Favoletta…

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Siccome ho la mente in stand by, riciclo, questa sera, una mia favoletta che penso di aver pubblicato nel blog diverso tempo fa.   L'ho scritta nel 2005 e costituisce senza dubbio un'anomalia rispetto ad altri miei racconti. È pure piuttosto lunga… Però spero che almeno un sorrisino ve lo strappi.

La vera cronaca  della storica  giornata di  Aristodemo Papino,  Figliolino  e della cicogna Elvira

La cicogna Elvira si stirò, reprimendo uno sbadiglio. Si stirò, naturalmente, come  fanno le cicogne, inarcando leggermente la schiena e sbattendo le ali  tre volte, velocemente.  Ok,  quello che stava per iniziare era solamente un lavoro temporaneo, ma all’agenzia le avevano  detto  che, se avesse svolto bene i suoi compiti, ci sarebbe stata  forse la possibilità del rinnovo del contratto.  Decise  quindi di darsi una mossa, e  di non indugiare neanche un secondo di  più nel suo comodo nido.

 Aristodemo Papino  (Papy, per le poche amiche ) quella notte  non era riuscito a chiudere occhio. E  voglia a numerare le pecore, e poi ancora a contare  a ritroso da diecimila a zero! Niente da fare: sveglio come un controllore di volo in una notte tempestosa ( o come lui sperava fosse sveglio un controllore di volo se mai gli fosse capitato di essere a bordo di un aereo in una notte tempestosa).  La sua mente non era riuscita a staccarsi dal pensiero di Figliolino. Si era alzato  ben tre volte per assicurarsi che tutto fosse a posto: la culla, il fasciatoio,  il latte in polvere, lo sterilizzatore. Aveva caricato e ricaricato il carillon della “Casina delle Api”, e  quando si era accorto di oscillare la testa al suono della musichetta, con un sorriso ebete sul viso (aveva la predisposizione ad analizzare le sue espressioni facciali anche senza uno specchio),  se ne  era tornato a letto, sentendosi un po’ sciocco.
Certo che questa cosa di poter avere bambini  senza dover passare da una femmina era davvero  strepitosa!  Lui, con le ragazze, non è che fosse  proprio l’uomo più fortunato del mondo!
Fino a un mese prima la sua esperienza di acquisti  on line si era limitata a:  
1 manuale di giardinaggio.
1 dozzina di saponette al sandalo.
1 piscina gonfiabile.
1 apriscatole elettrico.
1 stira-cravatte.  

Poi aveva scoperto http://www.cicogne.org. Aveva supposto che fosse un sito per amanti di bird watching (interesse che lui aveva fin da piccolo, molto prima che l’osservazione dei volatili si scomponesse in due parole inglesi), e che ci aveva scoperto, invece? Un supermercato di neonati! Un momento, non vi sto parlando di quei posti orribili in cui si aggirano gli orchi cattivi. No, era un sito molto serio, iscritto alla Camera di Commercio, con Partita Iva e Codice di  Adeguamento Cee.  Il nostro Papy ne era rimasto incantato e aveva pensato: e perché no? L’ultima ragazza lo aveva lasciato sei mesi  prima, affermando che lui era troppo dolce e mite e che, nonostante il fisico atletico, non era per niente uno di quei tipi Ramboniani che piacevano a lei.
Da allora Papy  si era detto: basta con le donne. Ma  si sentiva un nido vuoto dentro il petto: aveva bisogno di dare amore, solo così il nido si sarebbe riempito.  
Non c’erano foto in quel sito (un figlio si sceglie per il cuore e con il cuore e non per il colore degli occhi), ma solo nomi.  Aristodemo (Demo per gli amici) aveva clickato su “Acquista” e si era aperta una maschera fitta fitta di istruzioni.

