Le ali tarpate dell'Aquila

Berlusco

http://www.abruzzo24ore.tv/

Ho fatto un sogno. Ho sognato che era il 6 aprile 2011 e io stavo preparando il post  per commemorare il secondo anniversario del terremoto dell’Aquila.
Ho sognato che mettevo giù parole come: finalmente l’Aquila è risorta, l’Aquila vive, l’Aquila ha riacquistato la sua fiera bellezza. Ho sognato che la mia amica aquilana Rosy mi telefonava e mi diceva: “Milvia, non ci sono più macerie, né puntelli, né polvere: tutto è stato ristrutturato, ogni famiglia aquilana ha una casa, e i servizi funzionano tutti, il governo ha fatto un miracolo e… “

Ecco, è stato a questo punto che mi sono svegliata. Perché neppure un sogno, dove, si sa, può accadere di tutto,  poteva contenere una simile assurdità. E sono ben certa che Rosy, che non è una figurante al soldo  di Mediaset, non  pronuncerebbe mai quelle parole, neppure in un sogno.

Oggi è il 5 aprile e sto preparando il post per commemorare il secondo anniversario del terremoto dell’Aquila.
Cerco materiale, molto lo trovo proprio sul profilo facebook di Rosi. Entro in siti, leggo articoli di giornali on line, e, naturalmente, non trovo le parole del sogno. Ma trovo che “la ricostruzione è più lenta che in Indonesia”; che: “ emerge una mancanza di luoghi di ritrovo per una comunità morta con il sisma”; che “sono in aumento i casi di ansia e depressione che, per il locale Dipartimento di Salute Mentale, sono causati non solo dal terremoto in sé, ma anche dal venir meno della rete sociale”   Il secolo XIX

E che: “Ancora 37mila abruzzesi sono alloggiati  in case provvisorie”; che: “In questi due anni le imprese sono aumentate ma la disoccupazione è salita dal 7,5 all'11%: dato che non comprende i lavoratori in cassa integrazione, mobilità o comunque che usufruiscono di ammortizzatori sociali”;
che “Il centro, cuore pulsante sociale, culturale, economico dell'Aquila, ma anche dei piccoli paesini attorno, è rimasto com'era. A parte i puntellamenti di legno che sono costati moltissimo, anche per case che forse dovranno essere demolite, e che ora, dopo due anni di pioggia e neve e assenza di lavori, sono già destinati alla sostituzione. Per la gioia delle imprese appaltanti e la rabbia dei terremotati.”; che “L'Aquila non c'è più, sembra Pompei”. 
    Corriere della sera

Leggo, leggo ancora, e non sto sognando, no.
Leggo: “Immaginate la vostra città, il vostro centro storico così com’è, soltanto con le facciate dei palazzi crepate, liberato dalle automobili e dagli uomini, le vetrine dei negozi velate dal tempo; dentro scatoloni strappati, sedie di formica. Come in un film di serie B, sentite soltanto i vostri tacchi, il cinguettare dei passeri. Girato un angolo, un smartellare lontano
Scopro che ci sono tre Aquile: L’Aquila Uno, l’Aquila Due (quella descritta dal precedente paragrafo) e l’Aquila Tre.
L’Aquila Uno è soprattutto periferia; L’Aquila Due è l’Aquila spettrale; a L’Aquila Tre ci sono scorci dove il tempo s’è fermato. Case sbriciolate, macerie mai sgombrate. Fra le rovine, materassi anneriti, indumenti marci, cocci di stoviglie, comodini frantumati, bottiglie di plastica, ciabatte, resti di specchi, carcasse di gatti. Dentro le finestre si vedono a mezzo metro da terra i pavimenti che erano del secondo o del terzo piano. Scavalchiamo travi di legno, cumuli di pietre, pezzi di plastica dall’origine misteriosa. E’ la zona di San Pietro e di San Domenico. La temperatura è più bassa. Due anni dopo il terremoto, quello che non ha fatto la scossa lo sta facendo l’umidità. Muri gonfi. Muffa. Poche squadre di operai. Non riusciamo a raggiungere il posto dove Carlo dice che ci sono le auto sotto i detriti: stanno lavorandoci. Spunta una Smart sfondata. «Quella era casa mia», dice Carlo indicando il niente. Ripete la strada che percorse la notte del disastro. «Qui è morto il padre del mio amico». Qui è morto questo, qui è morto quello. Ci sono cortili con armadi, sedie, sgabelli, i soliti materassi, sacchi neri. «Questa è l’Aquila che riparte?». E sghignazza.
E ancora: “Di sera o nei giorni di festa gli abitanti dell’Aquila, quelli trasferiti nei Map di Coppito o di Bazzano, vanno nei centri commerciali che perlomeno non sono il ritratto della morte. Qualcuno non si rassegna e sale all’Aquila. Fa due passi. Va al ristorante dove le cucine funzionano con la bombola perché il gas non è stato riallacciato. Qualcuno appende una poesia ai ponteggi. Nel bianco di un tricolore c’è scritto «macerie di tutta Italia unitevi!!!»
L’ultima cosa: “…sono in aumento, in percentuali che vanno dal trenta al quaranta per cento, l’uso di psicofarmaci, ansiolitici, sonniferi, alcol e cannabis

