L'Isola degli artisti

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(Da un articolo di Alessandro Grandi pubblicato da Peace Reporter il 12 febbraio 2005)

Accade di camminare lungo le vie della capitale di Haiti, Port au Prince, e imbattersi in un mercato enorme, dove gli artigiani, ma in generale tanti artisti, cercano di vendere i loro prodotti. Il problema è che non ci sono turisti che comprano, e che gli haitiani non hanno soldi se non – pochi – per mangiare. Tutto questo complica la loro sopravvivenza. E pensare che l’arte haitiana è fra le migliori al mondo, sicuramente la più importante dei caraibi.
 
George, l’artista. “Prima lavoravo moltissimo con i turisti, è per questo che parlo tre lingue, lo spagnolo, l’inglese e il francese, blank (espressione tipica haitiana che significa uomo bianco). Adesso però non so cosa fare e mi sono messo a commerciare con oggetti d’artigianato, insieme ad un mio amico.” Esordisce così George, haitiano sui quarant’anni. Lo troviamo in piazza Italia, nella capitale haitiana Port au Prince, seduto vicino ad una bancarella di prodotti artigianali. Insieme a lui altre persone sono in attesa di qualche cliente a cui vendere i loro prodotti. Ma di clienti nemmeno l’ombra.
Manca anche il lavoro. Merrill, un suo amico ammette, “Qui non smuove nulla, offrimi una birra che ne parliamo”.
Il traffico di auto e camion non dà pace, soprattutto a chi è costretto a lavorare per strada. Fumo grigio e denso esce dagli scarichi dei vecchissimi camion che oltrepassano il posto di blocco davanti al palazzo della Posta, dove tre caschi blu della Minustah, la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite per Haiti, fanno la guardia, armati fino ai denti.
“Haiti era invasa dai turisti. Ed io mi occupavo di portarli in giro a fare acquisti, gite. Ero una sorta di cicerone. Dopo tutto quello che è successo l’anno scorso, con la cacciata di Aristide, il passaggio dell’uragano Jeanne, la presenza dell’Onu, qui non è arrivato più nessuno. Solo armi e violenze.” dice triste George. “Lo vedi quel negozio di dischi laggiù? Io lavoravo lì. Adesso non c’è nemmeno l’insegna. Nel marzo del 2004 sono arrivati degli uomini armati e hanno preso tutto. Insieme agli oggetti del negozio si sono portati via il mio lavoro, il mio futuro e quello dei miei figli”.
“Adesso che il turismo è morto, l’unico modo per fare soldi è quello di accompagnare i cileni (gli uomini della Minustah con i quali gli haitiani hanno un discreto rapporto) a  fare compere. Solo così riusciamo a racimolare qualche soldo”.
Il mercato di Port au Prince è una bolgia. Una parte molto grande è dedicata all’arte haitiana. Fra le bamboline vudu e le bancarelle di frutta e verdura un’intera area è ricoperta di quadri dai mille colori. “Io sono di Gonaives (una città nella zona centrale del paese, fortemente danneggiata dal passaggio dell’uragano Jeanne)”, replica Alfred un altro uomo che ha perso il lavoro (era un commerciante) e si è riconvertito in artista:  “qui nella capitale non riesco a guadagnare abbastanza soldi per mantenere la mia famiglia. Vedi questi sono i miei quadri, li dipingo io. Costano molto solo perché è alto il prezzo dei colori e dei pennelli. D’altronde io ho una moglie e ben sette figli e devo dar loro da mangiare. Prima, quando arrivavano i turisti americani e quelli francesi, stavamo decisamente bene. Poi è finito tutto. Speriamo che le cose vadano per il meglio in futuro.”
 
Haiti e l’arte.  Haiti ha la più grande tradizione artistica di tutti i paesi dei caraibi. I colori, le forme, i chiari riferimenti alla vita quotidiana, hanno fatto sì che quest’arte divenisse famosa in tutto il mondo. Rispetto al numero di abitanti, ad Haiti vive una grande quantità di artisti, in particolar modo di pittori, ma anche di artigiani che lavorano il metallo o di intagliatori di legno. Le opere rappresentate dagli artisti haitiani sono spesso assimilate all’arte naive per la semplicità dello stile e per la totale assenza di regole prospettiche. Gli artisti haitiani hanno un modo molto singolare di ritrarre la realtà, questo è dovuto in gran parte al legame che li unisce al vudu e al mondo degli spiriti

Mi chiedo… mi chiedo dove sia, George, in questo momento, e dove sia il suo amico Merrill,  e dove siano i sette figli di Alfred, e la loro mamma. Mi chiedo dove sia Alfred  e che fine abbia fatto la sua speranza: speriamo che le cose vadano meglio per il futuro, diceva all’intervistatore cinque anni fa.
Mi chiedo perché. Perchè,  a pagare, siano alla fine sempre gli stessi: gli eterni diseredati.
E basta, non dico altro. Non ho risposte: solo dolore.

Riporto il link del post pubblicato l’altro giorno da Giuseppe Iannozzi:
Terremoto Haiti
Vi potete trovare molte associazioni che raccolgono aiuti per i terremotati di Haiti.

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2 risposte a L'Isola degli artisti

  1. albertocarollo ha detto:

    Dici bene Milvia, non ci sono risposte: solo dolore.
    Whitout words

  2. Soriana ha detto:

    Alberto:  eh, sì, ci sto malissimo, per questa tragedia… Non posso fare a meno di immedesimarmi in quella povera gente.

    Un abbraccio.

    Milvia

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