    La cicogna Elvira prese con il becco la scheda con l’indirizzo della consegna. “Dovrò decidermi a comprarmi un paio di occhiali.” pensò con un lampo di stizza, mentre stringeva gli occhi per mettere a fuoco la scrittura. “Via …Via …e che cavolo c’è scritto? Via…ecco Belfiore, mi sembra.” Accese il computer ( l’aveva comprato con i soldi della liquidazione da insegnante e ne  era gelosissima) per stampare la mappa. I tasti si erano già un poco consumati con quel becchettio veloce al quale lei era abituata, ma ancora tenevano. Ecco fatto: era una strada di periferia. “Speriamo che ci sia un balcone, o un bel tetto a terrazza” sospirò Elvira.

    Figliolino si sentiva nervoso. Lasciare il Luogo per andarsene in un posto sconosciuto, lo riempiva d’ansia. “Meno male che mi hanno messo il pannolino doppio, non voglio mica arrivare dal mio papà tutto bagnato! Chissà come sarà questo papà? Adesso la cosa importante è che mi dia da mangiare, poi quando sono più grande magari giochiamo anche. Spero solo che il volo vada bene: ho sentito raccontare di una cicogna che ha fatto cadere un bambino! Non so dove sia finito, quel pupo, qui di sicuro non è tornato. Non c’è nessun bambino rotto, qui! Il Luogo è molto bello, perché è tutto rosa e azzurro, e poi noi bambini abbiamo tante nuvolette dove possiamo dormire. Però non ci prendono mai in braccio. Deve essere bello essere preso in braccio. Se il mio papà mi prenderà in braccio io gli vorrò tanto bene. Se  mi prenderà in braccio potrò perdonarlo anche se non mi darà tanto da mangiare. E  poi lo farò anche giocare con me, e non gli farò mai la pipì addosso. Se penso forte a questo papà non sono più nervoso. Ma questa cicogna, quando arriva?”

    Prima bisognava compilare una scheda con tutti i dati anagrafici, la professione, gli hobby. Poi indicare la motivazione per la quale si stava facendo quella scelta (spazio dieci righe, da riempire tutte); infine c’era  una specie di tavola di Mosè,  disegnata sullo schermo, con un titolo  rosso a caratteri ben arrotondati:

    LE DIECI REGOLE INDISPENSABILI PER ESSERE UN BUON PAPA’

1)    Ama tuo figlio sempre, per tutta la vita, al di là di tutto.

2)    Prenditi cura del suo corpo, della sua mente e della sua anima.

3)    Non raccontargli mai bugie.

4)    Trasmettigli il rispetto e l’amore per il prossimo, qualunque sia il colore della sua pelle.

5)    Rispetta le sue idee, per quanto possano essere diverse dalle tue.

6)    Insegnagli l’amore per la natura, per i libri,  per la musica,  per l’armonia.

8)    Ridi  con lui, e mai di lui.

9)    Insegnagli che è bene essere  e non apparire.

10)    Quando verrà il momento lascialo andare, in piena libertà e autonomia.

    
    Demo aveva stampato tutto e per qualche giorno aveva portato sempre con sé quel decalogo. Lo leggeva al lavoro, a letto, mentre faceva colazione, in bagno. Aveva analizzato seriamente punto per punto. Si era interrogato a lungo su ogni   regola: era in grado di rispettarle? Per esempio, la regola n. 6: lui la natura l’amava molto, ma in quanto a libri e musica non è che ne sapesse tanto. “ Bene, impareremo insieme.” Si disse. “Credo che un’altra regola, anche se non è scritta, sia: sii umile e mai supponente.”
Così aveva compilato tutti i moduli, mentre nel cuore gli cresceva una musica nuova, un’armonia d’archi, ampia e serena. Rimaneva solo da scegliere il nome; li aveva fatti scorrere uno a uno: ecco, Figliolino. Quel nome lo aveva riempito di tenerezza: si era sentito già papà, nella maniera più completa.

