La nuova lettera di Ettore Masina: respingimenti

Medusa
Leggetela con attenzione, contiene solo verità, merce molto rara, oggi come oggi. E trovo che abbia punti in comune, uno stesso sentire, insomma, con l’editoriale di Renzo Montagnoli che ho segnalato nel mio post precedente (post che vi invito a leggere interamente).

Profughi accompagnati
di Ettore Masina

Chi legge la storia non soltanto sui libri scritti dai vincitori, ma anche ascoltando   i lamenti o i silenzi  dei poveri ai quali i mass-media dei potenti tagliano le corde vocali, chi si addentra nei fatti del passato e in quelli della cronaca che viviamo e di cui – lo vogliamo o no – siamo responsabili, protagonisti e autori, chi non dimentica il vangelo né la dura, lunga, sofferta esperienza del costruire una società in  cui all’uomo l‘uomo sia fratello e non lupo, sa bene che accadono eventi i quali, a tutta prima, possono sembrare episodi di scarsa rilevanza, ma che invece, a pensarci bene, segnalano il livello del male di cui siamo tutti portatori se non ci occupiamo attivamente di chi patisce una crudele negazione dei suoi diritti alla vita. Quegli eventi non sono visibili o rumorosi come guerre devastanti né uccisioni di tiranni, né il rosseggiare di  sanguinose rivoluzioni; non spingono i parlamenti a convocarsi d’urgenza, non incidono sui bollettini di borsa, non modificano i programmi scolastici né sbiadiscono la nostra cupa concentrazione sui “fatti nostri”. Poiché sembrano riguardare soltanto gruppi di poveri, si concede loro poco spazio – ed effimero – della nostra attenzione. Se mai questa attenzione sembri obiezione ai loro comportamenti, i governanti ci assicurano che si tratta di spiacevoli incidenti di percorso nella difesa del nostro livello di vita, che sono accaduti una volta ma non si ripeteranno perché hanno anche un  valore deterrente nei confronti dei poveri che turbano il nostro ordine pubblico. Come dicevano i terroristi “rossi”? Punirne uno per rieducarne cento.
Quegli eventi, però, sono spie di vetro che saltano, mostrando le crepe del nostro sistema di vita, collettivo e personale. Che siano cose di poco conto è illusione dei potenti e magari anche nostra, di noi inquieti e tremuli galantuomini e buone donne che voltiamo la faccia dall’altra parte, “tanto non c’è niente da fare”: quegli eventi, anche se vengono descritti in poche righe dal servilismo dei giornali e delle televisioni del governo, anche se si cerca di nasconderli come si nascondono certe deformazioni o mali ributtanti, lebbre o sifilomi, rimangono “attivi” nella storia. Apparentemente scomparsi, in realtà si incistano nelle nostre strutture sociali e nelle nostre identità, modificano i nostri valori, ci cambiano, talvolta irreparabilmente. Un giorno, scoprendone gli effetti devastanti, faticheremo a ricordarne l’origine, o addirittura saremo diventati così diversi (peggiori) da non vedere il fango nel quale abbiamo scelto di camminare. Già ai meno giovani fra noi è facile constatare come i politici italiani usino oggi abitualmente un linguaggio che sarebbe risultato a tutti intollerabile solo pochi anni fa, e avanzino seriamente proposte razziste le quali, ancor prima che crudeli, pochi anni fa sarebbero state considerate demenziali.
Quanto è avvenuto nei giorni scorsi in quel liquido cimitero in cui si  seppellisce il genocidio dei miseri che ci chiedono pietà segna, secondo me, un mutamento antropologico di terribili dimensioni: è la regressione a tempi lontani e crudeli che la storia della civiltà ci aveva illuso essere dimenticati per sempre, a tragedie come questa: “
