprese nello scorgere un volto sorridente, con due occhi vispi di un azzurro intenso.
– Tony, se non è di disturbo, possiamo darci del tu e così è più semplice.
– Ma certo, ostrega, era quello che volevo dire io.
– Allora cominciamo?
– Sì, ma forse non c’è da girar molto, se mi dici che il morto che cerchi era austriaco o italiano.
– Austriaco, Tony. Io cerco Sepp Wiener, mio padre.
– Non mi ricordo questo nome.
– Ci credo, con tutti i caduti che ci saranno nei cimiteri.
– Li conosco tutti, uno a uno.
– Davvero?
– Sì, sono la mia compagnia. Per uno che è solo non c’è miglior compagnia dei morti: puoi parlargli e loro ti ascoltano, puoi anche incazzarti e loro non s’offendono. Per ognuno che non ho conosciuto da vivo ho una storia, una faccia, un corpo: sono i miei amici e chi non ricorda gli amici?
Wiener apparve perplesso e si grattò il mento.
– Sì, ti capisco; chissà che ti hanno raccontato. Ti avranno detto che quando ho un po’ di tempo faccio solo il giro dei cimiteri, che parlo con i morti, che sono il matto del paese.
– A dire il vero mi hanno detto solo che saresti stata la guida giusta.
– Pensi che sia matto, vero?
– Non so.
– Forse è vero, ma mi conoscerai e potrai giudicare. Adesso andiamo al primo dei due cimiteri in cui forse potremo trovare tuo padre.
Si incamminarono, piano piano, Tony davanti e Wiener subito dietro.
La strada cominciò a salire.
Dopo una quarto d’ora Wiener azzardò: – Manca ancora molto?
– No, il suo tempo.
– E sarebbe?
– Quello che ci vuole. Scusa, ma davvero non hai conosciuto tuo padre?
– No, sono nato un mese dopo che era partito per la guerra. Me ne ha parlato mia madre e come le ho promesso in punto di morte ora vorrei almeno trovare la sua tomba.
– Anche io non ho conosciuto il papà.
– Morto in guerra?
– E chi lo sa? Forse, può anche essere. Porto il cognome della mamma.
– Ah. Non te ne ha mai parlato?
– No e non mi interessa sapere di un papà che non si cura di un figlio. La vita è stata dura con me: la mamma è morta presto e sono rimasto solo,  ho fatto in tempo a vedere la guerra, anzi ho combattuto nell’ultimo anno.
– Hai ucciso qualcuno?
– Spero di no.
– Perché?
– Non si è uomini ad ammazzare gli altri.
Scese il silenzio e Wiener non si azzardò ad aprir bocca e altrettanto fece Tony.
Dopo un’altra ventina minuti d’ascesa giunsero al cimitero di guerra di Slaghenaufi, una piccola oasi di pace, con 748 croci ordinate in file parallele.
– Cominciamo dalla prima e guarda che non sono in ordine alfabetico.
Si avvicinò al legno e lesse sulla piccola targhetta:
– Julius Blind, caporale. Oggi c’è il sole Julius e sapessi com’è bello il panorama! E’ uno dei miei preferiti: è caduto vicino al Forte Verena nel 1917 e aveva solo 25 anni. Ecco, un po’ di lettere a formare un nome e un paio di date è quel che resta di un uomo. Era alto, biondo e felice di vivere, prima. Ora è polvere e numeri.
Andarono ancora avanti e per ogni croce c’era un pensiero di Tony, una sorta di ricordo inventato che ridava un’immagine del caduto.
– Wilfred Mayer, di anni 45. Saranno cresciuti i tuoi figli. Bei ragazzi, Wilfred, e poi bravi, te lo assicuro.
Andreas Mann, di anni 18. C’è tanta neve che ci si potrebbe rotolare. Sì, è ancora tempo di giochi, ma ti vedo già guardarti all’intorno, occhieggiare qualche ragazza. Sei mancato troppo presto per conoscere la vita.
Il tragitto, percorso in questo modo, fu necessariamente lento e quando arrivarono all’ultima fila cominciava già a scendere il sole.
– Manfred Richter, di anni 33. Come quelli di nostro Signore, ma lui è salito alla gloria dei cieli e tu invece sei nascosto a tutti, sotto un metro di terra e di sassi. Lui è morto per tutti gli uomini e tu per pochi uomini che se ne stavano al caldo, ben vestiti e sazi, mentre tu pativi il freddo, la fame e ogni giorno era un tormento.
E’ passato tanto tempo, ma tutti e due siete morti invano.
Wiener era come frastornato: quei ricordi inventati lo coinvolgevano e gli pareva che forse, anzi sì, quei morti non gli fossero per nulla sconosciuti.
– Joseph Franz Wiener, di anni 30…
– Ferma!
–  Mi fermo, ma…
– Mio padre, mio padre! Si chiamava così, ma tutti lo conoscevano come Sepp. L’ho trovato!
– Vuoi sapere?
– No, no. Di anni 30. Hai lasciato per la guerra tua moglie che aspettava un bimbo che non avresti mai visto e che ora è qui. Eri alto, capelli e occhi neri, e tutte le donne dicevano che eri un bell’uomo. La mamma è morta, ma già lo sai, perché è finalmente con te.
– No, non dargli un altro dolore. Ti dico invece il mio ricordo, se non ti disturba.
Eri veramente il più bello di tutti, il più umano e lo fosti anche quella piovosa sera del settembre 1918.
Un soldatino appena arrivato si è presentato a te e quando sapesti che era stato comandato di pattuglia volesti uscire al posto suo.
Nessuno rientrò. Attesi fino all’alba e io che avevo conosciuto solo dolore, nessun affetto, ti piansi come un padre.
Wiener osservò il volto di Tony, tirato, gli occhi lucidi; gli pose una mano sulla spalla e gli fece cenno di tornare.
Durante il percorso non parlarono e si lasciarono davanti all’albergo.
L’indomani Wiener partì. Mentre attendeva l’arrivo della corriera si guardò intorno, quasi a cercare Tony, ma questi non venne.
Durante il viaggio pensò a quello che era accaduto, al racconto della morte di suo padre, una pietosa menzogna, a cui tuttavia avrebbe desiderato credere. Rilesse così il comunicato del ministero della guerra che annunciava il decesso del soldato Joseph Franz Wiener, avvenuto all’ospedale da campo di Slaghenaufi a seguito di un attacco di peritonite. Si passò una mano fra i capelli, come a riordinare le impressioni di quei giorni, poi  guardò fuori dal finestrino: aveva ripreso a nevicare, minuscoli fiocchi che scendevano lenti a ricoprire ogni cosa.

