Non chiamiamole più morti bianche: finalmente qualcuno lo dice

morti bianche
 Non ho propria nessuna voglia di parlare dei risultati elettorali. A chi esulta per un non eclatante successo del PDL all’Europee (che non può che farmi piacere, non vorrei essere equivocata…) vorrei però consigliare di essere un po’ meno miope, e di non focalizzare l’attenzione solo su quel risultato. I partiti xenofobi sono avanzati in tutta Europa, e se poi consideriamo anche l’Italia,  vediamo come la… liberale e antirazzista Lega ha ottenuto ampi  consensi.  Quindi che non continui, la Sinistra, a essere così miope e ottusa. A mio parere, questi successi, hanno odore di morte. Ma io, forse,  di politica, non ci capisco niente… Basta, chiuso l’argomento.

Grazie alla  puntata  odierna  di Fahrenheit, sono risalita a  questo video della primavera ’73. Cosa è cambiato, da allora? Nulla!  Forse c’è maggiore visibilità, ma di fatto non cambia nulla.  E se allora il termine “morti bianche” poteva avere un significato (si voleva sottolineare, chiamandole così, la scarsa diffusione della notizia
riguardo agli incidenti: due righe appena nelle pagine interne di un quotidiano, morti pressocchè anonime, insomma, come anonime sono le croci bianche di un cimitero di guerra), oggi quelle morti bisogna chiamarle sporche, moralmente, perché evitabili nella maggior parte dei casi, e materialmente, perché si muore spesso nel fango, nell’olio che ustiona, nelle fiamme che fanno della carne cenere grigia,  negli acidi che corrompono il corpo.

Certo, mi si può dire che le parole, le definizioni, le etichette non sono molto importanti. Che importante è l’agire per cambiare.  Eppure anche le definizioni hanno il loro peso. Pensate alla parola “clandestino”, per esempio, che sta assumendo un’accezione sempre più negativa, diventando quasi sinonimo di delinquente.
Al contempo ci si arrampica sui vetri per sostituire  alcuni termini con altri  che, secondo me, sono più che legittimi: non vedente al posto di cieco, per esempio, quando la stessa Unione Italiana Ciechi mica ha cambiato la sua sigla.
Ma tornando alle morti cosiddette bianche vi propongo un editoriale di Articolo 21, da cui ha preso spunto l’odierna puntata di Faherenheit.

Il 10 giugno prossimo s’ inaugurerà a Bologna la manifestazione fieristica Ambiente Lavoro,   dedicata alla qualità del lavoro e alla sicurezza nei luoghi di lavoro. Articolo 21 è impegnata da tempo a promuovere sui mezzi d’informazione i grandi temi di rilievo sociale e, in particolare, quelli inerenti al lavoro: la cultura del lavoro e la salute e sicurezza dei lavoratori. Perciò abbiamo accolto con piacere la proposta degli organizzatori di "Ambiente Lavoro", di presentare congiuntamente questo importante evento alla stampa. La presentazione, sotto forma di conferenza stampa, avverrà a Roma, presso la sala stampa della Camera dei deputati, il 9 giugno alle ore 14,30.
Il tema su cui porrà l’accento l’edizione di quest’anno della Fiera è quello del rapporto tra salute e sicurezza e organizzazione del lavoro.
Dal canto suo Articolo21, dopo la lunga campagna svolta negli anni scorsi per suscitare la sensibilità dei mezzi d’informazione sugli incidenti e le morti per lavoro, chiede agli organi d’informazione di non parlare più di “morti bianche”. Questa ci appare una definizione fuorviante perché fa pensare a morti accadute per caso, per “tragica fatalità”. Invece, nella stragrande maggioranza dei casi, all’ origine degli incidenti sul lavoro c’è il modo in cui è organizzato il lavoro: i carichi, i tempi, lo stesso ambiente di lavoro. E pensiamo alle invalidità che si manifestano dopo una vita, spesso già durante una vita, di lavoro svolto in condizioni ambientali e organizzative disagevoli. E all’accumulo di tensioni, insoddisfazioni, frustrazioni che producono danni altrettanto gravi di quelli fisici.
Perciò ci sembra questo il prossimo impegno che dovrà assumere il mondo dell’informazione: indagare sul modo in cui si lavora nelle fabbriche, negli uffici, nei luoghi del lavoro stabile e in quelli del lavoro precario per ricercare i perché degli eventi negativi e luttuosi legati al lavoro. Perché individuarne la cause, evidenziarle, descriverle significa dare un contributo alla loro eliminazione.

E ora  vi pongo la stessa domanda che Marino Sinibaldi sta facendo agli ascoltatori: con quale definizione sostituireste, voi, il termine “morti bianche” ?
A me pare efficace: omicidi premeditati sul lavoro.  E come omicidi premeditati dovrebbero essere puniti.

E se poi volete, date anche un’occhiata al post precedente: consigli di navigazione.

Vi lascio con questa canzone, del 1973, che parla di morti sul lavoro:
Anna Identici: Era bello il mio ragazzo

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3 risposte a Non chiamiamole più morti bianche: finalmente qualcuno lo dice

  1. anonimo ha detto:

    Credo che con il termine “morti bianche” che mi fa pensare alle notti bianche …non risolte ci si metta a posto la coscienza .Omicidi sul lavoro mi pare perfetta ..se servisse a cambiare qualcosa .Ma noi tentiamo.Grazie
    Tinti

  2. isabel49 ha detto:

    Anch’io mi sono sempre chiesta il perchè della definizione. Al tempo della guerra mondiale le spose con in mariti in guerra e dispersi erano chiamate vedove bianche, per il fatto che erano donne sole, quindi non nere: non c’era la certezza della scomparsa. Ma le morti perchè bianche se sono reali, “morti tragiche per incuria” le chiamerei.
    Interessante post e la canzone della Identici l’ho riascoltata con molto piacere.
    Un abbraccio affettuoso.
    Annamaria

  3. cristinabove ha detto:

    omicidi premeditati.
    aggiungerei particolarmente efferati.
    perché perpetrati su vittime inermi e in stato di necessità.

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