    La cicogna Elvira arrivò nel Luogo con cinque minuti di ritardo. La guardarono un po’ storto, ma non dissero niente. La portarono davanti a una nuvoletta azzurra. Il bimbo era proprio carino, sembrava un ragazzino sveglio. Lo misero in una cesta imbottita e le consegnarono anche un palmare: “In caso di emergenza.” le disse una giovane cicogna dall’aria molto efficiente.
Il cielo era quasi blu, tanto era sereno. Non c’erano troppe correnti, e il volo si presentava proprio tranquillo. La cicogna Elvira spalancò le ali, virò a sinistra, e iniziò il suo viaggio.

    Figliolino tirò un sospiro di sollievo. Uheee, era fatta! Il viaggio era iniziato… Quella cicogna era un po’ spennacchiata, non doveva essere più tanto giovane. Ma Figliolino aveva sentito dire che l’esperienza è tutto nella vita, e si rassicurò.  Intanto il cancello dorato si stava rinchiudendo sul Luogo. Gli venne un leggero magone. Ma prese a succhiarsi il pollice e si disse che bisogna sempre guardare avanti,  e che fra poco avrebbe conosciuto il suo papà, e che quella bella giornata di sole sarebbe stata il giorno più importante della sua vita. 
La cicogna aveva trovato una corrente discensionale, e ci si era tuffata. Figliolino ebbe un piccolo rigurgito e si aggrappò con le ditina all’orlo del cesto. Strinse gli occhi forte forte.
“Adesso provo a immaginarmi il mio papà.” pensò “ Così mi passa la paura”.  “Mi piacerebbe che fosse un papà alto e forte, così quando mi prende in braccio vedo tutte le cose giù in basso che sono piccoline e mi metto a ridere;  vorrei che capisse come piango; io non so ancora parlare, ma quando piango è come se dicessi delle parole: ho fame, ho freddo, ho sonno, ho paura.  Se ho paura lui mi deve prendere la manina e parlarmi. Vorrei che avesse un buon odore, così quando si avvicina lo sento. Vorrei…”
Figliolino si addormentò su quel “vorrei”. Una soffice nuvola rosa diede un bacetto al sole e si sfilacciò nell’azzurro del cielo.

    Il nostro futuro papà  aprì l’armadio e tirò fuori il grande nastro arcobaleno. Doveva legarlo alla ringhiera del balcone: era quello il segnale che aveva concordato con i dirigenti del sito. La cicogna l’avrebbe avvistato facilmente e avrebbe depositato nel posto giusto il suo carico prezioso. Appoggiò il nastro sul letto e lo contemplò. “Proprio un bel nastro” disse ad alta voce. “Ha i colori giusti. L’arcobaleno viene dopo i temporali, a rallegrare gli occhi e il cuore. Così come farà il piccolino nella mia vita.”
Si accese una sigaretta, ma subito la spense. “Basta, basta anche con questo veleno.”
 E prese il posacenere, lo lavò con cura e lo ripose nel ripostiglio sul  ripiano più alto dello scaffale.
Fischiettando uscì sull’ampio balcone e legò ben stretto il nastro colorato.
Era ancora presto, mancava più di un’ora all’arrivo di Figliolino. Ma avrebbe cominciato ad attenderlo fin da adesso. Si sentiva emozionato e un po’ ansioso. E girare lo sguardo sulla grande piazza su cui si affacciava il terrazzo lo avrebbe forse tranquillizzato. Si accorse di come era diventata bella, quella piazza, negli ultimi anni. Gli amministratori della città avevano fatto abbattere l’enorme edificio che sorgeva accanto alla cattedrale di San Teodosio.  Erano sparite banche e società finanziarie. Al posto di quel brutto palazzo erano nate piccole costruzioni: una moschea, una sinagoga, un tempio buddista, uno induista. E una casa bianca, con grandi finestre, per chi aveva un Dio senza nome. Tutti i cittadini l’avevano chiamata, di comune accordo, La Casa delle Armonie. Così  capitava che quasi tutti i giorni ci fosse una  festa, e si vedevano bambini con la pelle di colore diverso giocare  sul selciato, e donne velate ridere e parlottare con ragazze in jeans e maglietta, e uomini scuri giocare a scacchi con uomini biondi.
“Questa piazza sarà una scuola di vita, per Figliolino,” pensò soddisfatto Demo. “ Sono proprio contento di abitare qui.”
Si sedette sulla poltrona di vimini e si mise a contemplare il cielo, in attesa di scorgere quel puntino che, ingrandendosi sempre più, gli avrebbe portato il più bel regalo della sua vita.

