No a tutte le guerre, no alle loro celebrazioni (2' parte)

NoWar
Prima di riportare la seconda parte e ultima parte  di No a tutte le guerre, no alle loro celebrazioni (relativa al mese di novembre) voglio raccontarvi una cosa, parlarvi di una coincidenza. La notte scorsa, proprio mentre stavo lavorando sul post che raccoglie la prima parte della mia piccola campagna, avevo la tv accesa su un canale di Sky e, come spesso mi capita, né la guardavo, né la ascoltavo. Però a un certo punto qualcosa ha attirato la mia attenzione. Sullo schermo c’erano dei soldati che parlavano fra loro: soldati tedeschi, soldati americani. Si stavano mettendo d’accordo per non spararsi l’un l’altro, sparando a salve per farla in barba ai comandanti che volevano, invece un’ultima battaglia. Ho abbandonato la tastiera e ho scoperto così un film molto bello (purtroppo ho cominciato a guardarlo che era ormai iniziato da tempo) di cui non avevo mai sentito parlare. Questo:
Vicino alla fine
 Un film sulla guerra, scrive il sito di Sky, che diventa riflessione sul senso della pace. Chi è abbonato a Sky, chi non sarà occupato al lavoro, potrà vederlo sul canale della MGM (il 320)  Lunedì 10 novembre alle ore 12,30, in replica.

E a proposito di film, Laura Costantini (http://lauraetlory.splinder.com/)  ha lasciato oggi questo commento che giudico molto prezioso:
Sulla guerra, su quella guerra (la prima mondiale) e su tutte le guerre in generale, consiglio la lettura di un libro ingiustamente dimenticato:
"E Johnny prese il fucile" di Dalton Trumbo. Una condanna definitiva dell’assurdità di prendere le armi contro i propri fratelli.
Laura

Dico prezioso perché io conoscevo solo il film, che mi era piaciuto enormemente quando uscì, ma del libro non sapevo nulla. Per cui: grazie Laura!

Qui E Johnny prese il fucile
potete leggere sia del film, che del libro, in un post molto bello pescato in rete, scritto da un blogger che vi consiglio di frequentare quotidianamente. Le scoperte casuali sono a volte sorprendenti.

Alla fine di questo lunghissimo post, una triste notizia appresa in questo momento dal telegiornale.

Sabato, 1 novembre 2008

La guerra

C’e’ chi gioca con la propria testa,
ma questa non e’ che una sola palla
lanciata in alto
o rotolata per terra,
presa con la mano
o colpita col piede:
non e’ che un’unica palla.
Ma c’e’ chi gioca con la testa degli altri,
con molte teste alla volta, con tutte
le teste,
afferrandole al volo, lanciandole
in aria, con metodo,
senza che qualcuna cada,
così  da riempire l’orizzonte,
lo zenit,
i punti cardinali.
Ah, quante teste stanno volando!
Tra di loro non trova posto neppure una rondine,
neppure un raggio di sole.
Poi, di colpo, il gioco finisce
e la terra
è disseminata di teste.

(Mihai Beniuc, massimo poeta rumeno, nato nel 1907)

lunedì, 3 novembre 2008

E il mio contributo di oggi è questa crudissima poesia di Clemente Rebora.

        Viatico

O ferito laggiù nel valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.
Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia,
tu puoi finire,
e confronto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio
grazie, fratello.

Martedì, 4 novembre 2008

Milano, agosto 1943

Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta
E` morta: s`è udito l`ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l`usignolo
  è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.

(Salvatore Quasimodo)

Giovedì, 6 novembre 2008

Alla fine, restano solo croci…

Forse sarete stanchi di vedere in questo blog immagini che evidenziano cimiteri di guerra: ma a pensarci bene, cosa rimane, di una guerra, se non queste croci, tutte uguali, allineate come soldati disciplinati?
Fino a sabato continuerò questa mia piccola campagna per dire no a tutte le guerre, no alla loro celebrazione, che da quando è iniziata si è arricchita dei vostri preziosi contributi. Domenica poi pubblicherò un post di riepilogo. Credo che possa essere interessante rileggere uno in fila all’altro tutti i testi, tutti i commenti che in questi giorni, amici cari avete lasciato qui.
E se fino a sabato volete lasciarne ancora, saranno, come sempre graditissimi.
Come graditissimo è questo racconto che mi ha inviato Renzo Montagnoli.
(E anche Renzo, come già saprete, da alcuni giorni sta conducendo la sua piccola campagna contro la guerra
)

