Isole: Celeste, la prima notte

a1943y

Raccolgo l’invito della cara amica Piera e pubblico un capitolo di Isole, la storia intorno a cui sto lavorando. Così chi ha letto l’altro capitolo , che ho segnalato l’altro giorno, scoprirà quale sia la seconda cosa che ha sconvolto Celeste nella sua prima notte di nozze. È un po’ lunghetto. Mi appello alla vostra pazienza…

Prima, però, una segnalazione: è uscito il nuovo numero di Arte Insieme che fra le tante cose belle, contiene anche una poesia di Margaret Collina e una intervista che lei ha rilasciato a Renzo Montagnoli.

OTTO

Celeste

Il primo anniversario di matrimonio lo festeggiarono tornando a Roma. Una cliente del negozio, salutandola prima della partenza, le disse:
“Vedrai, Celeste, io credo che ritornerete in tre. È ora che tu cominci a sfornare un bel bambino! Là a Roma stai con tuo marito tutte le notti, che poi al mattino potete dormire, senza l’impegno del negozio. È così bello, il tuo Vincenzo, che se io fossi più giovane me lo mangerei!”
Non era questione di cambiare città. E neanche di bellezza. E neanche del fatto che a un anno di distanza lei fosse ancora vergine. Era che Celeste si era convinta che certe cose era bene non farle, che era più pulito vivere senza.
L’aveva sempre intuito che c’era qualcosa di malato in lei. Quella fame, quel toccarsi fino a provare la sensazione di librarsi nel cielo e cadere poi precipitosamente, quegli struggimenti improvvisi, quei languori che le tagliavano il respiro. Tutto quello per cui nell’adolescenza aveva chiesto perdono a Dio. Era tutto sbagliato. Bisognava domarlo, questo suo corpo che in certe notti sembrava accumulare elettricità.
Il sesso era solo peccato. L’amore era altro.
Tornarono nella stessa pensione. La signora non c’era più, al suo posto un uomo dal viso deturpato da una grande macchia violacea, che consegnò loro la chiave in maniera sgarbata.
Anche la camera era la stessa, proprio la diciotto, che dava sul cortile interno. I nuovi proprietari vi avevano aggiunto una culla, inserita di misura fra l’armadio e la finestra. Una culla rosa, con un velo scolorito che la copriva interamente.

Potevano considerarsi amici, meglio fratelli, forse. Si raccontavano dell’infanzia, progettavano modifiche per il negozio. A volte si trovavano a ridere insieme senza riuscire a smettere per un episodio buffo capitato a qualcuno. Amavano mangiare le stesse cose, gli piacevano le stesse canzoni. Quando trasmettevano “Sposi” Celeste spegneva la radio, ma altrimenti l’apparecchio era sempre acceso, quando erano in casa. Capitava anche che si mettessero a ballare, improvvisando un boogie, anche se non ne conoscevano i passi. Poi con il respiro affannato si buttavano sul divano e rimanevano lì, tenendosi la mano.
C’erano dei momenti in cui Celeste sentiva su di sé lo sguardo di Vincenzo: erano occhi pieni di amore, quelli che scorgeva, o forse era solo gratitudine, o appagamento per quella vita così serena. Ma ogni tanto Celeste si accorgeva di averlo lei, lo sguardo puntato su Vincenzo.
E ci sentiva  dentro come una scheggia di rabbia, tanto che sbatteva le palpebre velocemente, per cancellarla.

Al matrimonio c’erano arrivati senza tante parole. Non c’era stata neppure una cerimonia di fidanzamento. Lui aveva cominciato a frequentare regolarmente la casa, a dare una mano in negozio. L’aveva baciata una sola volta, un bacio vero, come quelli del cinema.
Erano andati sul fiume e il temporale estivo li aveva sorpresi mentre si stavano rivestendo dopo il bagno. Lei aveva detto qualcosa di divertente e lui l’aveva presa fra le braccia, premendola forte contro il suo corpo. Le aveva dato quell’unico lungo bacio, poi l’aveva lasciata di colpo. Al ritorno non avevano parlato. Lei si sentiva ancora un certo affanno in petto, e un che di frizzante sulle labbra. Lui camminava discosto, trascinando la sacca con gli asciugamani bagnati, le spalle un po’ curve sotto la pioggia che si era fatta leggera.
Pochi giorni prima di morire, tre mesi dopo la cerimonia di nozze, il padre aveva chiamato Celeste nella sua camera, dove ormai l’uomo malato trascorreva tutto il tempo.
“Va bene fra te e tuo marito?” le aveva chiesto. “ È un uomo a posto, vero?” aveva continuato, con quella voce che si inceppava ormai nei rantoli della fine.
Per un attimo Celeste aveva pensato di parlargli, di affidargli il suo segreto. Poi lo sguardo le era scivolato su quelle guance incavate, su quegli occhi che ormai sembravano non vedere più nulla, sulle scarne mani diafane appoggiate sul bianco del lenzuolo.
“Va tutto bene, papà. Vincenzo è proprio il marito che volevo.”
Si era chiesta se il padre avesse intuito qualcosa. Ma non era proprio possibile. Tutti, in paese, dicevano che erano una bella coppia. E che Celeste era stata proprio fortunata a incontrare Vincenzo.
Il racconto che il marito aveva fatto in quella prima notte di nozze era rimasto sepolto fra i merletti del lenzuolo rigido e fra le pieghe dell’animo di Celeste.