    Intanto la cicogna Elvira stava cominciando ad avere dei problemi. Innanzi tutto quel bambino, all’apparenza così minuscolo, sembrava essere diventato pesante come un macigno. Il becco cominciava a farle davvero male, ed era terrorizzata che il cesto le sfuggisse. Glielo avevano raccontato, al centro, di quella cicogna che aveva combinato quel disastro… Sarebbe stato orribile, non solo per il povero bambino, ma anche per lei. Aveva tanto bisogno di quel lavoro. I soldi della liquidazione ormai erano diventati un mucchietto sottile sottile.  “Ma se potessi ritornare indietro “ pensò con forza, “ tornerei a fare quello che ho fatto. Non ci potevo più rimanere a insegnare nella scuola., dopo quella legge là, come si chiama… qualcosa che finiva per …matti…gatti…ratti…, ma, non ricordo…” (*)
In effetti, da quando la cicogna Elvira si era licenziata per motivi ideologici, si era un po’ spenta, dimenticava spesso le cose, a volte si sentiva confusa. Il frequentare ogni giorno dei cicognini  adolescenti le aveva dato sempre una grande vitalità, e ora invece si ritrovava sempre più spesso come un’ebete davanti alla Tv, a seguire quasi con morbosità quel reality che stava avendo tanto successo: “Il Nido dei Famosi”.
Secondo il suo piano di volo  avrebbe già dovuto cominciare ad avvistare il nastro. Stava sorvolando la periferia est della città di atterraggio. Là sotto c’era, ne era certa, via Belfiore. E allora perché non vedeva i colori arcobaleno?
Scese di quota, scrutò a destra, scrutò a sinistra, niente. Fabbriche, palazzoni tutti uguali e anonimi, un centro commerciale, le brillanti rotaie del tram. Finestre chiuse, qualche lenzuolo penzolante dalle ringhiere dei terrazzini, ma niente nastri.
“Forse quel papà ha cambiato idea, forse non lo vuole più questo piccolino” pensò la cicogna Elvira, che si sentiva sempre più demoralizzata.  Le venne in mente una canzonetta che andava di moda anni prima e diceva…il neonato dove lo metto? Ma quel ricordo non la fece ridere proprio per niente.
“Ho bisogno di fermarmi “ decise. “Se continuo, questo mi cade di sicuro. E meno male che se ne sta tranquillo” Ma proprio in quel momento dal cesto partì una specie di sirena, urla laceranti presero a riempire il cielo. Figliolino si era svegliato e, indubbiamente, aveva una fame da lupo.
La cicogna Elvira si sentì arrivare addosso un attacco di panico. Cominciò a inspirare ed espirare profondamente, come le avevano insegnato al CCS (Centro Cicogne Stressate), rallentò il volo, vide il tetto piatto di un fabbricone giallo, e piano piano lo raggiunse e vi si posò leggera.  Ecco, andava decisamente meglio, ora.  Ma il pupetto continuava a strillare. Elvira si sfilò il cesto dal becco, lo appoggiò sul piano di cemento e cominciò a dondolare il bambino con una zampa. Rien a faire… Non ne voleva proprio sapere di smettere.

