Correva l'anno 1971

censimento
All’inizio di questo mese ho ricevuto anch’io il questionario relativo al 15’ censimento generale della popolazione e delle abitazioni esistenti sul territorio italiano. Confesso: non l’ho ancora compilato, ma conto di assolvere il mio compito di cittadina italiana la settimana prossima. Attraverso Internet, naturalmente, anche perché il mio rapporto con la biro, da quando uso la tastiera, è molto, molto conflittuale.  
Ho scoperto di essere una “eletta”. Non nel senso politico, ma nel senso di prescelta dalla sorte. Cosa di cui, in questo frangente, avrei fatto ben volentieri a meno. Esistono infatti due tipi di questionario: uno di colore verde (ridotto) e uno di colore rosso, composto di 84 domande,  destinato a tutte le famiglie residenti in comuni con meno  di ventimila abitanti e… a un campione estratto a sorte. Ecco, sono stata estratta. Uffa!

Non so perché, ma dei tre censimenti precedenti a questo non ho molta memoria. Ricordo solo i clienti dello studio (lavoravo con l’allora mio marito, commercialista) che  si rivolgevano a noi per compilare il questionario. Un lavoro piuttosto faticoso, ricordo.

Mi ricordo molto bene, invece, il censimento del 1971.
Durante gli ultimi anni delle superiori e durante gli anni di università ero sempre alla ricerca di qualche lavoretto, precario per scelta, mi vien da dire. Ho fatto un po’ di tutto, in quegli anni: assemblatrice di parti di maglie (a pensarci mi sembra incredibile, visto che faccio fatica a cucirmi un bottone..); più volte operaia (esperienza che mi fece capire da quale parte è giusto stare); commessa in una tabaccheria sotto il Pavaglione (vedi punto precedente: l’arroganza delle padrone era incommensurabile…); baby sitter (un classico, no?); venditrice porta a porta per una casa editrice (che ci dovrei scrivere un post, solo su questo…); educatrice e poi direttrice di case di vacanza per l’infanzia (l’esperienza più bella e che, in un certo senso, anzi letteralmente, ha determinato il mio destino); lettrice per l’istituto dei ciechi Cavazza (tristezza, ma anche consapevolezza di fare qualcosa di veramente utile);  comparsa in trasmissione natalizia della Rai (my God!);  una notte al Carlino per allegare un inserto pubblicitario al quotidiano bolognese (notte allegra, ricordo); giornalista-intervistatrice per Qui Bologna (che non mi piaceva per niente, come giornale, però mi pagavano piuttosto bene: ottomila lire ad articolo, al lordo della ritenuta d’acconto) e poi le solite ripetizioni a ragazzini… zucconi (che stimolavo a leggere leggere leggere… Chissà se ne ho convinto qualcuno…).  E forse qualche impiego me lo sono anche dimenticata.
Mi ricordo molto bene, invece, dicevo, il censimento del 1971: fui assunta per fare la rilevatrice. Dopo un breve corso eccomi pronta a iniziare il mio lavoro. Premetto che in tutti i lavori che ho svolto (compreso l’ultimo, che è durato ben 34 anni e l’attuale, anche se saltuario), ho cercato sempre di impegnarmi al massimo.
E piena di zelo, e anche di curiosità, quella mattina, forse di fine autunno, o di inizio inverno, non ricordo, mi apprestavo a iniziare a conoscere composizioni, dati anagrafici, livello di istruzione ecc,ecc. dei miei concittadini.
A fine corso mi avevano consegnato una piccola mappa della zona che avrei dovuto visitare. Che fortuna! Per iniziare avrei solo dovuto attraversare la strada di casa, senza sobbarcarmi autobus o lunghe camminate a piedi. Quelle case, quelle nei cui appartamenti sarei dovuta entrare, le vedevo da anni. Già, le vedevo. Ma le avevo mai “guardate”?
In quegli appartamenti scoprii una realtà che non conoscevo, pur avendola avuta sotto gli occhi da anni. Scoprii la miseria, scoprii che si può (si può?) vivere in tanti in pochi metri quadrati: magari elimini il tavolo per pranzare e apparecchi il letto; scoprii che ragazze della mia età (e tante) erano completamente analfabete (e non certo afflitte dal cosiddetto analfabetismo di ritorno); scoprii come ti possono urlare addosso, con violenza, con ferocia, quasi, solo perché hai suonato un campanello; scoprii la paura e la diffidenza della gente per tutto quello che può rappresentare la faccia dello stato ( io, in quel caso… ); scoprii la vergogna di essere poveri; vidi, per la prima e unica volta, la porta di un appartamento con i sigilli posti dalla polizia (il corpo dell’affittuario, seppi poi, era stato trovato senza vita in una grotta fuori città); scoprii l’omertà, o la solidarietà fra uguali, forse,  quella per cui alla mia domanda: sa che orari fa, il suo vicino, dato che non l’ho trovato in casa?, la persona interrogata mi guardava e non diceva nulla; scoprii come è davvero brutto e umiliante sentirsi sbattere una porta in faccia.  

