Vecchio racconto, e pure lunghetto

campieri-e-mafiosi1

milocca.wordpress.com

È un racconto piuttosto lungo, e forse l'ho anche già messo nel blog, tempo fa. Ho preferito comunque non spezzarlo. Se vi va, leggetelo e commentate. Sono gradite critiche, consigli… stroncature…

Pomeriggio di luglio

   

Nella piazza del paese la luce del pomeriggio scolora i contorni dei muri, li dilata, come in una fotografia sovra-esposta. È una luce bianca, che sembra voler uccidere le ombre.
Più avanti, dove i campi sembrano inghiottire l’ultima casa del paese, il frinire delle cicale sgretola il silenzio. Sui massi lungo il fiume riposano le lucertole, immobili come statuette di giada. Gabbiani sorvolano la discarica abusiva, poi si buttano in picchiata, in cerca di cibo. Da lontano arriva  l’odore salato del mare, con la sua spiaggia vuota e sporca, ferita dal nero della nafta.

Gli uomini hanno abiti scuri.
Le donne indossano vestiti neri, fazzoletti neri annodati sotto il mento, scarpe nere con le punte che per l’usura si stingono in un colore biancastro.
Le donne sono anziane. Si fanno scivolare un rosario fra le dita di una mano, con l’altra si tengono al braccio di un figlio, di un marito.  
Il prete è viola e nero, e sta davanti al corteo, con l’asta della croce dorata stretta fra le mani sudate.
Il portone della chiesa è spalancato. L’odore dell’incenso rimane sospeso fra i gradini d’accesso, si allunga a miscelarsi col profumo appiccicoso dei fiori che stanno avvizzendo velocemente.
Rolando Locascio stringe le palpebre, cercando di evitare l’impatto con il sudore che gli cola dalla fronte e che gli fa bruciare gli occhi. È in quell’attimo che scorge un lampo rosso e oro, alla sua destra. Una femmina, realizza, una femmina bella. E  la bara gli sembra ancor più pesante.
Sono in sei a portarsi sulle spalle quel legno che racchiude le massicce spoglie di don Mimì Calafura, detto ‘u lampo. I sei fedelissimi. Hanno allontanato gli uomini delle pompe funebri. Hanno detto lo portiamo noi, un’unica voce. Ora stanno grondando  sudore, e procedono piano cercando di non vacillare. Don Mimì è stato il loro capo per anni, li ha tirati su da quando erano solo dei ragazzini da niente. Gli ha insegnato tutto. Ad ascoltare, a guardare, a tacere, a riferire, a obbedire, a non tradire, a essere convincenti, a capire quando la polvere bianca  è buona, a usare il coltello, a sparare. A muoversi lenti, con passo leggero, per cogliere l’altro di sorpresa. Gli ha insegnato a correre e fulminare in un attimo. Gli ha insegnato che nessuna donna è affidabile, che non c’è femmina che valga la famiglia.
Rolando, invece, le donne ce le ha sempre in testa. Lui, don Mimì, glielo ha anche detto. Le donne a te ti rovineranno. Non puoi stare sempre a pensare alla fessa. Ti distrae, ti leva la concentrazione. Così gli ha detto don Mimì. E dopo due giorni è stato lui a crepare  fra le cosce di Rosalia.
Quella puttana li ha chiamati che ancora quasi respirava. Si sono trovati tutti e sei nella villetta bianca, hanno caricato don Mimì in macchina, ancora con i pantaloni abbassati. Lo hanno portato a casa.
La moglie ha distolto lo sguardo. Ha fatto solo un cenno con il mento, per indicare la camera da letto. Il medico ha redatto il certificato di morte. Causa del decesso: infarto del miocardio. È morto nel sonno, ha raccontato la mattina dopo al bar, mentre girava lo zucchero nel caffé. La moglie s’è svegliata e l’ha sentito freddo.  Povera donna.
Minchia, che bella morte!, pensa Rolando. Vorrei morire così, grasso e vecchio, su un materasso di carne giovane e morbida. E  rivede di nuovo quel rosso e oro. E una gamba abbronzata che si solleva e sparisce in un’auto. Un movimento fluido, scorto con la coda dell’occhio. Bella femmina, una così mi ci vorrebbe, e deglutisce, come un goloso davanti a un vassoio di mustazzoli.
Il lungo corteo avanza lento. Il sole morde l’asfalto della strada, i vestiti neri, il cuscino di rose rosse adagiato sulla bara, con la fascia bianca e oro con la scritta Tua moglie e i tuoi figli inconsolabili, la corona di gladioli che già stanno avvizzendo, sorretta dal sindaco e dal consigliere provinciale accorso in tutta fretta dal capoluogo, i pensieri delle donne, che, come  sempre, hanno saputo, l’hanno imparato di don Mimì e Rosalia. Di come è morto sulle grosse zinne della puttana. E se la biascicano nella loro testa quella visione, mentre fanno scorrere i grani del rosario e cincischiano avemarie.

