Libri sull'acqua (terza e ultima parte)

aquilone

http://www.abruzzo.tv/

Et voila! Dopo
la prima parte,
seguita dalla
seconda

ecco la terza e ultima parte di Libri sull’acqua.

 

Buon fine settimana a tutti!

P.S. : ai gentili commentatori che hanno lasciato un segno del loro passaggio in questi ultimi giorni risponderò domenica. Che son tempi, questi, pieni di cose da fare. Ma va bene così.

Non che si aspetti di vederlo, quel primo fine settimana. Però Rosaria controlla ogni momento che il cellulare sia acceso, tiene basso il volume del televisore per non sfarsi sfuggire il trillo del telefono, sussulta al rumore di un auto. La sera della domenica pensa che forse è tutto inutile  quel gran darsi da fare che ha caratterizzato la settimana passata. Lui è andato, è finita, cosa si illude, lei…
Giuliano risponde al primo squillo, è sempre molto gentile. Con quel suo modo un po’ sornione e ironico sa sempre trovare le parole giuste.
Il segnalibro divide il romanzo esattamente nel mezzo.

Ormai Davide pensa che si può fermare anche lì, per i suoi libri. Il quarto porto, chiama  fra sé quel luogo, il porto di Monica. E di Gabriele.
La gente ora lo conosce, non lo guardano più con curiosità. La Clelia, quella del banco grande, ha voluto perfino scambiare del pesce con un libro. A lui due sogliole, a lei “Cime tempestose”. Vengono ragazzi, la voce si è sparsa; vengono anche vecchie signore della Casa di Riposo, alcune timidissime, altre, che non finiscono più di parlare, se ne stanno lì fino ad ora di pranzo. C’è una vecchia partigiana che Davide non si stanca mai di ascoltare. Armida racconta storie meglio di un libro scritto; attraverso lei, lui percepisce gli odori del coraggio, della paura, della morte, della rinascita, di cose vere, concrete. Se ne va via sempre senza alcun libro: Gli occhi, dice, gli occhi oggi non sono buoni, forse domani… Ma Davide sa che viene lì solo per parlare, e di questo lui è contento.
Poi c’è Gabriele, il figlio di Monica. Lui e la madre abitano a cento metri dal porto, e il bambino ha preso l’abitudine di passare le mattine con Davide. Sette anni, una testa piena di riccioli neri, due occhi scurissimi troppo seri per la sua età. Un sorriso che se mai c’è stato, se ne è andato da tempo. Monica non parla mai del figlio: il suo amore traspare solo dallo sguardo, che si riempie di fuoco, quando si posa sul bambino, come di fuoco si riempie quando parla di musica.
Gabriele  ha una voce sottile ed esitante, si morde spesso un labbro, a volte sta così attaccato a Davide da impacciarlo nei movimenti. È una presenza silenziosa, i primi giorni. Davide gli legge qualcosa, mentre se ne stanno seduti sul muricciolo, le gambe che penzolano sull’acqua, il sole che riscalda le schiene. È un bambino attento,  intelligente, peccato quell’assenza di sorriso.
Ieri, mentre lui gli leggeva Tommy River, ha bisbigliato qualcosa.
“Cosa hai detto?” gli ha chiesto sorridendo Davide.
“Niente, continua la storia. È bella.”
E poi, più avanti,  ancora quel bisbiglio un po’affannato,  ma più chiaro:
“Ma tu e mia mamma vi amate?”
Davide si è sentito arrossire. Ha risposto cercando di tenere la voce ferma, per chiudere il discorso:
“Io e la tua mamma siamo amici”. Poi, in fretta “Tu non hai amici?”
“Ce l’ho un amico, si chiama Lele, lui ha un papà e una mamma, e la mamma gli fa sempre delle sorprese belle, come i biscotti, e giocare insieme, e poi vanno fuori in macchina, e il papà gli ha insegnato a pescare, e gli ha fatto un aquilone giallo e blu, e lui sta sempre con me quando mia mamma suona e lei suona sempre e io non posso fare niente e se la chiamo non mi risponde, anche quando smette di suonare per un po’ non mi sente, poi quando va a suonare nel teatro mi manda dalla zia, e quando sono dalla zia c’è Lele e parliamo sempre, ma la zia dice che non va bene che mi inventi le cose, che sono troppo grande per quello, che gli amici devono essere veri e non per gioco. Ma io non ho amici veri, allora c’è Lele.”
Con quella voce sottile Gabriele ha tirato fuori tutto di un fiato la solitudine di un bambino che sa di non essere al centro della vita di sua madre. Lele, il suo doppio, vive un’infanzia normale, e attraverso la sua fantasia Gabriele cerca in maniera inconsapevole un equilibrio per il suo sviluppo cognitivo ed emozionale.
Davide gli ha passato una mano fra i riccioli, si è schiarito la voce:
“Se vuoi, posso essere io un tuo amico, se vuoi ti insegno anche a pescare. Quando ero piccolo  pescavo con mio zio, poi non sono più andato. Ma forse mi ricordo ancora come si fa. E Lele lo puoi portare, se vuoi.”
E stava per aggiungere: la mamma ti vuole bene, è solo molto occupata. Poi ha pensato che a volte certe parole sono troppo leggere, e non leniscono nulla.

