L'albero delle streghe

Danza di streghe

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Questo è un vecchio racconto, credo risalga a sei, sette anni fa. Non è fra i miei migliori, obiettivamente, ma penso di non averlo mai messo in rete. Ho pensato, quindi, di proporvelo. Buona lettura? Mah, non so… Prendetelo per quello che è: un esercizio di scrittura, un compito, insomma. Bisognava scrivere un dialogo senza che del secondo interlocutore si sentisse la voce.

L'albero delle streghe

Prima si sente la danza altalenante della brezza, fra le foglie degli alberi che ancora rimangono nascosti. Poi ecco arrivare la melodia gentile del ruscello, in sottofondo.
L’albero appare improvvisamente quando si oltrepassa il vecchio capanno di caccia. Dichiara tutti i suoi tanti anni attraverso la corteccia grigioscura e profondamente fessurata. Le foglie, accarezzate dal sole, mostrano la loro delicata bellezza con quel colore argentato. Il tronco è sottile, come i fianchi di una donna d’oriente.
L’acqua del ruscello crea piccoli gorghi fra i ciottoli, e riflette un’immagine ondeggiante del vecchio albero.
È un salice bianco.
È l’ albero delle streghe.

Ci sono leggende, su questo salice, sedimentate nelle crepe dei muri delle case di pietra del paese; leggende che scivolano dalle bocche sdentate delle vecchie che non hanno parole ormai che per quelle storie: erbe falò stelle spezie aromi fumi lune. Storie su donne forti come uomini, belle come notti d’estate. Si erano strappate la sacca delle lacrime, raccontano le vecchie, non volevano più soffrire. Erano streghe.
Anche ora, a volte, si presentano là, sotto quell’albero, dicono, e danzano nella luna piena.
Io le ho viste, quando ero bambina, racconta la più vecchia di tutte. Una notte che ero uscita per il caldo, le ho viste. Stavano sotto il salice, quello vecchio vicino al ruscello e danzavano nella luce bianca. Non erano donne del paese, erano forestiere, alte più di due metri, more, splendevano alla luna. Lo giuro che le ho viste. Lo giuro sulla Madonna, su San Faustino e tutti i Santi del Paradiso.
Forse le ha viste. Forse le ha viste il salice che, forse, le ha veramente accolte sotto le sue fronde e si è lasciato strappare i giovani rami rossobruni, gli ultimi nati, perché le streghe potessero intrecciarli e creare canestri da riempire con erbe guaritrici. Il salice ha visto, forse, le loro danze, e sentito il loro salmodiare.

Ennòd itròf itròf ennòd
Ion omaissop ion omailgov
Ennòd itròf itròf ennòd
Ion omailgov ion omaissop

Forse.
È un paese strano, quello. Lontano da centri urbani, pochi giovani, solo un bar come luogo d’incontro, una corriera che se ne parte alla mattina e ritorna a sera, sempre con un minor numero di passeggeri che scende. Qualche televisore, solo un cellulare, acquistato proprio ieri da una ragazza.
Tempo fa è arrivato un uomo, dalla città, ma è ripartito poco dopo, con tutta la  sua costosa ed ingombrante attrezzatura.
E’ un paese fermo nel tempo, quello.
Lo chiamano il paese delle streghe, in città.

“Mettiti pure seduto. Sarà una telefonata lunga. Qui c’è campo, la batteria ha una autonomia eccellente. Vedi, imparo in fretta i termini giusti.  E io, soprattutto, ho voce.”

“No, non interrompermi. Lasciami dire. Tutto. Voglio dirti tutto.”

Antonia si è seduta sul plaid ai piedi dell’albero. Si è messa comoda, la schiena appoggiata al tronco, protetta da un grande cuscino per attutire la rugosità del legno. Ha una gonna rossa che le si adagia intorno come la corolla di un papavero. Il viso è bianco, invece, e ricorda il pallore di un giglio. È immobile, solo le labbra si aprono e si uniscono formulando parole.

“Allora, ti sei seduto? Bene, sì, accenditi  pure una sigaretta, fai quello che vuoi, ma ascoltami. È un po’ che ti cerco. Sai che non posso adoperare troppo spesso il telefono, a casa, e quando l’ho fatto non ti ho mai trovato. E tu non mi hai mai chiamato.”

“Sì, mi sono comprata un cellulare. E, miracolo, lo so pure usare.”

“No, non sto facendo dell’ironia. Lo hai scritto tu che sono ignorante, che qui siamo tutti strambi ed ignoranti e…quale è stata l’altra parola? ah, sì, arretrati.”

“Non negare. La rivista l’ho comprata, sai? La tua inchiesta sul paese delle streghe l’ho letta. E ho visto anche le fotografie. Sai, mi spiace: non c’è traccia di anima, in quelle foto.”

“Ma sì, sì, forse vincerai anche un premio, ma vedi, io non parlo di tecnica. Comunque, dicevo, da tre mesi sei sparito. Ti ho cercato in redazione, ti ho cercato a casa.”

