Scrivere, non fare lo scrittore

bartezzaghi1

Giorni fa ho ricevuto da un’amica questa riflessione scritta, mi sembra nel 2007, da Antonella Cilento

Ve la propongo, e se volete, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate. Quanto a me sono pienamente d’accordo con la scrittrice napoletana.

Facendo poi qualche ricerca, ho trovato anche un altro interessante testo che mi ha incuriosito subito per il titolo: Etica dello scrivere. E’ di Ferdinando Camon 
E quindi vi propongo anche quello.

Scrivere, non fare lo scrittore
di Antonella Cilento

"So benissimo che, tra le persone apparentemente interessate a scrivere, ben poche sono interessate a scrivere bene. A loro interessa pubblicare qualcosa, e se possibile fare un colpaccio. Essere uno scrittore, non scrivere”.
Quando Flannery ‘O Connor scriveva nei lontani anni Cinquanta queste righe per una lezione sulla natura e lo scopo della narrativa, non immaginava quanta attualità avrebbero avuto ai giorni nostri. Anche se insegno scrittura da quattordici anni, non c’è giorno in cui le parole della ‘O Connor non mi accompagnino. Almeno tre volte per settimana mi tocca ripetere ai neofiti dei corsi napoletani de Lalineascritta, o nei corsi dell’Upad di Bolzano, ai ragazzi nelle scuole e ai visitatori del sito (www.lalineascritta.it) che hanno un libro nel cassetto e cui un editore ha chiesto soldi per pubblicarlo, che scrivere è un’arte.
E che davvero non è il ruolo sociale, la cui aura è da troppo tempo scomparsa come diceva Benjamin, dal momento che né un narratore né un poeta vengono ritenuti, di questi tempi, opinion leaders, a contare, ma la fatica, la vocazione, il vero desiderio di far bene quel che si è chiamati a fare.
Ieri sera spiegavo che ho un romanzo in fabbrica da sette anni. Un corsista nuovo alla questione ha sgranato gli occhi: sette anni? E’ terribile! Gli ho detto che non so se questo libro poi, alla fine, funzionerà. Non ho la garanzia, non è una lavastoviglie. Sette anni, ha ripetuto disperato: e io che scrivo solo quando ho voglia! Servissero i corsi di scrittura a far capire che scrivere un libro, un libro vero – non le barzellette dei calciatori o il romanzetto dell’attore o il giallino del magistrato – è una questione di fatica fisica e che, come diceva la ‘O Connor, i denti marciscono e i capelli cadono mentre un romanzo prende forma, sarebbe già un primo risultato. Di questi tempi di sola immagine, dove la scrittura è finita su Internet e nei blog, in cui gli editori hanno dimenticato il senso delle parole “progetto culturale”, mi sa che bisogna ripetere ad alta voce che scrivere non è fare lo scrittore. Che non c’è un tappeto rosso, che non ci sono guadagni facili né comparsate tv che vi renderanno autori. Che si scrive, come dice Rosa Montero nel suo bellissimo La pazza di casa, contro la morte, perché quel mondo inventato sia davvero simile a come lo avevamo immaginato. Che non si scrive per vedere il proprio nome in calce, ma perché si cerca la verità, per porre domande che non siano oziose, che non si ascoltino nei programmi pomeridiani sui canali nazionali.

Etica dello scrivere
di Ferdinando Camon

 

