Melania Mazzucco: La lunga attesa dell’angelo

La Maddalena Penitente

La Maddalena Penitente


Sto leggendo un libro che mi sta incantando. Non solo per la storia che narra, ma per la sua scrittura, per tutte le immagini che questa scrittura evoca. E’ come se mi sentissi risucchiare dentro le pagine. Una fascinazione che mi prende parola dopo parola, riga dopo riga, pagina dopo pagina.
Il libro è questo:
9788817025850

Di Melania Mazzucco avevo già letto "Vita", su consiglio del caro e mai dimenticato prof. Stefano Benassi, e avevo trovato bellissima la storia di emigrazione che narra, e superbo il modo in cui viene raccontata.  Poi avevo iniziato "La camera di Baltus", ma lo avevo ben presto abbandonato, non mi piaceva proprio. Non ricordo neppure di cosa parlasse. Ero passata in seguito a "Un giorno perfetto", che avevo apprezzato, senza esaltazione, però.
Ma con questo suo “La lunga attesa dell’angelo” Melania Mazzucco risale rapidamente la classifica dei miei autori preferiti.
Tanto è vero che ve lo segnalo ancor prima di averlo terminato. Sono a poco meno della metà, infatti.
Non farò quindi una recensione, perché non potrebbe essere completa. E poi io sono sempre impacciata, quando devo scrivere recensioni. Vi dirò molto brevemente di che parla questo romanzo e ne riporterò due brani, quale illuminante esempio di come Melania Mazzucco utilizzi la scrittura in questa sua opera più recente fino a farci annusare, sporcare, vivere della scena e nella scena.
La voce narrante, che parla in prima persona, è quella di Jacomo Robusti, detto il Tintoretto. Sono gli ultimi giorni di vita del grande pittore veneziano, lui ne è consapevole e inizia un colloquio con Dio, che non è altro che un bilancio della vita, un esporre passioni e smarrimenti, pentimenti e furori. Al centro del racconto il rapporto fra Jacomo e la figlia Marietta, un rapporto intenso, possessivo, che va ben al di là del naturale rapporto fra padre e figlia. E si snoda piano piano tutta la vita dell’Artista, gli inizi della sua passione per i colori nel laboratorio del padre tintore, le battaglie per emergere, l’odio e amore per un altro grande pittore dell’epoca, Tiziano Vecellio, che sempre lo rifiutò come allievo. E una miriade di personaggi, attraverso l’uso di flash back, emergono dalla pagina scritta, fino a formare una sorta di grande, mirabile affresco.

Ed ecco i brani che ho pensato di riportare. A me piacciono tantissimo.

Anch’io ho amato i colori –l’azzurro del cielo di maggio, il riflesso della luce su una manica di seta scarlatta, il rosa del tramonto sul muschio verde di uno squero. E’ la prima cosa che mi ha insegnato mio padre: a circondarmi di cose belle, sgargianti, preziose, e sporcarmi le mani per ottenerle. Abitavamo in un basso edificio affacciato su un canale stretto e sempre buio. Le case che ci circondavano erano così alte che il sole non raggiungeva mai la nostra.  Ma mio padre aveva il laboratorio ai margini della città, in quel lembo di Cannaregio che guarda la terraferma –un arcipelago di isolotti che ospitavano unicamente cantieri, fabbriche e concerie, sempre avvolti da nuvole di fumo rossastro, o giallo, o nero, che sapeva di ammoniaca e di zolfo, dove anche l’acqua dei canali era rossa o nera.
Il locale era poco più di una tettoia di tegole aperta su tre lati: quelle pareti fatte solo d’aria catturavano tutta la luce del giorno che a noi era negata.  Era disseminato di grandi vasche rettangolari, sempre piene fino all’orlo. Le chiamavamo barche. Ma non si trattava di tinozze. L’acqua di una barca era rosso granato, quello di un’altra giallo limone, c’era la vasca verde smeraldo e la vasca blu. Tutti i colori che la soffocante penombra del quartiere ci negava sembravano caduti là dentro, ed esservi rimasti prigionieri.  Nelle barche –marchiate con la R dei Robusti, la sigla della nostra ditta- mio padre immergeva i panni. Non erano di lino, cotone o velluto: erano di seta.
Quei panni gli operai li spingevano a fondo con lunghi bastoni di vetro, e li lasciavano a bagno per il tempo che durava la sabbia a colare nell’imbuto di una clessidra, o per una notte intera. La stoffa si abbeverava di colori – come ne avesse sete. E poi i panni, grandi come lenzuoli di giganti, e impalpabili come l’aria, venivano lavati nel canale e appesi ad asciugare. I panni azzurri e giallo zafferano dovevano asciugare al sole, e allora venivano inchiodati su telai montati sui pali confitti nel terreno, all’aperto – i panni rossi, grigi e viola all’ombra, e allora dalle travi del soffitto sgocciolava sulle assi una pioggia magica. A volte, da bambino, mi sdraiavo sul pavimento del laboratorio e lasciavo che la mia pelle si tingesse di rosso, scarlatto, violetto. Ancora oggi, quando mi guardo le mani, ho l’impressione che nei pori sia rimasta qualche goccia di tintura.
……………………..

Se ripenso alla mia infanzia vedo la tintoria di mio padre.
I locali enormi, inondati dalla luce. Le caldiere, i fuochi avvolti da vapori acri e inebrianti su cui sobbollivano mastelli e si scioglievano polveri misteriose. I magazzini in cui si allineavano barili contraddistinti da cartigli che dicevano robba, sommacco, corteccia di quercia, vetriolo romano, brasile, legno di galla, guado, indaco, melograno, scorza d’arancia, kermes.  Le barche in cui i panni stavano a bagno per ore o giorni o il tempo di un miserere, i bastoni di vetro, la pioggia colorata sul viso e sulle mani, i lenzuoli dei giganti, le chiovere lungo i canali – quelle tele fragili, come grandi quadri monocromi rivolti verso il cielo, il sole, la luce.

(Da " La lunga attesa dell’angelo" di Melania Mazzucco. Rizzoli  2008
 Collana: Scala italianI
ISBN:
8817025852
ISBN-13:
9788817025850
Pag.417)

Et voila! Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate e anche se qualcuno di voi conosceva già questo libro e lo ha letto.

La scelta del video non poteva che essere questa:

Tintoretto a Venezia

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