Colazione con i Modena City Ramblers

libertà

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Colazione con i Modena City Ramblers

                            Questo è il tuo tempo, non lo lasciare
                            Un vento che passa e non tornerà mai
                            Corre veloce senza esitare
                            Non guarda indietro il tempo che se ne va
Questo è il tuo tempo, sta in fondo al cuore
È il tuo respiro, non lo sprecare

(Da "Viva la vida" dei Modena City Ramblers)

                                                                                         
                                                    

Aveva deciso. Aveva deciso di crederci.
Cambiare. Lo devo a me stessa, pensò.
Suo marito era entrato in cucina e a lei era caduto il pennarello e aveva nascosto il quotidiano fra le pieghe della vestaglia.
“Non ti sei ancora vestita?” le aveva chiesto, con quel suo tono già così aggressivo di prima mattina. “Arriverai tardi all’appuntamento con mia madre. E cerca di metterti qualcosa di decente, oggi. O ti sei già dimenticata che nel pomeriggio dobbiamo andare da Tommasi? La gonna grigia con la camicetta rosa, quella scollata.  Mettiti quelle. Io ti vengo a prendere alle quattordici in punto.”
Mara aveva guardato il piattino azzurro con il pezzetto di burro che si stava sciogliendo in un morbido giallo dorato, la scaglia di luce che un raggio di sole stava disegnando sul ripiano di marmo nero del tavolo; aveva visualizzato sotto le palpebre socchiuse quella bizzarra inserzione che stava nascosta sotto la vestaglia, aveva contato mentalmente fino a cinque, si era scostata la ciocca di capelli dalla fronte; aveva alzato lo sguardo sulla impeccabile giacca fumo di Londra del marito. Aveva tenuto gli occhi fissati sul terzo bottone della camicia bianca a righine azzurre, quella che avevano acquistato a Milano, via della Spiga, e che era costata quanto due settimane di paga della Nella.
“Non hai la cravatta”, aveva detto.
 “Per forza“, aveva sbottato lui, uscendo in fretta dalla cucina. E le altre parole si erano perse nel lungo corridoio. Ma lei se le poteva immaginare tutte: tu mi esasperi mi esaurisci non mi fai connettere un giorno mi dimenticherò perfino di respirare a furia di starti dietro a tamponare le tue gaffes.
Avesse detto: mi rompi le palle, ne ho pieni i coglioni, avesse detto le due e non le quattordici. Ma lui parlava così. Questa mattina (o pomeriggio o sera o notte) ho un diavolo per capello, diceva lui. Mai che avesse detto: questa mattina (o pomeriggio o sera o notte) sono incazzato, sono incazzato di brutto. Lei lo avrebbe capito meglio, un linguaggio così. Anche se, comunque, non sarebbe poi cambiato molto: a smuovere diavoli o  incazzature sarebbe stata, a detta del marito, sempre lei, Mara.  
Eppure ci aveva creduto che la loro storia avrebbe potuto funzionare.
Qualche partecipazione per il loro matrimonio doveva essere ancora riposta in un cassetto: Il dottor Fausto Liguori, notaio, e Mara Gennari annunciano il loro matrimonio ecc.ecc.
Cento invitati –meno di cento fa miseria, più di cento plebe arricchita, aveva sentenziato il futuro suocero-, ristorante sulla collina di Superga, piscina esaltata da morbide luci di faretti nascosti. Dei cento commensali, novanta lei non li aveva mai visti, se si escludono suocero suocera e principe azzurro. Gli altri dieci, sudati, imbalsamati dentro abiti comprati al Coin per l’occasione, incerti sull’uso di posate e bicchieri, con le voci troppo alte, o troppo basse, o troppo piene di inflessioni dialettali, o troppo, comunque, dovevano aver fatto ai primi novanta l’impressione di escrementi di cane posati sul sorriso della Gioconda.
Lo zio Ennio, quello esuberante, quello che aveva fatto la Resistenza, poi trent’anni di Fiat, e vent’anni di vacanze a Viserbella di Rimini, Pensione Belsito, si era avvicinato al tavolo degli sposi con una bottiglia di rosso –suo cugino Ruggero glielo mandava su dal Molise ogni anno: uva pigiata ancora coi piedi, senza porcherie,  Ennio, va giù che è una bellezza–  nella sinistra e un paio di forbiciacce e una busta bianca nella destra:  
“Signor dottore, la cravatta”, aveva detto, ma già su atta la voce gli si era come prosciugata, sbattendo contro i sei siderali occhi azzurri del  giovane brillante notaio, dell’illustre ingegnere e della sua aristocratica consorte. Ma aveva bonfochiato ancora:
 “Sa, è tradizione, per la raccolta, la raccolta di soldi per voi sposi, un pezzo di cravatta e… “
Solo il rosso cupo delle gote della nipote gli aveva impedito di portare alla bocca la bottiglia e spegnere così il bruciante imbarazzo. Mara, mentre lo guardava allontanarsi curvo, aveva pensato ma io qui che ci faccio, non è il posto mio, questo. Ma Fausto le aveva preso la mano e se l’era portata alle labbra. E lei si era sentita sciogliere, e c’erano stati solo lui, e lei, e quella favola che le ricordava le storie che leggeva da bambina.