Nel 1847, ottantaquattro bastimenti furono fermati a Grosse Isle, sotto Quebec. Fra gli immigranti irlandesi che cercarono rifugio sotto fragili capannoni esposti a tutte le intemperie, ne morirono 10 mila. E 3 mila erano così soli che nessuno  ne conobbe mai i nomi. Come dice la Bibbia, li ho visti distesi sulla spiaggia, li ho visti trascinarsi nel fango e morire come pesci fuor d’acqua”.(1)   Un secolo e mezzo più tardi, l’Italia, uno degli 8 paesi più “sviluppati” del mondo, ha usato una nave da guerra, uno dei costosissimi capolavori della tecnologia militare, per rimandare in un vero e proprio lager un piccolo gruppo di miseri che erano riusciti ad evaderne. Non c’è nessun italiano, che non sia analfabeta di ritorno, il quale ignori che cosa sia un centro di detenzione profughi in Libia: creature umane sottoposte a un trattamento miserabile, torture, violenze carnali e persino – come hanno raccontato tante persone che sono riuscite a fuggirne – donne che muoiono cercando di abortire il piccolo nemico che il carnefice ha  seminato nel loro grembo. È a inferni del genere che abbiamo riconsegnato 227 persone che non avevano altra colpa che quella di cercare pane e dignità, che per respirare un po’ di speranza hanno percorso lunghi, pericolosi, dolorosi cammini di fame e di violenza. Per difendere la nostra paura, siamo diventati gestori di morte. Lo hanno compreso bene i nostri marinai, che non  hanno avuto il coraggio di disobbedire a ordini che infangavano la nostra bandiera, ma che hanno espresso la loro vergogna nell’assistere alla disperazione di chi aveva intravisto una terra libera e si vedeva inchiodato alla violenza del nostro egoismo. Nostro, sì, o della maggior parte di noi, elettori di un governo infettato e corrotto dalla capacità di odio della Lega. O che, adesso, tacciamo.
Quello che è successo non può essere valutato in tutta la sua gravità se non si ricorda che il governo Berlusconi ha praticamente “tagliato” ogni nostro aiuto alle popolazioni più povere del Sud della Terra, e questo mentre la crisi economica mondiale morde con maggiore ferocia le aree del sottosviluppo. Né si può dimenticare che molte delle persone che ci chiedono asilo vengono da regioni (Afghanistan, Iraq) sconvolte da guerre cui l’Italia partecipa; ed altre fuggono da conflitti  (Etiopia, Eritrea, Somalia, Congo…) cui neghiamo ogni attenzione anche se non pochi governi comprano armi dall’Italia o si muovono al servizio di aziende italiane (legno, petrolio, coltan: il minerale necessario ai nostri cellulari)  le quali devastano aree immense dell’Africa. Inoltre fra quei 227 esuli molti, come è risultato in tutti gli sbarchi a Lampedusa, avevano diritto di asilo nel nostro Paese, secondo l’articolo 10 della nostra Costituzione, perché colpiti nei loro diritti umani; ma nessuno ha udito i loro racconti, e il respingimento li rimetterà probabilmente nelle camere di tortura dalle quali erano  usciti senza più giovinezza; respinti dall’Italia, saranno respinti dalla Libia… Ma poi: non  ci dicevamo tutti (o quasi) cristiani? Respingere chi chiede aiuto, ci dice il vangelo, è il peccato più grave che si possa commettere: vedi Matteo XXV, 31-46: “Ero forestiero e voi non mi avete ospitato… Via, lontano da me, maledetti!”.
È per questo che parlo di un nostro mutamento antropologico. Siamo ancora capaci, in molti, di solidarietà per i nostri connazionali colpiti da catastrofi naturali, ma non vediamo più, come accadeva in una stagione felice, la disperazione di nostri fratelli colpiti dalla crudeltà di un sistema economico su cui si basa la nostra agiatezza. Nella terribile odissea dei respinti si rivela lo scadimento etico, l’imbarbarimento che connota ormai tanta parte della nostra società, a cominciare dalla casta politica. Se la gioia manifestata in questa occasione  dal ministro Maroni, propagandista della “cattiveria” di stato, sembra l’infame soddisfazione del cacciatore di schiavi fuggiti dalla spietata violenza dei padroni e da lui riportati alla frusta, quella non meno sfolgorante dei Cota, dei Bricolo, dei Calderoli e dei loro seguaci mostra chiaramente che ci troviamo ormai in un regime di proto-apartheid: il progetto non è soltanto quello di impedire l’arrivo di immigrati ma anche di rendere difficile quanto più è possibile la vita di quelli già residenti fra noi. Il “pacchetto sicurezza” ne è eloquente documento.