È stanco, in questa sera di mezza estate, Davide. Ha stanchi pensieri: il negozio con le pareti vuote e annerite, gran parte della sua vita racchiusa fra gli scaffali, tutti quei personaggi immaginari che lo hanno accompagnato nella sua esistenza.  Monica e i suoi anni scanditi dall’avorio e nero dei tasti. Gabriele, che ha un rivale troppo forte per essere vinto. È stanco, Davide. Sono settimane che non rientra a casa. Lo farò il prossimo week end, decide. Fra le palpebre socchiuse, mentre sta steso cercando il sonno sulla cuccetta, gli si profila per un attimo l’aperto sorriso di Rosaria. Spegne la luce. Vuole dormire, è così stanco.

Il libro sfugge cade a terra un tintinnio di vetri infranti consonanti vocali punti di interiezione rotolano sul pavimento si china per fermare quell’andare come biglie di parole pensieri freddi storie non sue non di viva gente pesce pesce donne Armida con  la bandiera rossa il ragazzo con l’anellino fugge su un’onda  Lele-Gabriele gioca l’aquilone è giallo e blu i tasti del piano diventano gelatina sotto le dita l’aroma della resina scava nella pelle il tramonto rosso con stelle brillanti diamanti splendenti il viaggio promesso e mai fatto ghigna in un angolo con  palme svettanti e spiagge bianche lei canta e cucina poi piange accucciata fra le parole che agonizzano ghiacciate sotto la  luce azzurrina del televisore

Si sveglia all’improvviso, e si tira su di scatto, sbattendo la testa contro il basso soffitto di legno che sovrasta la cuccetta. Un sogno davvero bizzarro, vischioso, complesso. Davide cerca di ricostruirne i passaggi, le immagini, ma avverte solo una dolenzia dentro, come un gorgo di fango, nel punto più profondo della sua anima. Solo ricordi di suoni, spezzoni, fotogrammi, Monica, Gabriele, le pescivendole, Armida. E Rosaria, c’era anche lei nel sogno. E il profumo di resina della pineta.
Cos’è questa confusione che ho dentro, questo disagio grigio, si chiede, ho cinquant’anni e non ho più punti di riferimento.

