Anch'io sarei una belva

haitiVedere qui, in Tailandia, mentre sono in vacanza,  la Tv che trasmette le immagini dell’inferno haitiano, mi sconvolge particolarmente. 
Di Haiti cosa sapevo, prima che il terremoto la portasse sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo? Nulla, o quasi. Sapevo che territorialmente appartiene alla stessa isola su cui cui si estende una delle mete turistiche più frequentate dagli europei. Sapevo, vagamente, di una storia politica travagliata, di dittature, della consueta ingerenza nella sua amministrazione degli Stati Uniti.
Ma se pensavo all’indigenza  assoluta di una popolazione pensavo all’Africa,  non ad Haiti. E ora, invece ho scoperto che il popolo di Haiti era, è, fra i più poveri del mondo. 
Migliaia, probabilmente  centinaia di migliaia di morti. Un numero non identificabile di bambini rimasti orfani: non sapevo neppure che la percentuale più alta della popolazione fosse costituita da bambini e adolescenti. Cosa sarà di quei bambini? Cosa sarà di tutti quegli haitiani cui sono stati amputati gli arti?  Come sempre, davanti a queste tragedie, tutto il resto del mondo si muove in ondate di solidarietà.
Gli aiuti sono arrivati e arrivano e, forse, (forse: staremo a vedere…) si cancellerà il debito che il Governo Haitiano ha verso altri Stati.  Per ora tutto è nel caos più assoluto.  Cibo, acqua, medicinali che sono arrivati in gran quantità sono ammassati nell’aeroporto della capitale, perché non si riesce a distribuirli in maniera organizzata. Cosa che non riesco a capire, ma forse è perché non ho seguito bene tutta questa cronaca infernale.  E’ arrivato anche un contingente enorme di militari Usa. Cosa che mi spaventa: mi spaventano sempre i militari. Perchè si sa quando arrivano, ma non si sa mai quando se ne andranno.

Vedo la gente che si azzuffa, che si picchia, che diventa brutale, violenta, per impossessarsi dei pacchi che vengono buttati dagli elicotteri. Come bestie, sì, come animali che si contendono la preda. E penso che potrei essere io, a comportarmi in quel modo, in una analoga situazione. Per far sopravvivere mio figlio, diventerei belva, diventerei brutale, chissà, forse arriverei ad uccidere. E mi vergogno, non di loro,  ma mi vergogno che a dieci anni del XXI secolo possano ancora esistere nazioni, popolazioni così diseredate. Ben diverse sarebbero le conseguenze di un terremoto della stessa gravità che colpisse la California, io credo. Il sisma è stato intensissimo, è vero, un infernale maledetto terremoto.  Ma è andato a colpire una terra che dall’inferno ( l’inferno della povertà, della desolazione, dell’annientamento della speranza) era già stata conquistata.  E noi, popoli ricchi, dove eravamo?
Un particolare: l’altra pomeriggio via Internet ascoltavo Prima pagina, la trasmissione che va in onda ogni mattina su Radio Tre. C’era Gian Antonio Stella a leggere i quotidiani. E quasi quasi non ci credeva neppure lui, che i giornali li stava sfogliando: tutti, logicamente, riportavano la cronaca da Haiti sulla prima pagina. All’infuori di uno: La Padania… Solo a pagina 21 (o 23, non ricordo esattamente) ne scriveva. Non è che c’entra con il fatto che gli haitiani siano un po’… scuri? 
Chiudo il mio post niente affatto vacanziero, nonostante il luogo da cui scrivo,
per proporvi una poesia, che ritengo davvero molto bella.
L’ho ricevuta l’altro giorno da
Davide Ferrari  poeta bolognese, e uomo attento e impegnato attivamente nel sociale. Mi ha dato generosamente il permesso di pubblicarla nel mio blog.  Un bel regalo per il quale lo ringrazio di cuore. E questa sera la  voglio condividere con voi.

 

Haiti

Un film sottile di calce
altra non se ne possiede.
Sepolti -dicevano- in fossa comune
ma braccia, gambe spezzate
sono bianche al vento
a diventare ossa alla vista dei figli.
Nemmeno coprire le fosse si può fare,
Haiti dove i sassi hanno valore
dove la calce ha un prezzo,
e i corpi sono nemmeno più merce
irrigiditi, innumeri, come
nei mucchi di Aushwitz.

Davide Ferrari
Bologna, 15 Gennaio 2010

E qui potete leggere un articolo di Repubblica, su una notte Haitiana.
Repubblica del 17 gennaio 2010

Poi questo video, che mi ha portato alle lacrime:
Haiti

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7 risposte a Anch'io sarei una belva

  1. accipicchia ha detto:

    Milvia cara, non so che cosa dire, è qualcosa di talmente grande che si è quasi incapaci di pensare, di riflettere, il video, poi, lascia attoniti, non fatico a credere che abbia pianto, anche a me viene da piangere. Immagini dolorosissime che portano alla luce tutta la nostra inadeguatezza. Riusciremo a portare là un po’ di sollievo?
    Piera 

  2. isabel49 ha detto:

    Non ne sapevo niente neanch’io, cara Milvia, e quello che non sapevo che solo la metà dell’isola viveva nell’indigenza, mentre nell’altra metà campi da golf, spiagge turiste super attrezzate e ricchezza, tutto continua così in contemporanea col dolore dell’altra metà. I militari sono giunti per tentare di porre ordine, i più forti impazzano e saccheggiano. I bambini , ho sentito, già all’età di cinque anni sono schiavizzati o venduti, oppure stuprati. Spero che da questo immane dolore nasca una nuova Haiti.

    Ti saluto caramente
    annamaria

  3. RenzoMontagnoli ha detto:

    Comunicato del 20 gennaio 2010[..] Il ritorno di Stilos su Letteratitudine. La tigrotta di Monpracem… Un poeta dimenticato (ma non da tutti). [..]

  4. BarbaraProvenzi ha detto:

    Mi arrabbio proprio a vedere queste cose! Ma perché sempre ai poveri?

  5. Soriana ha detto:

    Grazie per i commenti. Grazie per condividere. Grazie perchè mi seguite e accorciate le distanze.

    Milvia

  6. cristinabove ha detto:

    grazie a te che sei semore vigile, che vai al cuore delle cose.

  7. Soriana ha detto:

    Cri: Impossibile non essere colpiti da questa (e altre) tragedia, cara Cri.
    Ti abbraccio

    Milvia

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