    Figliolino aveva avuto un incubo spaventoso. Aveva sognato che la sua cicogna spalancava il becco e che lui, il cesto, la copertina azzurra e il lenzuolino con le paperette precipitavano in basso, sempre più in basso, senza fermarsi mai. Si era svegliato urlando. Ma subito si era accorto di avere una gran fame e il suo pianto aveva assunto un’altra modulazione. D’altra parte i neonati, anche i più saggi, sono così: passano di botto da una sensazione all’altra, senza starci a pensare troppo. Non c’era attesa di papà, cadute, nuvolette o cicogne che tenessero: lui ora aveva fame e basta.  E  lo stava gridando con tutta la forza dei suoi piccoli polmoni.

    La cicogna Elvira era disperata. Il bimbo aveva il faccino tutto rosso, e urlava, urlava. Un’idea attraversò d’improvviso la sua mente, come una luce. Alzò leggermente un’ala, chinò il capo e si strappò una piccola penna sotto un’ascella. Le scese una lacrima di dolore. Un po’ tremante infilò la piuma fra le labbrucce del piccolo. Il pianto cessò immediatamente. Elvira tirò un sospiro di sollievo. Il bimbo succhiava tranquillo, e lei poteva ricominciare a pensare.

    Aristodemo Papino era molto preoccupato. Si era stancato gli occhi a furia di scrutare il cielo. Ma della cicogna e di Figliolino neanche l’ombra. Che quelli del sito fossero impostori? Che fosse successo un incidente? Non ci poteva neppure pensare. Lui lo amava già tanto, quel suo figlioletto! Aveva passato le ore lì, sul terrazzo, a immaginare i giochi che avrebbe fatto con lui, alle favole che gli avrebbe raccontato, alle passeggiate…e anche a come imparare a dirgli di no, quando occorre, perché anche questo è amore.  Aveva persino pensato, guardando quella piazza piena di armonia, che doveva abbandonare la sua disillusione verso le donne. Avrebbe trovato anche lui una brava ragazza, una che potesse amarlo e amare tanto anche Figliolino. Bastava saper guardare con gli occhi giusti, e l’avrebbe sicuramente incontrata. Ma adesso questo ritardo lo buttava nella disperazione. Voleva tanto una sigaretta, ma aveva preso un impegno con se stesso, e allontanò quel desiderio. Si alzò dalla poltrona, raddrizzò il nastro e continuò l’attesa.

    La cicogna Elvira sfilò la scheda con l’indirizzo e il palmare dal cesto. Ahi ahi ahi! Erano sgradevolmente umidi, e Elvira non tardò molto a capirne la ragione. Sospirò:
“Speriamo che il palmare funzioni ancora!”
Rilesse con attenzione la scheda. Belfiore. Belfiore, proprio così c’era scritto! Accese il palmare: doveva telefonare al Centro? Che figuraccia, però! Perdersi così, proprio il primo giorno di lavoro… Doveva fare un altro tentativo. Si collegò a Internet, entrò in un motore di ricerca e digitò ( pardon, becchettò) Stradario della città. Le avrebbe fatte scorrere tutte, quelle maledette strade: Abba, Araldi, Baravelli, ecco Belfiore, con la sua bella mappina topografica. Indicava perfino il fabbricone giallo dove stava proprio lei in quel momento. Proseguì: Coletti, Dandolo, Europa, Fontane, Garibaldi, Landi… e poi… MARTIRI DI BELFIORE!!!  In pieno centro, ad angolo con Piazza della Pace! Riprese la scheda. C’era una piccola emme  puntata, davanti alla parola Belfiore. Che stupida la segretaria del centro, con la sua aria falsamente efficiente! La fretta dei giovani… Roba da matti…
Elvira abbandonò quel filo di rabbia, e si lasciò riempire da un immenso senso di sollievo. “Benedetta la tecnologia!” pensò.
Si lisciò le penne, inspirò profondamente, riprese il cesto, e si innalzò in volo. Il piccolo si era addormentato. Aveva un sorriso stampato sul visino. Chissà cosa stava sognando…
Sotto di loro scorreva un fiume, poi sorvolarono un parco pieno di verde, la ferrovia, un campo da tennis, ed ecco, finalmente, la città vecchia. La cicogna Elvira sentì il cuore tremarle di gioia.  “Ci siamo!!!” urlò dentro di sé.