“Non riesco neppure più a leggere, Giuliano. Mi sto convincendo di aver avuto solo un unico orizzonte, mentre gli orizzonti sono tanti. Ho filtrato tutti i miei rapporti attraverso i libri, attraverso storie che riproducono la realtà, ma che non lo sono. Come Gabriele con il suo Lele. Già, Gabriele, e Monica. La nostra storia va avanti, lei è un incanto, mi incanta, mi parla all’anima, mi sento sciogliere quando mi chiama in casa e si mette al piano…”
“Ma…”
“Ma anche lei non mi sembra reale. Poi quel bambino sta troppo solo. Lei è sempre assente, anche quando è con lui. E non è neppure che sia ossessionata dal lavoro: non sta dietro alle scritture, alle tournee, è proprio suonare, che le piace, anche solo per sé. Non hanno neanche molti soldi, li aiutano i genitori di lei, che credo stiano bene, finanziariamente. Sì, Monica mi incanta, mi strega, penso veramente che io mi stia innamorando di lei, ma credo che non sia una buona madre, non può esserlo con quel demone addosso. E forse non può neppure essere una buona compagna, come io stesso, del resto, che compagno posso essere. Guarda con Rosaria…”
È una domenica mattina piovigginosa. Il giardino di Giuliano brilla di verde, il profumo della terra bagnata entra nello studio e si impossessa dei sensi. Odore concreto di terra, pensa Davide, non facevo più caso neppure a questo. È il ricordo di qualcosa che ho conosciuto da bambino, ed è come se poi non lo avessi più sentito. Che assurdità…
“Te ne stai zitto, Giuliano… ma sì, va bene, ho bisogno di parlare, di fare chiarezza, tu ascoltami, sopportami, oppure vattene di là, o cacciami di casa, vedi tu. Io credo di essermi allontanato dalla vita vera, in questi miei ultimi venticinque anni. Amo ancora i libri, ma penso di essermi perso altre cose. A parte te, a parte te e, sì, a parte te e Rosaria, non ho frequentato nessuno, se non i clienti, o comunque gente della libreria. Non guardavo più il cielo, il mare, gli alberi e le persone. Le persone, Giuliano. Sai quante volte ho promesso a Rosaria un viaggio ai tropici, il romantico viaggio, come lo chiamava lei. Ma alla fine non riuscivo mai a staccarmi dal negozio, da quegli odori che amavo, che amo, da tutte quelle storie che vibravano lì dentro. A proposito, sei andato all’agenzia per la vendita? Ormai credo che sia l’unica soluzione. Vendere i muri, e che ci facciano quello che vogliono. Magari un take-awai indiano…”
“Perché, che cosa hai contro il cibo indiano?”
“No, nulla, anzi; è che qualsiasi cosa ci metteranno farò sempre fatica a passare di lì. Il dolore, la mancanza, ci sono ancora, sai. Credo di aver sbagliato molto, Giuliano, nella mia vita.
Non si può vivere di una sola passione, come ho fatto io, o come fa Monica. Ti ho già parlato di Armida: vedi, lei è una vecchia donna che di passioni ne ha avute tante, per la libertà, per il suo uomo, per i figli, per l’impegno civile, ancora adesso, che potrebbe lasciare andare tutto e pensare solo a riposare. Ecco, Armida è stata una bella scoperta, sono felice di parlare con lei. Sai cosa mi ha detto? Quella signora, mi ha detto, la musicista, non vive in questo mondo, lei è in un mondo suo, stai attento Davide, non volare via con lei”.

È stanca Rosaria. Lei e Giuliano hanno cenato in collina; le cose da decidere sono ancora tante. E, poi, il recondito pensiero sta sempre lì, a soffiarle su collo, a sbeffeggiare sulle sue azioni, petulante con il suo: ma cosa credi, che tutto il tuo daffare  servirà davvero a qualcosa?  Posa il libro sul comodino, spegne la luce. Spera che il sonno arrivi a cancellare i dubbi e la tristezza.

è il giorno dell’esame lei deve sapere tutte le cose scritte nel mondo lui sulla scala della scuola aspetta gli occhi celesti fissi sul suo viso i libri montagne e montagne libri attorno a lui sommerso solo gli occhi fuori celesti lei ripete a memoria le storie la voce non esce muta muta come il pesce che gli ha cucinato a Natale morta senza aver imparato le cose che lui vuole il segnalibro grida sono sempre fermo qui nel mezzo gli occhi solo gli occhi fuori una lacrima esce celeste lei striscia sale su scale di libri con le labbra l’asciuga