In quella prima notte di nozze Vincenzo aveva spento l’abat jour, e c’erano poi state solo le punte delle due sigarette accese a spezzare il buio della stanza. E aveva iniziato a parlare, staccando le parole con brevi pause, la voce quasi un bisbiglio.
“ Come sai ero molto attaccato ai miei genitori. Erano persone allegre, in casa nostra le voci si alzavano solo per ridere, o per una partita a carte. C’erano tanti amici. Venivano e andavano in continuazione, mia madre non faceva mai mancare un piatto di pasta in più, per nessuno.”
Una pausa più lunga, poi aveva acceso un’altra sigaretta con il mozzicone della prima e aveva ripreso:
“Sai, anche gli amici. Anche quelli sono tutti morti sotto il bombardamento.”
Si era girato verso di lei, aveva appoggiato la testa sulla sua spalla. Poi si era di nuovo allontanato dal corpo di Celeste e la ragazza aveva sentito come uno strappo. Si era tirata la coperta vicino al mento.
“Loro non volevano che andassi in guerra. Pensavano di farmi nascondere. Dicevano che tutte le guerre sono sbagliate, che non si va ad ammazzare qualcuno che neanche conosci. Che non si va a farsi ammazzare. Odiavano il fascismo, ma non pensavano che la guerra potesse essere la soluzione per farlo cadere. Poi, te l’ho detto, cercavano di vivere come meglio potevano, si volevano bene. E questo gli bastava. Persone semplici, ma che mi hanno fatto vivere un’infanzia felice.
Non so gli altri figli cosa provano per i loro genitori. So che per me, loro erano l’assoluta sicurezza nella mia vita. Se sono partito è perché pensavo che fosse il mio dovere. Partivano i miei amici, tutti i giovani come me sono andati a combattere. Non sapevo ancora che la guerra è solo una cosa sporca. A un certo punto sono stato ferito. No, niente di grave, però, per favore, non interrompermi, se no non ce la faccio a finire. Solo due piccole schegge in una coscia. Ero in ospedale quando è arrivato il telegramma. Ventinove luglio 1943. Dieci giorni dopo il massacro. Ci sono stati tremila morti, per il bombardamento di San Lorenzo. In un attimo. È questa la guerra. Il tempo di un respiro e  i miei non c’erano più, loro che temevano che avrei potuto essere io, a morire. Erano rimasti sepolti sotto le pietre, sotto gli infissi scardinati, sotto gli oggetti di tante vite, coperti dalla polvere e dal fumo. Questa immagine mi ha accompagnato per tutto il giorno, come se ci fossi stato io, lì con loro. Non riuscivo a muovermi, a piangere, non so come facessi a continuare a respirare. Quando hanno spento le luci le immagini hanno continuato a scorrere davanti ai miei occhi. Vedevo il fumo che si alzava dalle macerie, e il foulard azzurro della mamma che ondeggiava nell’aria, e il gilet di mio padre buttato in una pozza d’acqua. Ho cominciato finalmente a piangere. Ho tirato il lenzuolo sulla faccia, tenendo forte i bordi, come se quel telo fosse una zattera in un mare agitato, e io il naufrago, lì, in mezzo all’acqua. Cercavo di contenere i singhiozzi, ma era inutile. Il pianto mi raschiava il petto come una lama. Nella camerata d’ospedale eravamo rimasti in due. Io e un ragazzo del Veneto. Avevamo scambiato sì e no quattro parole. Quando era arrivato il telegramma mi aveva detto coraggio, è la guerra. Io ho perso una sorellina, aveva solo cinque anni. Coraggio, mi aveva ripetuto.
Non so da quanto tempo avessi cominciato a piangere. A un tratto ho sentito una mano che cercava di togliermi il lenzuolo dal viso. Dai, dai, diceva una voce, non fare così. Era buio, ma dall’accento ho capito che era lui, Fabio. È riuscito a scoprirmi il viso. Con un fazzoletto si è messo ad asciugarmi gli occhi, mi ha fatto soffiare il naso. E continuava a parlarmi, con quella cantilena che hanno loro, così tranquillizzante. Vedi, non era il senso di quello che diceva, era il suono delle parole, come un balsamo, come una ninna-nanna.”