Tuttavia la brutalità leghista non è forse l’immagine più dolorosa di questi giorni: i contorcimenti di Rutelli e di Fassino mostrano quanto purtroppo il Partito Democratico sia ancora ben distante dall’impronta di limpida forza di opposizione che Franceschini sta coraggiosamente tentando di consolidare; e ignobile risulta l’ipocrisia di certi portavoce del Popolo della Libertà. Penso per esempio all’onorevole Bocchino che con aria contrita parla della dolorosa necessità di essere “severi” con  l’immigrazione illegale. “Severità” il respingi-mento nel lager? Sembra di risentire lo squadrista mutilato di “Armarcord” che si lamentava della violenza alla quale i suoi camerati erano “costretti” dall’insana smania di libertà degli antifascisti…
Avevo già scritto queste righe quando oggi, 12 maggio, è avvenuto un fatto nuovo. Con insolita durezza, il presidente del Consiglio ha rivendicato a sé l’iniziativa del respingimento (lui lo chiama “accompagno”!) dei profughi, sottolineando che Maroni non ne è stato che  l‘esecutore. Un dubbio mi inquieta. Berlusconi era sembrato un po’ distaccato dall’evento, limitandosi a dire, con l’abituale approssimazione, che l’Italia non  vuole essere uno stato multietnico. Come mai gli preme adesso la rivendicazione di un fatto che ancora una volta ha attirato al nostro paese la riprovazione internazionale? Mi domando se qualche sondaggio non gli abbia mostrato che l’episodio ha procurato alla Lega un consenso talmente vasto da inquietarlo o da spingerlo ad appropriarsene. Se così fosse, sarebbe davvero un tristissimo momento per  chi crede nei valori umani.
Comunque sia, penso che non ci si possa arrendere, e di fronte a una crudeltà “politica” sia necessario, innanzi tutto, alzare la voce. Mi sembra che il silenzio sarebbe correità.  Deve risultare evidente al governo, alle sue forze parlamentari, ai suoi sondaggi che vi sono milioni di italiani che non sono tanto sciocchi da ritenere che il fenomeno migratorio debba essere lasciato a se stesso ma che pensano che le leggi che debbono regolarlo non possono prescindere dalle sue cause  e dai doveri di umanità, i quali soltanto consentono di poter parlare di civiltà. I rozzi, gli insensati, i paurosi trascinati dalla paura all’odio razziale sono presenti dovunque e sfruttano la nostra inerzia. Impongono le loro scelte politiche a un governo che si mostra insensibile alla  crudeltà di certi provvedimenti (ciò che la dice lunga anche su certe scelte di politica interna: mancata protezione delle pensioni minime,  dei 2 milioni e mezzo di cittadini che “vivono” sotto il livello di povertà, dei lavoratori precari, dei disoccupati senza cassa integrazione…). A molti di noi potrà parere impossibile  o inutile far sentire la propria voce. Non è così: stringersi intorno agli strumenti che la società civile  si è data (dal Commissariato Italiano Rifugiati alla Caritas alla Chiesa Valdese alla miriade di organismi non-governativi che onorano il nome dell’Italia nel Sud dei poverissimi), scrivere al presidente del Consiglio, ai parlamentari cui si è dato il voto e ai candidati delle prossime elezioni, far votare ordini del giorno agli Enti locali cui siamo vicini, organizzare e sostenere dibattiti e manifestazioni… esiste una pluralità di iniziative che le comunicazioni informatiche moltiplicano e rendono possibili in tempi brevissimi.
Servirà a poco? Bonhoeffer scriveva dal carcere: “L’essenza dell’ottimismo è una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, il futuro lo rivendica per sé”. Penso che non dobbiamo lasciare il futuro agli avversari della dignità umana. E che a questo valga la pena di spendere un po’ del nostro oggi.