Croci di guerra
di
Renzo Montagnoli

      
La neve scendeva fitta a imbiancare l’altopiano; a tratti il vento sollevava dei mulinelli e finiva con l’accumularne di più in certi punti piuttosto che in altri. Si creavano così dei veri e propri cumuli, o meglio…
– Tumuli, sono tumuli!
Il Dottor Fritz Wiener si scosse a quel grido e volse subito il capo all’indietro.
– E lei chi è?
– Come chi sono? Io sono me.
Chi aveva detto quella frase senza senso era un uomo sulla cinquantina, di bassa statura, tozzo e anche un po’ panciuto.
– Ovvio che lei è lei. Forse è meglio che mi presenti io:
mi chiamo Fritz Wiener e vengo da Graz.
– Ostrega, parla bene l’italiano per essere un todesco.
– Sono austriaco e mia madre era italiana, di Brescia.
– Un mezzo sangue, allora.
– Non proprio, perché mio padre, che non ho mai conosciuto, era di Salisburgo e là sono nato.
– Venuto a sciare? La neve non manca.
– No, sono venuto a cercare.
– A cercare?
– Sì, una persona e per questo ho bisogno di una guida. All’albergo mi hanno detto di chiedere di Tony.
– Questa è fortuna! Tony sono me.
Wiener rimase non poco perplesso a questa affermazione, perché chi gli era davanti, più che una guida, dava tutta l’aria di essere lo scemo del paese.
Tony parve rendersi conto della titubanza del suo interlocutore e lo prevenne: – Sì, non mi presento bene. Sono sempre stato così fin da piccolo; anche mamma diceva che ero un po’ strano e me ne accorgo pure io, ma sono serio, onesto e sgobbo per mantenermi.
Nel dire così allungò la mano destra a cercare quella di Wiener; questi esitò, ma quando sentì la stretta calorosa e la voce ferma del suo interlocutore che si presentava – Piacere, Tony Balcher – non poté fare a meno di contraccambiare.
– Signor Wiener, perché ha bisogno di me?
– E’ una storia lunga e, come le dicevo, sono alla ricerca di una persona. Mi hanno detto che lei conosce tutti i cimiteri di guerra della zona. Se potesse accompagnarmi, le sarei grato e, ovviamente, la ricompenserei.
– E’ vero che li conosco tutti e non sono pochi; qui durante la guerra che è finita una trentina di anni fa si sono scannati alla grande, austriaci e italiani. E per cosa poi? Per un pezzo di terra.
– Accetta?
– Sì.
– Cominciamo subito.
– No, aspettiamo che finisca di nevicare e domani, se ci sarà il sole, daremo corso alla ricerca.
– Dove ci troviamo?
– Sarò io a trovarla: in paese c’è solo un albergo.