Nella stanza accanto un uomo aveva urlato nel sonno e Celeste aveva sentito l’impulso di stringersi a Vincenzo. Ma poi era rimasta immobile, gli occhi spalancati sul buio del soffitto.

“Ha cominciato ad accarezzarmi la fronte. Quel tocco fresco, leggero, mi ha ricordato le febbri dell’infanzia, quando mia madre stava accanto al mio letto, la notte, e mi accarezzava così, con quella leggerezza. Ha scostato il lenzuolo, e si è steso vicino a me. Il mio pianto stava perdendo forza, si spegneva piano piano, lasciandomi un sapore salato nella bocca. Ho chiuso gli occhi e ho cominciato ad ascoltare quello che Fabio diceva. Mi raccontava di Mimma, la sorellina. Di quando la portava sul cannone della bicicletta, e cantando se ne andavano allo stagno a pescare le rane, di notte. Di come erano azzurri i suoi occhi, di come rideva quando lui faceva finta di dormire per poi tirarsi su di botto dal letto e cominciare a imitare un pagliaccio. Di come erano rotonde le sue ginocchia, con le fossette ai lati. Del prato davanti a casa sua, pieno di lucciole che Mimma avrebbe voluto portare in camera, per illuminarla fino all’alba. Della malattia, delle medicine introvabili perché c’era la guerra.  Della fine.
Ho capito che stava piangendo, anche se lo faceva piano, con discrezione. Ho allungato una mano sul suo viso e gli ho asciugato le lacrime con un dito. Mi sono sollevato su un gomito per dargli un bacio sulla guancia. Le mie labbra hanno incontrato le sue, così, per sbaglio. Non credo che tu possa capire cosa è successo poi. Forse non puoi neppure immaginartelo. Neanch’io potevo immaginarlo, prima che accadesse.”

Nella stanza era sceso il silenzio. Denso, come pece. Celeste si era sentita il gelo nelle ossa. Avrebbe voluto non essere lì, farsi piccina piccina, sparire.
Vincenzo le aveva acceso un’altra sigaretta, le loro dita si erano scontrate nel buio, mentre gliela passava.
Poi aveva continuato:
“So solo che lui mi ha consolato, e io ho consolato lui, ed era tutto così dolce, e giusto, in quel momento. Niente pensieri di morte, solo quell’empatia, i nostri corpi che si cercavano e si trovavano uguali per darsi piacere e placare la sofferenza.
Fabio fu rispedito al fronte due giorni dopo. Di lui non ho mai saputo più niente. Non so se sono uno di quelli, sai, un uomo che va con gli uomini. Un invertito. Non mi era mai successo prima, e ti giuro che non capiterà mai più. Ma da allora non c’è stata nessuna donna, per me. Lo so, avrei dovuto dirtelo prima. Tante volte ho pensato di raccontarti tutto. O di andarmene. Ma poi ho capito che non volevo perderti. Che sei la più importante, per me. Che con te sto bene. Che con te mi sento a casa. Che lo voglio, davvero lo voglio, un nostro futuro insieme. E allora, sai, alla fine mi sono detto: Vincè, non è mai successo, quell’episodio di quando avevi vent’anni. Io sposo Celeste, ho pensato, e tutto girerà come deve girare. Ma ora è così difficile, Celeste, così difficile…”

E un anno dopo erano ancora nella stessa stanza. E niente era cambiato. Celeste aveva sollevato il tulle che ricopriva la culla. Il vuoto racchiuso dalle sottili sbarre di legno le aveva stretto il cuore. “ Dobbiamo fare un figlio.” aveva pensato.
Sapeva istintivamente che  non le sarebbero serviti i consigli di certe riviste femminili che le capitava di leggere: la camicia da notte scollata, gli atteggiamenti provocanti, i modi seduttivi. Se voleva che succedesse, quella cosa, doveva essere dolce, rassicurante, con Vincenzo.  Come era stato quel Fabio. Doveva portarlo a sé, lentamente, con pazienza.

La canzone che chiude il post  c’entra solo trasversalmente con il suo contenuto. È la bellissima
Monsieur le President
una denuncia contro la stupidità della guerra.