“Lo so che il numero di casa non me lo avevi dato. Ma io me lo sono trovato da sola. E quando mi ha risposto, tua moglie è stata molto gentile.”

“Basta con le bugie. Non era tua sorella. Mi ha detto: mio marito rientrerà domani.”

“Certo, prima o poi me lo avresti detto: ma quando? Comunque non ha più importanza. Ora veramente non ha più importanza.”

“No, neanche che lei non ti abbia riferito la mia chiamata, è importante. Senti, quando sei arrivato qui, in questo paese, io ero una ragazza tranquilla. E te ne arrivi tu, con la tua faccia d’angelo, con il tuo registratore, con le tue macchine fotografiche, con tutte le tue domande. E mi ribalti il mondo. E mi ingravidi di parole. E mi porti vicino alle nuvole. Sai, mia nonna mi ha detto che non le piacevi, fin da subito. Ha detto: Quello porta guai, quello porta il male. Ma io ho riso, già mi avevi preso l’anima. La verità, la verità è che la più vecchia del paese, quella donna di novantasei anni, ti ha letto subito dentro.”

“Senti, è più lucida di te, mia nonna, non essere meschino. Quando mi ha visto stare così male mi è stata vicino come nessun altro. Neanche un te l’avevo detto. Lei è così.”

“Sì, sono stata male, ti stupisci?”

“No, non sono io che mi sono illusa, sei stato tu che mi hai riempito di illusioni. Hai detto… ricordi?… hai detto che ero la cosa più bella che ti fosse mai capitata nella vita. Ricordi?…hai detto che non capivi come avevi fatto a vivere senza di me fino a quel momento. Hai detto che sarebbe stato per sempre. Hai detto che ero la tua risorsa per andare avanti. Hai detto… hai detto che mi amavi.”

“No, non sto piangendo. Mi sono strappata la sacca delle lacrime come facevano… no, non importa.”

“Hai ragione, dieci giorni, solo dieci giorni sei stato qui. Ma in dieci giorni mi hai dato il mondo. Poi me lo hai strappato e l’hai fatto rotolare all’inferno. E solo da poco ho capito veramente tutto.”

“Ah, ora ti sembro esagerata, enfatica. Parli come un libro, dici. No, caro, parlo con il sangue.”

“Sì, conosco il significato della parola enfatica. Vedi, io non ho titoli di studio importanti, non sono come il grande giornalista di città. Ma ho letto sempre tanto. Tu  neanche ti sei accorto che non ero la piccola paesanotta ottusa che poi hai descritto.”

“Se mi piaceva fare all’amore con te? certo lo sai perfettamente. Ma a volte, sai, anche nei momenti più belli, mi sono sentita come un insetto sotto una lente di ingrandimento. La tua ossessione per i particolari, le tue domande insinuanti, il voler analizzare minuziosamente ogni mia sensazione…”

“Certo, hai ragione. La mia prima esperienza, dici. Ma non credere che non mi sia resa conto che c’era qualcosa di strano. Ti ricordi quella sera, nel capanno? era la prima volta che ci trovavamo di sera, e nel capanno era buio. Non c’è mai stata l’elettricità, lì. E tu non hai voluto fare niente. Siamo usciti subito, tu sei partito per il tuo albergo, io sono tornata in paese. Già allora mi era venuto questo pensiero: che a te non interessasse il mio piacere per quello che era, e neppure il tuo. Avevi un tuo particolare godimento: scrutare le mie reazioni. Ma ho scacciato subito quel fastidio. Mi sono detta è stanco, è stanco, sì. Solo da poco, lucidamente, ho capito di essere stata la tua inchiesta privata, parallela a quella sul paese delle streghe: come reagisce una ragazzotta  alle carezze del grande uomo? “

“Che fai, farfugli, ora? E dire che le parole non ti mancano. Sei un vero tessitore di parole, un vero alchimista. Anche quelle facevano parte dell’esperimento, o inchiesta, o come cavolo la vogliamo chiamare. Parlavi, parlavi e osservavi le reazioni del mio cuore. Studiavi come si evolveva il mio sentimento a mano a mano che il tempo passava. Dose intensiva di parole, senza dubbio. Full immersion di emozioni. E finito l’esperimento…puff, sei sparito, volatilizzato.”