“È stato un sogno tristissimo, Giuliano. Molto pieno di angoscia. Davide alla fine nel mio sogno piangeva, e sono riuscita ad arrivare da lui, e gli ho asciugato il pianto con un bacio. Sono rimasta depressa per tutto il giorno. E tu, lo hai visto? Non gli hai detto nulla, vero, del nostro progetto?  Ma sei proprio sicuro che quello che stiamo facendo sia la cosa giusta?”
“Rosaria Rosaria smettila di pensare, vedrai, è la cosa giusta, comunque andrà a finire questa storia io so che è la cosa giusta.”
Giuliano sorride a Rosaria, le accarezza il viso con il suo sguardo scuro, dolce e sempre intenso. Vorrebbe dirle… ma sa che non può che tacere e schiacciare tutte quelle strane emozioni che lei gli suscita.
Un uomo notevole, un vero amico, pensa Rosaria. Senza di lui potevo anche morire. Gli raddrizza la cravatta, gli bacia una guancia, sente sotto le labbra una morbidezza che le dà dolcezza al cuore. Poi subito lo sollecita a fare il prossimo passo del loro progetto. Ha fretta, Rosaria.

Il primo sorriso di Gabriele per il cefalo che ha pescato questa mattina. La prima volta di Monica, di lasciarsi andare completamente, di gridare di piacere, sulla cuccetta calda di sole e del loro sudore, nel pomeriggio, mentre il bambino è dalla zia. Tanti libri dati via, quel giorno. Davide si sente bene, accarezza i capelli di Monica, comincia a parlarle, cerca di spiegarle quanto Gabriele abbia  bisogno di lei, e anche io, le dice, ho bisogno di te. Non fare il mio errore, non vivere di una sola passione.
    
La notte è lunga, quando il sonno recalcitra. Davide sta seduto nel pozzetto, le stelle sembrano un’esplosione di fuochi d’artificio argentei, nel buio del cielo. Sta bene, sta male, è sicuro, è confuso, è saturo di contraddizioni. Monica alle sue argomentazioni è rimasta inamovibile. Dice che per suo figlio prova un amore immenso, e che vuole bene anche a lui, a Davide, ma che la musica è l’unica cosa che la fa sentire viva, che non ci può fare niente. Punto e basta. Non è donna da faccende domestiche, o da televisione accesa, nemmeno il cinema le interessa, o la politica, niente, nient’altro che la musica. Neppure i libri, non tanto, almeno. Così ha detto. Ha detto anche che le spiace, ma forse prima, nel fare all’amore, ha perso il controllo.
Si sta alzando una brezza fredda. L’estate si sta esaurendo pian piano. Bilanci? non sa che rispondersi, Davide.
Ora vuole provare a dormire.

            “A cigarette that bears a lipstick’s traces
              An arline ticket to romantic places
              and still my heart has wings
                     These foolish things remind me of you
              A tinkling piano in the next apartement

 C’è questa canzone. C’è il viso di Rosaria, il suo corpo rotondo e accogliente, il suo profumo, il largo sorriso.
Mozziconi di sigarette macchiati di rossetto nel posacenere, l’aspettativa di un viaggio romantico: piccole sciocchezze che ti attraversano la mente. C’è questa canzone. Ma ha ali il tuo cuore?  

Si sveglia, la canzone nella testa. Gli fuoriesce piano dalle labbra, scivolando sulle immagini del sogno, pescata da chissà dove. Fuori c’è silenzio, solo il rumore della pioggia che rimbalza sul tendalino. Ha un nodo, dentro, un groppo di nostalgia, ma nostalgia di cosa, non saprebbe dirlo. Gli pare di avvertire un odore di sottobosco, di spezie, di terra. Sarà la pioggia, pensa. La lacrima che gli riga la guancia non l’asciuga neppure. Stringe forte le palpebre. La pioggia: ieri sera tutte quelle stelle, e ora questo tempo grigio.
Le cose non sempre vanno come ci si aspetta.