Il giorno dopo Wiener scostò le tende della finestra della sua camera e guardò fuori: aveva smesso di nevicare e il cielo si era completamente rasserenato.
Il panorama, che prima non aveva potuto ammirare a causa della foschia della nevicata, appariva in tutta la sua bellezza, con le cime ammantate che brillavano al sole.
Guardò giù in strada e lo vide, davanti alla porta dell’albergo, tutto imbacuccato e perciò ancor più rotondo del giorno innanzi.
– Vengo subito, Tony.
– Faccia con comodo.
Scese velocemente, aprì la porta e si sorprese nello scorgere un volto sorridente, con due occhi vispi di un azzurro intenso.
– Tony, se non è di disturbo, possiamo darci del tu e così è più semplice.
– Ma certo, ostrega, era quello che volevo dire io.
– Allora cominciamo?
– Sì, ma forse non c’è da girar molto, se mi dici che il morto che cerchi era austriaco o italiano.
– Austriaco, Tony. Io cerco Sepp Wiener, mio padre.
– Non mi ricordo questo nome.
– Ci credo, con tutti i caduti che ci saranno nei cimiteri.
– Li conosco tutti, uno a uno.
– Davvero?
– Sì, sono la mia compagnia. Per uno che è solo non c’è miglior compagnia dei morti: puoi parlargli e loro ti ascoltano, puoi anche incazzarti e loro non s’offendono. Per ognuno che non ho conosciuto da vivo ho una storia, una faccia, un corpo: sono i miei amici e chi non ricorda gli amici?
Wiener apparve perplesso e si grattò il mento.
– Sì, ti capisco; chissà che ti hanno raccontato. Ti avranno detto che quando ho un po’ di tempo faccio solo il giro dei cimiteri, che parlo con i morti, che sono il matto del paese.
– A dire il vero mi hanno detto solo che saresti stata la guida giusta.
– Pensi che sia matto, vero?
– Non so.
– Forse è vero, ma mi conoscerai e potrai giudicare. Adesso andiamo al primo dei due cimiteri in cui forse potremo trovare tuo padre.
Si incamminarono, piano piano, Tony davanti e Wiener subito dietro.
La strada cominciò a salire.
Dopo una quarto d’ora Wiener azzardò: – Manca ancora molto?
– No, il suo tempo.
– E sarebbe?
– Quello che ci vuole. Scusa, ma davvero non hai conosciuto tuo padre?
– No, sono nato un mese dopo che era partito per la guerra. Me ne ha parlato mia madre e come le ho promesso in punto di morte ora vorrei almeno trovare la sua tomba.
– Anche io non ho conosciuto il papà.
– Morto in guerra?
– E chi lo sa? Forse, può anche essere. Porto il cognome della mamma.
– Ah. Non te ne ha mai parlato?
– No e non mi interessa sapere di un papà che non si cura di un figlio. La vita è stata dura con me: la mamma è morta presto e sono rimasto solo,  ho fatto in tempo a vedere la guerra, anzi ho combattuto nell’ultimo anno.
– Hai ucciso qualcuno?
– Spero di no.
– Perché?
– Non si è uomini ad ammazzare gli altri.
Scese il silenzio e Wiener non si azzardò ad aprir bocca e altrettanto fece Tony.
Dopo un’altra ventina minuti d’ascesa giunsero al cimitero di guerra di Slaghenaufi, una piccola oasi di pace, con 748 croci ordinate in file parallele.
– Cominciamo dalla prima e guarda che non sono in ordine alfabetico.
Si avvicinò al legno e lesse sulla piccola targhetta:
– Julius Blind, caporale. Oggi c’è il sole Julius e sapessi com’è bello il panorama! E’ uno dei miei preferiti: è caduto vicino al Forte Verena nel 1917 e aveva solo 25 anni. Ecco, un po’ di lettere a formare un nome e un paio di date è quel che resta di un uomo. Era alto, biondo e felice di vivere, prima. Ora è polvere e numeri.
Andarono ancora avanti e per ogni croce c’era un pensiero di Tony, una sorta di ricordo inventato che ridava un’immagine del caduto.
– Wilfred Mayer, di anni 45. Saranno cresciuti i tuoi figli. Bei ragazzi, Wilfred, e poi bravi, te lo assicuro.
Andreas Mann, di anni 18. C’è tanta neve che ci si potrebbe rotolare. Sì, è ancora tempo di giochi, ma ti vedo già guardarti all’intorno, occhieggiare qualche ragazza. Sei mancato troppo presto per conoscere la vita.
Il tragitto, percorso in questo modo, fu necessariamente lento e quando arrivarono all’ultima fila cominciava già a scendere il sole.
– Manfred Richter, di anni 33. Come quelli di nostro Signore, ma lui è salito alla gloria dei cieli e tu invece sei nascosto a tutti, sotto un metro di terra e di sassi. Lui è morto per tutti gli uomini e tu per pochi uomini che se ne stavano al caldo, ben vestiti e sazi, mentre tu pativi il freddo, la fame e ogni giorno era un tormento.
E’ passato tanto tempo, ma tutti e due siete morti invano.
Wiener era come frastornato: quei ricordi inventati lo coinvolgevano e gli pareva che forse, anzi sì, quei morti non gli fossero per nulla sconosciuti.
– Joseph Franz Wiener, di anni 30…
– Ferma!
–  Mi fermo, ma…
– Mio padre, mio padre! Si chiamava così, ma tutti lo conoscevano come Sepp. L’ho trovato!
– Vuoi sapere?
– No, no. Di anni 30. Hai lasciato per la guerra tua moglie che aspettava un bimbo che non avresti mai visto e che ora è qui. Eri alto, capelli e occhi neri, e tutte le donne dicevano che eri un bell’uomo. La mamma è morta, ma già lo sai, perché è finalmente con te.
– No, non dargli un altro dolore. Ti dico invece il mio ricordo, se non ti disturba.
Eri veramente il più bello di tutti, il più umano e lo fosti anche quella piovosa sera del settembre 1918.
Un soldatino appena arrivato si è presentato a te e quando sapesti che era stato comandato di pattuglia volesti uscire al posto suo.
Nessuno rientrò. Attesi fino all’alba e io che avevo conosciuto solo dolore, nessun affetto, ti piansi come un padre.
Wiener osservò il volto di Tony, tirato, gli occhi lucidi; gli pose una mano sulla spalla e gli fece cenno di tornare.
Durante il percorso non parlarono e si lasciarono davanti all’albergo.
L’indomani Wiener partì. Mentre attendeva l’arrivo della corriera si guardò intorno, quasi a cercare Tony, ma questi non venne.
Durante il viaggio pensò a quello che era accaduto, al racconto della morte di suo padre, una pietosa menzogna, a cui tuttavia avrebbe desiderato credere. Rilesse così il comunicato del ministero della guerra che annunciava il decesso del soldato Joseph Franz Wiener, avvenuto all’ospedale da campo di Slaghenaufi a seguito di un attacco di peritonite. Si passò una mano fra i capelli, come a riordinare le impressioni di quei giorni, poi  guardò fuori dal finestrino: aveva ripreso a nevicare, minuscoli fiocchi che scendevano lenti a ricoprire ogni cosa.