Ci sono molti lavori per i quali un’etica va imposta o conquistata: un rapporto morale con quello che si fa, per farlo con sincerità, con adesione, con verità. Ma c’è un lavoro che ha l’etica dentro di sé, e se non ce l’ha fallisce, non comincia neppure, crolla ad ogni passo. Questo lavoro è quello dello scrivere. Scrivere non è parlare. Parlare vuol dire reagire con le parole a un fatto che accade, mentre accade. Lo scrivere richiede tempo. Il parlare reagisce subito, per provocare nell’ascoltatore una reazione immediata, e di breve vitalità. La scrittura reagisce dopo, a passioni fredde, perché vuol restare a lungo, possibilmente (è il segreto desiderio di ogni scrittore) "per sempre". Perciò chi parla bene non scrive bene, e viceversa. Sono due qualità distinte, una nega l’altra. Conosco uno scrittore che dice: "So perché scrivo: perché non sono il primo figlio". Vera o falsa che sia quest’autointerpretazione, lui vuol dire che in casa la prima risposta era riservata al primo figlio, e lui veniva dopo, e in quel dopo maturava una riposta diversa, più calma, una risposta che aveva la stabilità della forma scritta. Non tutte le forme scritte hanno la stessa durata. Per esempio (io ne sono convinto), la storia dura meno della letteratura. E questo perché la letteratura (poniamo, il romanzo) dura a prescindere dalla verità che racconta, mentre la storia, appena si dimostra che non è vera, cade. Perciò c’è una responsabilità maggiore nello scrivere pagine che durano di più. La responsabilità può essere così alta, e lo sforzo etico di reggere l’impegno così logorante, che la scrittura genera la nevrosi, scrittura e nevrosi diventano la stessa cosa. Quasi mai lo scrittore scrive in pubblico, di solito si nasconde. O nasconde quel che scrive. Tolstoj lo nascondeva dentro gli stivali, dove chi lo spiava andava a frugare non appena lui era uscito. Leonardo lo nascondeva scrivendo da destra a sinistra. Come uno che oggi, usando il computer, mette una chiave d’accesso conosciuta a lui solo. Qui c’è il concetto che l’etica dello scrivere non è mai l’etica del vivere, del vivere in quel momento, ma è la rottura dell’etica imperante, e l’instaurazione di un’etica nuova. Perciò gli scrittori di denuncia sono inaccettabili dall’etica corrente, verranno accettati più tardi, quando si sarà instaurata l’etica che loro collaborano a introdurre. Bassani ha dovuto lasciare Ferrara, Moravia non lo potevan più vedere in Ciociaria, Pasolini è finito addirittura in carcere, Volponi s’e dimesso dal posto di lavoro. Noi viviamo dentro un sistema dove tutte le forze sono in equilibrio, morale-politica-religione-scuola-arte-letteratura-informazione, la luce che illumina i passi della nostra vita viene da tutto ciò che è gia stato espresso, e che crede di essere tutto l’esprimibile: colui che si mette a scrivere esprime qualcosa di nuovo, d’inatteso, e di temibile perché rompe gli equilibri preesistenti, sicché tutto quello che c’è lavora affinché il nuovo non sia detto. Non c’è mai bisogno di un nuovo scrittore. E’ lo scrittore che, scrivendo, deve creare il bisogno di sé. Lo scrittore riesce nella misura in cui crea questo bisogno. Da quel momento è un "classico". Scrivendo, comunica un’etica, un’idea di bene, la "sua" idea di bene, che è insieme estetica e morale, che durerà più in quanto estetica che in quanto morale. Questo spiega perché raramente i grandi scrittori, quando cominciano, hanno successo. Perché non sono in sintonia col gusto corrente, il gusto della massa. Una volta Majakovskij si presentò a una conferenza, salì sul palco, cominciò a parlare e fu subito applaudito. "Mi applaudono – pensò con disgusto -, dunque non dico niente di nuovo", e se n’andò. L’incrocio di un’opera col gusto della massa crea il fenomeno noto come best-seller: il best-seller è "sempre" un libro morto, perché è il risultato di un gusto all’apice della diffusione, quindi