Rosaria cammina nervosamente da una stanza all’altra del suo appartamento. Sposta la bambola di ceramica dalla cassapanca al divano, poi la riprende e la chiude nell’armadio. Cerca ombre di polvere che non ci sono, prende il pacchetto di sigarette, lo posa, nasconde i posacenere dietro il mobiletto del liquori. Accende il televisore, ma immediatamente lo spegne. Accarezza lieve una parete del soggiorno. Ama molto la sua casa: ha racchiuso gli anni della infanzia e della  prima giovinezza fino al giorno del matrimonio. E adesso sono già dieci anni che ci è tornata a vivere. Non la sente certo meno sua per averla dovuta ipotecare, il mese scorso. Per le giuste cause, le diceva sempre suo padre, nessun sacrificio è troppo grande. Si ferma davanti allo specchio dell’ingresso: con le dita sbiadisce il colore del rossetto, poi si sistema la gonna, quella lunga e dritta, che le attenua le curve. Passa una mano sul cuore: pum pum pum. Calma, Rosaria, si dice, pensa a Giuliano, alla sua sicurezza, alla sua positività. Vorrebbe che l’amico fosse già lì a tenerla stretta, a dirle che tutto andrà comunque bene. Ma Rosaria lo sa già che andrà tutto bene, anche se lui…anche se Davide fosse per lei perduto per sempre. Quello che lei ha fatto in quegli ultimi mesi l’ha aiutata a vivere, e ora la cosa che ha realizzato le piace, le piace proprio. Si affaccia al balcone. Giuliano dovrebbe essere lì a momenti.

La pioggia ha smesso di cadere, c’è un vento teso che fa ondeggiare le frange dei rari ombrelloni. La spiaggia è semideserta. Poche persone alzano lo sguardo sui volteggi dell’aquilone giallo e blu. Le sue code rosse segnano linee sghembe sul cielo grigio. Nel negozio sulla statale Davide ha trovato proprio quello che cercava. Gabriele inciampa, ride, urla con grida acute. Poi arrotola il filo e si siede sulla sabbia bagnata, vicino a Davide. Le parole per dirlo, Davide le ha pensate per tutta la mattina. Non vuole che il bambino si senta abbandonato.

Rosaria sale sull’auto di Giuliano, gli prende una mano e gli dice: Senti come mi sudano le mani. E lui dov’è? È arrivato?
“È già a casa. Gli ho detto fra mezz’ora al bar dietro la piazzetta. Pronta?”
“Pronta. Credo.”
Si è rimessa il rossetto, e ora si accende una sigaretta. L’ultima, si dice, l’ultima, lo giuro. E il cuore le va a mille.

Ha incitato Monica a cambiare, ha promesso a Gabriele, dopo un lungo discorso, di rivederlo presto. È andato alla casa di riposo per salutare Armida. Ha lasciato tutti i libri della barca alla Clelia.
È stato doloroso, non sa se è la cosa giusta, andarsene. Facendo scivolare le dita fra i capelli di Monica ha pensato che non fosse la cosa giusta. Davanti ai grandi occhi di Gabriele ha pensato: Potrebbe diventare mio figlio, non è la cosa giusta, andarmene.
Armida l’ha guardato da dietro gli occhiali, gli ha stretto forte la mano.
“Vai”, gli ha detto “ sei cambiato dall’inizio dell’estate, sei quasi un altro da quando ti ho conosciuto. Ma non sei ancora tutto a posto. A te ti  ci vuole una donna vera che ti  badi, e credo che da qualche parte, a casa tua, ce l’hai ‘sta donna. Quella Monica non è una donna vera, è come eri tu, lontana.  E per il bambino…non avere pena:  gli racconterò le storie di quando ero in montagna, gli parlerò del coraggio, gli insegnerò  a giocare a briscola, qualcosa farò. Te vai, ma torna, qualche volta.”
    
Davide richiude piano la porta del suo appartamento. “Incontriamoci poco prima di mezzogiorno al One More”, gli ha detto Giuliano “Un aperitivo, poi vedremo”. Preme il pulsante dell’ascensore, si toglie un peluzzo dal pullover  azzurro, fischietta qualcosa: ancora “These foolish things”, così, senza una ragione.
  