I vostri commenti

Mi ricordo – Il mio no alla guerra, ad ogni guerra
Sono diversi i ricordi che ho dei miei primi 10 anni di vita, ricordi non diretti, ma di cose sentite, conversazioni, argomenti trattati da coloro che allora per me erano “i grandi”, “gli adulti”, quelli che sapevano e potevano risolvere qualsiasi problema per noi “piccoli” insormontabile.
Ma quegli adulti, io non lo potevo sapere, erano anche fragili, disincantati, disillusi perché avevano conosciuto la guerra, ne erano figli spaventati.
Ricordo che nella casa in cui sono nata c’era una stanza per me misteriosa; alle pareti tanti quadri con le fotografie in bianco e in nero dei miei zii che non c’erano più. Quei volti erano giovani, persino belli. Gli occhi luminosi ma malinconici, la carnagione chiara, sulla fronte, alcuni portavano un berretto da militare. Giovani soldati, uno non è più ritornato, erano i fratelli di mio padre.
Lui è stato “più fortunato”. E’ partito “per la guerra”, come si diceva, ma ha fatto ritorno a casa. Non ha perso il suo amore per la vita e ha conservato il suo ottimismo, nonostante tutto, anche se ha imparato il disincanto.
Sia pure non più giovanissimo, si è creato una famiglia persino numerosa.
Ora che non c’è più, ricordo spesso i suoi racconti sulla vita al fronte, anche se, pensandoci bene, non ne parlava volentieri.
Sono racconti brevi, spesso solo frasi pronunciate con un realismo che mi faceva male.
Un giorno disse: – Quando la fame era troppo forte e bisognava pur mangiare qualcosa, cercavamo tra i rifiuti persino la buccia delle patate.
Un’altra volta ci parlò di quelle che allora venivano chiamate le “gallette”, molto simili ai biscotti odierni.
– Quando ci davano le “gallette”, le controllavamo perché spesso all’interno si trovavano i vermi. Si levava la parte immangiabile e poi si consumava il resto con voracità.
Pensare a mio padre, così attento all’igiene, mentre compie queste azioni per sopravvivere, mi fa venire una gran tristezza e tanta rabbia.
Ho conosciuto un signore, quando ero ancora bambina, che aveva combattuto in Russia. Non so come, è riuscito a ritornare a casa, ed è capitato diverse volte che parlasse di questa sua esperienza. Raccontava di un luogo gelido, inospitale, delle lunghe marce nella neve e, soprattutto, di ciò che era rimasto su di sé di quel periodo impossibile da dimenticare: le dita insensibili dei suoi piedi, assiderati dal freddo patito.
E infine, la storia drammatica di un altro mio zio, fratello di mia madre, morto giovanissimo e probabilmente sepolto da qualche parte nel nord-est d’Italia.
Morì da partigiano, e a lui devo il mio nome.
Ecco, Milvia, questi sono i miei ricordi e quelli dei miei cari.
Un caro saluto. Grazie per avermi dato questa opportunità. Piera
imuliniavento.splinder.com/

Racconto commovente, profondo, scorrevole che si imprime nel cuore. Complimenti all’autore e alla sua maestria narrativa. Anche i miei ricordi sono popolati di riferimenti alla seconda guerra mondiale. Quando sento parlare di guerre in corso o di possibilità d’un conflitto mondiale, ho paura, non una semplice paura, ma qualcosa che somiglia alla morte sapendo di dover morire, mi sento come un condannato nel braccio della morte. Ecco io paragono una guerra a questa condanna. http://isabel49.splinder.com/
   