in fase morente. "Best-seller" e "libro reazionario" sono la stessa cosa. Perciò possono esistere dei manuali su come si scrive un best-seller, con l’indicazione di tutti gli ingredienti, e le relative percentuali: il best-seller deve corrispondere, non inventare, non sgarrare. E se un libro è reazionario, l’autore è reazionario. E se quell’autore, oltre ai libri, scrive articoli, saranno articoli reazionari. Un libro in sintonia col gusto presente è già un libro del passato. Perciò coloro che scelgono i libri da stampare, in una casa editrice, dovrebbero scegliere non libri che li confermano, ma libri che li smentiscono e li seppelliscono. Di tutti i lettori di manoscritti, quello che trovo piu interessante non è il mitico Bobi Bazlen, personaggio dello "Stadio di Wimbledon" di Del Giudice, che affrontava ogni nuovo testo sconosciuto ponendosi la domanda: "Risponde questo libro alla mia idea di libro?", perché voleva vivere nei libri degli altri, che dunque dovevano scrivere perché lui vivesse; domandarsi se un libro c’è o non c’è ponendosi quella domanda, significa costringere il libro a confermarci; no, preferisco l’estetica applicata dall’umile cristiano-comunista Franco Fortini, che di fronte a un manoscritto poetico di Andrea Zanzotto ebbe l’onestà di scrivere suppergiù così: "Nulla di questo libro poetico corrisponde alla nostra idea di libro e di poesia; ma è un libro poetico; e dunque alla domanda: Stamparlo sì o no?, rispondo: Stamparlo subito, purtroppo". In un certo senso, quella parte di cristianesimo-e-comunismo di Fortini che Fortini non riusciva a dire, era detto, in forme non fortiniane, nei versi di Zanzotto. Anche questa è una maniera per vivere oltre se stessi. Dunque, per scrivere. Questa unità tra vivere e scrivere fa sì che si scrive come si vive. La menzogna, l’insincerità nella scrittura è impossibile: il libro falso è quello che si chiama "un libro non-scritto". Lo vedi subito, fin dalle prime righe. L’etica nella scrittura non può essere imposta, o è naturale o non c’è. Uno studioso francese ha scritto un libro sul rapporto tra scrivere e respirare: François Bernard Michel, "Le Souffle coupé, respirer et écrire (Gallimard), per collegare l’asma di Queneau ai suoi problemi esistenziali, la tosse di Paul Valéry ai suoi gridi, l’asma di Marcel Proust alla sua ricerca mortale del senso, lo spasmo alla laringe di Mallarmé alle sue pagine bianche… La conclusione di Michel è: si scrive come si respira. Allo stesso modo noi potremmo trovare una corrispondenza tra le scritture e le nevrosi di Dante, Petrarca, Tasso, Manzoni, e via via fino a Pasolini. Sono etici perché sono autentici, e viceversa. La malattia è il prezzo dell’eticità, il costo della scrittura. Allo stesso modo io credo che un critico fornito di buoni strumenti possa dire, leggendo una pagina di Parise, se l’ha scritta prima o dopo l’entrata in dialisi. L’entrata in dialisi corrispose ad un diverso scorrimento del sangue nelle vene, e il diverso scorrimento del sangue nelle vene gli dettava un diverso fluire delle parole nella frase, e una diversa cadenza della punteggiatura. Il senso è: scrivi come ti scorre il sangue. Poteva Parise scrivere diversamente? E’ come chiedergli di essere in dialisi senza essere in dialisi. La responsabilità sta nello scrivere per come si è. Rispondere della propria scrittura vuol dire rispondere di come si è. Nel mostrare come si è. Nel
consegnare quello che sai, quello che sei. Questo è etico. Poiché si vuole scrivere "per sempre", si risponde "per sempre" degli effetti della propria scrittura. Omero ne risponde ancor oggi. Consegnare quello che sei non significa consegnarsi ai contemporanei, che possono non accoglierti, bensì a coloro che verranno. Anche se non sai l’accoglienza che ti faranno. Lo scrittore che fa questo, è etico. Lo scrittore che non fa questo, non è che non sia etico, è che non è uno scrittore.