L’One more è a poco più di trecento metri dalla piazzetta. L’orologio sta suonando mezzogiorno, e quei due pazzi lo hanno bendato e ora lo tengono fra loro, per mano, e lo conducono chissà dove. La mano asciutta di Giuliano, quella grande, calda e leggermente sudata di Rosaria. Vederla lì al bar con Giuliano lo ha sorpreso. No, lo ha irritato, no, gli ha fatto piacere. Ancora non lo sa, non vuole pensarci. Vorrebbe solo sapere che sta succedendo. Ora vedrai, un attimo di pazienza. Le loro voci, si accavallano, rispondendo alle sue domande. E poi zitti.
Si fermano. Due mani si impacciano mentre gli tolgono la benda. Socchiude gli occhi alla luce tornata.
Il locale sembra portare la luminosità all’esterno, invece di impossessarsene. Spariti i vetri scoppiati, sostituiti da un ampia vetrina brillante, con una bella cornice laccata d’azzurro tutto intorno. Sparito l’odore nauseabondo del fumo. Sparito il cartello attività cessata. Un mazzo di chiavi un po’ umide gli vengono messe in mano. Davide percepisce i rumori della piazza come infossati in uno strato di ovatta: un bambino che piange, la risata di una donna, dei ragazzini vocianti, il battere contro il muro di una palla. Non si sente più saliva in bocca, è straniato.
Infila la chiave, non riesce subito, ritenta. La porta si apre silenziosa, scivolando leggera.
Rosaria trattiene il respiro, si aggrappa alla mano di Giuliano. Davide, immobile sulla soglia, si guarda intorno.
Il bancone del bar è arrotondato e sobrio. Dietro il bancone le bottiglie brillano allineate sulla scansia sopra la macchina per gli espressi. Le poltroncine sono azzurre, c’è qualche divanetto. I tavolini sono rettangolari, bassi, di legno chiaro. L’illuminazione parte da punti luce che rimangono nascosti. L’impianto stereo è vicino al banco bar, due microfoni appoggiati accanto. Grandi cuscini multicolori stanno tutto intorno a una pedana rialzata.
Tre pareti sono ricoperte di scaffali.
E gli scaffali sono pieni di libri.

Ancora voci, ancora parole che cominciano a sedimentarsi in quel luogo: Giuliano che lo tira da parte e gli racconta del mutuo con cui Rosaria si è voluta impegnare per comprare tutta l’attrezzatura, Rosaria che gli dice: Per fortuna Giuliano è architetto, il progetto lo ha fatto lui, tutto gratis, e io, poi, la licenza del bar l’ho sempre rinnovata, ora è venuta buona. L’idea del caffé – libreria l’ho presa  da Donna Moderna, butta lì con orgoglio.

Ha chiesto di poter rimanere solo, per poco, ha detto: Lasciatemi un attimo qui, vi raggiungo subito.

Davide si siede su un divanetto. Il suo sguardo, lentamente, fa un giro circolare tutto intorno. È un  bel posto: armonioso, misurato, curato nei dettagli. Un luogo perfetto. Quattro mura dove rinchiudersi con gli amici. Ecco Borges, e Calvino, Cervantes e Pirandello. Uno, nessuno…
E poi?
Ha un lieve senso di oppressione e di vertigine, così leggero che quasi non se ne accorge.
È un viandante giunto alla fine di una strada che si dirama in tante altre vie, tutte lastricate da melodie affascinanti, con ritmi diversi, incalzanti: deve scegliere il percorso, deve trovare la sua canzone.
Davide chiude gli occhi. Ha un’immagine del suo cuore: c’è una porta semiaperta, nel centro.
Si alza, si appoggia una mano sul petto: non sa ancora chi entrerà da quella porta, o chi lui lascerà andare.
Sa che qualsiasi scelta potrà generare rimpianti, sa che potrà deludere e essere deluso.
Ma così è la vita, questo ha imparato nell’epifanica estate appena trascorsa.

Deve solo darsi tempo. È il momento di tacere.  Di svuotarsi di parole.
 Di respirare con lentezza.

.
Igea Marina, 15 novembre 2004/ 23 gennaio 2005

Rod Stewart: These foolish things

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in la mia scrivania. Contrassegna il permalink.

12 risposte a Libri sull'acqua (terza e ultima parte)

  1. anonimo ha detto:

    Tommy River: squisite memorie d'antan!
    Adriano  Maini

  2. TonDel ha detto:

    Letto tutto in apnea.
    Non avevo necessità di respirare nuova aria, tanto era buona quella fra le righe.
    Grazie
    ciao T.