Un mio ricordo dell’ultima guerra, forse il più penoso.
La guerra era finita da un po’ di tempo quando tornò Alfonso, un amico dei miei genitori che era partito militare e del quale non si era saputo più niente. Aveva passato alcuni anni in un campo di prigionia in Germania raccontò, e patito fame e stenti, tanto è vero che, pur essendo un uomo alto, pesava soltanto trentacinque chili.
Era sempre allegro, felice di avercela fatta a ritornare, con una gran voglia di ricominciare a vivere.
Ma la malattia contratta in prigionia non gli lasciò scampo e dopo alcuni mesi morì.
Mi sembrò che il destino fosse stato troppo crudele con lui. Gli aveva permesso di tornare nella sua città, fra i suoi amici, ma quando si sentiva oramai al sicuro, non ci fui per lui alcuno scampo.
Questo, anche questo, è la guerra.
Mirella Giordani

venerdì, 7 novembre 2008

E’ mio, il contributo di questa sera per : no a tutte le guerre, no alla loro celebrazione.

Reduce

Che me ne faccio delle medaglie
che mi stanno sul petto, fredde e pesanti
e del drappo con stelle e strisce
riposto da mia madre in un cassetto?
Che me ne faccio dei ridondanti discorsi
di generali dalle mani sporche,
delle fanfare che suonano assordanti
dell’iscrizione al club dei veterani?
Che me ne faccio di tutto quel frastuono
se  non vedo più il mio viso nello specchio,
ma lo sguardo sgomento di un bambino,
le gambe spalancate di una donna
le fiamme alte che avvolgono le case,
la falce della morte che ho impugnato?
Che me ne faccio?

(Milvia)

Sabato, 8 novembre 2008

Autori no War

Ci sono per fortuna tanti scrittori, intellettuali, filosofi che hanno, nei secoli, gridato il loro no alla guerra.
Questa sera ne citerò alcuni, a continuare l’ideale filo rosso che unisce i miei ultimi post. E, sempre: No a tutte le guerre, no alla loro celebrazione.

Erasmo da Rotterdam: Contro la guerra
"Se il  regno di Satana esiste, non può essere altro che la guerra."

Kurt Vonnegut: Mattatoio n.5
"E poi venne la primavera. Le miniere di cadaveri furono chiuse. Tutti i soldati andarono a combattere i russi. Nei sobborghi, le donne e i bambini scavavano trincee. Billy e gli altri del suo gruppo furono rinchiusi in una stalla. E una mattina si alzarono e scoprirono che la porta era aperta. La Seconda guerra mondiale in Europa era finita.
Billy e gli altri uscirono nella strada ombreggiata. Gli alberi stavano mettendo le foglie. Là fuori non c’era nulla, non c’era alcun genere di traffico. C’era solo un veicolo, un carro abbandonato con due cavalli. Il carro era verde e a forma di bara.
Gli uccelli parlavano.
Un uccello disse a Billy Pilgrim: “Puu-tii-uiit?“.

Bertrand Russel: Crimini di guerra in Vietnam
Il Tribunale internazionale per i crimini di guerra fu costituito a Londra il 15 novembre 1966, su iniziativa di Bertrand Russell, per giudicare i crimini commessi dagli Stati Uniti d’America durante la guerra del Vietnam.

Andrew Lichtenstein: Never coming home
Nutrita documentazione fotografica, il lato privato della guerra USA in Iraq: il dolore delle migliaia di famiglie americane che hanno perso un loro congiunto in questo conflitto.

Emilio Lussu: Un anno sull’altipiano
“Avevo di fronte un uomo. Un uomo! Ne distinguevo gli occhi e il tratto del viso… tirare così, a pochi passi, su un uomo… come su un cinghiale! Cominciai a pensare che non avrei tirato… Uccidere un uomo così è assassinare un uomo. Ancora oggi mi chiedo come, arrivato a quella conclusione, io pensassi di far eseguire da un altro quello che io stesso non mi sentivo la coscienza di compiere. Porsi il fucile al caporale al mio fianco e gli dissi: “Sai…così… un uomo solo… io non sparo. Tu, vuoi?”
Prese il fucile e mi rispose: “Neppure io”.

Tiziano Terzani: Lettere contro la guerra
"…Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura, l’insicurezza, l’ingordigia, l’orgoglio, la vanità… Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è giusto, invece di quel che ci conviene. Educhiamo i nostri figli ad essere onesti, non furbi.
E’ il momento di uscire allo scoperto; E’ il momento di impegnarsi per i valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale, molto più che con nuove armi."

Eric Maria Remarque: Niente di nuovo sul fronte occidentale
"Egli cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte, che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: Niente di nuovo sul fronte occidentale.
Era caduto con la testa avanti e giaceva sulla terra, come se dormisse. Quando lo voltarono si vide che non doveva aver sofferto a lungo: il suo volto aveva un’espressione così serena, quasi che fosse contento di finire così."

