Oggetti smarriti

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http://www.oggettismarritisrl.it/

È che ogni tanto bisogna anche scrivere qualcosa di leggero. Che di cose pesanti son pieni i giornali, e le tv e le radio, internet e anche le nostre teste.
Così, oggi, a quei pochi che sono rimasti in questi paraggi (ma dove siete finiti, tutti?), propongo un giochino, o meglio, un esercizio di memoria, e anche di stile, se volete.
Prendo spunto dal brano di  un libro che proprio questa notte (notte pressoché insonne… acc… non dovevo bere quel caffé!) ho finito di leggere  :
   La versione di Barney di Mordecai Richler, che mi è piaciuto molto, così come, l’altra sera, mi è molto piaciuto il film
tratto dal romanzo dell’autore canadese.
Prima leggete il brano, poi vi spiego.

Già, la carta carbone, ammesso che qualcuno di voi sia abbastanza vecchio per sapere cos’è. Eh sì, a quei tempi usavamo la carta carbone, e non solo, quando telefonavamo a qualcuno ci rispondeva una voce umana, anziché il bip di una segreteria. In quell’età dell’oro non ci voleva una laurea in astrofisica per far funzionare l’aggeggio che accende e spegne la televisione, quel ridicolo marchingegno che oggi ha almeno venti pulsanti di cui non si capisce l’uso. I dottori visitavano a domicilio. I rabbini erano persone come tutte le altre. I bambini venivano allevati dalle madri, e non in appositi recinti come tanti porcelli. La roba si “scaricava” dai camion, non dai computer. Non c’era un dentista diverso per gengive, molari, otturazioni ed estrazioni – un solo, povero sfigato si occupava di tutto. Se un cameriere sporcava di minestra la tua ragazza, il padrone del ristorante era disposto a pagare il conto della tintoria e ti offriva subito da bere. In cambio lei, la ragazza, non gli chiedeva fantastilioni di dollari per oltraggio alla sua “qualità della vita”. E se il ristorante era italiano serviva una cosa che si chiamava spaghetti, spesso con le polpettine, e non, come ora, pasta al salmone, linguine di tutti i colori dell’arcobaleno, o penne con un frullato di verdure al vapore tale e quale al vomito di cane.

Allora, credo che chi di noi non è proprio in età impubere,  ci si ritrovi, in queste asserzioni un po’ ironicamente nostalgiche. E ci saranno senz’altro altre cose che, leggendo, vi sono venute in mente.
Quello che vi chiedo, e sarò mooolto felice se avrete la bontà di rispondere, è di farmi partecipe delle cose che vi sono venute in mente: oggetti smarriti nel tempo, parole in disuso, atteggiamenti riposti in soffitta. Come ho detto, esercizi di memoria. E, anche, ma non è essenziale, esercizi di stile, se vi va di seguire lo stile ironico di Morderai Richler o utilizzarne uno vostro. Altrimenti, limitatevi a scrivere un elenco, nudo e crudo, come si suol dire.
Come ho già fatto altre volte, poi, magari dopo il ferragosto, di tutti (uno, due?) i vostri commenti potrò farne un post.
Non si vince nulla, se non la mia gratitudine.  Può essere divertente. State dicendo che è solo un cazzeggiare inutile e superficiale? Umh umh, lo so. Ma anche cazzeggiare a volte serve.
Basta che non diventi un’abitudine.

Buona settimana a tutti.

Woody Guthrie: This land is your land
(che è una delle canzoni citate nel libro)

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13 risposte a Oggetti smarriti

  1. Gemisto ha detto:

    alcune cose smarrite:

  2. Soriana ha detto:

    Gemisto: Fantastico, Piero! Sei grande! La tua galleria di oggetti perduti mi piace tantissimo. E risveglia tanti momenti di vita passata. anche se, in realtà, una radiolina a transistor simile a quelle della fotografia l'ho proprio ora qui, accanto a me, e tutti il giorno è sintonizzata su Radio3.

    Non so se riuscirò a riportare le foto in un post, perché ho pochissimo spazio ancora disponibile (ne ho già utilizzato il 99%…)

    Un abbraccio e serena notte.

    Milvia

  3. silvanascricci ha detto:

    In quel tempo ti si rompevano le tasche per il peso dei gettoni, se volevi telefonare agli amici stando fuori casa, in compenso non ti si svuotava il conto in banca.
    Esistevano anche quelle gomme a rondelle blu che utilizzavi per non buttare via, all'ultima parola, tutto il foglio dattilografato, che poi lo dovevi buttare via lo stesso perchè a forza di provare a cancellare ci avevi fatto un buco.