Lorenza ha fatto scendere i vetri dei finestrini dell’auto, tutti e quattro, sperando che entri un po’ d’aria. Il vestito di lino rosso è stropicciato e umido di sudore, le dà fastidio, vorrebbe toglierselo. Vorrebbe sfilarsi la pelle, oscurarsi l’oro dei capelli, scomparire. Giocherella con la chiave dell’accensione. Per ora non può andarsene. La strada è bloccata dal funerale. Ci vorrebbe essere lei, dentro quella bara.
Non le importa se perderà il traghetto.
Potrebbe rimanere lì per sempre, nella sua Golf, ferma in quel paese che non conosce, un paese di transito, così simile ai tanti che ha visto nei film che raccontavano di mafia da sembrarne una parodia.
Lui, dopo che aveva insistito tanto perché Lorenza si prendesse quella vacanza, le aveva promesso di raggiungerla. A dire il vero glielo aveva promesso perché lei lo aveva sfinito con le sue suppliche, Marco, se non verrai potrei anche morire ha singhiozzato prima di partire. Ma poi l’uomo non le ha fatto neppure una telefonata, e quando finalmente Lorenza è riuscita a parlargli le ha detto:
“Se ti senti sola, ti mando giù Roberto, sai, quel mio collega: ha cominciato le ferie proprio ieri.”
Quattro anni d’amore. Stracciati. Buttati in fondo al cesso. Ti mando giù Roberto, ha detto. Quattro anni d’amore, con lei che ha rinunciato a tutto, a suo figlio, a un lavoro che amava, alla sua casa, a un matrimonio non perfetto, ma che in qualche modo andava avanti.
Con lei che gli ha dato l’anima.
Lorenza  guarda quelle donne nere che le stanno sfilando accanto, vede i loro visi  segnati, le spalle curve da vecchia: quasi tutte hanno un uomo vicino.
C’è un ragazzino che chiude il corteo, solo, un po’ distanziato dagli altri, come il punto di una lunga i. Ha un abito troppo grande, troppo da adulto, per la spigolosa acerbità del corpo. Le mani gli spariscono nelle maniche della giacca grigia. Cammina diritto, la testa ben sollevata sul collo, le braccia leggermente discoste dal corpo, come se stesse procedendo su un filo sospeso nel vuoto.
 Avrà l’età di Nino, pensa Lorenza.
Chissà, Nino. Chissà come sarà mio figlio.
Non le importa se perderà il traghetto.
Tanto, ormai, non ha più un posto in cui tornare.