Autori contro la guerra (a cura di Dario Remigi)
Scrive Mario Luzi nella prefazione del libro:
"Cari amici,
sarei per vocazione un irenista. Solo la riflessione critica sul presente mi induce a un più realistico pacifismo. Ma questo pacifismo è fermo e non viene a patti con le lusinghe e le tentazioni che i signori della guerra tortuosamente propongono.
La guerra non risolve alcun problema umano, ne genera di nuovi. Lo abbiamo visto e constatato. È incredibile che  nel Duemila non sia un assioma ovvio e ancora se ne discuta.
Lo credevo già nel 1997 quando stesi una dichiarazione firmata poi da duecento intellettuali di vari Paesi contro la minaccia di guerra per il Kosovo e ancor prima per l’imminenza della guerra nel Golfo.
C’eravamo illusi che le cannoniere dei secoli passati fossero divenute pezzi da museo. Dovevamo invece renderci conto che c’era ancora chi voleva servirsene come argomento risolutivo nelle contese politiche. E se ne servì  e ora vediamo con quale risultato.
È dunque uno sforzo da ricominciare, una predica da rifare finché non sia davvero ascoltata."

Gino Strada
Appello contro la guerra
Tratto da "il manifesto", 13 settembre 2002

L’informazione è un’arma" ha detto Colin Powell, e la guerra mediatica è già iniziata. Giornali e televisioni hanno incominciato il loro lavoro sporco per creare consenso alla nuova barbarie che è già all’orizzonte. Guerra. A questa parola non riesco ad associarne altre che non siano morte e sofferenza, lutti e miserie.
Nel terzo millennio, molti esseri umani continuano a ritenere possibile, a volte addirittura giusto, uccidere altri esseri umani. Perché questa follia? Per il dio danaro o per il potere che genera danaro, per affermare la propria visione del mondo o in nome della democrazia e della civiltà.
Ma quale civiltà sarebbe possibile se vengono uccisi i cives, cioè i cittadini? Come si può sostenere di affermare diritti, mentre si sta per negare ad altri il diritto fondamentale, quello di restare vivi? I diritti sono di tutti: quando solo uno ne è escluso diventano privilegi.
L’unica verità che conosco della guerra sono le sue vittime.
Mutamenti di regimi e avvicendarsi di dittatori sono soltanto "effetti collaterali".
È la guerra, in tutte le sue varianti, il vero terrorismo internazionale. Quello che ha fatto a pezzi uomini donne e bambini a New York e a Kabul, a Jenin e a Tel Aviv e in mille altri luoghi del pianeta. E che vuole fare altri morti a Baghdad. La guerra è una scelta criminale, non una necessità. Non possiamo continuare così: non solo un altro mondo è possibile, ma questo mondo, il nostro mondo dominato dall’ingiustizia e dalla violenza, è impossibile, non può continuare, non si regge più in piedi.
Siamo alla vigilia di una nuova guerra che potrebbe portarci tutti nel baratro. Sono angosciato nel sentire ipotesi sull’uso di armi nucleari: come potremmo allora fermare la carneficina?
C’è un’unica alternativa all’autodistruzione: mettere al bando la guerra, far tacere le armi e ricominciare a parlarsi. Questa è la vera "guerra" da vincere, riprendere il dialogo tra gli uomini, avendo escluso, in ogni caso, la possibilità di ucciderci a vicenda.
La Costituzione italiana ripudia la guerra, mentre il novantadue percento del Parlamento italiano nemmeno un anno fa ha votato per la guerra.
La politica e l’etica sono andate in direzioni opposte, e solo la società civile può rimetterle insieme, imponendo regole della convivenza rispettose dei diritti di tutti: giustizia e legalità sono strumenti fondamentali di questo processo.
La società civile deve assumere in pieno questa responsabilità, valorizzando tutte le esperienze di impegno sociale, di attenzione ai bisogni dei più deboli e dei più vulnerabili. Solo le componenti meno aggressive e più solidali, più "umane" e non violente della società possono interrompere quel processo che vede sempre più spesso la politica subordinata a interessi illegali, che nulla hanno a che vedere con il bene comune. L’illegalità può conquistare il potere anche in modo "legale": ha armi forti per farlo, come quella dell’informazione.
Oggi siamo tutti chiamati a lottare perché l’Italia, cioè ciascuno di noi, non si renda corresponsabile di nuovi lutti e di nuovi crimini, prendendo parte alla nuova guerra. Emergency intende includere tra i contenuti della manifestazione di domani a Roma il rifiuto di una violazione della Costituzione e delle dilaganti violazioni della legalità internazionale.
Emergency ha lanciato un appello: Fuori l’Italia dalla guerra. Lo ha potuto fare perché ogni giorno pratica, costruisce, concretizza la pace. L’appello è stato in larga misura censurato da giornali e tv. Ce lo aspettavamo. Ma possiamo farcela lo stesso: dobbiamo imporre che sulla scelta della guerra vengano consultati i cittadini italiani. Non abbiamo deposto nelle urne elettorali alcuna delega, a nessuno, per violare la Costituzione e portarci in guerra.
Siamo certi che la stragrande maggioranza di noi non vuole lutti e miserie nell’orizzonte dei propri figli, né vuole provocarne ad altri genitori.
Fuori l’Italia dalla guerra. Basta guerre, basta morti, basta vittime.