(1) Oscar Hanlin , Gli sradicati, Edizioni di Comunità, 1978

Mi sembra che questo video possa degnamente fare da colonna sonora e filmica alla lettera di Ettore Masina. E vi propongo anche il testo.

Ritals (*) Gianmaria Testa

Eppure lo sapevamo anche noi
l’odore delle stive
l’amaro del partire
Lo sapevamo anche noi
e una lingua da disimparare
e un’altra da imparare in fretta
prima della bicicletta
Lo sapevamo anche noi
e la nebbia di fiato alla vetrine
e il tiepido del pane
e l’onta del rifiuto
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto
E sapevamo la pazienza
di chi non si può fermare
e la santa carità
del santo regalare
lo sapevamo anche noi
il colore dell’offesa
e un abitare magro e magro
che non diventa casa
e la nebbia di fiato alla vetrine
e il tiepido del pane
e l’onta del riufito
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto  
 

(*)Rital (al plurale ritals) è un termine dell’argot popolare francese che indica una persona italiana o di origini italiane. Esso possiede una connotazione peggiorativa e ingiuriosa. Secondo alcune fonti esso deriva dal fatto che, nonostante anni di residenza Oltralpe, gli italiani non riuscivano a pronunciare correttamente la r francese.
Questo termine fu affibbiato dai francesi agli operai italiani immigrati in massa in Francia prima e dopo la seconda guerra mondiale per lavoro.
Alternativamente a questa origine "fonetica" e rispettosa del termine "rital" si puo’ pensare che, data la connotazione peggiorativa, il termine derivi dalla parola "ritaglio", vedi anche l’assonanza, nel senso di "vestito di ritagli", cioe’ con vestiti rammendati con toppe/pezze, e in linea con la figura della maschera (stereotipo) italiana di Arlecchino.

(da Wikipedia)

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8 risposte a La nuova lettera di Ettore Masina: respingimenti

  1. RenzoMontagnoli ha detto:

    Quanto è bella e vera questa lettera di Ettore Masina!
    Condivido il contenuto in ogni sua parola; purtroppo non fa altro che evidenziare il grado di egoismo a cui siamo arrivati.
    Nessuno che si ponga una domanda: Perchè io sono ricco e loro sono miseri?
    Basterebbe solo che si arrivasse a far sì che gli italiani si ponessero questo quesito; sarebbe solo l’inizio di un un inevitabile esame di coscienza che finirebbe – è un auspicio – con il fare piazza pulita di questi portatori di morte, sì portatori di morte, perchè altro non si può dire di chi propugna come unico scopo nella vita l’arricchimento a spese dei deboli, il loro sacrificio a proprio beneficio.

  2. anonimo ha detto:

    Grazie Milvia,condivisa tristemente :ieri mi è capitato di sentire un gruppo di giovani attori che ,commentando il testo ,osservavano quanto fossero sati fortunati a nascere a Torino invece che a kabul…e mi è parso di rinascere,,,mentre dovremmo capirlo tutti!
    Tinti

  3. Soriana ha detto:

    Avevo scritto un lungo commento in risposta a Renzo e Tinti (che ringrazio per la partecipazione), ma improvvisamente è sparito. Ora devo uscire, e lo riprenderò al mio rientro.

    Milvia

  4. cheneps ha detto:

    Condivido in pieno quanto argomentato nella lettera e per ora lascio un frammento di Costituzione:

    art. 10. L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
    La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
    Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.
    Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

    In questi giorni la sto leggendo e commentando con i miei alunni

    franca canapini

  5. giovannagi ha detto:

    Certo è un gravissimo problema.
    Ma, e questo è il mio piccolo pensiero, il problema ancora più grave è che quella povera gente non possa vivere dignitosamente nei propri paesi d’origine. E qui è il diritto internazionale che dovrebbe intervenire ed imporre leggi che permettano a tutti gli abitanti di questo travagliato pianeta di vivere in pace e dignitosamente. Ma a quanto pare, purtroppo, il cammino verso una società degna di essere definita “umana” è ancora lungo.
    Giovanna

  6. Soriana ha detto:

    @Renzo: non avevo dubbi che tu avresti condiviso le parole di Ettore Masina. Come te, pure lui usa le parole come armi.

    @Tinti: cara Tinti, la considerazione (amara) che mi vien da fare è che ormai ci meravigliamo e gioiamo a sentire parole che esprimono pensieri che dovrebbero essere di tutti… e invece sono solo rare eccezioni.

    @Franca: ma quelli ormai se ne fregano della Costituzione…
    Fai molto bene a discuterla con i tuoi studenti. E’ sui giovani che bisogna lavorare se vogliamo che per loro ci sia un po’ di speranza.

    P.S.: ho lasciato perdere il lungo commento che avevo scritto ieri e che poi è sparito, come vedete…

    Buona serata a tutti e grazie per la visita.

    Milvia

  7. Soriana ha detto:

    @Giovanna: hai commentato mentre io rispondevo agli altri commenti…
    Certo, bisognerebbe migliorare le condizioni di vita di quei nostri fratelli, in modo che non fossero costretti a lasciare le proprie terre… Ma è un cammino lunghissimo e chi ne avrebbe la possibilità, il potere, non c’è alcuna intenzione di intraprenderlo.
    Buona serata anche a te, Giovanna.

    Milvia

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