“No, non sei mai stato  sincero, smettila. Volevi solo misurare te stesso, perché tu, tu sei solo un piccolo omino senza valore e ne sei consapevole e vuoi convincerti di essere potente, invece. Va bene, mi avevi stregata. Ma questo è il paese delle streghe e prima o poi le streghe saltano fuori. Le streghe mi hanno aperto gli occhi. Ho danzato con loro, nella mia mente; in questi tre mesi ho ballato con loro musiche esaltanti, ho cantato con loro:
"Ennòd itròf itròf ennòd
Ion omaissop ion omailgov…

“No, non temere, non è una maledizione. Poi, di cosa ti preoccupi, non hai scritto che sono tutte cose da ignoranti? no, nessuna maledizione. Solo parole che servono per dare forza a chi le pronuncia. Me le ha insegnate mia nonna, lei le ha sentite veramente dalle streghe, checchè tu ne pensi. Tu non puoi decifrarle. Sai dove sono, io, ora? sono sotto il salice, appoggiata al suo vecchio tronco. Qui le streghe vengono a prendere tutta la loro forza, qui vengono a rigenerarsi. E qui sono venuta io oggi. Ho sofferto, sono stata male. Ma sai che ti dico? ora sono libera. Mi ripeto la formula e sono sempre più libera. Libera da te, dal dolore e dalle lacrime. Vedo il capanno, da qui: era il tuo laboratorio, e io ero la cavia distesa, lì dentro. Ma adesso è di nuovo solo il vecchio capanno dove giocavo da bambina.”

“Sai benissimo che non sono pazza. E non urlare: ti sei preso gioco di me, di tutti noi. Ti sei preso gioco delle streghe. Ma tu sei rimasto quello che eri: un nulla. Non vali neppure una punizione. Un’ultima cosa: mi hai lasciato, nonostante tutto, un regalo splendido. Solo per me, tutto per me. Una piccola vita, una piccola strega che ha messo in me le sue radici.”

“Farfugli di nuovo?  no, non voglio affatto vederti. Non voglio niente da te. Io ho la forza, ora. Posso anche riprendermi il sacco delle lacrime. Non le sprecherò più, le userò solo per dolori degni o per gioie grandi. Piangerò di orgoglio e gioia quando nascerà mia figlia, piangerò di felicità quando mi innamorerò di nuovo, piangerò di tristezza quando morirà mia nonna. Mia figlia la chiamerò Vita. E le insegnerò il canto. Donna e strega, bella e altera. Sì, la chiamerò Vita.
Bene, la telefonata è finita. Ti ho detto quello che volevo. Torna ai tuoi esperimenti, alle tue inchieste sterili. Io ti saluto.”

Antonia spegne il cellulare, si alza, raccoglie il plaid, toglie le piccole zolle di terra che gli si sono attaccate. Lo ripiega. Si gira ed abbraccia il tronco del salice. Il suo volto non è più bianco come un giglio, è luminoso e sereno. Se ne sta lì, stretta al tronco. L’essenza della natura le si propaga nelle vene.

La canzone dell'amore perduto

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6 risposte a L'albero delle streghe

  1. anonimo ha detto:

    Questo racconto è struggente, reale, di una bellezza interiore infinita, perchè la protagonista non si lamenta, accetta suo malgrado e dice tutte le sue sensazioni senza arroganza, senza sottomettersi se non al fluttuare del caso, di una conoscenza fortuita di cui apprezza tutto, tranne la volatilità che forse faceva parte del mestiere di quell'inviato speciale nel paese delle streghe.
    Gavino

  2. Aconito1 ha detto:

    Mi è piaciuto molto questo racconto.
    Bella la forza della ragazza, la sua voglia di vivere , di continuare a vivere in quel piccolo paese, non pensando neppure un attimo a chiedere aiuto a quell'uomo falso e intrigante. Bello l'attaccamento alle proprie radici e bella la voglia di farle sentire ancora vive per lasciarle alla figlia!

  3. Soriana ha detto:

    Gavino: Beh… Grazie! Io, a questo racconto, gli darei, forse, a voler essere magnanima, un 6-…  Ma il tuo giudizio mi rinfranca molto! Grazie!
     
    Buona serata, Gavino, e un saluto nostalgico alla Sardegna.
     
    Milvia

  4. Soriana ha detto:

    Aconito: dovrei ripetere la risposta che ho dato a Gavino…. Grazie! Mi fa proprio piacere che ti sia piaciuto.
    Ciao!

    Milvia

  5. anonimo ha detto:

    La cosa che mi impressiona di più di questo racconto, cara Milvia, è che sia stato scritto come compito ed esercitazione, dunque non da un'ispirazione spontanea: questo testimonia una volta di più la tua grande capacità narrativa di fantasticare su storie e situazioni umane.
    Il ritmo del racconto è sempre teso, senza cadute di tono.
    Una critica? Le espressioni della protagonista, benchè appassionate, sono forse un po' freddamente monocordi, sui toni della rivendicazione e della rabbia.
    Ciò non toglie che il mio voto finale è un bell'otto, anzi otto più.

    Franz

  6. Soriana ha detto:

    Franz: I tuoi giudizi positivi mi sembrano troppo generosi, ma mi fanno grande piacere. La critica mi fa altrettanto piacere, perché quello che tu evidenzi è proprio il difetto che riscontro anch’io, in questo racconto.
    Per cui meriti un doppio grazie! 

    Milvia

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