Cellulari sull'autobus, in un afoso pomeriggio di luglio

cellulare

Signora attempata, vestito a fiori, grassoccia, capelli grigi, corti, un po' mossi, borsa di plastica da cui fuoriescono ciuffi di prezzemolo. Seduta vicino alla porta di uscita.

…eh, cara mia… Mi hanno sempre detto che faccio la difficile, che è per questo che non mi sono fatta  una famiglia, che non mi sono mai sposata. Ma dimmi, te ci saresti stata con uno che gli cadevano sempre le cose per terra, che quella volta che è venuto su in casa, che io gli avevo preparato il the, avevo pensato di preparargli il the, che è una cosa fine, che lui era uno che aveva studiato, ha preso la tazza del servizio di mia nonna, e badabum l’ha fatta cadere, che quella lì era una tazza preziosa, che io ci tenevo, a quella tazza, come una reliquia della madonna di San Luca. E quell’altro, com as ciameva, Giovannino, l’era propri Giovannino, che sospirava sempre forte, aveva l’asma, e quando… insomma, hai capito, quando eravamo nell’intimità, dicevo sempre che gli stava per venire uno schioppone.  Alberto, quello magari… Ma l’era samper in zir, so e zò par l’Italia…
Cosa? Sandro? Ah, te lo ricordi anche te, Sandro. L’era bel, Sandro. Un bel portamento. Da attore del cinema. Ma faceva delle cose… delle cose… No, adesso sono in autobus, te lo dico poi un’altra volta, che que a prov vargoggna.  Beh, at salud, Lallina. Che la prossima è la mia.
(
*)
Click!

Ragazza dai venticinque ai trent’anni. Pantaloncini jeans e canotta nera con scritta: Io sono qui ma voi dove siete? Seduta in un posto riservato agli anziani.

Zio? Ciao, zio, sono la Paola. Senti, cosa fai stasera? Ti va di venire a cena? Sì, lo so che non mi faccio mai viva… Ma noooo…. cosa dici?  È che ho sempre tanto da fare. Come? Il lavoro? Ah, quello…. No no, quello non ce l’ho più. Insomma, lo sai, zio, la crisi. Allora, per la cena? No, anche lì non ci lavoro più, il padrone era uno stronzo. Mi stava sempre a controllare che facessi tutto bene.  Eh…gli esami… Lavorare e studiare è un casino, zio. Io non ce la posso fare. Però, uno, l’ho dato. Ma il professore non mi ha capita. Cioè… insomma. Niente, non è andato bene. Era uno stronzo, il professore. Allora, questa sera? Magari solo un aperitivo… No? Ecco, vedi, zio, è che ho bisogno di parlati. Ma di tante cose, zio. E poi… se tu mi potessi… ecco… devo pagare la rata dello scooter…
Pronto? Zio? Pronto?

Click!
Ma  va a fa ‘n culo!

Uomo giovane, indossa un completo chiaro, di lino. Borsa di pelle nera. È in piedi, appoggiato all’obliteratrice di biglietti.

Ciao, Monica. Ti devo dire una cosa: sei una merda.
Click.

Buon fine settimana a tutte e a tutti. Ci risentiamo martedì. Credo.

Mina: Se telefonando

(*) Mi scuso con i cultori del dialetto bolognese per gli errori che indubbiamente ho fatto riportando le frasi della passeggera dell’autobus. Ma la mia esperta d’elezione in tale materia (la mia amica Mirella) non è al momento raggiungibile: è in vacanza.

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8 risposte a Cellulari sull'autobus, in un afoso pomeriggio di luglio

  1. anonimo ha detto:

    Boia d'un mand leder!
    P.S. Ed io non sono neppure bolognese … Chissà cos'ho scritto!
    Adriano Maini

  2. Soriana ha detto:

    Adriano: penso che tu abbia scritto bene… Ma sicura sicura non sono…

    Buona settimana, Adriano!

    Milvia

  3. anonimo ha detto:

    Le telefonate in origine erano una cerimonia privata e intima: salvo una ristretta minoranza che dal telefono pubblico del bar (che però di solito era dislocato in ambienti lontani dai tavolini, solo nei film di Alberto Sordi era ad un centimetro dalla cassa) urlava a squarcaiagola ma solo per le obiettive difficoltà di ricezione, si parlava a bassa voce e qualcuno più pudico copriva la cornetta con una mano.

    Preistoria!!

    Oggi la telefonata è un rituale pubblico, che svela urbi et orbi particolari a volte anche un po' imbarazzanti (ma apparentemente solo per chi li ascolta, chi li propala non se ne preoccupa affatto) delle vicende e delle peripezie del telefonante.