    Ciao
    Silvana

  4. anonimo ha detto:

    Non ho letto  "La versione di Barney" di Mordecai Richler,  né ho visto il film che ne é stato tratto, ma quella citazione di Guthrie vale un encomio speciale. Assolto questo mio dovere, sincero, musicale e sociale – ma qualche ho volto ho parlato di Guthrie, mi sembra -, dovrei dire che non amo giocare. In via più unica che rara … gareggio e passo ad argomenti più frivoli: mi manca la facilità con cui ancora 50 anni fa le famiglie, non necessariamente vicine di casa, intessevano rapporti, in genere duraturi, di amicizia.

  5. anonimo ha detto:

    Ooops, andai fuori tema! Provo a rimediare: dei cioccolatini morbidi strani, forse precursori della Nutella, che deve aveeli soppiantati, sempre di quella ditta, più grossi di quelli  oggi correnti, avvolti in carta stagnola dorata, di forma rettangolare, insomma da sembrare formaggini (nel ricordo talora così chiamati dagli ex-bambini che li adoravano), con belle figurine di storia western appiccicate sopra, venduti sciolti nei negozietti – le botteghe -dell'epoca.

  6. Soriana ha detto:

    Silvana: Commento carino e spiritoso (come lo è la commentatrice…). Di gettoni e di gomme così (odiavo quelle gomme…) qualcuna, in giro, ne devo ancora avere.
    Grazie, Silvana cara e buon proseguimento di vacanza.
    Milvia

  7. Soriana ha detto:

    Adriano: prima di tutto ti consiglio la lettura del libro e la visione del film.  Contenta che tu apprezzi Guthrie, perché piace anche a me, devo però dirti che, invece, a me giocare piace. Sarei pronta, alla mia veneranda età, a organizzare e partecipare a giochi tipo strega in alto, uno due tre per le vie di Roma ecc., che hanno movimentato la mia vita di bambina. Giochi che non credo che i bambini di oggi facciano ancora. Come te rimpiango la facilità con cui le famiglie facevano amicizia. Adesso manco ci si conosce se si abita sullo stesso pianerottolo.
    Presumo che sia tuo anche il commento n.5. Me li ricordo benissimo quei rettangolini di cioccolata prodotti dalla ditta famosa. Avevano dei minuscoli pezzettini di nocciola all’interno. E, sì, li chiamavamo proprio “formaggini di cioccolata”!
    Ciao, Adriano e buon fine settimana.
    Milvia

  8. Aconito1 ha detto:

    Che bel post, si potrebbe scrivere veramente per un anno intero!!
    Che dire … di cose che si rimpiangono ce ne sono talmente tante!

    Come quando da bambini si faceva la gare dei "carretti" (assi di compensato accessoriate con le ruote a cuscinetti comprate, rubate o prestate da qualche finanziatore / meccanico, c'era un vero mercato sotterraneo) lungo la strada centrale del paese, indispensabilmente in notevole discesa, mentre i commercianti del centro, invece di chiamare i carabinieri, uscivano davanti alle loro vetrine e facevano il tifo.
    E chi rimpiange questo gioco come può non rimpiangere i ginocchi dei ragazzini perennemente sbucciati e sporchi di sangue, che durante la messa della domenica mattina, con le trecce lunghe, il vestito buono e le calze bianche, facevano così chic?
    Oppure, sempre da ragazzini, quando durante le notti d'estate, non sapendo che fare, non guardando la tv e neppure giocando con qualche video gioco, si faceva il giro di tutti i campanelli e si passava e si ripassava per tutte le vie del centro, finché qualcuno non usciva scalzo e in pigiama, e correndo più di noi, acchiappava qualcuno e lo riportava a calci nel fondo schiena a casa, dove magari se ne prendeva una dose doppia, di calci.
    Oppure, quanto era bella l'angoscia, con contorno di bavetta alla bocca, quando si moriva dalla voglia di caricare sul nuovo Commodore 64, dalle cassette che si usano (usavano) per la musica, l'ultimo ritrovato dell'informatica moderna, il gioco del tennis …. E chi non ci ha giocato, o non lo ha visto, non può capire cosa sia un gioco senza effetti speciali!!

    O come dimenticarsi, ormai segretari in carriera, l'ufficio minuscolo, in cui nei mesi delle denuncie dei redditi, si aggiungevano un paio di scrivanie, per appoggiarci sopra pacchi e pacchi di denuncie, tutte da compilare a mano e copiare con la famosa carta carbone. Il tutto scritto e copiato su scrivanie che non conoscevano l'esistenza di video o pc, ma al massimo di una macchina da scrivere "elettronica"!!