Modena City Ramblers: Lettera dal fronte

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8 risposte a Alla fine, restano solo croci…

  1. RenzoMontagnoli ha detto:

    Comunicato del 6 novembre 2008[..] Quasi tutti i blog parlano della vittoria di Obama, a dimostrazione che da noi c’è voglia di un forte rinnovamento e che ormai siamo stufi di governi fatti a tavolino, al di là della logica dei risultati delle urne. Viene perfino da [..]

  2. accipicchia ha detto:

    Mi ricordo – Il mio no alla guerra, ad ogni guerra

    Sono diversi i ricordi che ho dei miei primi 10 anni di vita, ricordi non diretti, ma di cose sentite, conversazioni, argomenti trattati da coloro che allora per me erano “i grandi”, “gli adulti”, quelli che sapevano e potevano risolvere qualsiasi problema per noi “piccoli” insormontabile.
    Ma quegli adulti, io non lo potevo sapere, erano anche fragili, disincantati, disillusi perché avevano conosciuto la guerra, ne erano figli spaventati.
    Ricordo che nella casa in cui sono nata c’era una stanza per me misteriosa; alle pareti tanti quadri con le fotografie in bianco e in nero dei miei zii che non c’erano più. Quei volti erano giovani, persino belli. Gli occhi luminosi ma malinconici, la carnagione chiara, sulla fronte, alcuni portavano un berretto da militare. Giovani soldati, uno non è più ritornato, erano i fratelli di mio padre.
    Lui è stato “più fortunato”. E’ partito “per la guerra”, come si diceva, ma ha fatto ritorno a casa. Non ha perso il suo amore per la vita e ha conservato il suo ottimismo, nonostante tutto, anche se ha imparato il disincanto.
    Sia pure non più giovanissimo, si è creato una famiglia persino numerosa.
    Ora che non c’è più, ricordo spesso i suoi racconti sulla vita al fronte, anche se, pensandoci bene, non ne parlava volentieri.
    Sono racconti brevi, spesso solo frasi pronunciate con un realismo che mi faceva male.
    Un giorno disse: – Quando la fame era troppo forte e bisognava pur mangiare qualcosa, cercavamo tra i rifiuti persino la buccia delle patate.
    Un’altra volta ci parlò di quelle che allora venivano chiamate le “gallette”, molto simili ai biscotti odierni.
    – Quando ci davano le “gallette”, le controllavamo perché spesso all’interno si trovavano i vermi. Si levava la parte immangiabile e poi si consumava il resto con voracità.
    Pensare a mio padre, così attento all’igiene, mentre compie queste azioni per sopravvivere, mi fa venire una gran tristezza e tanta rabbia.
    Ho conosciuto un signore, quando ero ancora bambina, che aveva combattuto in Russia. Non so come, è riuscito a ritornare a casa, ed è capitato diverse volte che parlasse di questa sua esperienza. Raccontava di un luogo gelido, inospitale, delle lunghe marce nella neve e, soprattutto, di ciò che era rimasto su di sé di quel periodo impossibile da dimenticare: le dita insensibili dei suoi piedi, assiderati dal freddo patito.
    E infine, la storia drammatica di un altro mio zio, fratello di mia madre, morto giovanissimo e probabilmente sepolto da qualche parte nel nord-est d’Italia.
    Morì da partigiano, e a lui devo il mio nome.