    C'è chi lo fa per ignoranza, chi per maleducazione, chi perché va in confusione (fermati Luca, sembra un testo di Luca Carboni), i più lo fanno per sfrenato narcisismo, ed essendo una massa si convalidano a vicenda (avrai notato che il tema della convalida interpersonale è per me molto significativo, semoltissimi ridacchiano invece che indignarsi sui festini bungabunga il Primo Ministro si sente legittimato a riderci anche lui sopra invece di vergognarsi) e quando noi persone meno teatrali (o di una teatralità più alla Samuel Beckett che alla Fario Fo) sbuffiamo e protestiamo rischiamo di sentirci rispondere un rimbombante Cazzovuoi.

    La tecnologia ci cambia continuamente la vita, ma ha fatto anche del buono: ha reso possibile i blog e, tramite Internet, ha reso di nuovo possibili le lettere d'amore, anche se una missiva amorosa manoscritta idealmente inzuppata di sudore e lacrime ( o per i più licenziosi di altri fluidi intimi) aveva tutt'un altro spessore.

    E fra parentesi, come direbbe l'ultimo degli sploggers prima di cercare ci indurti a cliccare su un sito che ti succhierà il conto corrente alla pura e semplice entrata, very nice blog.

  4. anonimo ha detto:

    Cavolo adesso sono curiosa pure io di sapere che cavolo faceva Sandro.
    Lo zio della ragazzotta ha tutto il mio appoggio, e l'ultimo ha il dono della sintesi.
    Evviva la privacy!
    Buon fine settimana,cara

    Besos
    Silvana

  5. anonimo ha detto:

    Il tuo bolognese è perfetto come il tuo resoconto di .. viaggio.
    Mirella  tornata dalle vacanze, ahilei

  6. Soriana ha detto:

    Luca: che piacere la tua visita!
    È esattamente per quanto tu dici che ho scritto questo post, un po’ inventato, ma mica tanto…
    Soprattutto in treno, dove gli addetti alla tranquillità dei passeggeri ormai non diffondono neppure più la preghiera di spegnere o silenziare i cellulari, ho ascoltato conversazioni allucinanti: dall’erotico al piagnucoloso, dal pettegolezzo su persone terze, a situazioni non troppo floride di aziende, esplicitate, queste, da chi nell' aziende ci lavora come dirigente. E poi, magari, son proprio questi qui, che si oppongono alle intercettazioni telefoniche. Poco tempo fa, a un signore (si fa per dire) che snocciolava a volume da inquinamento acustico tutti i guai della piccola squadra di calcio di sua proprietà, citando nomi illustri che la volevano acquistare a un prezzo irrisorio, ho urlato: insomma, può parlare più piano, per favore… Beh, è servito. Ha chiuso in fretta la telefonata e si è scusato. Nessun “cazzovuoi”! Forse bisognerebbe fare così, quando veniamo disturbati da cose che non ci interessano affatto. Così, come scrivi, si dovrebbe smettere di ridere sulle misere prodezze sessuali dell’Innominabile. Il fatto è che molti si divertono davvero, e che, ascoltare le telefonate degli altri appaga la morbosità di guardoni (non so, bisognerebbe forse dire… ascoltoni?) che alberga in tanti.

    Sono d’accordo, anche, sull’utilità di Internet e pure sul diverso spessore fra una lettera d’amore che trovi nella cassetta postale del tuo condominio e quella che ti arriva sullo schermo del computer. Su questo argomento, tempo fa, avevo proprio scritto un post.
     
    Non essendo tu un malefico splogger (ne approfitto per  avvertire qualsiasi malintenzionato che il mio conto corrente è in attesa di estrema unzione), ti ringrazio molto per quel very nice blog, che reputo generoso, ma sincero.
    Ciao e buona domenica!
    Milvia

  7. Soriana ha detto:

    Silvana: non lo sapremo mai cosa faceva Sandro… Cose turpi o deliziose? Mah…
    La telefonata allo zio è la più vicina alla realtà: voglio dire che l’ho ascoltata veramente. Le altre, anche la sintetica terza, beh… insomma, un po’ ci ho lavorato di fantasia. cogliendo, comunque elementi reali.
    Buona domenica, Silvana!
    Un abbraccio.

    Milvia

  8. Soriana ha detto:

    Mirella: Era ora che tornassi!!!!
    Allora, se il mio bolognese è perfetto, non ho più bisogno di lezioni? Grazie, prof!
    Bacio.
    Milvia

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