    Figliolino si svegliò con il cuoricino pieno di allegria. Sentiva che il suo papà era vicino. Non vedeva l’ora di essere cullato dalle sue braccia.

    Papy scorse un puntolino, ancora lontano, forse solo un miraggio. Si soffregò gli occhi, li spalancò. Era proprio vero: una cicogna stava volando in alto, nel cielo, avvicinandosi sempre più. Cominciò ad agitare le braccia, saltellando, con il cuore che sembrava voler scappare dal petto.

    La cicogna Elvira vide il nastro arcobaleno. Mai un’immagine le era sembrata più bella. Fece una lenta virata, e iniziò il volo di discesa.

    Sarebbe bellissimo, davvero, avere una fotografia di quell’incontro. Ma va bene anche così, immaginiamolo con gli occhi del cuore: Elvira che appoggia il cesto sul terrazzo, Papy che si china sul cesto, il dolce pianto che gli solca il viso mentre contempla il suo piccolo, le braccia che si protendono, la delicatezza quasi timorosa con la quale solleva Figliolino; Figliolino che si rifugia in quel tepore e che capisce che sarà per sempre. Elvira un po’ ansimante, che scaccia con un’ ala una lacrima di commozione.
    “Come mi piace, questo lavoro” si dice Elvira, “lo farei anche gratis.”
Il cielo è rossissimo, meraviglioso. Dalla piazza sale il canto di un muezzin, la musica delle campane della cattedrale, il suono della campanella del tempio indù, le voci pure dei monaci tibetani, un coro vivace di bimbi  che esce dalla sinagoga. Una perfetta disarmonica armonia che conclude quella storica giornata.

    E questa, amici cari, è la storia dell’incontro fra Aristodemo Papino, Figliolino, e la cicogna Elvira, così come me l’hanno raccontata. Non so se le cose sono andate proprio così, nel loro susseguirsi. Però so, e lo sapete anche voi, che ogni giorno, che ogni notte, avvengono centinaia di incontri come questo. E che le emozioni sono proprio quelle che vi ho raccontato.

Fra Igea Marina e Bologna, 26/30 ottobre 2005

(*) Riferimento alla legge Moratti sulla riforma della scuola… Come vedete, cambiano i nomi, ma la sostanza e lo scontento, a cinque anni di distanza, sono sempre gli stessi.

Per quanto riguarda il termine Papy, invece, eh… eh…il suo significato, in questo ultimo anno, ha assunto un'altra connotazione…

Ninna nanna del chicco di caffé

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16 risposte a Favoletta…

  1. margueritex ha detto:

    Milvia, mia cara allieva e brava autrice, non sapevo che scrivessi anche belle fiabe!
    Brava! perchè non provi a misurarti con la lettura ai bambini?
    saqi che c'è l'opportunità…pensaci.
    e….grazie, naturalmente

  2. cristinabove ha detto:

    semplicemente delizioso!
    cri

  3. anonimo ha detto:

    Godibilissima!
    Mirella

  4. TonDel ha detto:

    Ciao magica Milvia
    ho letto il tuo racconto in tre tempi interrotto da altrettante urgenze giunte qui ,in ospedale.
    E' il primo di tanti giorni di festa e dopo aver letto e salvato lo scritto, non si sà mai sparisce tutto all'alba ormai come le cose più belle e relativi commenti , ho cancellato asterisco e annotazioni.
    Non meritano d'inquinare il bel racconto,non sono degni di essere a margine ne' di riferimenti.
    Un particolare m'illumina : scritto da Igea per Bologna.
    Chissà che i poeti vivano nella terra della poesia ?
    Dovrò approfondire l'argomento, m'impegnerò.
    Ciao T.