(Da "La saggezza del vivere, tracce di etica", di 28 autori, a cura di Alberto Sinigaglia, Diabasis ed., marzo
2003
)

Vi lascio ora in compagnia di

Fabrizio De Andrè: Verranno a chiederti del nostro amore

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13 risposte a Scrivere, non fare lo scrittore

  1. RenzoMontagnoli ha detto:

    Comunicato del 21 novembre 2008[..] La differenza fra scrivere ed essere scrittore su , una poesia profondamente autunnale di Natàlia Castaldi. Continua su Letteratitudine l’interessantissima discussione conditta dalla brava Simona Lo Iacono su di Woody Allen da Griz [..]

  2. ElysSun ha detto:

    Ho letto gli stralci con grande interesse e mi trovo d’accordo con entrambi in tutto e per tutto. In particolare mi ha colpito questa frase:

    “E’ lo scrittore che, scrivendo, deve creare il bisogno di sé. Lo scrittore riesce nella misura in cui crea questo bisogno. ”

    Questa per me è una grande verità.
    Un abbraccio Milvia e grazie per questo post!

  3. martolyna66 ha detto:

    Mi sto affacciando adesso, io, alla scrittura. Io senza cultura, senza basi solide, che dovrei fare la mamma lavoratrice, che dovrei passare il mio tempo a crescere i miei figli e a fare faccende, io che il mio lavoro è solamente una parentesi, un momento in cui faccio qualcos’altro. Io che dovrei guardare telenovelas e serial tv, come tutte le brave casalinghe lavoratrici di questo mondo fanno. Io che ho scoperto per caso un mondo meraviglioso dentro di me, fatto di suoni e di parole che aspettano solo di essere scritte. E’ vero ciò che scrive l’autore, si scrive innanzitutto per sé stessi, l’autoreferenzialità di chi scrive è ben maggiore di quella di chi sa parlare bene. Io purtroppo non so parlare. Io sono sempre troppo dura, troppo diretta, troppo brusca. Ho imparato a tacere per non sbagliare, la gaffe è semrpe stata al mio fianco, come una brava compagna di viaggio. D’istinto, così come respiro, scrivo. E mentre scrivo mi sento finalmente parte del mondo.
    Grazie per aver riportato queste parole. Sono un outsider da una vita, però mi sento parte di un mondo, piccolo, ma mi rendo conto che un pezzetto di questo piccolo mondo è mio. Senza pretese, so che le mie parole non varcheranno i confini assoluti del tempo, ma stanno finalmente segnando il MIO tempo.

  4. anonimo ha detto:

    Bellissimo intervento!!!

    Complimenti all’autore.

    Fabrizio

  5. accipicchia ha detto:

    Ciao, Milvia. Leggere questi due interessantissimi testi è stato per me un dono graditissimo. Li ho apprezzati molto e ne ho tratto notevoli spunti di riflessione, a tal punto che ora ne suggerirò la lettura sul blog.
    Grazie per la vitalità, la cura e l’entusiasmo che metti ogni giorno nelle tue “ricerche”. Piera

  6. stefanomina ha detto:

    ciao milvia, intervengo come lettore perché scrittore certo non sono per dirti che mi trono perfettamente d’accordo con antonella. Pochi giorni fa, su letteratitudine si trattava un argomento abbastanza vicino a questo. Ci si domandava se lo scrittore avesse dei compiti, e se sì, quali fossero questi compiti. Questo è stato il mio umile, forse banale pensiero che riscrivo qui da te:

    …Un mio caro amico poeta un giorno mi ha detto ( più o meno): ” quando scrivi qualcosa su un libro ( nero su bianco) devi essere consapevole della grossa responsabilità che hai perché quel libro può capitare in mano a chiunque e quel chiunque potrebbe farsi influenzare da quelle parole che sta leggendo dando loro un importanza forse immeritata” Un po’ come la televisione che stabilisce – spesso falsamente – cosa è vero oppure no.
    Credo perciò – a mio avviso- che uno scrittore dovrebbe avere, oltre i mezzi tecnici, naturalmente, un grosso senso di responsabilità verso gli altri, una buona onestà intellettuale ( parola desueta) una fortissima curiosità ( per me questa è la cosa più importante ma non solo per uno scrittore, ma per tutti gli uomini) e una spiccata sensibilità… che abbia infine un profondo rispetto per se stesso e di conseguenza per il suo potenziale lettore.

    ciao
    stefano

  7. BarbaraProvenzi ha detto:

    Scrivere è fatica e io ora sono terribilmente stanca. Sventrata, in effetti.
    Scrivere è dolore, anche fisico. Non scrivere però è peggio, tutto esplode dentro. Inconcepibile.
    Poveri noi.
    Bacio,

    B.

  8. giovannagi ha detto:

    Ambedue i testi assolutamente condivisibili.
    Scrivere è un’esigenza, un bisogno dello spirito, è una vocazione, è un rischio, è un salto nel buio, è obbedire ad un’occulta voce tirannica, è gioia, è dolore, è fatica, è …vita!
    Grazie Milvia!
    Giovanna

  9. anonimo ha detto:

    “La responsabilità sta nello scrivere per come si è…”
    E’ provato: le cose più belle che ho scritto sono quelle nate di slancio, senza condizionamenti (della serie “vediamo un po’ chi è il mio lettore di oggi” o “chissà se venderà…”), quando traspare l’etica di persona rispettabile e rispettata che immagino (spero) di avere nel dna.

  10. RenzoMontagnoli ha detto:

    Condivido quanto espresso da entrambi gli autori e aggiungo che fare lo scrittore è uno status-quo, cioè è fare un lavoro, svolgere una professione la cui contropartita è il gradimento del pubblico. Ora scrivere per il pubblico non è disonesto, ma non è intellettualmente ineccepibile. Io pensa che uno abbia la necessità morale di scrivere, sondando il suo io, relazionandolo con la sua dimensione fisica e con il mondo che lo circonda non per produrre quello che il pubblico si aspetta, ma per andare oltre, per ricercare una verità che all’inizio nemmeno l’autore può conoscere.
    Senza aver l’intenzione di offendere qualcuno, lo scrittore per il pubblico è un artigiano, inserito in un preciso clichè, di cui si avvale per offrire il solito piatto al lettore affamato. Invece chi scrive cerca di arrivare a creare qualche cosa di nuovo e come tale, che ci riesca o no, è un’artista.
    Sai bene Milvia che non amo definirmi un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Che poi io sia riuscito a trovare tutto quanto c’è in me, ad esporlo dopo essermi relazionato con la situazione temporale del genere umano, è tutto da verificare. Spero solo che in questo mio tentativo i risultati siano almeno dignitosi; forse non ho voluto volare troppo, ma di sicuro non l’ho fatto per compiacere gli eventuali lettori.

  11. Soriana ha detto:

    @ElysSun: E io credo, cara Elys, che questa verità, dalla tua scrittura, emerga.

    @Marta: Ciao, Marta, e benvenuta qui. “Io senza cultura”, dici. Forse non avrai altisonanti titoli di studio, ma mi sembra che quanto tu scrivi sia molto “colto”, ma nel senso giusto: credo, cioè, che tu abbia una grande capacità di vedere fuori e dentro di te, con lucidità e ironia. Dal tuo “piccolo mondo di outsider” hai capito molto sia della scrittura che della vita. Grazie, grazie davvero per questo tuo commento.

    @Fabrizio: Mi fa piacere leggerti qui, dopo aver imparato a conoscere i tuoi testi sempre validissimi da Renzo.
    Spero che le tue visite si ripetano…

    @Piera: sei sempre molto partecipe, Piera. Che dirti? Grazie, grazie di cuore.