    Ecco, Milvia, questi sono i miei ricordi e quelli dei miei cari.
    Un caro saluto. Grazie per avermi dato questa opportunità. Piera

  3. isabel49 ha detto:

    Racconto commovente, profondo, scorrevole che si imprime nel cuore. Complimenti all’autore e alla sua maestria narrativa. Anche i miei ricordi sono popolati di riferimenti alla seconda guerra mondiale. Quando sento parlare di guerre in corso o di possibilità d’un conflitto mondiale, ho paura, non una semplice paura, ma qualcosa che somiglia alla morte sapendo di dover morire, mi sento come un condannato nel braccio della morte. Ecco io paragono una guerra a questa condanna.

  4. castoretpollux ha detto:

    Quasi tutti i blog parlano di lui, perchè c’è una gran voglia di rinnovamento. Di persone giovani che abbiano a cuore veramente un futuro positivo e non la stasi.
    Speriamo che sia la scintilla che accenda un pò qualcosa di diverso.

    bello il racconto.

    C.P.

  5. ltbgiovani ha detto:

    Ciao! ti scrivo per complimentarti col tuo blog… sicuramente più interessante di molti altri blog in cui si parla di nulla, qui i concetti ci sono e ben chiari.
    Ti scrivo anche per segnalarti il blog http://www.ltbgiovani.splinder.com un blog che si occupa di cultura e politica a Bologna e che ha indetto il concorso fotografico e letterario “come vedi Bologna”. possono partecipare tutti e il premio è una pubblicazione di un libro di racconti e fotografie.
    a presto!

  6. stefanomina ha detto:

    ma che bel racconto, Renzo!

    Dato che da noi il vento del cambiamento non soffia ancora ( calma piatta) accontentiamoci di questa brezza che viene da lontano… aspiriamo a fondo quest’aria elettrizzante, prima che scompaia e riempiamocene il petto finché possiamo
    stefano

  7. anonimo ha detto:

    Un mio ricordo dell’ultima guerra, forse il più penoso.
    La guerra era finita da un po’ di tempo quando tornò Alfonso, un amico dei miei genitori che era partito militare e del quale non si era saputo più niente. Aveva passato alcuni anni in un campo di prigionia in Germania raccontò, e patito fame e stenti, tanto è vero che, pur essendo un uomo alto, pesava soltanto trentacinque chili.
    Era sempre allegro, felice di avercela fatta a ritornare, con una gran voglia di ricominciare a vivere.
    Ma la malattia contratta in prigionia non gli lasciò scampo e dopo alcuni mesi morì.
    Mi sembrò che il destino fosse stato troppo crudele con lui. Gli aveva permesso di tornare nella sua città, fra i suoi amici, ma quando si sentiva oramai al sicuro, non ci fui per lui alcuno scampo.
    Questo, anche questo, è la guerra.
    Mirella

  8. Soriana ha detto:

    Grazie a tutti. Grazie per aver apprezzato il racconto di Renzo, grazie a Piera e Mirella per i bellissimi contributi.
    @ItbGiovani: grazie per la visita, per i complimenti e per la segnalazione.

    Milvia

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