    P.s. … scusa il ritardo, è un periodo con poco tempo, ed è per questo che ho per adesso (solo per adesso) accantonato l'idea del blog … fra qualche tempo riapro con le idee più chiare. In questi giorni preferisco leggere e commentare a casa di altri

  9. anonimo ha detto:

    Il sabato bisognava andare a scuola in divisa. Io non ce l'avevo. Mi mettevano indosso una maglietta bianca e una sottanina nera che anche un orbo avrebbe subito visto che non era una vera divisa. I miei genitori dicevano che non si poteva mica buttare i soldi per delle sciocchezze come Figli della lupa o Piccole italiane.
    Durante il sabato non si faceva altro che marciare in su e in giù nel cortile della scuola facendo il saluto romano.
    Se non si poteva marciare, perché pioveva o nevicava, si stava in classe a cantare Fischia il sasso il nome squilla del ragazzo di Portoria…
    Giuro che non ho mai capito come avesse fatto questo Balilla a diventare un eroe nazionale tirando sassi, azione assai riprovevole secondo gli insegnamenti da me ricevuti.

    (Dal passato remoto, un po' fuori tema. Saluti. Mirella)

  10. Soriana ha detto:

    Aconito1: La prima parte del tuo bellissimo commento mi ha riportato alla mente immagini ben vivide della mia infanzia (anche se cronologicamente forse distante dalla tua, come mi sembra di aver capito dal tuo riferimento al Commodor 64, che è stato il primo computer a entrare nel mio ufficio, e solo saltuariamente era utilizzato per i giochi: ricordo molto bene quello del tennis…). Delle mie ginocchia sbucciate mi rimane anche una cicatrice… E per l’abitudine di suonare i campanelli (e spruzzare acqua dal balcone sui passanti) ho rischiato spesso severe punizioni.
    Arrivata poi a leggere la seconda parte, beh… devo dirti che ho strabuzzato gli occhi! Mai avrei pensato di trovare, nei commenti, la descrizione di un ambiente di cui, ancora, riesco a sentire perfino l’odore: di carta, di gomma per cancellare, di carta carbone, e pure dell’angoscia di non finire entro la scadenza (31 maggio, allora) le “benedette” denuncie dei redditi! Tutte a mano, sì! Che incubo! E i pacchi che si ammonticchiavano me li ricordo benissimo, e anche le corse all’ultimo minuto per portarle negli uffici comunali, rischiando ogni volta un incidente…  Però, a ben pensarci, anche di quell’angoscia, di quella che diventava quasi una corsa contro il tempo, delle notti trascorse in ufficio, ho nostalgia. Anche se, negli anni a seguire (ho lavorato fino al 2007 in uno studio commerciale), pur con i più moderni computer, con i più sofisticati programmi, le scadenze hanno continuato a soffiarmi sul collo, l’angoscia di non farcela è stata ugualmente presente: avevamo abbandonato biro e carta carbone, e i calcoli li faceva il computer, ma la redazione dei modelli, le leggi, le norme, le eccezioni alle leggi e alle norme, i distinguo, i salvo che si erano (e stanno continuando a essere, credo) fatti sempre più complessi e oscuri. Alla faccia della decantata semplificazione! Non so se ti occupi ancora di modelli Unici e simili cosucce: se lo fai, non ti invidio, non ti invidio proprio. Mi piacerebbe saperlo, sai?
    Spero che tu riapra al più presto il tuo blog, e spero anche che tu torni a trovarmi. Per il momento grazie e buon ferragosto.

    Milvia

  11. Soriana ha detto:

    Mirella: Non credo che sia fuori tema, il tuo commento, Mirellina! Sono però sicurissima che per me è un grande onore ospitare un seppur breve brano del tuo romanzo (bellissimo, emozionante, divertente, tragico e, purtroppo, ancora inedito). Mi hai fatto proprio un bel regalo!
    Meriti un abbraccio affettuosissimo.
     
    Milvia

  12. anonimo ha detto:

    Dovrei sdraiarmi su uno scomodo lettino che non mi consenta di vedere l'analista anche se la sua dozzinale acqua di colonia mi perseguiterà facendo comunque interferenza sul mio sgangherato flusso cognitivo: ma poi mi diventa difficile digitare. Intanto questa immagine della severa e un po' terrorizzante psicoanalisi di qualche decennio fa (oggi l'analista ti accoglie con una felpa della Stanford University impadellata di torta fritta e mentre parli seduto di fronte a lui magari si scaccola o scatarra) apre il mio elenco.