    @Stefano: ottimo intervento, Stefano. Responsabilità, onestà intellettuale, curiosità (credo come te che la curiosità dovrebbe appartenere a tutti, curiosità nel conoscere l’altro, nel cercare di capire le cose al di là delle apparenze, per esempio) sensibilità: è quanto tu dici dovrebbe possedere uno scrittore. E non posso che essere d’accordo. E aggiungo anche: Umiltà. E invece molti libri sono solo pieni di giochetti, di effetti speciali, di mezzucci per impressionare il lettore, ma non hanno corpo, né cuore, né nulla. Vestiti vuoti, magari cangianti, o all’ultima moda, ma vuoti. E il loro compito è di ingannare, consapevolmente, il lettore. Eppure fanno bella mostra di loro nelle vetrine, nelle TV, vincono premi… Perchè è così che va il mondo.

    @Barbara: A volte scrivere è dolore, hai ragione, Barbara. Ma per me, scrivere, per la maggior parte delle volte, è stare bene con me stessa. Mi spiace che tu ti senta “sventrata” (un’efficace espressione, in verità), ma se questa tua stanchezza è il risultato di un tuo recente dedicarti alla scrittura…beh, sarebbe un po’ come la stanchezza di una madre che ha appena partorito. E allora non è poi così male…

    @Giovanna: sì, Giovanna, è tutto questo, scrivere… Perfetto.

    @Maria Cristina: infatti il punto è questo. Scrivere senza condizionamenti. Tutt’al più mi può capitare, dopo aver scritto qualcosa, chiedermi se piacerà a un amico cui faccio abitualmente leggere i miei testi… Ma non ho certo in mente un target di lettore, non lo faccio né nel blog, né altrove. Che tu sia rispettabile, e rispettata, è fuori di dubbio, Cristina.

    @Renzo: sono d’accordo con quanto hai scritto, caro Renzo, se si esclude la definizione che dai di te stesso, o meglio del tuo essere o no Poeta, perché per me, e certo non solo per me, tu lo sei un Poeta. E un’altra cosa: a me la parola artigiano piace. E’ una parola che ha dignità. Allora vorrei fare una piccolissima correzione, al tuo commento: chi scrive buttando lo sguardo al pubblico lo definirei imprenditore della penna, più o meno grande, a seconda di quante copie del suo “prodotto” riuscirà a vendere; chi scrive con onestà, io dico, o, come tu dici, cercando di creare qualcosa di nuovo, è, sì, un’artista, ma mi piace definirlo artista artigiano.

    Un abbraccio a tutti: ai vecchi amici e ai nuovi partecipanti, che considero nuovi amici.

    Milvia

  12. isabel49 ha detto:

    Ho letto con attenzione entrambe le riflessioni da te pubblicate e sono pienamente d’accordo con il pensiero autorevole degli autori. La scrittura è una passione che nasce dentro, è come un fuoco che arde e che trova la sua ragione d’esistere nel accendere una pagina bianca illuminandola di parole, di armoniche parole personali dell’autore. Non ci sono tendenze o richieste di mercato, si scrive secondo la propria etica e il proprio pensiero. Che scrittura sarebbe se fosse pensata a tavolino per soddisfare un genere alla moda? La spontaneità, l’amore e la voglia di liberare i propri pensieri che non hanno voce, perchè il possessore di quei pensieri li sa solo vergare e male esprimere, fanno di un libro un qualcosa di diverso e vero, e sicuramente uno scritto che dirà qualcosa ai posteri. Ciao Milvia, nel tuo blog gli argomenti trattati solo davvero interessanti e profondi, oltre che la tua stupenda scrittura.
    Buon sabato, a presto.

  13. Soriana ha detto:

    @Isabel: Come è appassionato il tuo commento! Ne trapela tutto il tuo amore per la scrittura.
    Grazie per i sempre benevoli (ma forse immeritati) elogi.
    Buona domenica.

    Milvia

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