Alla sera, quando mi trascinai verso l’ufficio comunale preposto al censimento per consegnare, come d’accordo, le schede compilate (qualcuna ce n’era), appena entrata scoppiai a piangere: non ce la faccio, dissi. Non ce la faccio proprio. Gli impiegati si guardarono in faccia: Come non ce la fa?
Raccontai loro di quella giornata. Ma dove è andata? chiesero (all’unisono, mi sembra di ricordare). Glielo dissi. E mi risposero… mi risposero che mi ero sbagliata. Che avevo letto male la mappa. Che sì, la zona era quella, ma non erano quelle le case. Che lì, in quelle case, mi dissero, non solo non si sarebbero mai sognati di mandarci una rilevatrice donna, ma l’avevano assegnata a due, dico due, uomini…
Ecco, io, devo dire, con le mappe, allora, ma anche adesso, non ho mai avuto molta confidenza…
Ma devo anche dire che quell’errore mi ha insegnato qualcosa: a guardare, a porre attenzione anche a quello che ti sembra di conoscere tanto bene che diventa invisibile. Perché niente è davvero invisibile, e niente è come appare.
Anche i giorni successivi mi insegnarono comunque qualcosa: la solitudine di tante donne anziane, per esempio, le loro case ordinate, piene di presenze create dai ricordi e dalle fotografie, ma vuote di suoni.  Mi tenevano lì, a parlare, mi chiedevano di tornare, solo per raccontarmi di loro. Da qualcuna di loro tornai, così, solo per ascoltarle, per riempire di suoni quelle stanze ordinate.  Ebbi anche la conferma (anche se ero piuttosto giovane, me ne ero già accorta) dell’ottusità di cui certi uomini hanno la prerogativa: anche loro mi chiedevano di ritornare, di rivederci, di uscire insieme, una sera. Ma non per lo stesso motivo per cui me lo chiedevano le gentili signore sole. Insistevano, continuavano a insistere anche quando ero ormai sulle scale, mentre io ripetevo, no, grazie. Saranno stati solo due o tre, ma me la ricordo, la loro ottusità.  
Ma entrai anche in case tranquille, abitate da famiglie normali, più o meno gentili, più o meno disponibili a collaborare. Normali, insomma.

Chissà come sarà l’esperienza che vivranno i rilevatori e le rilevatrici che a fine novembre verranno sguinzagliati nel nostro patrio suol, ora che corre l’anno 2011? Mah, difficile dirlo. Che son tempi strani, questi.

Non è che io sia completamente d’accordo, con le parole di Edoardo Bennato. Però, questa
Italiani
mi sembra adatta a chiudere un post in cui si parla di censimento.

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10 risposte a Correva l'anno 1971

  1. margueritex ha detto:

    ho avuto molti complimenti per voi!
    bravi!

  2. Soriana ha detto:

    Margaret: sono contenta! Ma lo sai che è principalmente merito tuo… 
    A oggi pomeriggio!

    Milvia

  3. anonimo ha detto:

    Ma tu guarda! Feci anch'io quell'esperienza. E conobbi tante nuove persone. Come se già all'epoca non ne conoscessi abbastanza.
    Adriano Maini

  4. Soriana ha detto:

    Adriano: Una coincidenza interessante… forse meno traumatica della mia, però-
    Ti ho pensato, oggi, Adriano. La tua bella terra così ferita…
    Ciao, e grazie della visita.

    Milvia

  5. anonimo ha detto:

    E' passata molta acqua sotto i ponti da quella tua prima esperienza lavorativa, dall'impatto così forte, con il mondo della porta accanto.
    "Anche i giorni successivi mi insegnarono comunque qualcosa…" Credo che l'insieme di cose che hai imparato da allora costituisca un bagaglio di esperienza ricchissimo, utile a orientare e calibrare il tuo apporto alla costruzione di un mondo un po' migliore, o anche solo alla salvaguardia di quello che c'è.
    E se le nostre energie non sono più quelle dei vent'anni, pazienza: quel patrimonio conta molto di più.

    Un salutone.
    Franz

    p.s.: la mia reattività pachidermica alle tue pubblicazioni mi ha fregato ancora una volta: arrivo come al solito a tempo scaduto!

  6. anonimo ha detto:

    Milvietta che modo originale e toccante di parlare di un censimento, sei proprio una persona speciale, ciao cara
    maria

  7. Soriana ha detto:

    Franz: molto tempo è passato, è vero, da quella mia esperienza da… pubblico ufficiale. Eppure è uno dei ricordi più vividi che ho. Ricordo ancora il mio disorientamento, direi anche la paura, provata in quella lunghissima prima giornata. Ma se potessi tornare indietro, vorrei di nuovo  sbagliare a leggere la mappa.
    Il mio apporto alla costruzione di un mondo migliore equivale alla decimilionesima parte di un granello di sabbia, però, come tu dici, anche quella esperienza, quel nuovo sguardo acquisito, ha contribuito a formare quella infinimitesimale parte.
    Ciao, Franz.

    p.s.: la tua reattività, pachidermica o meno, alle mie pubblicazioni non mi disturba. Non ha scadenza, voglio dire.

    Milvia

  8. Soriana ha detto:

    Maria: Speciale, io? Ti ringrazio, Maria, dell’affetto che ti fa esprimere questo giudizio, ma non mi sento speciale, a volte mi sento… un iposasso… Ma questa è un’altra storia.
    Ho raccontato solo quello che è accaduto. Se sono riuscita a rendere il racconto toccante… beh, forse è perché è la verità a essere toccante.
    Un abbraccio, cara amica.
     Milvia

  9. anonimo ha detto:

    L'affetto c'è e lo sai, ma non è questo che mi ha spinto a definirti speciale, lo è stata la stima. Hai ragione è la verità ad essere toccante e spesso, purtroppo, particolarmente triste, ma non è da tutti parlare di un fatto burocratico con tale originalità e sensibilità, non è da tutti tirare fuori da una formalità l'umanità che c'è dietro, e questa non è cosa da poco , specialmente di questi tempi.
    Ciaooo Milvietta
    maria 

  10. Soriana ha detto:

    Maria: Grazie ancora, Maria cara! Vorrà dire che da oggi, oltre che di finanza creativa, si potrà parlare di… burocrazia creativa!!!
    Ciao ciao!
    Milvia

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