La stampa
Leggendo quest’ultima frase mi vengono alla mente le riserve indiane: stesso fenomeno, e non sarà solo una coincidenza, credo.

Questi sotto sono il link dei post che, da due anni a questa parte, ho dedicato alla tragedia dell’Aquila. Se volete, rileggeteli. Così, giusto per fare un ripasso. Vanno dal più recente al primo, quello del 6 aprile 2009.

Papaquila

Orfani

Aquila tradita

Le verità nascoste

La città ferita

Tragedia

Aggiungo poi un'altra considerazione, sentita oggi su Radio3 (non ricordo da chi, purtroppo): in un paese come il nostro che, dall'Umbria alla Sicilia è fortemente sismico e che in qualsiasi momento, quindi, potrebbe essere sconvolto dal terremoto, non esiste un Piano Nazionale antisismico, nulla è stato fatto, nè a livello di controllo dei fabbricati non sicuri,  nè a livello di prevenzione. Sarebbe necessario prendere decisioni radicali.
Altrocchè raccontare  barzellette il cui contenuto è degno solo di essere scritto sulla porta di un cesso pubblico… (e scusate per "cesso"…)

Non chiudo con una canzone, questa sera:

Il buco nero
Il libro del giornalista di Repubblica Giuseppe Caporale, sul prima e sul dopo dell’Aquila.
Di questo libro se ne parlerà domani a Fahrenheit, nel corso di una una giornata che Radio3 dedicherà quasi interamente al terremoto aquilano.

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6 risposte a Le ali tarpate dell'Aquila

  1. anonimo ha detto:

    Milvia cara, hai detto tutto con grande partecipazione emotiva, lucidità e amarezza: L'Aquila come Pompei, L'Aquila come le riserve indiane… uomini e donne come macerie… un quadro agghiacciante, di cui il nostro governo dovrebbe solo vergognarsi. Chi ripagherà questa gente di tanto dolore, tanta umiliazione, tante promesse non mantenute, tante speranze disattese?

    L'insulto più grande che si possa fare a un uomo è negargli che soffra. Negare il suo dolore significa negare la sua esistenza. Lo diceva Cesare Pavese, il poeta che ho amato di più nella mia adolescenza.
    Forse, se a capo di quest'Italia che va alla deriva ci fosse un poeta e non un raccontatore di barzellette, riuscirei a non provare così tanto imbarazzo nel sentirmi italiana.

    Grazie Milvia, un abbraccio,
    Fiorella Borin

  2. anonimo ha detto:

    La vicenda del post-terremoto in Abruzzo é un vero e proprio crimine dell'attuale governo.
    Adriano Maini

  3. isabel49 ha detto:

    Nella ricostruzione arriveranno prima i giapponesi che hanno subito un cataclisma senza precedenti, la nostra Italia è governata male e da sempre, se pensiamo ai terremotati di cento anni fa ancora nelle baracche, è tutto dire!

    Grazie per questo interessante post.
    un bacio
    annamaria

  4. Soriana ha detto:

    Fiorella: “Forse, se a capo di quest'Italia che va alla deriva ci fosse un poeta…”
    Che bella cosa hai scritto, Fiorella! Il Poeta, quando è davvero tale (e mica ce ne sono poi tanti…) ha sguardo, e cuore, e coraggio. Ha, insomma, tutto quello che manca a questi squallidi individui che ci governano. Che ci imbarazzano. Per cui non possiamo altro che provare vergogna e ribrezzo.
    Grazie, cara Fiorella. Un abbraccio a una delle mie scrittrici preferite.
    Milvia

  5. Soriana ha detto:

    Adriano: l’elenco dei crimini sarebbe lungo, caro Adriano. Rimarranno sempre impuniti? Probabilmente sì…
    Ciao!
    Milvia

  6. Soriana ha detto:

    Annamaria: Hai ragione, sui terremoti, sulle catastrofi naturali ci hanno speculato molti governi. Però mai come questa volta ci sono state raccontate tante menzogne, mai nessun governo ha dimostrato tanta impudenza nel darci ad intendere cose che esulano totalmente dalla realtà.
    Un abbraccio, Annamaria.
    Milvia

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