Ultima ora: apprendo in questo momento che, nonostante le diffide del governo cinese, il premio Nobel per la pace è stato assegnato al dissidente cinese Liu Xiaba: beh, mi sembra una bella notizia!
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9 risposte a Isole: Celeste, la prima notte

  1. RenzoMontagnoli ha detto:

    Comunicato del 9 ottobre 2010[..] A osservare lo scenario della politica italiana c’è di che restare allibiti; poco a poco si nota un imbarbarimento che coinvolge tutti, nessuno escluso, a destra, al centro e a sinistra. Non si dibatte più, si urla, si inveisce, l [..]

  2. anonimo ha detto:

    Che tragica prima notte di nozze. Almeno quanto quella raccontata in Chesil Beach da Ian Mc Ewan, che tu hai anticipato, poiché so che questo tuo scritto è assai precedente all'uscita del romanzo dello scrittore inglese.Eppure, mi viene da pensare che,  con un poco più di esperienza e di paziente ottimismo da parte dei protagonisti, anche nel tuo romanzo, come in quello di Mc Ewan, la conclusione avrebbe potuto essere assai più rosea.O forse sono io che, romanticamente,  non posso fare a meno di tifare per le coppie di innamorati.Comunque, complimenti Milvia! Sei, come al solito, bravissima, almeno quanto Mc Ewan, che è uno dei miei scrittori preferitiMirella

  3. accipicchia ha detto:

    Milvia, fammi riprendere fiato. Profondo, scritto bene, coinvolgente. Hai toccato dei temi molto importantisui quali ci sarebbe tanto da dire. Mi piace il tuo "scavare" negli animi, dovrei dire, dei personaggi, dico, degli uomini.Grazie. Solo che…adesso aspettiamo l'evolversi della storia… Non penserai mica che ti lasceremo in pace! Tranquilla, e buon lavoro!Piera

  4. cristinabove ha detto:

    un racconto così ti lascia il sapore di buono,  di pulito, di animi che sanno il senso dell'esistere a prescindere dalle regole.mi è piaciuto davvero tanto.

  5. Soriana ha detto:

    Mirella: cara Mirellina… Il tuo commento è…deviato dall’affetto che provi per me (affetto ricambiato, naturalmente). Paragonarmi a Mc Ewan mi lusinga assai, ma la realtà è molto diversa…La notte che ho raccontato, come tu sai, avrà nel tempo risultati molto tragici e condizionerà la vita (e la morte) di tutti i personaggi del romanzo. Ma più non dico.Grazie di cuore e un abbraccio.Milvia

  6. Soriana ha detto:

    Piera: grazie anche a te, Piera cara. L’evolversi della storia credo che per ora la terrò un po’ nascosta. Ma magari cambio idea e farò qualche anticipazione, chissà…Un bacio, cara.Milvia

  7. Soriana ha detto:

    Cri: il tuo commento, cara Cri, mi stupisce, ma forse tu, con la tua sensibilità, ci hai visto cose, in questa narrazione, che neppure io ci ho visto.  E questo mi piace.Grazie e un grande abbraccio.Milvia

  8. anonimo ha detto:

    Con i miei soliti tempi, ancora una volta da buon ultimo (se qualcun altro non si aggregherà più o meno casualmente in futuro), eccomi di ritorno dalla lettura di questa tua pagina.Attuale più che mai, in questi giorni, nel negare alla guerra qualsiasi diritto di cittadinanza ideale.Ed agile, leggera, vivace nel ritmo dall'inizio alla fine, come una brezza primaverile, mentre, per uno strano contrasto, ci parla di morte, di dolore, di sensi di colpa, di tabù, di palpiti di felicità, di amore, di desideri sopiti, combattuti o realizzati."Le cose della vita fan piangere i poeti / ma se non le fermi subito diventano segreti" diceva una canzone dei primi anni '70.Grazie, Milvia, per avere fermato le cose della vita in questa belllisima storia.Franz

  9. Soriana ha detto:

    Franz: beh, caro Franz, se poi scrivi dei commenti così intensi, così belli, così, per me, gratificanti, prenditi tutto il tempo che vuoi… Mi piace che la tua prima considerazione riguardi la condanna verso la guerra, che io, pur utilizzando poche parole, ho cercato di esprimere.Per tutto il resto ti ringrazio, ne hai colto tante, di cose, nella tua lettura.  E se ci fossero davvero tutte potrei essere soddisfatta del mio lavoro.Le cose della vita, già… Grazie anche per avermi ricordato la bella canzone di Venditti. Un augurio di buona giornata e un abbraccio.Milvia

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