Eppure ci aveva creduto.
Il diploma di laurea doveva essere ancora nell’appartamento dei suoi, terzo piano senza ascensore, condominio di via Filiberto Giamboni n. 4/A, incorniciato e appeso alla parete della sua stanza di ragazza, fra il poster di Sting e la riproduzione degli iris di Van Gogh
Quattro anni e mezzo di pomeriggi e notti a sfogliare libri, a sfamarsi di parole, a riempirsi di pensieri, a innamorarsi di idee. Quattro anni e mezzo di mattine andate via di corsa alla Conad, dove lavorava  part-time, a impilare pelati e carta igienica e deodoranti e Mulini Bianchi a non finire.
Le clienti sbattevano con i carrelli contro le scaffalature, i bambini si trascinavano dietro le madri piagnucolando,  gli altoparlanti annunciavano l’offerta del giorno.  Le sembrava tutto incredibilmente triste.
Il giorno della laurea aveva fatto tre promesse a se stessa: che non sarebbe mai più entrata in un supermercato, che la laurea non sarebbe mai stata solo una decorazione per una parete e che non avrebbe mai trascorso una giornata senza ridere, almeno per un attimo.
Poi aveva conosciuto Fausto. E una promessa, almeno, l’aveva mantenuta: non era mai più entrata in un supermercato.
 
Così diversi. La sua amica Renata le aveva chiesto: perché? perché te lo sposi, e lui, perché lui ti vuole? Lei l’aveva guardata dall’alto della sua nuvola:
“Ci amiamo tanto, non puoi capire.”
Ma ora, a distanza di tre anni, si ritrovava a farsela lei, quella domanda, perché mi ha voluto? E ad azzerare e rendere ignota una qualsiasi risposta c’erano gli occhi freddi di Fausto, quella sua perenne ira mal contenuta, il suo irreprensibile linguaggio più tagliente di una bestemmia.
Mesi prima, mentre Mara stava nuda davanti allo specchio a spazzolarsi i capelli, e lui, sdraiato sul letto sfogliava “Finanza oggi”, lo aveva visto alzare lo sguardo dal giornale e posarlo su di lei, socchiudendo gli occhi, come a soppesare il valore del suo corpo.
“Sei bella,”  le aveva detto, “sei bella in una maniera strepitosa. Sei in-de-cen-te-men-te bella. “ aveva sillabato dopo un attimo.
Aveva lasciato cadere la spazzola e si era girata verso di lui.
“E quando sarò vecchia?” gli aveva chiesto.
Ma lui si era addormentato e giaceva composto sul letto disfatto.

Quando sentì il rumore della porta di ingresso che si chiudeva riprese il giornale e lo aprì sul tavolo. In quarta pagina c’era la foto di Tommasi, quel Tommasi dell’appuntamento del pomeriggio, ripreso con la modella cubana in una discoteca di Juan les Pins.
“Un grosso giro di affari quello di Tommasi” le aveva detto Fausto qualche giorno prima “Mi ha chiamato perché pensa di cambiare notaio. E forse sceglierà il mio studio. Ma prima di decidere mi vuole conoscere meglio. Vuole conoscere anche te, ci porta sul lago, c’è anche sua moglie, tu cerca di parlare il meno possibile. Non farmi fare figuracce”.

L’inserzione era nella sedicesima pagina del quotidiano, evidenziata da un cerchio rosso un po’ sbavato. Mara la rilesse, poi  allungò la mano verso il cordless e compose un numero. Una voce profonda rispose al secondo squillo.
La Nella era già arrivata, e stava mandando l’aspirapolvere nel soggiorno.