  5. accipicchia ha detto:

    Milvia cara, altro che favoletta, sotto l'apparente leggerezza del racconto c'è la Vita. Ci sei tu, con tutti i tuoi valori, le cose in cui credi fermamente.
    Ti ho letto con curiosità e ad un certo punto…quasi con apprensione. Ho anche pensato ad un finale diverso ma, a differenza delle favole che non sempre finiscono bene, questa, come le fiabe più belle, si conclude felicemente.
    Grazie di questo dono, uno dei tanti che continuamente ci fai.
    Piera

  6. anonimo ha detto:

    Milvia, mi unisco anch'io alla voce di Piera, grazie per questo dono. Sei fantastica. Baci

  7. Soriana ha detto:

    Margaret, mia cara insegnante e brava narratrice e poetessa, proprio la prossima domenica mi cimenterò con la lettura ai bambini… Te ne sei dimenticata? E ho una fifa boia… I ragazzini sono giudici spietati… Fra l’altro non ho ancora il testo completo (poesie di Vivian Lamarque), benché anche questa mattina sia passata dalla Feltrinelli.
    E per le tue parole grazie mille e un abbraccio.

    Milvia

  8. Soriana ha detto:

    Cri: Grazie, mia deliziosa amica!

    Milvia

  9. Soriana ha detto:

    Mirellia: Grazie anche a te, Mirellina. A dir la verità non dispiace neppure a me, questa favoletta…

    Milvia

  10. Soriana ha detto:

    Tonino: spero che le tre urgenze siano andate a buon fine come la mia favoletta, luminoso Tonino.

    Qui non sparisce nulla, stai tranquillo… Può essere che sparisca io, non si sa mai…

    Forse per annotazioni + * hai ragione… Sono scivolata nel banale, nell’ovvio, nel trito e ritrito. Chiedo perdono a Papi, Figliolino e alla cicogna Elvira.
     
    E mentre ti impegni nella tua ricerca geo-letteraria,  una nota (eh, un’altra nota, sì) sul percorso della favoletta: iniziata nella mia casa maritale (si dice così?) a Igea Marina, proseguita in treno, ultimata nella mia casa della libertà (senza alcun riferimento a un certo partito politico) a Bologna.

    Ciao!

    Milvia

  11. Soriana ha detto:

    Piera: Non avrei mai potuto far finire male, questa storia… a mano a mano che la scrivevo,  quel Figliolino  lì mi era entrato nel cuore..
    Grazie per le bellissime parole, cara Piera.

    Milvia

  12. Soriana ha detto:

    Raffaela: sono quasi certa che sia tu…
    Un abbraccio e grazie, cara amica.

    Milvia

  13. margueritex ha detto:

    In bocca al lupo Milvia…sì, è vero, scusami ho avuto un momento di vuoto…ma sapessi quante cose da pensare!!!
    poi mi racconterai…sono certa che ti divertirai molto
    baci

  14. Soriana ha detto:

    Credo sia andata bene, Margaret! Questa esperienza mi ha portato molto indietro negli anni…

    Ciao!

  15. anonimo ha detto:

    La morale di questa bellissima favola è in tutti i suoi ingredienti: la tenerezza, la dedizione appassionata, il colore, la varietà, la regola.
    Sono gli ingredienti della vita associata di noi umani; anzi, purtroppo, no, di quella che essa dovrebbe essere.

    Grazie a te, per la dolcezza di cui è così ricca questa bella pagina, ma ora ti lascio: sono curioso di visitare un nuovo sito…

    Un caro saluto.
    Franz

  16. Soriana ha detto:

    Franz: sono contenta che ti sia piaciuta, la mia favoletta, caro Franz. E a dir la verità potevo anche immaginare che tu l'avresti gradita, proprio grazie a quegii ingredienti che io inconsapevolmente ho messo e che tu hai saputo trovare.
    Grazie di cuore, Franz.

    Milvia

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