Il corteo funebre procede con una lentezza che snerva gli animi, sotto quel sole che cuoce. Si sta inoltrando nella zona che pomposamente il sindaco chiama la nostra zona residenziale, un insieme di villette di cemento, squadrate, costruite dove secondo il piano regolatore avrebbe dovuto nascere un parco pubblico.
Don Mimì è stato un uomo d’onore, non le ha mai fatto mancare niente a Rosalia, si dice Rolando mentre passano davanti a una villetta bianca. Rolando se lo ricorda bene di quando Rosalia è arrivata al paese. Le avevano messo subito gli occhi addosso, i ragazzini: già formata, splendente, con quella massa di capelli neri lunghissimi. A quattordici anni sembrava averne venti. Anche lui, quindicenne affamato, ci aveva fatto molti sogni, su Rosalia, ne aveva sporcate, di lenzuola.
Dicono che ‘u Lampo l’abbia stuprata una vigilia di Natale, mentre la zia della ragazzina era in chiesa, e da allora sia stata cosa sua. Dicono anche che la zia gliel’abbia praticamente venduta la nipote, a don Mimì. Con i soldi s’è fatta costruire la più bella tomba del cimitero, due anni prima di crepare. Una vera cappella, una chiesuola con fiori di marmo tutti intrecciati. Così dicono le donne del paese, ma si sa, le donne parlano, parlano…
 Ma don Mimì è stato meglio di un padre, per lei. Le ha regalato questa casa, e degli ori a manciate. E l’aria condizionata. E anche la parabola satellitare. Come una signora, l’ha sempre tenuta. In quanto alla moglie…beh,  tutti lo sanno che quella è un’arpia.

È come se stessero alzando lo sguardo verso la sue finestre, anche se tengono gli occhi bassi. Le sembra quasi di vedere le donne che muovono più in fretta i grani del rosario, che si fanno il segno della croce, passando davanti alla sua casa. In un paese, anche in un paese di mafia come questo, le cose s’imparano. Rosalia sorride amaro: lo scandalo è che quello è morto nel mio letto. E non che lui abbia violato la sua adolescenza, che  abbia  fatto di lei, senza rimedio, la sua puttana. Tutti ipocriti, meschini, il prete in cima.  
Ha scostato la tenda, e sbircia in basso dietro il vetro chiuso della finestra. Eccolo lì sotto, il bastardo, chiuso fra quattro assi, come uno qualunque. Risente il peso del suo corpo, il suo odore acre, quel suo grugnire bavoso. Le parole che l’hanno legata: Tu te nei stai qua, tu di qua non te ne vai, e se ci provi ad andartene ti trovo quanto è vero Iddio e ti sciolgo nell’acido.  Era diventata come un disco, quella minaccia. Un disco la cui musica non ha mai smesso di farle paura.  Poi dove avrebbe potuto andare, si era sempre chiesta; a far che? la  puttana di molti?
Rosalia si riempie la bocca di saliva e sputa sul vetro: vorrebbe avere il coraggio di scendere e sputare sulla bara. Ma lo sputo colpisce solo la finestra, e l’immagine riflessa del suo volto. Pulisce il vetro con la manica della camicetta. Non sente dolore, non sente sollievo. C’è  solo rabbia, dentro di lei, sconfinata come il cielo.
Mentre sta per far ricadere la tenda, nota, in fondo al corteo, Leonardino. Che ci fa, lì, ‘u picciriddu?  Non la convince proprio ‘sta cosa. Leonardino ai funerali di Calafura  non ci deve stare. È un’assurdità: la sanno tutti la storia del padre di Leonardino.

A sua madre ha detto che andava a trovare un suo compagno di scuola. Per i compiti delle vacanze, le ha spiegato. Non sa bene perché è arrivato fin lì, né cosa farà. Non sa perché ha indossato gli abiti del padre. Si sente come se avesse dentro due anime: una vuota, neutra, l’altra intrisa d’odio. Ed è questa l’anima che l’ha condotto dietro quel corteo funebre. È l’anima che gronda sete di vendetta che deforma la tasca della giacca del padre, con quel peso nero. Che gli ha fatto prendere la scala, lo ha fatto arrampicare sul ripiano più alto dell’armadio dei suoi, gli ha fatto aprire la scatola –una confezione vuota dei corn flask che mangiava quando era piccolo– e nascondere velocemente in tasca la pistola.
Ora, ogni dieci passi, ci passa le dita sopra. Non sa neppure se è carica. Non sa se sperarlo o averne paura.  Ma conta: uno, due, tre…dieci. E mentre accarezza la tasca, pensa a come sarà la testa di Rolando Locascio  nel momento dell’esplosione.