  3. Soriana ha detto:

    Adriano: Tommy River, la creatura di Mino Milani che ho più amato… Memorie d’antan, ma sempre vivissime.
    Grazie, Adriano e buon inizio settimana.

    Milvia

  4. Soriana ha detto:

    Tonino: Uh, che belle parole…
    Grazie, caro Tonino. Ma… hanno interrotti i voli da casa tua a Bologna???
     
    Ciao!!!
     
    Milvia
     

  5. anonimo ha detto:

    Speravo che il mio commento, causa i miei ritmi lenti, arrivasse almeno prima di un tuo nuovo post, ma la tua fervida prolificità mi ha fregato anche 'sta volta…

    E' un racconto di grande spessore, un bel regalo ai tuoi lettori, probabilmente sacrificato nei consueti spazi (e tempi di lettura) di un blog, che pur sono già molto più dilatati rispetto ai social network attualmente in voga.

    Non mi dilungherò in analisi, ma sono certo molti i pregi e i valori di queste pagine, a cominciare dalle consuete pennellate di grande poesia che come sempre non mancano, alla costruzione dei personaggi e alle ambientazioni.
    Fra tutti gli spunti, scelgo la bella caratterizzazione del bambino e l'odore del mare, che sono riuscito in certi tratti a sentire.
    Mi aspettavo (e forse avrei gradito), un finale diverso, in cui Rosaria architetta una punizione al fondamentale egoismo di Davide; ha prevalso invece la tua positiva attitudine e volontà di comprensione.

    Un caro saluto dal tuo amico
    Franz

  6. carezzadiluce ha detto:

    "nella vita sarai destinato ad incontrare tantissime persone, la maggior parte di esse ti passerà attraverso lasciandoti indifferente, ma alcune ti lasciano un segno…"

  7. Soriana ha detto:

    Franz: caro amico Franz, non preoccuparti del ritardo… Anzi, è bello ricevere un commento quando si pensa che non ne arriveranno più. E ancor più quando i commenti sono ricchi di belle parole, come il tuo.
    Mi piace molto che ti abbia colpito il personaggio di Lele. Lo amo anch’io, quel “mio” bambino. Contenta anche che tu abbia potuto sentire, fra le righe, l’odore del mare. Sarà perché, come ho scritto in una risposta precedente, quel racconto l’ho scritto in una stanza che si affacciava sul mare.
     
    La fine: ho lasciato un finale aperto, perché ogni lettore si immagini ciò che vuole. Interessante quello che proponi tu, ma Rosaria non è vendicativa…
    Ciao, Franz! A presto!

    Milvia

  8. Soriana ha detto:

    Carezzadiluce: È vero, Marina. E questo succede anche in Rete. Ne ho incontrate diverse, di queste persone.
    Grazie della visita e del commento, cara. E torna a trovarmi, se vuoi.

    Milvia

  9. anonimo ha detto:

    Ehi, Milvia!
    Quand'è che te li pubblicano i tuoi bellissimi racconti?
    Un abbraccio
    Mirella

  10. Soriana ha detto:

    Mirella: Hai presente il proverbio Campa cavallo che l’erba cresce?
    Ma forse, poi, non sono così belli da essere pubblicati…
    Comunque grazie dell’incoraggiamento e dell’abbraccio, che ricambio.

    Milvia

  11. Namrata ha detto:

    mi ha emozionata… davvero tanto! Un finale perfetto! Racconto meraviglioso Milva… non ho avuto purtroppo il tempo di tornare prima a leggerlo, come avevo promesso, perché è un periodo denso di impegni… e quando leggo voglio essere serena… non voglio che anche la lettura diventi un obbligo grazie ancora per questo gioiello!! Davvero un libro che vale la pena leggere!!!

    Un abbraccio!
    Namy.

  12. Soriana ha detto:

    Namy: scusami se rispondo in ritardo al tuo sempre molto gradito commento, ma da tre giorni Splinder è diventato più lento della più lenta lumaca del mondo, mettendo a dura prova la mia pazienza….
    Ti voglio ringraziare, ancora una volta, per il tuo sostegno e l’incoraggiamento: ne ho davvero bisogno!
    Un grande abbraccio anche a te, Namy!

    Milvia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...