I Vostri commenti

Si considera la guerra un male da evitare, certo, ma si è ben lontani da considerarla un male assoluto: alla prima occasione, foderata di begli ideali, scendere in battaglia ridiventa velocemente un’opzione realizzabile. La si sceglie, a volte, perfino con una certa fierezza. Una reale, profetica e coraggiosa ambizione alla pace.
Io la vedo soltanto nel lavoro paziente e nascosto di milioni di artigiani che ogni giorno lavorano per suscitare un’altra bellezza e il chiarore di luci limpide che non uccidono.
(Alessandro Baricco)

🙂 http://castorepolluce.blogspot.com/

Colonna sonora

Queen: Let me live

Francesco De Gregori: Generale

Fuoco e mitragliatrici

Modena City Ramblers: Lettera dal fronte

Buffalo Springfield: Expecting to fly

Lella Costa: Stanca di guerra

Link correlati

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200711articoli/27449girata.asp

http://www.antonioconsoli.it/blog/2008/11/03/la-tragedia-del-congo-nellimmobilismo-occidentale/

E da  Renzo Montagnoli:

http://armoniadelleparole.splinder.com/post/18926471/No+to+war%2C+yes+to+peace
http://armoniadelleparole.splinder.com/post/18938004/No+to+war%2C+yes+to+peace+(II)
http://armoniadelleparole.splinder.com/post/18949919/No+to+war%2C+yes+to+peace+(III)
http://armoniadelleparole.splinder.com/post/18962498/No+to+war%2C+yes+to+peace+(IV)
http://armoniadelleparole.splinder.com/post/18973948/No+to+war%2C+yes+to+peace+(V)
http://armoniadelleparole.splinder.com/post/18984562/No+to+war%2C+yes+to+peace+(VI)
http://armoniadelleparole.splinder.com/post/18993341/No+to+war%2C+yes+to+peace+(VII)

Galleria fotografica
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Fine

Ed ecco la notizia cui vi ho accennato all’inizio di questo post:

"Saviano è un giovane scrittore coraggioso, ma, come succede in ogni grande causa in ogni parte del mondo, chi parla rischia di essere zittito con la forza" afferma Miriam Makeba, ambasciatrice dei diritti umani e voce della lotta all’apartheid "Ho scelto con la mia musica un linguaggio universale", continua "la mia voce si è alzata contro l’apartheid ed era il tono, la forza , le note e non la lingua a raggiungere tutti, dividere per razze non è una cosa corretta. Bisogna unire e non dividere. La musica ha un grande ruolo in tutto ciò, un enorme valore. Così come la scuola, è giusto parlare ai bambini, raccontargli di valori universali affrontando le questioni del paese in cui vivono" .
Domani mattina alle ore 12.00 l’artista africana Miriam Makeba incontra presso il cento Fernandes di Castel Volturno le comunità degli immigrati, i padri comboniani e L’Imam di San Marcellino.
"
Prelevo dal sito http://www.casertanews.it/public/articoli/200811/art_20081109181014.htm queste parole di Miriam Makeba subito dopo aver appreso dal TG3 che la cantante, poco fa, subito dopo aver terminato la sua esibizione a Castel Volturno (all’interno del concerto organizzato  a sostegno di Roberto Saviano) è deceduta.
Senza dubbio, Miriam Makeba, oltre ad essere una cantante eccezionale, era una grande donna che amava la pace. Ricordarla in questo post non è quindi per niente fuori tema.
Mi spiace molto, questa notizia. Sono contenta, però, di aver assistito anni fa a un suo concerto.
E voglio ricordarla così:

Miriam Makeba: Malaika

Questa voce è stata pubblicata in miriam makeba, no a tutte le guerre. Contrassegna il permalink.