È un passaparola. Gli arriva il bisbiglio del prete: Rolando, c’è Leonardino, il figlio di Salvatore, giù in fondo.
E allora? È solo uno studentino, come questi qua dietro, i figli di don Mimì. Gente da niente, non uomini, femminelle. Hanno i libri, nella testa, e basta. E anche se è stato don Mimì a volere che i suoi figli studiassero, si vede bene che loro non ci sono comunque  portati a fare la vita nostra. Tutti leccatini… Quelli, le ossa, non ce le hanno proprio. E quel Leonardino, poi… Che ci sta a fare, qui? Mi vuol mettere paura? E che, gliel’ho detto io a suo padre di ammazzarsi? Se pagava, era ancora lì dietro la cassa del negozio, bello tranquillo. E io che ho fatto? Don Mimì mi ha detto fai quello che devi fare. E basta. Il ragazzino deve solo ringraziare di essere scappato dal negozio prima che il fuoco se lo mangiasse tutto. Che ne sapevo io che stava lì dentro quando ho dato fuoco al negozio. Era mezzanotte passata… Mi ha visto: e allora? Gliel’ho detto a don Mimì. Le regole sono regole, mi ha fatto lui, chi non paga va in malora. Il picciriddu lo sa che deve starsene tranquillo.
Eppure Rolando sente che il sudore gli si gela addosso. Quello stronzo di negoziante si è ammazzato: aveva debiti, il mutuo, la merce da pagare. Una femminella, anche lui. Quello stronzo, Salvatore, si è messo nei guai con le mani sue.
E allora perché adesso sente il desiderio di piantare giù il feretro e di scappare? Perché avverte quel formicolio alla nuca?
Sosta un attimo, sbilanciando gli altri cinque. Si sistema meglio il peso sulla spalla. Avanti, si dice, saranno ancora trecento metri. Quello non ce l’ha il coraggio di attaccarmi.

Si vede già il cancello del cimitero. Il prete raddrizza bene la croce, alza il mento. Ancora qualche metro e stramazzavamo a terra, io e questa croce, ciancica fra le labbra secche. Ripensa all’omelia, soddisfatto. Ha elencato tutte le opere di bene sostenute dal defunto, ha espresso il suo sommo dispiacere per quella morte, ha esternato la certezza che il buon Dio accoglierà don Mimì fra le sue braccia, come si deve a un marito e padre integerrimo. Qualche altro elogio lo aggiungerà al momento della tumulazione. Si è fatto il campanile nuovo, con le offerte di don Mimì. E se lui ci sa fare, la vedova non li chiuderà i cordoni della borsa.

Lorenza apre gli occhi. Si deve essere addormentata. Per un attimo si chiede dove sia. Poi ricorda: il funerale, le vecchie, la strada bloccata.
La strada ora è vuota. Se volesse potrebbe mettere in moto subito e partire. Non ci sono più sbarramenti.
Scende dall’auto, per riattivare la circolazione. Si guarda intorno. Ma guarda, c’è ancora quel ragazzino, quello che chiudeva il corteo. Ora che lei è in piedi lui le sembra ancora più piccolo. Sta insieme a una donna, che gli sta parlando in maniera concitata, e lo prende per le braccia, lo scuote. Lui scoppia a piangere, poi si mette una mano in tasca e ne trae qualcosa. A Lorenza sembra di riconoscere una pistola, ma si dà subito della stupida. Questo non è mica un film, pensa. La donna fa scivolare l’oggetto nella sua borsa, poi abbraccia il ragazzo. Saranno parenti del morto, lei pensa, strano, però, lui prima stava così in fondo al corteo, da solo. Eppure… Sì, saranno madre e figlio. Forse si erano perduti, e ora si sono ritrovati. Forse lei se ne era andata, e ora è tornata da lui.
La donna ha il corpo formoso, che sembra stare a disagio nel vestito attillato. Ha dei lunghi capelli neri, che ora coprono parzialmente il viso del ragazzo. Continuano a stare abbracciati ancora qualche secondo. Poi la donna lo prende per mano. Mentre le passano accanto Lorenza sente la  donna che sta dicendo:
“Andiamo da tua madre, Leonardino, non facciamola patire, quella donna.”
Allora non è lei la madre, si dice Lorenza. Ma le piace continuare a credere che lo sia. Come lei lo è di Nino.
Risale veloce in macchina.
All'imbarco del traghetto mancano cinquanta chilometri.