Fra le cose che le mancavano – l’elenco avrebbe occupato almeno un rotolo di quella carta igienica che aveva imparato a sistemare negli scaffali del Conad– c’era il non potere  ascoltare musica appena sveglia. Mentre preparava il caffé,  prima ancora di entrare in bagno per la doccia, e poi mentre faceva colazione, e ancora mentre si vestiva.
Di ritorno dal viaggio di nozze, in quel suo primo mattino nella villa, Mara aveva preso un suo vecchio  cd dei Modena City Ramblers e l’aveva infilato nel lettore.
“Quei rossi di cacca” aveva detto secco Fausto, usando per la prima e ultima volta un termine da popolino. “Spegni quella robaccia!”  E  “Voglio silenzio, mente faccio colazione, devo pensare allo studio, io…”, aveva aggiunto.

Andò in bagno. Il getto freddo della doccia fece scivolare nel piatto di marmo color verde cupo gli ultimi dubbi.  Mara si asciugò velocemente, indossò i jeans e la felpa che non metteva più da tre anni. Una minuscola scritta rossa era all’altezza del cuore. Diceva: Se decidi sei libero.
L’inserzione, invece, recitava:
“ Anziano aspirante scrittore offre piccola mansarda indipendente ed equa  retribuzione a ragazzo o ragazza disposti ad aiutarlo nella revisione e trasposizione a computer del suo primo romanzo. Non occorrono referenze. Vado a istinto. O mi piacete o non mi piacete. Se amate la musica è già un buon inizio.”

Tommasi, Fausto, l’avrebbe incontrato da solo.

Ramblers Blues – Modena City Ramblers
Da: Viva la Vida, Muera la Muerte!

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12 risposte a Colazione con i Modena City Ramblers

  1. accipicchia ha detto:

    Sono d'accordo con Cri.
    Un racconto coinvolgente, una storia ben descritta, amara e realistica al punto giusto.
    Brava, come sempre. Un abbraccio a te e a Cristina.
    Piera

  2. margueritex ha detto:

    carissima,
    è un po' che non ho più tue notizie…che fai di bello?
    io sommersa dai problemi, mi dileguo.
    Lascio aperto il blog di servizio per notizie e varie.
    Un abbraccio

  3. anonimo ha detto:

    "Un racconto coinvolgente": faccio mia soprattutto la prima parte del commento di Accipicchia.
    Ritmi giusti, effetto-presenza sorprendente, e quel finale positivo e propositivo, in cui si intravvede, con molta simpatia umana, l'istintuale scrittore in erba, candidato involontario al ruolo di salvatore della protagonista.

    Grazie per questa bella pagina!
    Franz

  4. anonimo ha detto:

    Brava Mara, bello scatto! E brava Milvia, naturalmente.
    Mirella

  5. TonDel ha detto:

    Thriller sul confine fra azione e sentimento.
    La donna in cucina , vicina al metallo, con  rabbia, rivede il film dei suoi anni, gli ultimi anni ,risente anche le parole ,fisse nella sua mente.
    Allora, nell'animo di cera del sentimento amoroso,ora, nell'argilla della vita quotidiana.
    Vince la violenza : si spacca in mille pezzi la mattonella rossa.
    Un paziente in meno, ha vinto il cuore ,non ha avuto bisogno di stent o bypass .
     Benvenuta primavera, tante primavere.
    Evviva !
    Ciao T.

  6. Soriana ha detto:

    Cri: Concisa, ma determinata!
    Ciao, Cri! 

    Milvia

  7. Soriana ha detto:

    Piera: grazie, amica cara, e ben tornata. Ricambio l’abbraccio. 

    Milvia

  8. Soriana ha detto:

    Margaret: Di bello non faccio un gran che (ma neanche di brutto…)
    Spero di incontrarti presto.
    Ti abbraccio anch’io. 

    Milvia

  9. Soriana ha detto:

    Franz: grazie per l’analisi particolareggiata di questo mio vecchio raccontino.
    Contenta che ti sia piaciuto.

    Milvia
     

  10. Soriana ha detto:

    Tony: un commento cinematografico, direi, con sfumature psichedeliche…
    Inquietante l’accenno al paziente: vorrei interpretarlo in senso positivo, che il suo cuore sia stato vincitore sull’anomalia. Ma credo che non sia stato così…
     
    Ciao, Tonino. Un abbraccio.
     
    Milvia

  11. Soriana ha detto:

    Mirella: Lo conoscevi già, vero, questo racconto? Grazie, Mirellina!

    Milvia

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