8 risposte a No a tutte le guerre, no alle loro celebrazioni (2' parte)

  1. anonimo ha detto:

    da Giuliano:
    Grazie per il link! E grazie anche per la bella pagina, soprattutto ritrovare qualcuno che legge Rebora è sempre bello.

  2. bloggando ha detto:

    Ciao, il tuo post è stato citato su Bloggando!

  3. RenzoMontagnoli ha detto:

    Comunicato del 10 novembre 2008[..] , cioè Rendez-vous, Guanda, di Grazia Giordani. [..]

  4. anonimo ha detto:

    Ciao sono Miriam Ravasio, e oltre a rinnovarti i complimenti (espressi all’istante) per Solo per il tuo bene, ti invito qui:
    ——————————————————-
    CACCIA AL SENSO, CACCIA ALLA PAURA!
    suggestioni collettive

    Due opere contemporanee, di Sandro Chia e di William Wegman, rispettivamente un quadro ad olio e una”polaroid”, presentate con il commento di brevi didascalie sono il punto di partenza, per la traduzione scritta di pensieri, osservazioni e riflessioni sul tema dell’istinto, delle pulsioni e della paura. Un racconto di Marco Terenzi, padrone di casa di QUA SI SCRIVE, apre il gioco ai commenti o ad altri racconti o approfondimenti o recensioni di amici e lettori. Tutti possono partecipare e condividere in un lungo fiume di parole questa azione di contaminazione fra le diverse sensibilità che animano la rete: arte figurativa, letteratura e musica.
    Non sono previsti né rigidi protocolli, né eliminazioni, solo fantasia e libertà d’espressione. Il resto, si vedrà.

    http://quasiscrive.blogspot.com/2008/11/caccia-al-senso-caccia-alla-paura.html

    PS. Bellissima la recensione che hai pubblicato su E Johnny prese il fucile. Anche io ne parlo spesso e considero quel film un’opera straordinaria.
    Miriam Ravasio

  5. accipicchia ha detto:

    Ciao Milvia, il tuo impegno di tanti giorni si è concluso, ma credo che sia stato uno stimolo straordinario per noi tutti. Due lunghi post che vanno conservati e rivisitati per riflettere ancora e non dimenticare.
    A te, in particolare, e a tutte le persone che hanno dato in tanti modi il loro contributo, un grazie.
    Un abbraccio. Piera

  6. anonimo ha detto:

    Ciao a tutti, e un saluto all’autore del blog. Vorrei invitarvi a visitare questo nuovo sito-giornale on line dedicato alla politica, ma anche al cinema, alla letteratura (oggi pubblichiamo un bellissimo articolo sul rapporto tra Italo Calvino e il Pci): si chiama il Politico.it e lo potete visualizzare all’indirizzo http://www.ilpolitico.it
    Aspettiamo i vostri commenti (in coda agli articoli e via posta elettronica).
    Se poi voleste anche aggiungerci al vostro elenco di link, ne saremmo felici.
    Ciao, e grazie!

  7. Soriana ha detto:

    @Giuliano: Grazie a te per la visita!

    @Bloggando: non so se si usa fare, ma vi ringrazio…

    @Miriam: mi fa molto piacere, la tua visita, Miriam. E grazie sia per aver apprezzato quel mio racconto che per l’invito a partecipare a Caccia al senso.
    Ho letto tutto e mi sembra interessante e stimolante. In questo periodo però sono sovraccarica di impegni e pensieri, e non so se sarò in grado di partecipare. Sono proprio mentalmente stanca…
    Non prometto nulla, se non una visita quotidiana.
    Ciao, grazie ancora e un abbraccio.

    @Piera: In effetti sono abbastanza soddisfatta di questi due post. Ma senza la vostra partecipazione non sarebbero così validi. Il mio scopo era proprio quello di riunire testi, riflessioni, commenti, informazioni da conservare e da rileggere ogni tanto.
    Grazie quindi anche a te, Piera, che hai contribuito a tutto questo.

    @Il Politico: in bocca al lupo per questo blog neonato. Andrò a fargli visita.

    Milvia

  8. anonimo ha detto:

    offtopic: scusate, in gran ritardo che il mio blog, lungi dall’affrontare seriamente e diffusamente questioni artistiche, è puramente letterario-filosofico, talvolta sociologico.

    Tengo a precisarlo perché da quando Miriam ve ne ha dato il link, molti vi hanno cliccato, credo, fraintendendo il suo contenuto.

    Ma resta inteso che ogni visita è gradita.

    Un caro saluto a tutti,

    siv

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