MCR: La banda del sogno interrotto

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8 risposte a Vecchio racconto, e pure lunghetto

  1. anonimo ha detto:

    Racconto molto cinematografico. Par di vederlo il nero corteo sotto la luce accecante del sole, le donne che borbottano preghiere e saettano in giro gli occhi scuri che dicono quel che le bocche tacciono….
    Mirella

  2. utente anonimo ha detto:

    Una delle tue più belle pagine, in cui ambientazione e psicologia sociale si sposano perfettamente.
    Dà il quadro di una cultura locale condivisa che sarà molto dura a morire, per cedere il posto a valori collettivi di legalità, sincerità e autentica solidarietà.
    E' un pezzo d'Italia, purtoppo attualissimo, indirettamente, nascostamente presente anche nella vita quotidiana di noi gente 'civilizzata' del ricco Settentrione.
    Davvero brava!

    Franz

  3. Soriana ha detto:

    Franz: grazie! Conoscendoti come lettore attento e anche piuttosto severo nella valutazione di un testo, il tuo commento non può che lusingarmi.
    Il racconto, che solo con l’accenno al tipo di automobile si colloca nell’attualità, potrebbe svolgersi in un’epoca anche non recente: seppur inconsciamente, da parte mia, mi sembra che quello che ho fatto emergere sia il concetto di una realtà inamovibile, o quasi.
    Per quanto riguarda la tua considerazione su noi, gente “civilizzata”, che dire? La mafia esiste in tutte le sue sfaccettature, che vanno dal crimine vero e proprio a un dilagante atteggiamento di pensiero, solo apparentemente innocente e innocuo, anche qui al nord. E “ anche se noi ci crediamo assolti siamo ugualmente coinvolti”.
    Buon fine settimana, Franz!
    Milvia

  4. Soriana ha detto:

    Mirella: un po’… Divorzio all’italiana, insomma…  Molto probabilmente mi sono rimaste impresse immagini di film che raccontano di piccoli paesi siciliani. Quindi nessun merito, direi, da parte mia, nell’averle trasferite in questo racconto. Grazie, Mirellina, per il commento. Un abbraccio.

    Milvia

  5. utente anonimo ha detto:

    BUON LUNEDI' Milvia e tante cose belle per te!!!!
    un abbraccio
    Giuseppe

  6. Soriana ha detto:

    Giuseppe: caro Giuseppe, scusa se al tuo “buon lunedì” rispondo solo oggi, che è giovedì. Ma ho dovuto finire un lavoro che mi ha impegnato a lungo. Non mi rimane quindi che augurati buon fine settimana e ricambiare con affetto il tuo abbraccio.
     
    Milvia

  7. utente anonimo ha detto:

    GRAZIE Milvia!  … e non ti preoccupare , l'importante è che tu stia bene e sia serena!!!!
    Maria Santissima del Monte Carmelo ti accompagni come solo una mamma sa fare!!!!
    Giuseppe

  8. Soriana ha detto:

    Giuseppe: Beh, caro Giuseppe, se Maria Santissima del Monte Carmelo mi accompagna, non mi disturba. Tuttalpiù sarò io che disturberò lei, con il mio scetticismo
    Un abbraccio, Giuseppe e grazie a te.
    Milvia

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