    Poi aggiungerei quei cartoncini che interposti fra il foglio e i martelletti della Lettera 32 permettevano di cancellare gli errori di battitura; i copia e incolla letterali e non virtuali (quello però l'hanno fatto anche Tanzi e Barilli meno di dieci anni fa senza che le banche si accorgessero di nulla, o senza che ritenessero di doversene accorgere); le telefonate interurbane dei primi anni '60 che richiedevano il passaggio dal centralino, e quando dopo snervanti minuti d'attesa il richiedente veniva richiamato il babbo alzava con solennità la cornetta e pronunciava il suo nome, bruciando con lo sguardo chiunque dei figli osasse fare il minimo rumore; quella scatolina (credo fosse un generatore, o un trasformatore, o un accumulatore, o la casa degli gnomi) che stazionava sotto il televisore con una specie di levetta (allora le leve andavano più di moda dei tasti e dei pulsanti perchè in qualche modo richiedevano un sia pur minimo sforzo muscolare, per non parlare del touch-screen che si attiva con uno starnuto), dopo di che il televisore sfarfalleggiava per un paio di minuti facendoti immaginare diatribe fra Penna di Falco e Scaramacai, per poi lentamente rivelare un'immagine in bianco e nero artisticamente alonata e con l'effetto flou; il lattaio che ti portava il latte appena munto in casa, e doveva essere bollito a lungo ma poi aveva un sapore d'erba e di fieno che ai palati d'oggi forse garberebbe ben poco, ma allora aveva i suoi estimatori, ètor che  al Tetrapak sempre di Tanzi e Barilli; le 1100 quelle col tetto un po' bombato; i giradischi a 4 velocità (16, 33, 45 e 78 giri, se mettevi un long-playing a 78 giri risaltava benissimo la linea del basso e potevi cercare di imitarla su una chitarra Eko o su una pianolina Farfisa o Giaccaglia); i negozi di alimentari con la scritta didascalica tipo "Da Torèn gh'è pasta, droghi e salamèn" che oggi esistono solo a Buenos Aires.

    Mi fermerei qui.

  13. Soriana ha detto:

    Luca: Ciao, Luca! Sono contenta di questa tua seconda visita!
    Beh, di quel lettino ne ho viva memoria (e neppure lontanissima), ma nessuna acqua di colonia scadente, leggeri effluvi orientali, piuttosto. E nonostante il relativamente poco tempo trascorso, nessuna felpa, nessuna macchia di torta fritta, e, credo, nessun scaccolamento. E poi il lettino non era scomodo, scomodo era tirar fuori dalla testa, o chissà da dove, cose che se ne volevano statre ben nascoste.

    Dei cartoncini correttivi ne ho invece un ricordo vago: la macchina da scrivere la utilizzavo pochissimo (solo da ragazzina, per ricopiare i miei primi parti letterari), ma ricordo bene la scolorina, il cui utilizzo mi metteva sempre in ansia. Ansia che senza dubbio non hanno mai provato quegli “illustri” cittadini parmensi che tu citi, nel perpetrare le loro scellerate azioni.

    La mia famiglia non aveva telefono, più che altro il tuo ricordo mi ha portato alla mente i vecchi film con Aldo Fabrizi e suoi coetanei… Che se li paragono a quelli di Vanzina & C. erano dei veri capolavori.

    La… casetta degli gnomi, non me la ricordavo, ma adesso sì, che me la ricordo: mi sembra che ogni tanto friggesse, ma forse mi sbaglio. Ma a cosa servisse, boh, forse non l’ho mai saputo.
    Penna di Falco, Scaramacai, e Alice e Saponetta, Lassie… Non era mica brutto, poi, il bianco e nero…

    E il latte, sì! Quello che lo bollivi, e regolarmente fuoriusciva dal tegame, poi lo facevi raffreddare e faceva una panna alta così, che messa su una fetta di polenta (quella vera, brisa la Valsugana) era una merenda buonissima.
    E le smarrite 1100, e gli smarriti giradischi. E, soprattutto, quelle insegne, che ti facevano capire che eri a casa, mica a Singapore.

    Grazie Luca! Bellissimo commento, il tuo. D’altra parte non mi meraviglio che lo sia.
    Ciao e buona domenica (e quando, la domenica, si andava al mare, tutta la famiglia, su un’unica Vespa, te lo ricordi?)

    Milvia

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